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  1. #1
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    Predefinito 12 - Le Memorie di SM V.Emanuele III

    Ripropongo uno scritto di Malnati sull'argomento...
    Di questi tempi infatti si è ricominciato a parlare di queste memorie


    LE MEMORIE DI RE VITTORIO

    Penso sia il caso di affrontare, senza inutili remore, il problema delle famose memorie di Re Vittorio Emanuele III.
    Per inquadrarlo, va detto subito che esse non vanno confuse con il cosiddetto “diario” del medesimo Re, sull’esistenza e sul contenuto del quale non esistono dubbi: si tratta di 675 fogli staccati, che abbracciano tutta la vita del Sovrano, nei quali sono riportati con molta sintesi un gran numero di fatti singoli, datati scrupolosamente, ma senza un disegno globale e senza una continuità giornaliera (diversi periodi sono privi di annotazioni). Tanto per fare un esempio, il foglio 51, che va dal 1° giugno all’8 settembre 1896, comincia come segue: “1° giugno, Mosca, We meet” - 5 giugno, Mosca, I decide - 6 giugno, Mosca, The photo” (vuol dire che in quei giorni, trovandosi a Mosca per l’incoronazione di Nicola II° di Russia, sono maturate tre tappe del suo fidanzamento con Elena di Montenegro, e cioè l’incontro, la decisione, le fotografie; l’uso dell’inglese è eccezionale, e si ripeterà solo il 26 ottobre 1917 a proposito di Caporetto: “What caused it all?”).
    Queste, chiaramente, non sono “memorie”. Si tratta di documenti con alto valore cronistico, e nulla più.
    Le “memorie” sono ben altro.
    Testimonianze assolutamente credibili e concordi (il senatore Bergamini, l’ambasciatore Guariglia, la contessa Maria Ludovica Calvi di Bergolo, il generale Puntoni) riferiscono di un migliaio di fogli protocollo scritti di pugno del Re fra il settembre 1943 e il 1947, con una rigorosa narrazione dei fatti dal 1900 in poi. Una versione preziosa e fondamentale, che lo sfortunato Sovrano stese con uno scopo esclusivo e preciso: quello di offrire alla moglie amatissima, la Regina Elena, la possibilità di acquisire, con la vendita agli editori dei diritti sull’opera, mezzi economici sufficienti per vivere decorosamente anche in una eventuale vedovanza. Re Vittorio, infatti, si preoccupava moltissimo, e giustamente, della sua situazione finanziaria: i beni esistenti in Italia erano destinati ad essere avocati allo Stato, lui stesso aveva donato alla Patria la sua grande collezione numismatica, di valore immenso, il deposito a Londra presso la Hambros Bank (conseguente al premio assicurativo per l’assassinio di Umberto I) era bloccato in attesa dell’esito della causa con la quale la Repubblica pretendeva di impadronirsene. Diversi editori gli avevano già offerto grosse somme perché raccontasse quello che aveva appreso, in tanti anni, nella sua vita di Re. Egli non si sentiva di privare Elena di questa risorsa, e lavorò intensamente per oltre tre anni, custodendo con ogni cura quei fogli, che costituivano un patrimonio.
    Bergamini, nel 1945, trovò 180 fogli già pronti, e potè leggerne una buona parte; a suo dire, quei centottanta fogli arrivavano fino al 1920, ed erano estremamente interessanti, chiarificatori, convincenti.
    Che è accaduto di questa opera?
    Secondo Renato Barneschi (cfr. “Elena di Savoia - ed. Rusconi, pagg. 317, 1986”), che si richiama ad una sua inchiesta innegabilmente accurata, le cose sarebbero andate come in appresso.
    All’inizio del 1948, durante la permanenza ad Alessandria d’Egitto di Re Umberto II° per i funerali del padre, sarebbe insorto un doloroso contrasto, fra lui e la madre, proprio per quelle “memorie”. Re Umberto si sarebbe opposto drasticamente alla loro pubblicazione, reclamandone comunque la consegna, mentre la Regina Elena avrebbe rivendicato la proprietà di quegli scritti, destinati a lei. La questione si sarebbe risolta nel senso che il materiale rimanesse alla Regina, ma che la stessa, almeno per il momento, si astenesse dalla pubblicazione.
