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    Nicola Rossi, l'economista liberal lascia i Ds

    di Francesco Verderami

    Nicola Rossi lascia i Ds, ed è difficile stabilire se sia più provocatorio oggi il suo addio o se piuttosto non fosse stata provocatoria la sua adesione, dieci anni fa. Di certo l'economista liberal ha deciso di non fornire «ulteriori alibi» a se stesso e alla Quercia, perché ha ormai maturato l'idea che «sul terreno riformista la sinistra ha esaurito tutte le energie», ed è quindi giunto il momento di «scoprire le carte». Così ha scritto a Piero Fassino, annunciandogli di non voler rinnovare la tessera, e spiegando le ragioni della rinuncia: si è reso conto che «le mie posizioni spesso procurano imbarazzo» al partito, ma che anche le posizioni del partito «mi creano disagio». Di qui la «presa d'atto formale di una distanza», unita ai ringraziamenti. *Da deputato rimarrà iscritto al gruppo dell'Ulivo della Camera, ma lo sarà come «parlamentare non appartenente a nessuna forza politica organizzata».*
    Il gesto innesca una bomba a frammentazione che esplode senza dubbio in casa Ds, ma investe anche l'Ulivo e si propaga fino a palazzo Chigi. *_Quando Rossi sostiene che «la cifra di questa sinistra è questo governo», di fatto smentisce la tesi di Romano Prodi - secondo cui «è falsa la divisione tra riformisti e conservatori» - e marca la distanza dal premier che ritiene «non urgente» la riforma delle pensioni_*: «In fondo - commenta sibillino Rossi - lui dice ciò che molti nell'Ulivo pensano». E allora è meglio smetterla con gli «alibi», e ammettere un fallimento che è anche personale, «perché - ha confidato l'economista a un amico - *_avevo la speranza di vedere un giorno la sinistra italiana contaminata da idee liberali, come è avvenuto in Inghilterra e in Spagna_*».
    Era una speranza che Rossi iniziò a condividere negli anni Novanta con Massimo D'Alema, suo punto di riferimento nei Ds. A quei tempi il professore universitario venne segnalato da Alfredo Reichlin all'allora direttore dell'Unità, Peppino Caldarola, perché collaborasse con il quotidiano del partito: «È un economista di grande valore. È una testa d'uovo. Una nostra conquista». Tanto stretto era il legame con D'Alema, che il segretario del Pds lo volle con se prima come consigliere economico, quando da Botteghe Oscure andò a palazzo Chigi, poi come collaboratore alla fondazione Italianieuropei.
    Rispetto al passato c'è forte disincanto in Rossi, che di quel rapporto - nei colloqui riservati - salva solo «l'aspetto personale»: «Massimo è una persona di qualità, però...». Raccontano abbia avuto più di un colloquio con il ministro degli Esteri, a cui ha affidato i propri dubbi sulla linea del centro-sinistra. E D'Alema - rivela un autorevole esponente dei Ds - «pur tentando di spiegare le difficoltà nell'azione di governo e nella costruzione del Partito democratico, non ha però trovato argomenti che siano riusciti a dissuaderlo».
    In estate Rossi aveva già maturato l'idea di lasciare la Quercia, infatti smise di partecipare alle iniziative di partito. E quando in autunno vide saltare il «tavolo dei volenterosi», di cui era uno dei fondatori, confidò a un compagno che «per me finisce qui»: Prodi aveva chiesto e ottenuto che Ds e Dl soffocassero sul nascere quell'iniziativa bipartisan, con i promotori intendevano «migliorare la Finanziaria».
    A ottobre l'economista misurò in un articolo sul Corriere la distanza che lo separava ormai dalla manovra del governo: un governo che spostava l'obiettivo prioritario dalla «crescita» alla «lotta alla precarietà», e che invece di puntare sulla «redistribuzione delle opportunità» mirava alla «redistribuzione delle risorse», fermandosi peraltro «sulla porta degli indigenti». L'ultimo alibi era caduto: «il riformismo tornerà a far capolino nelle relazioni dei congressi di partito e nelle interviste, ma la strada che è stata intrapresa con la Finanziaria è inadeguata alle esigenze del Paese». Non gli rimaneva che separare il proprio destino dai Ds, «mettersi in rete» - come ama dire - tessendo rapporti con gli economisti del sito lavoce.info, e collaborando alla preparazione del convegno dei «volenterosi», che si terrà il 29 gennaio a Milano e che affronterà i nodi delle riforme «improrogabili»: previdenza e liberalizzazioni.
    L'economista liberal è uscito dall'ombra della Quercia. L'ha fatto senza nemmeno informare D'Alema, «per non metterlo in imbarazzo». Caldarola, che è uno dei presentatori della terza mozione al congresso dei Ds, dice che «il Pci uno come Rossi non l'avrebbe mai perso», ed è «rammaricato per una decisione che comprendo ma che non seguo, per ora».
    E come ultimo gesto di amicizia prova a difenderlo dal venticello che si alzerà dopo l'annuncio: «Nicola non ha mai pensato di fare il ministro, e non è mai stato interessato a un posto di sottosegretario».

