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  1. #41
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    [Come la pensate voi? Io come D'Alema: "Questo Prodi è proprio uno str...."!
    ...
    Strano che Brunik non ci abbia fatto sopra un bel sondaggio !

  2. #42
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  3. #43
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  4. #44
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    Predefinito dalla voce di domani

    Chi vuole pensare che il governo sia caduto per colpa della legge elettorale, di un paio senatori ultracomunisti, o a causa dell’infingardaggine dei senatori a vita, ha pieno diritto di farlo. E sicuramente lo farà, anche per consolarsi della sconfitta che il centrosinistra ha subito al Senato sulla politica estera. Se invece c’è qualcuno disposto ad usare l’uso critico del proprio intelletto e vuole capire davvero che cosa non abbia funzionato, come sia possibile “il paradosso” di dover vedere cadere il governo proprio su ciò che maggiormente del governo era apprezzato - la politica estera, per l’appunto - costui è il nostro interlocutore. Interlocutore, il quale, magari oggi pensa che sarà difficile mettere insieme i cocci della giornata consumatasi al Senato, e che non basterà ottenere qualche solenne impegno formale dei leader della coalizione e tanto meno affidare un nuovo incarico a Prodi. Questo per la semplice ragione che nessun impegno formale può più rassicurare il governo in vista di un prossimo esame del Senato. Infatti, così come i senatori a vita hanno ostentato la loro indipendenza dalla coalizione, gli stessi senatori della coalizione hanno sentito il dovere di rispondere al loro codice morale. E se a qualcuno la morale dice che la base di Vicenza non deve essere ampliata ed i soldati in Afghanistan non devono essere mandati, non c’è nessuna logica di schieramento che può fagli mutare questa sua convinzione. Il reo confesso senatore Turigliatto ha già detto che ha centinaia di rose da potare, e in democrazia si vota come si preferisce e ovviamente si possono anche potare i propri roseti. Anche perché, sotto un profilo morale, appare più coerente il senatore Turigliatto, che fa quello che crede, rispetto a chi crede una cosa, come la metà e passa dei senatori dell’Unione, e poi ne fa un’altra per ragione di Stato. Per difendere lo Stato non basta seguirne la ragione, occorre anche credere che esso ne abbia una, perché quando non si crede in questa ragione, il danno si consuma lo stesso. Lo abbiamo pensato vedendo le dichiarazioni di Bertinotti su Vicenza, ne abbiamo avuto presto la controprova nel voto del Senato. La cosa vale per il governo: se si è contrari alle sue scelte è inutile chinare la testa ogni volta che si tratta di votare, perchè ci sarà pur sempre qualcuno che non ha voglia di chinare la testa.
    Venendo all’onorevole D’Alema, che è stato colpito ed affondato nel voto di mercoledì, egli ha confidato a dei giornalisti amici di non capire per quale ragione tutta la sinistra non abbia apprezzato il suo sforzo diplomatico, la sua posizione socialista, la sua massima apertura politica. Eppure la ragione è semplice: la sinistra ha capito, eccome, ma la sinistra non condivide. Non vogliono la base americana, non vogliono i soldati in Afghanistan. Il ministro degli Esteri è stato bravissimo nell’usare toni ed argomenti per celare l’esistenza di tali ostacoli, ma gli ostacoli restavano, e se la senatrice Franca Rame si sente obbligata a rinunciare alle sue opinioni in proposito, per salvare le sue ragioni, ecco un Rossi ed un Turigliatto che preferiscono salvare le loro opinioni. Se D’Alema non sposterà ulteriormente l’asse della politica estera, nel senso in cui la grande manifestazione di Vicenza si è espressa, dubitiamo che si possano persuadere Turigliatto e Rossi, e magari in un’altra occasione nemmeno la senatrice Rame. Questo il punto. Ora D’Alema non può andare oltre fin dove si è spinto, e l’esito del voto del Senato si rivelerà fatale. Noi non vorremmo apparire arroganti, ma nel ’99 avevamo offerto una collaborazione sulla politica estera all’onorevole D’Alema, a cui egli non ha dato molta importanza. Preferiva l’animata e vivace sinistra radicale ai noiosi testimoni del vetero - atlantismo. Ma se tu vuoi fare la politica atlantica, vuoi seguire la migliore tradizione delle alleanze internazionali dell’Italia, tu hai bisogno di chi rappresenta le tradizioni atlantiche e di chi ha siglato quelle alleanze. Altrimenti ti trovi nel campo avverso e non lo padroneggi lo stesso, perché appari troppo diverso, e in effetti lo sei. Questo è il problema politico dell’onorevole D’Alema. Non può tornare indietro, ovviamente. Ma aprire un nuovo corso, fare i conti con questa realtà che impone delle conseguenze politiche, questo può farlo. Forse gli sarebbe anche più consono. Altrimenti continui a dire cose di sinistra, per una sinistra che rifiuta di sostenerlo.

    (r. b.)

  5. #45
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  6. #46
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  7. #47
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    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    Chi vuole pensare che il governo sia caduto per colpa della legge elettorale, di un paio senatori ultracomunisti, o a causa dell’infingardaggine dei senatori a vita, ha pieno diritto di farlo. (r. b.)
    scusate amici, ma il governo è caduto o no che in mezzo a tutte le vostre pugnette strampalate non si capisce più niente?

  8. #48
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    non è caduto, perchè effettivamente prodi è l'uomo della provvidenza. Per la prima volta nella storia della repubblica abbiamo un governo morto vivente.

  9. #49
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    non è caduto, perchè effettivamente prodi è l'uomo della provvidenza. Per la prima volta nella storia della repubblica abbiamo un governo morto vivente.