    In effetti, il 28 novembre 1952, quando anche la Regina mancò ai vivi, le “memorie” erano ancora inedite, e non avevano quindi consentito quel legittimo guadagno sul quale contava il defunto Re.
    Per questo nuovo funerale, Re Umberto si recò naturalmente a Montpellier. Stando al racconto di Barneschi, avrebbe ripetutamente fatto ricerche del grosso incartamento, senza peraltro trovarlo. In realtà, esso si sarebbe trovato presso un collaboratore della Regina, che sarebbe stato incaricato dalla medesima di farlo avere riservatamente alla figlia Jolanda, e che avrebbe eseguito il mandato consegnando il tutto, in assenza di Jolanda che era rimasta a Roma, al marito ed alla figlia Maria Ludovica. Alla fine, quindi, le “memorie” sarebbero state, dalla fine novembre 1952 in poi, nella disponibilità di Jolanda di Savoia..
    Maria Lodovica, per anni, non sentì più neppure parlare dell’argomento; solo, verso il 1976, ne avrebbe chiesto ai genitori, sentendosi dire, con un certo imbarazzo, che tutti i fogli erano stati bruciati anni prima, e che non avrebbero contenuto “nulla di importante” Essa aggiunge che probabilmente la madre e il padre si erano consultati con Re Umberto, col quale avevano frequenti contatti.
    Re Umberto, interpellato a più riprese da studiosi ed editori, smentì sempre seccamente l’esistenza di documentazione di questo tipo. In particolare lo fece nel 1960, e con molta asprezza, nei confronti del giornalista e scrittore Giorgio Pillon, che era arrivato da lui come latore di importanti proposte finanziarie della “Rizzoli”, ben decisa a rendersi acquirente di una opera storica di tanto spessore.
    Circa la ragione dell’atteggiamento di Umberto II, la spiegazione, peraltro non chiarissima, viene data, sempre dalla contessa Maria Lodovica Calvi di Bergolo, riferendo una dichiarazione della madre Jolanda. Quest’ultima le avrebbe riferito la tesi svolta da Umberto durante le quotidiane discussioni, nel gennaio 1948, con la madre: la pubblicazione l’avrebbe “rovinato”, in quanto l’autore avrebbe espresso giudizi su persone ancora vive, e ne sarebbero derivate gravi e pericolose polemiche.
    Arrivati a questo punto, sembra giusto trarre qualche ragionevole conclusione.
    Prima di tutto, non vi è motivo di dubitare della sostanziale correttezza della ricostruzione che precede, verosimile e difficilmente smentibile. Su un solo punto mi permetto di essere dubbioso. Mi pare molto strano che documenti di tanta rilevanza e di tanto valore economico siano finiti, così semplicemente, in fumo. Sarebbe stato più logico affidarli ad un notaio, a condizioni ben precise nell’interesse dei depositanti.
    Certo, io non so nulla. Ma gli attuali eredi di Casa Savoia, che probabilmente non sono al corrente neppure loro, ritengo abbiano un legittimo interesse ad approfondire i fatti. E’ possibile che persone come Re Umberto, sua sorella e suo cognato, di squisita sensibilità e ligi al dovere, abbiano preso, tutti insieme, una decisione tanto anomala?
    In altre parole, non abbandonerei la speranza di ritrovare, attraverso questo memoriale, la voce stanca e triste del nostro Re tradito e vilipeso.
    Resta da capire quale fosse il vero pensiero di Re Umberto nel momento in cui si opponeva a pubblicare gli scritti paterni.
    I maligni ed i malevoli (sono la stessa cosa) insinuano che agisse in tal modo nel proprio esclusivo e personale interesse, avendo notato in quelle pagine, che aveva ovviamente letto, giudizi negativi sulla sua persona e sul suo operato.
    Io lo escludo.