    tratto da http://www.corriere.it/

  2. #32
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    Commento sulla Voce Repubblicana di domani

    Il fatto che il ministro dell'Economia Tommaso Padoa - Schioppa sia costretto a riconoscere che il calo del deficit sia dovuto ai meriti delle iniziative prese dal suo predecessore Giulio Tremonti sul controllo spesa pubblica - e non certo solo al comportamento rigoroso tenuto in questi soli sei mesi - fa giustizia dell'accusa secondo la quale il precedente governo avrebbe lasciato un buco di bilancio gravoso sulle casse dello Stato.
    Le dichiarazioni di via Nazionale a commento del dato dei conti pubblici smentiscono dunque quanto fu affermato precedentemente dallo stesso ministro Padoa - Schioppa a giustificazione della sua Finanziaria. Tanto è vero che subito ministri ed esponenti della maggioranza si sono precipitati a chiedere di abbassare le imposte o rilanciare piani di investimenti. Per tutta risposta, il ministro dell'Economia dicE che non bisogna comunque abbassare la guardia. Ciò significa che - assodata la positiva esperienza del passato governo che ha dato i suoi frutti - sono ancora da dimostrare le capacità dell'attuale di raccogliere degnamente quella eredità. Di conseguenza Padoa - Schioppa preferisce tenere ben stretti i cordoni della borsa. A nostro avviso, meglio farebbe il governo ad impegnarsi con determinazione sul fronte della previdenza, dove invece, come dichiara la Corte dei Conti, la situazione sta peggiorando gravemente.
    Ed appare piuttosto singolare che un governo tanto occhiuto e preoccupato sul fronte della spesa poi ritenga che non sia urgente, che non sia una priorità, o che si possa procedere lentamente, sul capitolo delle pensioni, proprio quando la magistratura contabile denuncia che l'Inps sta facendo acqua. L'atteggiamento del governo è paradossale ed irresponsabile. Paradossale che, dopo aver accusato l'esecutivo precedente di chissà quali nefandezze, ora si riconoscano i meriti del ministro Tremonti; irresponsabile che si sottovaluti l'incognita pensionistica, che può gravare molto di più sul 2007 rispetto all'Iva delle auto aziendali o dei conti delle Ferrovie.
    Talmente paradossale ed irresponsabile che siamo propensi a credere che in verità il governo, sapendo per ragioni politiche di non poter fare niente sulla previdenza, si prepari a saldare il conto con i maggiori ricavi ottenuti. Questo salverebbe sicuramente la tenuta della compagine, ma condannerebbe il Paese ad un disastro.
    L'intervento sulle pensioni va fatto ora che i conti sono migliorati, e non rinviato a domani, e deve essere un intervento radicale volto alla sicurezza delle generazioni future.
    Non è un caso che nel centrosinistra vi sia chi chiede " una riforma vera, che guardi lontano", come ha detto l'onorevole e professore Nicola Rossi in un'intervista alla "Stampa". Per Rossi gli aggiustamenti non bastano. E' evidente che occorre intervenire in maniera significativa con l'obiettivo di innalzare l'età pensionabile. E noi siamo pienamente d'accordo con lui. "Questo è il punto di fondo". Anche oltre i 60 anni già fissati dalla legge Maroni.
    Ma che il governo non se la senta è ovvio, non perché non capisca il problema - Tommaso Padoa - Schioppa lo comprende benissimo - ma perché non terrebbe la sua maggioranza ad una tale prova. Ed ecco allora che il ministro dell'Economia vuole avere a disposizione più soldi possibili, non per il buco presunto ed inesistente lasciato dal passato governo, ma per quello che rischia di trovarsi il suo a metà mandato, senza nessuna riforma della Pubblica amministrazione, senza nessuna riforma delle Pensioni, senza nessuna autentica liberalizzazione, con magari perfino ancora Alitalia - oltre alle Ferrovie - sul groppone.
    Per questo tutti gli osservatori interni ed internazionali hanno condiviso la nostra stessa analisi sull'assenza di prospettiva di crescita della Finanziaria, dato che la preoccupazione unica del Tesoro è di sorreggere un incremento abnorme delle spese, visto che non si fanno le riforme per barricare un governo che alla fine rappresenta la paralisi del Paese.
    Non crediamo dunque sia un caso che Nicola Rossi, un riformista ed un progressista autentico, abbia dato le dimissioni dai Ds. Egli riteneva possibile un'evoluzione della sinistra italiana come era avvenuta in Inghilterra o in Spagna. Gli sono bastati questi pochi mesi di esperienza di governo per capire che non se ne parla. E questa è solo la conferma di una analisi che noi elaborammo già nel 2000 e che ci portò fuori dall'alleanza politica con questa sinistra.

