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  1. #61
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    Predefinito i ds hanno solennemente smentito

    [mid]http://xoomer.virgilio.it/francesco.rinaldi29/KAR_ITALIANE/Celentano/Celentano_-_Sotto_le_lenzuola.mid[/mid]

    Un comunicato della segreteria ds ha solennemente smentito ogni illazione a proposito di conti esteri intestati direttamente od indirettamente al partito o e a suoi dirigenti. Qualcosa di simile lo fece a suo tempo il psi di Craxi a proposito delle illazioni giornalistiche sul conto protezione di cui poi la magistratura milanese dimostrò l'esistenza. L'unica differenza evidente è che allora il psi non aveva un suo alto esponente intestatario di un conto estero, come Consorte. Per lo meno noi credevamo che il presidente di Unipol, che aveva un conto cospicuo all'estero isieme al suo vice Spalletti, fosse indirettamente legato al vertice dei ds ("abbiamo una banca", ricordate?). Evidentemente ci sbagliavamo.

  2. #62
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    Quei conti, in Brasile

    Massimo D'Alema ha avuto, od ha, conti segreti all'estero, in Sud America, alimentati con quattrini che derivano dagli affari brasiliani di Telecom Italia? E' quel che emerge da alcune carte giudiziarie, che La Stampa ha pubblicato con grande evidenza riportando voci di spioni. Io non lo so, ed a naso non ci credo. Anzi, intravedo il trucco: quando i conti non saranno trovati si dirà che era tutto falso. Ed invece era quasi tutto vero, come noi abbiamo scritto e documentato con largo anticipo.



