Il fratello perfetto – fin da quando il Padreterno fu costretto a chiedere a uno notizie dell’altro – non esiste.
E la faccenda della “pecora nera” di solito è faccenda di fratellanza andata a male.
Più garbata della società civile, in quella politica il fratello-coltello è roba da
dissenso garbato, da rabbia trattenuta.
Ma lo stesso è di poco e molto di danno. Nelle settimane passate l’antica fraterna dissonanza tra Carlo De Benedetti e Franco Debenedetti (manco sul cognome si concorda), un repubblicanista e un riformista, era garbatamente riesplosa sulla riforma Gentiloni con una lettera di Franco a questo foglio:
“La disposizione di vendere in blocco le frequenze rese disponibili da Rai e Mediaset presuppone di individuare un acquirente unico, quello che costruirà il sempre sognato terzo polo tv. Ma una Telecom per legislatura non basta?”. Sulla piazza e sulla Finanziaria se ne (ri)dicono i fratelli Cacciari, Massimo il sindaco e Paolo il deputato.
Poi, i fratelli Prodi. Ora, la Prodi Bros. è epica bolognese con appendici
appenniniche e radici dossettiane.
Basta vedere la bella foto sul Corriere, tutta la fratellanza prodiana allineata,
chi matematico chi fisico, chi storico chi capo di governo, per dirla con
Craxi “il più stupido tra di noi suona il violino con le mani”.
Proprio il fratello storico, Paolo, ha fatto sapere al fratello premier, Romano, che la mania di parlare di “riforme” non va bene, che c’è un “uso troppo disinvolto” dell’inquieta parolina.
Ma in fondo, un fratello-coltello in politica è meglio di un fratello-coltello
nella, diciamo, società civile: la lama, almeno, è più finemente intagliata.
O almeno, più sottilmente tagliente.
Ferrara su il Foglio
saluti




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