  3. #33
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    Rossi dentro e Rossi fuori

    Nicola Rossi ha deciso di non rinnovare la tessera dei ds, che prese dieci anni fa. La cosa non riguarda solo lui, i ds e la sinistra, è una questione di rilevanza generale. Iniziando la collaborazione con Libero dichiarai subito che ritenevo la nascita di una sinistra di governo la questione fondamentale, e non nuova, della democrazia italiana. Sinistra di governo significa sinistra anticomunista, riformista, occidentale, pragmatica. Di quella sinistra sono esistiti testimoni ed interpreti, come Ugo La Malfa, Giuseppe Saragat e Bettino Craxi, diversi fra di loro, ma prima di tutto diversi dalla maggioritaria (nella sinistra) forza dei comunisti.



    Naturalmente un Paese democratico ha bisogno di una sinistra di governo e di un’analoga qualità anche nello schieramento conservatore, parlamentarmente identificato come destra. Ma in Italia il ritardo drammatico è quello della sinistra, mentre la destra, di cui non ci stancheremo di sottolineare debolezze e disomogeneità, è più moderna.
    Nicola Rossi è un economista riformista, serio, di cui si possono condividere o meno le idee, comunque fondate su dati di fatto e non su pregiudizi ideologici. Egli crede, come anche noi crediamo, che sia giusto ridistribuire le opportunità, non le risorse, mettere ciascuno nella possibilità di essere il primo, non costringere tutti ad arrivare ultimi. Ha militato nei ds ma oggi non ritiene sia utile continuare, perché dice: “la sinistra non ha più energie riformiste”. Una diagnosi drammatica, che purtroppo condivido. Basti guardare al tema delle pensioni, come anche all’intera struttura della finanziaria approvata a fine anno, per rendersi conto che il governo è in mano alla sinistra massimalista ed al parrocchialismo assistenziale, ovvero ai figli del pregiudizio ideologico contro il mercato, contro il merito e contro la ricchezza. In mano ad una sinistra conservatrice, che punta ai voti dei pensionandi rifiutandosi di tutelare gli interessi dei giovani lavoratori, che protegge i protetti e lascia gli esclusi al sussidio dell’elemosina statale.
    Molti sembrano credere che esista un’alternativa politica chiamata “centrismo”. Falso, la speranza d’Italia passa per un riformismo che dovrebbe essere forte e dominante da una parte e dall’altra e che invece, oggi, è ancora più debole.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep.../message/10837

  4. #34
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    Dalla voce di domani