    Può essere, anzi è abbastanza probabile, che Vittorio Emanuele III abbia commentato con amarezza il fallimento dell’istituto della luogotenenza, così come era stato applicato dal giugno 1944 in poi. In effetti, quel periodo fu una repubblica anticipata, e il Luogotenente, con la migliore buona volontà, nulla poté fare per opporsi a quello che era stato un primo colpo di Stato. Ma è difficile che il Re, nella sua obbiettività, non abbia saputo distinguere, nell’ambito della indubbia debolezza del figlio verso la prepotenza del CLN, fra la responsabilità altrui e la possibilità concreta, per Umberto, di resistere al fortunale in mezzo al quale era stato gettato dall’astuzia avvocatesca di Enrico De Nicola, dal brutale dilettantismo degli anglo-americani (militari e politici), e dalla violenza faziosa dei repubblicani italiani.
    Se anche fossero stati pubblicate parti dell’opera contenenti una problematica siffatta, sarebbe stato facile per Umberto spiegare la propria posizione, e addirittura trarne vantaggio, giustificando firme apposte per mero obbligo politico, essendo tutti i poteri, di fatto, gestiti dal governo golpista dei CLN.
    A mio avviso, l’atteggiamento di Umberto II, nel 1948 e in seguito, ha ben altra motivazione, di carattere generale, in rapporto a quella che era la situazione interna ed internazionale di quegli anni.
    Le memorie di Vittorio Emanuele III erano sicuramente rivolte, in modo molto incisivo, contro gli americani, contro gli inglesi, e contro i partiti antifascisti, non solo di sinistra ma anche di centro, che si erano precipitati come sciacalli sull’Italia nel momento più grave della sua storia ed avevano preso lui come capro espiatorio.
    Ora, riportiamoci a quegli anni: siamo in piena guerra fredda, lo scontro tra Occidente ed Oriente è al calor bianco, l’Italia è nel campo occidentale ma minaccia di essere trascinata dall’altra parte. Conviene provocare uno scandalo, dividere le forze democratiche, fare il gioco dei comunisti? Può Re Umberto (al quale democristiani e liberali, all’atto della partenza nel 1946, hanno fatto capire ipocritamente che, se non creerà problemi, una restaurazione potrebbe anche avvenire fra poco tempo) portare avanti una polemica fratricida, mettendo alla gogna personalità di spicco del nuovo regime? Può permettersi di criticare quei Paesi che, nella nuova situazione, sono diventati nostri alleati nella lotta contro la minaccia bolscevica?
    Non per nulla questo argomento compare, pur sfumato, nelle dichiarazioni raccolte dalla sorella Jolanda, “de relato” della madre.
    E d’altra parte, esso corrisponde in pieno a tutta la linea politica tenuta dal Re in esilio fino alla sua morte nel 1983. Re Umberto sapeva tante, tantissime cose, ma volle sempre tenerle per sé, con grande discrezione e profondo disinteresse.
    “L’Italia innanzi tutto”, aveva proclamato.
    Ma oggi, oggi, vale lo stesso principio, in una situazione italiana e mondiale ampiamente cambiata e in continua evoluzione?
    Io non lo credo. E’ ora di fare luce, luce su tutto, senza riguardi, senza compromessi, senza paura. “La verità innanzi tutto, per il bene dell’Italia”. Questo deve essere il nuovo motto.

    Franco Malnati

  2. #2
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    probabilmente con la lungimiranza ed il passo dell'elefante che caratterizzano il potere reale, SM Umberto II avrà forse creduto in una debole repubblica, che durasse anche solo 50 60 70 anni; cos'è questo breve periodo rispetto alla millenaria tradizione sabauda? solo un respiro, anzi un colpo di tosse.
    quindi perchè mettere a repentaglio la vita della propria nazione, seppur ora repubblicana? meglio attendere miglior momento, sempre nell'ottica dinastica e millenaria, la quale credo abbia sostenuto l'ancora ultimo re d'Italia.

  3. #3
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    Predefinito

    Le memorie "apocrife" di VEIII, o almeno quelle contenute nel libro che mi sono comprato e che ancora, aimè, devo cominciare a leggermi.
    lupocattivo

 

 

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