    Ma in un Paese che smarrisce la coscienza civile, dove anche l'opposizione si guarda bene dall'affondare il colpo, tutto finisce sempre sul tavolaccio penale e, a quel punto, il diritto e la cultura c'impongono di considerare innocenti quanti non siano già stati condannati. Anche se l'osservazione della realtà c'induce a sospettare del fatto che taluni non vengono mai nemmeno indagati. Fateci caso: accarezzi sulla testa un bimbo e rischi l'avviso di garanzia per pedofilia. C'è chi ha visto e male interpretato, ti dicono, è un atto dovuto. Mentre in altri casi, quando i fatti sono stati raccontati e riraccontati, quando ogni tanto, come capita adesso, si riscopre quel che già si sapeva, a certuni l'avviso di garanzia non arriva mai, non è mai un atto dovuto. La giustizia sarà cieca, ma vorrei si sapesse chi è il cane guida.
    E veniamo ai soldoni spariti in Brasile, partendo dal ruolo della Quercia. Dalle carte giudiziarie emerge oggi l'esistenza di un dossier “Oak” coltivato, a quel che apprendo, dagli spioni della Telecom e da uomini dei servizi segreti, i quali avevano intercettato un segretissimo rapporto della Kroll (agenzia internazionale d'investigazioni private) che al nome “Oak” collegavano fondi neri destinati ai democratici di sinistra. Bella storia, ma noi l'abbiamo pubblicata da anni. Difatti, quando D'Alema sponsorizzò la scalata a Telecom dei “capitani coraggiosi”, quando mise Palazzo Chigi a disposizione di Colaninno, cosa che oggi lo imbarazza al punto da negare l'evidenza ed invertire le date per giustificarsi, la cordata degli scalatori non era affatto composta da italiani industriosi e risparmiatori, come volevano far credere, ma da società lussemburghesi a loro volta possedute da paradisi fiscali e dell'opacità. Fra i fondi che aiutavano la scalata c'era l'Oak Found, letteralmente il “Fondo Quercia”, il che conferma quel che Guido Rossi andava strillando: gli affaristi di palazzo Chigi non conoscono l'inglese. Avessero avuto confidenza con l'idioma, ed essendo gli stessi i dirigenti del partito della Quercia, avrebbero preteso denominazioni diverse. Chiederete voi: ma chi erano i proprietari di Oak Found? Non lo sa nessuno, perché nessuno ha mai saputo chi realmente scalò Telecom Italia. Nessuno sa chi l'ha venduta. Mentre si sa che a menare la danza furono gli stessi che poi riconobbero a Consorte e Sacchetti un compenso miliardario, versato in segreto ed all'estero, per i servizi resi alla proprietà di Telecom Italia. I due, del tutto casualmente, militano nel partito della Quercia.
    D'Alema non è neanche indagato. Se anche lo fosse difenderei la sua presunzione d'innocenza, e difendo oggi il suo buon nome dal sospetto di avere fondi segreti derivanti da reati. D'Alema non fu capace di eguale civiltà, ma questo è un problema suo. Però egli porta tutta intera la responsabilità politica di avere consegnato Telecom in mano a chi la fece a pezzi, distruggendo un patrimonio pubblico e disperdendo ricchezza all'estero. Alla quale torno.
    In Brasile quella gestione di Telecom fu protagonista d'investimenti totalmente dissennati, per centinaia di milioni di dollari, che non solo non produssero niente, ma furono poi azzerati in bilancio. Si era comperato il nulla. Possibile che fossero tutti scemi? Dove finirono quei quattrini? Documentammo alcune ipotesi, che portavano ancora ai paradisi fiscali. Va a finire che fra un paio d'anni, con comodo, leggeremo che qualcuno sta indagando. Ma si è anche saputo che in quel Paese Telecom è riuscita a pagare in contanti, con un camioncino della sicurezza bancaria imbottito di banconote, un proprio consulente. Vi pare normale? Magari quel tipo voleva fare come Paperon de' Paperoni, e tuffarsi in una stanza colma di talleri, ma non è affatto sensato e normale che Telecom lo assecondi pagandolo come prima dell'invenzione delle lettere di credito ed inducendo il sospetto che la destinazione finale sia un'altra. A questo s'aggiunga che, come raccontammo, quel signore non si sa nemmeno se fosse un consulente di Telecom od altro, visto che l'ufficio legale ne negava anche l'esistenza, mentre l'ufficio pagamenti lo copriva di denari. Stai a vedere che un giorno qualcuno si metterà ad indagare anche su questo.
    E che dire dell'intreccio, in Brasile, fra Telecom Italia, Parmalat e Cirio, che si contesero la stessa persona, lo stesso amministratore, e visto il capolavoro combinato nelle ultime due c'è da domandarsi se Telecom non ha fatto la stessa fine solo perché aveva spalle finanziarie più forti. Che pensate, su questo s'indagherà?
    Tutte queste storie le abbiamo qui raccontate, e sorridiamo amaramente quando le vediamo rispuntare come fossero nuove nuove. Certo, la lentezza della giustizia è drammatica, e certo la pubblicazione degli atti giudiziari sarà una nuova ondata di palta. Ma il dramma vero è l'assenza di anticorpi, di reazione civile. Al fondo di questa storia c'è la malaprivatizzazione di Telecom ed il servizio reso dalla politica ad interessi privati. Quella era la buona ragione per suscitare ribellione ed opposizione politica, quello era il tema di una grande battaglia. Se tutto si trasferisce sempre nelle aule dei tribunali, vuol dire che c'è poca schiena dritta e poca lucidità mentale in politica o interessi inconfessabili, così come vuol dire che la realtà dei fatti si accerterà fra molti anni, e probabilmente mai.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=3944

  3. #63
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    Predefinito massimo sente puzza di bruciato

    oggi gli hanno arrestato Fulchir che una fonte ansa dava come collaboratore di bersani nel '99. Bersani smentisce, di certo Fulchir viene nominato presidente finmeck da d'alema durante il suo governo e si trova subito contro metà degli operai dell'azienda di caserta che lo accusano di macelleria sociale. Nella Fgci ai tempi d'oro, quando d'alema faceva quello in cui davvero credeva, insegnava la tatttica militare: "mai ammettere che sei in trappola, se ci sei caduto, alza il tiro del bersaglio, male che vada diranno che seio caduto percchè hai combattuto contro forze soverchianti". Oggi il ministro degli esteri ha pensato bene di attaccare la proposta di scudo missilistico statunitense. Sono gli americani che vogliono far fuori d'alema!