    E’ per lo meno curiosa la reazione del segretario dei ds Fassino alla decisione dell’onorevole Nicola Rossi di lasciare il partito. Fassino ha infatti detto che i ds non hanno mai abbandonato il profilo riformista e che Rossi lascia il partito proprio ora che si pone il problema della fase due del governo, della svolta. Per cui Rossi avrebbe per lo meno commesso un errore, visto che escludiamo che Fassino voglia accusarlo di tradimento. A leggere tale replica di Fassino viene da pensare non che Rossi abbia fatto bene a lasciare i ds, ma benissimo. Perché come si fa a non accorgersi che proprio la fase due voluta dal segretario dei ds è stata bocciata e sconfessata dallo stesso presidente del Consiglio? E ancora come si può accettare pacificamente l’atteggiamento rinunciatario dello stesso segretario del partito? E’ questo il caso Rossi, ben oltre la singola questione di un deputato che lascia il partito: perché si tratta del riformismo dei ds e della loro stessa prospettiva politica. In base all’azione del governo compiuta finora, Rossi traccia un amaro bilancio. Noi lo conosciamo da tempo, per lo meno da quando in un dibattito con La Malfa sulla Finanziaria disse di volere regalare un manuale di economia ai suoi colleghi di governo. Che non si trattasse di un giudizio umorale lo si è capito ulteriormente nel saggio elaborato per il Mulino intitolato eloquentemente: “l’inverno del nostro scontento”. Rossi d’altra parte era un’anima importante del "tavolo dei volenterosi", costretto dal presidente del Consiglio a tornare nei ranghi e senza che il suo partito spendesse una parola A suo sostegno. Per cui la domanda da fare a Fassino è semmai come egli crede di dimostrare il proprio profilo riformista? Prostrandosi ad ogni diktat dei massimalisti? "Non dialogate con l’opposizione sulle riforme" - strillano quelli e subito per i ds non si può dialogare. "Non mi scocciate con la fase 2" - bisbiglia il presidente del Consiglio, ed ecco, che della fase 2 i ds non parlano più. Ci volevano le dimissioni di Rossi per ricordargliela. Quello che poteva fare Fassino era dire che Rossi non faceva uno sbaglio e cogliere nuovamente l'occasione per alzare la bandiera delle riforme, che il governo tiene sotto traccia. Il governo alza quella delle tasse e della lotta all’evasione fiscale. Che c’entra il riformismo? Il dibattito sulla previdenza da il segno, e infatti Rossi ha mollato con un ultima critica al ministro Damiano, che è ds e fassiniano: “sottavoluta la questione della previdenza”. E’ vero che Michele Salvati sul Coirriere della Sera ricorda subitamente che “dati i vincoli in cui si trovava a operare”, Fassino certo non poteva “fare molto di più di quanto ha fatto per spostare in direzione di sinistra liberale l’asse delle politiche governative”. Ma chi glieli ha imposti tali vincoli a Fassino, e visto il poco, per non dire nulla fatto, forse occorreva per lo meno porsi il problema di far saltare tali vincoli. E il bipolarismo? Non viene così a cadere il bipolarismo? Scusate il problema di un sincero riformatore, non è il bipolarismo, sono le riforme. Sono queste che modellano il sistema bipolare. Se lo scontro bipolare impedisce le riforme, questo scontro va interrotto ed i poli semmai si dovranno ridisegnare. Ecco quello che chiede Rossi e se davvero nei ds ci fosse tale decantato profilo riformista, si sarebbero mossi su questa strada da tempo, dal ’99 almeno, visto che ne avevano l’opportunità, essendosi affrancati da rifondazione comunista nel sostegno al governo. Invece la lezione che ne hanno tratto è stata quella di ricostruire il rapporto con Rifondazione e la sinistra radicale, fino a cedergli tutto quello che era possibile: la linea della politica economica, quella estera, financo la presidenza della Camera. E vedrete che non basta ancora. Per cui la vera domanda non è se Rossi ha sbagliato a lasciare i ds nel 2007, ma come ha fatto a dargli ancora credito nel 2001.

  5. #35
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    Contro l'omologazione
    Caso Rossi: il prezzo da pagare in nome della propria coerenza

    di Gianfranco Polillo

    Le bugie hanno sempre le gambe corte. Avrebbe dovuto ricordarlo Tommaso Padoa-Schioppa nell'impostare la legge Finanziaria. Se avesse seguito questo vecchio adagio popolare oggi si troverebbe meglio.

    Sarebbe lodato per la sua lungimiranza. Ma soprattutto avrebbe regalato agli italiani un futuro migliore: fatto di speranza e di crescita economica.

    Purtroppo non sarà così. La cura di cavallo profusa a piene mani, nel rispetto dei canoni di un'ortodossia orma obsoleta, rischia di gettare nuovamente l'economia italiana nel baratro della recessione e del mancato sviluppo. Si poteva fare diversamente? Il 18 ottobre scorso la Direzione repubblicana aveva largamente previsto quello che oggi è sotto gli occhi di tutti.

    "L'impostazione della legge finanziaria * è scritto nel documento * è errata e incide negativamente sul miglioramento finanziario indotto dalla ripresa economica, invertendo il clima di fiducia dei cittadini che aveva portato a maggiori entrate spontanee per un valore di oltre 18,5 miliardi". Con il passare dei mesi quelle maggiori entrate non sono diminuite, ma si sono ulteriormente arrotondate fino a raggiungere la cifra di ben 33.858 milioni di euro. Valore che da solo giustifica i dati di una ritrovata stabilità finanziaria.

    Vi era quindi tutto il tempo per correggere la rotta. Cosa che in parte è avvenuta. Il DPEF paragonava la crisi italiana a quella del 1992. Poi, nel corso del dibattito parlamentare, i toni si attenuavano. Quel riferimento lontano svaniva per trasformarsi in un semplice artificio oratorio. Non cambiavano però le scelte di fondo, mantenute salde per tenere a freno la sinistra massimalista che avrebbe voluto utilizzare le maggiori risorse per una più incisiva politica redistributiva.

    Suggestioni non sopite. Se oggi lo stesso Prodi è costretto a mettere la sordina a qualsiasi afflato riformista, e costringere un economista come Nicola Rossi ad abbandonare la partita. Strano destino quello degli economisti di sinistra. Utili per l'immagine. Destinati, tuttavia, a gettare la spugna, quando la partita diventa veramente impegnativa.

    Non è la prima volta che accade. Qualche anno fa anche noi fummo costretti ad una simile scelta. Non ci spinse solo la delusione per le cose dette e poi smentite dai fatti. Ma qualcosa di più violento.

    L'accusa di non aver avallato verità che non potevano essere difese.

