In questi giorni di dibattiti sulla legge finanziaria, l´ex ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, è onnipresente sui media per darci lezioni di finanza pubblica, di risanamento finanziario, di liberalizzazioni, insomma di buon governo. A sentirlo parlare e a leggere le sue risposte sembra che il governo di cui era pilastro ha lasciato in eredità al centrosinistra un bilancio pubblico sostanzialmente in ordine, un ventaglio di ottime riforme strutturali, prosperità.
La realtà è ben diversa. Di seguito, si contrappongono ad alcune fantasiose ricostruzioni dell´ex ministro (tratte dal suo «Incontro Digitale» con i lettori del Corriere della Sera) i fatti:
1. Tremonti: «I conti vanno meglio di quanto detto in campagna elettorale».
Falso.
I conti pubblici italiani vanno come previsto in campagna elettorale.In assenza di interventi, il disavanzo nel 2007 sarebbe stato pari al 4,3 percento del Pil, il saldo primario sarebbe stato quasi nullo ed il debito pubblico sarebbe cresciuto per il terzo anno consecutivo, portandosi a ridosso del 108 percento del Pil. In sintesi, senza la «manovrina» di inizio luglio e le misure contenute nel disegno di Legge Finanziaria ora in discussione in Parlamento, l'Italia avrebbe clamorosamente mancato gli obbiettivi sottoscritti dal governo Berlusconi nel Programma di Stabilità del dicembre 2005.
2. Tremonti: «Se uno va a vedere dentro al provvedimento nota che quanto è necessario per mettere a posto i conti è 15 miliardi di euro».
Falso.
15 miliardi sono necessari a correggere l'andamento tendenziale, ossia a legislazione vigente. Ma, l'andamento tendenziale costruito da Tremonti prevedeva l'assenza di risorse per il funzionamento ordinario di Anas e Ferrovie dello Stato, per il rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, per i contratti in essere sottoscritti dal ministero della Difesa e da imprese pubbliche. Insomma, oltre 7 miliardi di euro fatti sparire dal deficit per superare la scadenza elettorale. Quindi, a meno di non bloccare le principali reti di trasporto italiane, rinviare oltre il 2009 i rinnovi contrattuali e incorrere in sanzioni penali, la manovra per il 2007 doveva farsi carico di ripristinare dotazioni essenziali per il paese..
3. Tremonti: «Il governo ha cercato di mettere le mani sul Tfr... per i lavoratori ha un solo significato: quei soldi non li rivedranno mai più». Per le imprese, «ciò vuol dire che un'azienda con 49 addetti non assumerà più nessuno in Italia o comprerà una macchina ruba-lavoro».
Falso.
Per i lavoratori non cambia assolutamente nulla. Non cambiava con la norma contenuta nella versione del Disegno di Legge approvato dal consiglio dei ministri il 29 settembre, non cambia nulla con l'accordo tra governo, sindacati e Confindustria di lunedì scorso: i lavoratori che, scegliendo di non destinare il Tfr ai fondi di previdenza complementare, verseranno la relativa contribuzione all'Inps riceveranno dall'Inps esattamente il trattamento di oggi, sia in termini di importo che in termini di accesso anticipato al maturato da utilizzare per l'acquisto della casa o per le altre spese previste [...]
4. Tremonti: «Noi abbiamo fatto importanti riforme per il contenimento della spesa pubblica, come la riforma delle pensioni, per esempio, considerata in Europa la migliore insieme a Svezia e Austria».
Falso.Dal 2001 al 2005, la spesa pubblica corrente, al netto degli esborsi per pagare gli interessi sul debito pubblico, è aumentata di 2,6 punti percentuali in termini di Pil, tornado ai livelli del 1993, azzerando così i faticosi miglioramenti realizzati dai governi di centrosinistra negli anni '90. Inoltre, la riforma delle pensioni considerata la migliore in Europa non è quella che ha portato al brutale ed iniquo innalzamento dell'età per l'accesso alla pensione di anzianità (il cosiddetto «scalone» del 2008), ma quella fatta nel 1995 dal governo Dini con l'accordo di sindacati e Confindustria: è l'introduzione del metodo contributivo che ci ha posto all'avanguardia in Europa e ci ha consentito di ridimensionare l'impatto sui conti pubblici dell'invecchiamento della popolazione [...]
5. Tremonti: La via scelta da Visco per combattere l'evasione fiscale è sbagliata, «ci ha portato dal '96 al 2000 ad avere il record dell'evasione in Italia».
Falso.
Dal 1996 al 2001, le riforme fiscali e l'efficacia dei controlli amministrativi hanno portato ad una significativa riduzione dell'evasione fiscale. Sono i dati ad evidenziarlo: tra il 1998 e il 2001 l'eliminazione di 24 imposte e la riduzione di contributi sociali avrebbe dovuto determinare una caduta di gettito per oltre 4 punti percentuali di Pil. Il gettito è, invece, rimasto costante intorno al 42 percento del Pil. In altri termini, si sono recuperate risorse facendo pagare meno i contribuenti in regola, ma facendo pagare di più quanti evadevano. Esattamente il contrario di quanto avvenuto nella stagione dei condoni voluti dal centrodestra.
6. Tremonti: «Per contrastare l'evasione bisogna migliorare gli studi di settore, instaurare un rapporto di fiducia con il contribuente e soprattutto abbassare le aliquote».
Vero.Il governo nel Disegno di Legge Finanziaria appena presentato ha previsto misure per migliorare gli studi di settore e per semplificare i rapporti con i contribuenti. Inoltre, ha preso l'impegno politico a destinare le maggiori risorse recuperate dalla lotta all'evasione a riduzione di aliquote. Tuttavia, una domanda viene naturale: perché il brillante professore nella sua lunga esperienza di governo non ha messo in atto i consigli che ora dispensa con tanta sicumera? Dov'è stato seduto negli ultimi 5 anni, sulla poltrona di Quintino Sella o sui banchi dell'opposizione? Perché non ha dimostrato di credere veramente, non solo a chiacchere, alla favolistica reaganiana che «aliquote più basse hanno portato entrate più alte»?
La risposta è semplice, ma impossibile da dire per il maggior condonatore della storia nazionale: abbassare le aliquote porta maggori entrate solo se accompagnato da un'efficace contrasto all'evasione. Si potrebbe andare oltre. È lunga la lista delle falsità ribadite con disinvoltura nella propaganda del centrodestra. Ma forse i pochi esempi citati possono bastare per capire la qualità di una parte, purtroppo rappresentativa, della classe dirigente del paese.
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