  4. #64
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    In una delle 73 telefonate depositate dal gip Clementina Forleo e che i legali degli 84 imputati dell’inchiesta Antonveneta stanno visionando Massimo D'Alema interviene in un colloquio tra Nicola Latorre e Gianni Consorte. È il 7 luglio del 2005 quando Consorte spiega a D'Alema che riusciranno ad avere circa il 70% di Bnl. E D'Alema replica: «Facci sognare».

  5. #65
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    per craxi bastò qualche monetina. Per D'Alema serviranno i dobloni.

  6. #66
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    Giornalista scomodo, D’Alema lo caccia

    ROBERTO BRUSADELLI

    Se un liberale come Giovanni Spadolini sosteneva che «l’unico giornale di cui i politici debbano occuparsi è la Gazzetta Ufficiale», si deve al senso dell’umorismo di Ugo La Malfa l’aver coniato il dispregiativo “pennivendoli”. Adesso un ex comunista come Massimo D’Alema usa addirittura l’aereo di Stato per distribuire «prebende agli operatori dell’informazione politicamente corretti» «e reprimende nei confronti dell’inviato de la Stampa, reo di aver pubblicato... ...indiscrezioni su “Baffino” e i presunti suoi conti segreti in Brasile, notizie che sarebbero pubblicate nel rapporto Kroll: e che rimane a terra. E non è neppure la prima volta: c’è un precedente, sempre a danno del quotidiano torinese. Ma chi è mai D’Alema per inibire a un giornalista il posto che gli spetta su un mezzo di trasporto pubblico?
    Senza falsi moralismi e senza esagerare episodi che si possono definire “baruffe da cortile”, bisognerebbe chiedersi quale sia, a parte l’umoralità dei potenti, la situazione della stampa nel mondo. Il 1° febbraio scorso, l’Organizzazione “Reporters sans frontières” ha diffuso il suo Rapporto annuale 2007 che “fotografa” la situazione della libertà di stampa in 98 Paesi. Questo documento registra le principali violazioni dei diritti dei giornalisti perpetrate nel 2006 e offre delle analisi tematiche e regionali sullo stato della libertà dei media e di Internet attraverso il mondo.
    «Il Rapporto presenta le principali violazioni della libertà di stampa compiute negli stati più repressivi, dalla Corea del Nord all’Eritrea, da Cuba al Turkmenistan. Ma non dimentica di analizzare la situazione nei Paesi democratici, dove ulteriori progressi potrebbero essere ancora realizzati e dove alcuni principi fondamentali della libertà di espressione sono ancora, a volte, rimessi in causa» dichiara Reporters sans frontières.
    «Siamo già preoccupati per l’evoluzione della situazione della libertà di stampa per il 2007», ha aggiunto l’Organizzazione. «Sei giornalisti e quattro collaboratori dei media sono stati uccisi nel mese di gennaio».
    «Ciò nonostante, al di là dei dati contenuti nel Rapporto - concernenti, per esempio il numero dei giornalisti uccisi ed incarcerati nel mondo l’anno scorso - Reporters sans frontières vuole attirare l’attenzione dell’opinione pubblica dopo un 2006 caratterizzato da una certa forma di apatia, a volte perfino di abdicazione, da parte dei Paesi democratici che non sempre hanno difeso i valori che sono chiamati a rappresentare. Mentre quasi tutti invocano oggi il rispetto dei diritti umani, ci possiamo chiedere, sulla base del silenzio e dell’inazione di alcuni e delle violazioni perpetrate da altri, chi ha oggi l’autorità morale necessaria per poter difendere efficacemente queste libertà», scrive Reporters sans frontières nell’introduzione del suo Rapporto.
    La controversia sulle caricature di Maometto pubblicate in Danimarca ha cristallizzato l’attenzione del mondo intero sulla problematica della libertà di espressione e del rispetto delle credenze religiose. Gli Stati democratici hanno appoggiato con poca convinzione la Danimarca - le cui rappresentanze diplomatiche sono state spesso colpite - e numerosi giornalisti sono stati minacciati o arrestati. Una situazione che sembrerebbe dimostrare che l’Europa, spesso troppo timorosa di compromettere le relazioni politiche con i regimi arabi e musulmani, ha rinunciato a farsi ascoltare e valere.
    In Medio Oriente, i giornalisti hanno nuovamente pagato il prezzo dell’instabilità politica che colpisce la regione. Almeno 65 professionisti dell’informazione sono stati uccisi in Iraq e i rapimenti si sono moltiplicati nel Paese e nei Territori Palestinesi. Nonostante le reiterate promesse dei loro dirigenti, numerosi Stati nel mondo arabo non hanno registrato i progressi necessari al loro processo di democratizzazione.
    In America latina, l’uccisione di una decina di giornalisti in Messico - crimini rimasti quasi sempre impuniti - la detenzione di più di venti giornalisti a Cuba, la degradazione della situazione in Bolivia, rappresentano alcuni esempi allarmanti che dovrebbero incitare la comunità internazionale ad essere più vigile.
    Inoltre, le violazioni della libertà di stampa in Asia raggiungono livelli allarmanti: 16 professionisti dei media sono stati uccisi, almeno 328 sono stati fermati, 517 sono stati aggrediti o minacciati e ben 478 media sono stati censurati nel 2006. La censura imperversa. Rari sono i paesi del Continente asiatico dove tutto può essere detto o scritto.
    In numerosi Stati africani, i giornalisti sono ancora denigrati dalle autorità. I governi dei Paesi del Corno d’Africa sono stati i più autoritari nei confronti della stampa nel 2006. Inoltre, gli uccisori dei giornalisti - per esempio in Gambia, in Burkina Faso e nella Repubblica democratica del Congo - beneficiano quasi sempre della protezione di governi complici o di responsabili politici potenti, e godono tutt’ora della più completa impunità.
    Infine, le “dittature di Internet” sembrano aver intensificato il loro controllo sui navigatori della Rete. Almeno 60 persone sono state imprigionate per aver pubblicato on-line dei testi critici nei confronti delle autorità dei loro Paesi. La Cina, pioniera in questo campo, ha dato l’esempio: Vietnam, Siria, Tunisia, Libia, Iran hanno seguito le orme del gigante asiatico... le prigioni per blogger e altri cyberdissidenti si moltiplicano.