    Avevamo detto la nostra sugli andamenti del deficit pubblico per l'anno 2001.

    Ritenevamo che le indicazioni contenute nel DPEF di allora, in cui si prevedeva un disavanzo pari solo allo 0,8 per cento del PIL, fossero eccessivamente ottimistiche. Come in effetti certificò l'ISTAT * il deficit fu del 3,1 per cento * qualche tempo dopo.

    Quest'affermazione non generò una polemica, pure legittima; ma la richiesta di misure amministrative contro un dirigente pubblico * questo eravamo * colpevole di aver violato, in un convegno scientifico, la verità di Stato. Non ci lasciarono scelta. Senza clamori, lasciammo quella sponda nella presunzione che la dignità personale, il diritto alle proprie idee, la difesa di un principio di libertà è qualcosa di non negoziabile. Non ci eravamo sbagliati. Come appunto dimostrano i fatti più recenti.

    A Nicola Rossi va quindi tutta la nostra solidarietà e la nostra stima. Sappiamo, per esperienza, quanto sia difficile la strada della coerenza. Quanto sia più facile far finta di niente e chiudere gli occhi nella speranza che, alla fine, qualcosa cambi. E che, quindi, il silenzio sia il prezzo da pagare in attesa di un momento migliore. Ma non sono queste le regole poste a presidio di una democrazia. Essa vive solo se si nutre dell'impegno personale, se uomini forti e liberi hanno il coraggio di battersi per le proprie idee e le proprie azioni, pagando, se necessario, i prezzi relativi. Non è vero che la libertà non ha bisogno di eroi. Se l'eroismo esce dal mito e diventa pratica quotidiana, contro un conformismo omologante. Che nuoce all'Italia.

    Roma, 4 gennaio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  6. #36
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    Una domandina: ma sto Nicola Rossi chi cazzo è che non ne avevo mai sentito parlare prima?

  7. #37
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    Nasce la sinistra borbonica

    di Arturo Diaconale

    Più di duemila giovani della Margherita hanno inviato una cartolina a Romano Prodi per chiedere che il conclave della Reggia di Caserta non si concluda con il solito dibattito autoreferenziale a porte chiuse. Se l’iniziativa fosse stata presa dai giovani di uno dei partiti del centro destra la grande stampa l’avrebbe bellamente ignorata. Invece è venuta da una delle forze della coalizione governativa. E, così, i media fiancheggiatori l’hanno ripresa e rilanciata. Come a voler dimostrare l’ansia di trasparenza, di democrazia, di riforme che domina tra la futura classe dirigente della attuale maggioranza.
    I giornali che sostengono il governo sono convinti che così facendo hanno fornito il loro contributo quotidiano alla fabbrica del consenso che lavora a pieno ritmo per la maggior gloria del centro sinistra. Purtroppo per loro e per il loro zelo, però, hanno commesso un errore. La notizia non dimostra affatto che i giovani dei partiti della coalizione rappresentano una speranza per il futuro della coalizione stessa. Conferma, al contrario, ciò che nessuna interpretazione strumentale può nascondere. Cioè che la sfiducia nell’operato del governo e dei vertici del centro sinistra non riguarda solo l’opposizione ma pervade elettori e quadri delle forze politiche della maggioranza.

    I giovani della Margherita, in sostanza, non si fidano dei loro dirigenti. Temono che il vertice-conclave si risolva nella solita passerella di dichiarazioni d’intenti buona solo per la propaganda o, peggio, in una serie di messaggi trasversali e criptici scambiati rigorosamente tra i soliti noti. La loro sfiducia e la loro preoccupazione sono talmente forti da averli spinti a rinunciare all’uso dei canali di comunicazione interni e riservati dei partiti e ad assumere una iniziativa volutamente pubblica. Ed anche questo è un segnale politico inquietante. Perché dimostra che quei canali, attraverso cui un tempo passava la linfa vitale dei partiti, sono ostruiti e non funzionano affatto. E che lo stato maggiore del centro sinistra riunito nella Reggia di Caserta viene visto dalla propria base giovanile come una casta chiusa, sorda agli apporti esterni e preoccupata solo di badare ai propri interessi. In una parola in una sorta di corte formata da baroni interessati esclusivamente al mantenimento dei loro privilegi feudali. Non è un caso, allora, che l’incontro si svolga nella Reggia di Caserta. E che segni la nascita di un nuovo tipo di sinistra. Quella borbonica.

    tratto da http://www.opinione.it/

  8. #38
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    1997-2007: DIECI ANNI PERSI. LA SINISTRA RIFORMISTA E’ COME L’ARABA FENICE