  10. #50
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    Cessione Italtel, una procura setaccia gli affari di Prodi


    Gianmarco Chiocchi e Gianluigi Nuzzi

    Nell’indagine della Procura di Bolzano per corruzione, concussione e riciclaggio sulla vendita che nel 1994 Stet (gruppo Iri) fece di Italtel, gioiello delle telecomunicazioni, ai tedeschi di Siemens, con Goldman Sachs come advisor, gli inquirenti compiono ora accertamenti sulle attività del presidente del Consiglio Romano Prodi. Gli inquirenti altoatesini hanno avviato numerose verifiche sugli affari compiuti dai Prodi, sulle compravendite immobiliari della moglie, Flavia Franzoni. E, soprattutto, sulla loro attività professionale, a iniziare dalle consulenze ricevute negli anni ’90 da Goldman Sachs.

    La polizia giudiziaria ha quindi compiuto diverse attività. È andata una prima volta a Bologna, nello studio di Piero Gnudi, commercialista storico del professore, per acquisire documenti e fatture pagate ai Prodi da Goldman Sachs. È tornata una seconda volta a Bologna per prendere altre fatture dei Prodi presso gli uffici giudiziari e atti relativi a una inchiesta archiviata sulla cessione Cirio-Bertolli-De Rica. Nel frattempo sui Prodi sono stati compiuti accertamenti patrimoniali, finanziari e tributari su delega della Procura di Bolzano. Al vaglio le attività di numerosi soggetti: Romano Prodi, la moglie Flavia, alcune immobiliari partecipate da quest’ultima e da fiduciarie, la fondazione Il Mulino. I rapporti con Goldman Sachs sono ritenuti rilevanti per comprendere le dinamiche della vicenda.

    Tra il 1990 e il 1995 la banca d’affari pagò alla società dei Prodi, la Ase Analisi e Studi Economici srl, oltre 2 miliardi e 622 milioni, rivelandosi così il committente privilegiato dei Prodi. Prima di General Electric e Pacific Telesis International. Proprio in quegli anni si sviluppa la battaglia su Italtel. Nel 1992 inizia infatti la lotta per il controllo dell’azienda telefonica: Siemens, At&t, Ericsson e Alcatel cercano di aggiudicarsi il gruppo italiano. Nel maggio ’93 Prodi arriva all’Iri (che controlla Stet che a sua volta controlla Italtel) e interrompe le consulenze con Goldman Sachs per riprenderle nel settembre del ’94 quando lascia la presidenza. Ma i rapporti restano saldi: la banca è talmente soddisfatta di Prodi per i primi cinque mesi del 1993 da assegnarli un bonus speciale di 910 milioni. Un bonus che corrisponde a oltre un anno di compensi medi finora percepiti. Coincidenza vuole che Goldman Sachs, pochi mesi dopo, nell’inverno del 1993, riesce a scalzare Schroeders, come banca d’affari che per Siemens segue Italtel. Un affare da 2.500 miliardi.
    Negli stessi mesi viene stilato un documento Siemens, sequestrato in Germania, dal quale emerge che Prodi, nella veste di presidente dell’Iri, era a favore di Siemens rispetto ad Alcatel. Si arriva così al 12 maggio 1994 quando viene firmato il memorandum d’intesa tra Siemens Ag e Stet per acquisire Italtel. Nemmeno tre mesi dopo Prodi lascia l’Iri. Alla domanda se vi siano politici indagati, sia il Pm Guido Rispoli, sia il procuratore Cuno Tarfusser smentiscono: «Il “non poteva non sapere” - spiegano - qui non trova dimora». Bisogna quindi seguire i soldi. Si parte da Giuseppe Parrella, 75 anni, beneventano residente a Bolzano, già direttore generale dell’Azienda di Stato per i servizi telefonici (nell’allora gruppo Stet) e coinvolto in numerose inchieste di Tangentopoli. La procura di Bolzano ritiene che abbia gestito ben 141 miliardi di tangenti, una somma enorme, una volta e mezzo la tangente Enimont.

    Ebbene, uscito solo da pochi mesi dal carcere, dove era finito nel 1993, Parrella venne scelto dai manager Siemens per una missione delicatissima: metterli in contatto con le persone giuste di Italtel e Stet. In cambio? 9,7 milioni di marchi. Per gli inquirenti non si tratta di una consulenza. Per il pagamento nel marzo 1995 Siemens utilizza un conto presso la Raiffeisenland Bank Tirol Ag di Innsbruck, alimentato da fondi neri e intestato a un fattorino, Ernst Von Jagemann. Bonifico del 16 marzo 1995, tramite paradisi fiscali, spedito un mese dopo che la Commissione europea dichiara la compatibilità con il mercato comune della concentrazione Stet-Siemens AG. Sempre su quel conto tra il ’95 e il ’99 vengono movimentati 140-150 milioni di marchi, in parte finiti persino a politici nigeriani.

    Elementi che inducono il Tribunale a condannare i prestanomi di Parrella per riciclaggio e parlare nelle sentenze di mazzette nelle sentenze. Parrella ha ricevuto soldi da Siemens «per lo svolgimento di un’attività di mediazione di natura corruttiva nei confronti degli organi gestionali di Stet spa (gruppo Iri), per la realizzazione di un gruppo europeo di telecomunicazioni». Si cerca quindi di far emergere i rapporti dei manager di Siemens con gli italiani. Si avviano rogatorie, emergono altri 10 miliardi non contabilizzati versati da Siemens a Goldman Sachs International, utilizzando sempre il conto del fattorino Jagemann. A che servono? La Finanza è andata a Goldman Sachs di Milano, portando via documenti. gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it gianmarco.

    chiocci@ilgiornale.it

    mercoledì 18 aprile 2007, 09:02 - tratto da http://www.ilgiornale.it/?SS_ID=-1

 

 
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