    “Li abbiamo fermati”, è stata questa la frase più citata dagli organi di stampa dopo la conclusione del vertice di Caserta. Parole dette dal segretario di Rifondazione comunista per commentare, con soddisfazione, lo stop dato ad ogni ipotesi di riforma delle pensioni. In effetti è stato quello il senso del tanto atteso conclave del centro sinistra, lo stop alla “fase due” o al varo di un’agenda riformista per il governo che aveva nelle pensioni il suo punto di forza. Alla vigilia dell’incontro, mercoledì 10 gennaio, il Manifesto pubblicava un’intervista a Fabio Mussi, leader della corrente di sinistra dei Ds. Titolo: Prima riforma: basta con i riformisti. Detto e fatto. In perfetta sintonia con l’auspicio del ministro dell’Università, da Caserta è uscita così una sola novità: a sinistra i riformisti, se mai sono esistiti, sono morti. Profetiche, a questo riguardo, le parole dell’economista Nicola Rossi, al momento della sua uscita dal partito. Il problema non è, comunque, solo quello delle pensioni. Che fine hanno fatto la Tav, la riforma della legge elettorale, i Pacs, le liberalizzazioni? Lettera morta. Tutti gli argomenti che potevano essere fonte di divisioni sono stati accantonati. L’unica misura di rilievo decisa è stato lo stanziamento di 100 miliardi per lo sviluppo del Sud, una cifra composta in gran parte da fondi dell’Unione Europea contrattati, fra l’altro, dal precedente governo. Un po’ poco per aprire una fase nuova nella vita dell’Esecutivo.
    A distanza di 10 anni dal tentativo precedente, il centro sinistra sta perdendo così un’altra occasione importante sulla strada di dar vita ad una moderna sinistra di governo. Era il 1997 infatti quando D’Alema tentò di dar vita ad una svolta riformista, come presidente della Bicamerale e come segretario del Pds. Rileggendo oggi le conclusioni della Bicamerale si resta meravigliati di come il confronto fra i partiti fosse arrivato, allora, a posizioni molto più avanzate rispetto a quelle su cui si discute oggi, lo stesso accade per il dibattito congressuale, e le scelte politiche, del Pds. Basti per tutti un esempio, sotto il secondo profilo. Ricordiamo che allora il confronto interno al Pds, poi Ds, era incentrato sul dualismo D’Alema Veltroni. Prendiamo uno dei temi più delicati, ed anche oggi più che mai attuale, quello della riforma del welfare. Citiamo testualmente dal libro “Politica in Italia” edito dal Mulino, una collana che anno dopo anno riporta e commenta la vita politico-istituzionale del nostro Paese: “Per Veltroni e D’Alema (quindi per tutto il partito, ndr) la sinistra dovrebbe coniugare gli ideali del passato con una valutazione realistica delle condizioni presenti (mondializzazione, etc.), abbandonando, per esempio, la tradizionale difesa del posto di lavoro a tutti i costi e riconoscendo la necessità di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro: Veltroni ha per esempio sostenuto che i salari dovrebbero essere collegati ai livelli e all’andamento della produttività e che si dovrebbero favorire strumenti come il lavoro interinale e i contratti d’area. Il governo del presidente Clinton che, con politiche rispettose dei vincoli di bilancio, ha permesso la creazione di undici milioni di posti di lavoro, è stato uno dei modelli indicati dal vice di Romano Prodi (che allora era Veltroni, ndr.) (La politica in Italia, i fatti e le interpretazioni, ed. 1998, pag. 91).” Non importa essere dei politologi per capire che siamo lontani anni luce dai contenuti del dibattito su cui oggi indulge la sinistra. E pensare che correva l’anno 1997. Un’ evoluzione tipica del gambero, un passo avanti e due indietro. Posizioni più liberali nel ’97, più conservatrici nel 2007, un’involuzione che va di pari passo con l’accresciuto peso, numerico e politico, che la sinistra alternativa ha assunto, oggi rispetto ad ieri, all’interno dell’Unione.
    Quasi patetico in questo contesto Piero Fassino. Dopo aver ingollato a Caserta la bocciatura della “fase due”, ha atteso la chiusura del convegno per rilanciare la necessità di fare la riforma delle pensioni. Una politica delle parole alla quale i riformisti, se davvero tali, non possono più abboccare.

    tratto da http://www.pensalibero.it/

  9. #39
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    A Caserta i Riformisti sono sconfitti
    A Milano si attendono i volenterosi

    di Biagio Marzo

    A Caserta non ci sono state novità, anzi ci sono state soltanto conferme. Il governo Prodi si è attestato sulle posizioni che lo hanno caratterizzato da quando è stato varato alle Camere, sordo alla cultura riformista. Proprio per questo deficit di riformismo, Nicola Rossi e tanti altri della sua medesima pasta sono sul piede di guerra contro il Presidente del Consiglio, reo di privilegiare chi si batte per lo status quo, ossia per una politica che guarda all’indietro, al passato. Figurarsi che nel Dpef di luglio, è stata paragonata la situazione del 2007 a quella del 1992. Il che è stato un disastro. Come un disastro è stato aver criticato violentemente il modo in cui Berlusconi ha governato. Serve ciò solo per aumentare il tasso di contrapposizione tra maggioranza e opposizione, senza portare per il Paese alcun beneficio, insomma, alcun risultato concreto. Grazie all’iniziativa di Daniele Capezzone si è costituito il tavolo dei “volenterosi”, nato per dare un taglio liberale alla Legge finanziaria di stampo classista.

    A questa iniziativa, tralaltro, si è legato Nicola Rossi, diventando un protagonista assieme a Daniele Capezzone, infaticabile ideatore di questo gruppo inedito dal punto di vista culturale e politico. Il quale Rossi ha preso le distanze dai Ds e, nello stesso tempo, ha potuto dire la sua sulla situazione economica e politica, senza più la preoccupazione di commettere un atto di lesa maestà nei confronti del proprio partito e del governo. L’ha fatto brillantemente, da par suo, con le sue “Osservazioni critiche”, pubblicate sul Corriere della Sera. Adesso, si aspetta l’iniziativa dei “volenterosi” di Milano, del prossimo 29 gennaio, per avere un quadro più completo della politica che Capezzone e Rossi, con gli altri loro partner, vogliono intraprendere per la soluzione del “Caso Italia”, per dirla con Marco Pannella. La Milano dei “volenterosi” è un appuntamento importante, dopo il “seminario” di Caserta, voluto da Romano Prodi per dare una sterzata “etica” alla coalizione e per arrestare il declino economico e, nel contempo, innestare la marcia della crescita, azzerando gli ostacoli che ci sono sua sulla via.

    La via del governo era lastricata di buone intenzioni, ma, a Caserta, la svolta non c’è stata. Se, da un lato, il governo ha privilegiato, tanto per cambiare, gli investimenti al Mezzogiorno, dall’altro, ha bloccato le liberalizzazioni sulle quali Bersani era pronto a fare approvare, ma non ha potuto nemmeno discuterle per lo stop di Rutelli. Sulle pensioni, c’è stato molto fiato sprecato da parte di Giuliano Amato favorevole alla riforma, ma una nuova Legge non è stata presa in considerazione, per non scontentare i massimalisti e i sindacalisti. Dalla montagna è stato partorito il topolino. Ancora una volta, hanno vinto i massimalisti e hanno perso i riformisti, nonostante che il Presidente del Consiglio abbia ripetuto che è fantapolitica che esista una divisione all’interno dell’esecutivo, o, meglio ancora, un braccio di ferro tra le due culture di governo. E riformismo non è sinonimo di trasformismo, come vorrebbe far credere il Fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, nella sua difesa ossessiva dell’attuale premier, bensì, è, alla lettera, l’atteggiamento politico che valorizza una strategia fondata sull’ottenimento di riforme, nell’opinione che il sistema politico sia suscettibile di cambiamenti strutturali in positivo.

    Esso si contrappone alla prospettiva massimalista, in cui si ritiene che il sistema non sia riformabile e che l’unico mezzo per imporre mutamenti non sia più possibile attraverso l’uso della trasformazione radicale, ma attraverso la conservazione dell’esistente. Una chiave di lettura in linea con l’atteggiamento dell’ala massimalista all’interno del governo. Per fare le riforme, è stato detto, ci vuole consenso, ma, a quanto pare, la maggioranza lo ha perso, ragion per cui, il governo, a Caserta, ha parlato a coloro che oggi sono una minoranza nel Paese. Non avendo avuta la forza per liberarsi dei diktat ideologici, Prodi sta al governo, ma non sta governando. Fatto sta che dalla caduta della Prima Repubblica all’avvento del governo dell’Unione, l’attuale maggioranza non ha costruito un progetto per poter governare. Che per la sinistra di governo significa avere una cultura riformista capace di sconfiggere le tante mani morte di rendita che sono presenti nella nostra economia e avviare un processo di modernizzazione e di sviluppo. A tutto questo si aggiunge il fatto che la coalizione è una sorta di circo Barnum dove c’è tutto e il contrario di tutto. Dalla liberale Bonino al dirigista Bianchi, dal populista Di Pietro al comunista Ferrero, dall’ambientalista Pecoraro Scanio all’industrialista Bersani.

    Di fronte a ciò, come non si può non essere d’accordo con Nicola Rossi che, nel suo saggio scritto per il quotidiano di Via Solferino, non bada tanto agli affari attuali di governo, quanto alla visione della politica, criticata per come essa viene fatta nel presente, alta, si augura, in prospettiva. E comunque, contrario alla politica incentrata sui rapporti di forza interni e lontano mille miglia dall’immagine da taverna che la maggioranza dà di se stessa, immancabilmente. Per lui, la politica significa volare alto; comunque che sia in grado di superare la rottura tra Paese reale e Paese legale. Una rottura profonda provocata, in poco tempo, dal governo Prodi. Che, nell’immaginario collettivo, stando ai sondaggi, sta facendo rimpiangere quello precedente di Berlusconi. Sennonché, la presa di posizione dura di Rossi è anche un campanello dall’allarme per i riformisti che, il più delle volte, sembrano colpiti da una afasia acuta, rispetto al baccano e ai guasti dei massimalisti.

    tratto da http://www.opinione.it/

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    la voce di oggi, per Macaluso i ds destinati a scomparire

    Emanuele Macaluso l’ha scritto a chiare lettere sul "Riformista". I Ds sono destinati a scomparire, e anche rassegnati a tanto. Sono gli ultimi colpi sparati da un dirigente comunista di lungo corso cresciuto alla scuola di Togliatti. Macaluso avrebbe visto da tempo una sponda sicura al battello salpato dal lido comunista ai tempi della Bolognina: il socialismo italiano. In parole povere annullare la scelta compiuta a Livorno nel 1921. Cosa aveva detto in fondo D’Alema nel congresso tenuto al Lingotto di Torino nel 2000? Che nella lunga disfida fra socialisti e comunisti svoltasi per quasi tutto il corso del secolo passato, “avevano ragione loro e non noi”. Peccato che il paradosso della storia era la disgregazione dell’unità del Psi, e la tenuta - anche se sotto un altro nome - del vecchio Pci, il quale si era prima aperto, contaminato e poi nuovamente richiuso in un organismo politico che vedeva la sua classe dirigente con almeno trent’anni di anzianità. E questo gruppo dirigente non accettava l’idea di prendere il nome socialista, ossia di ammettere l’errore compiuto. E probabilmente non poteva perché il peso della propria identità politica, anche se sconfessata, resta. Da qui la costrizione ad ulteriori evoluzioni e l’impossibilità di una forma riconosciuta, certa. Il partito democratico che si vorrebbe fare, e che a questo punto si farà con parti rilevanti del mondo democristiano, l’antico avversario, diventa, più che il compimento di un processo politico, un redde rationem. Macaluso scrive: “Il segretario di questo partito (i Ds) continua a riempire giornali e tv di lunghe interviste ma non coglie l’essenziale: la perdita di un ruolo incisivo dei Ds nella coalizione governativa e nel Paese” e aggiunge: “Non basta ripetere come un disco rotto che il segretario è impegnato a spiegare al popolo la Finanziaria (con l’aria di chi l’ha subita) e a costruire il futuro partito democratico (con l’aria di chi incontra scetticismo). La politica è spietata”. Vai infatti a spiegare che la Binetti e la Melandri debbono stare nello stesso partito. Financo Umberto Eco che è stato una musa ispiratrice per la sinistra italiana di questi ultimi 15 anni, è parso scandalizzarsi: come fanno i cattolici praticanti ed i laici a stare nello stesso partito? Come si fa a superare di colpo la divisione europea fra socialisti e popolari? Per questo i Ds impegnati in questa impresa appaiono a Macaluso “come una forza senza riferimenti sociali ed ideali, alla ricerca disperata di nuove identità”. E per questo perdono i pezzi: Nicola Rossi, Caldarola, la Bresso. Il sindaco torinese Chiamparino non si scompone e tiene botta: “Perdere pezzi è normale se vogliamo imitare Blair”. Vero, ma non sul versante riformatore, cioè non si perdono quelli che la politica economica di Blair hanno sostenuto, per restare con quelli che invece l’hanno contrastata. Al momento restano le ali radicali nei Ds, le quali, al momento opportuno, cioè quando si stringerà l’accordo per il partito democratico, magari sacrificando l’appartenenza al Pse, lasceranno a loro volta. E’ in quel momento che si vedrà come sia rimasto soltanto il corpo burocratico del partito, assessori, amministratori, deputati, senza essere sicuri del loro stesso passato sostegno elettorale. Un gruppo variegato ma non sufficiente a equilibrare la maggior coesione della Margherita, che probabilmente vede la fusione come un trionfo, ottenuto senza particolari perdite.
    Un orgoglioso combattente come Macaluso ha molte ragioni per disperarsi. D’altra parte, quando la sinistra italiana trova come massimo rappresentate la componente marxista, legata al socialismo reale, in un mondo radicalmente trasformato che ha assistito al crollo dell’Urss e dell’ideologia che l’Urss raccomandava, per quale ragione avrebbe mai dovuto sopravvivere? Già nell’89 la fine era annunciata.

 

 
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