    tratto da http://www.lapadania.com/

  7. #67
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    tratto dalla Voce Repubblicana di domani

    La Farnesina faccia attenzione

    Fossimo nei panni della Farnesina non sottovaluteremmo i commenti, non proprio lusinghieri, che provengono sul sito del quotidiano israeliano Haaretz alla nostra politica in medioriente, dopo le rivelazioni di quel giornale a proposito del presunto patto segreto fra “Roma e Damasco”. Perché saranno pure “illazioni basate su fonti non ufficiali”, ma rischiano di diventare un boato tanto assordante da far precipitare la credibilità dell’Italia. E questo perché, come scrive Maurizio Caparra sul Corriere della Sera. <<A Damasco è stato il titolare della Farnesina a lasciar intendere in pubblico che si deve anche ad Hezbollah e ad Hamas se le forze italiane in Libano oltre 2000 militari, non sono state bersagli di gravi attentati. Alla domanda di una giornalista araba sui rischi per il nostro contingente, D’Alema aveva risposto che attacchi di terroristi legati ad al Qaeda erano stati prevenuti grazie alla “collaborazione della stragrande maggioranza dei gruppi palestinesi”, dunque anche del primo partito, Hamas e “dell’esercito libanese e di tutte le componenti della società libanese”, quindi anche di Hezbollah>>. Ora se noi capiamo perfettamente le ragioni per le quali il governo italiano vuole limitare i rischi a cui sono esposti i nostri soldati, vorremmo che non si dimenticassero anche le ragioni per le quali i nostri soldati sono impegnati in missioni internazionali. Nella missione in Libano dell’Unifil, su cui pure il governo ha investito buona parte del suo prestigio, l’Italia si è assunta una funzione precisa, quale quella di esercitare un ruolo pacificatore di interposizione fra Hezbollah ed Israele e dunque di impedire una ripresa delle ostilità. Se si dovesse scoprire che sono i soldati italiani a godere di una specie di protezione, invece di offrirla, addio prestigio del governo. Ancora più grave la situazione, se mai accadesse, che mentre i nostri soldati sono amorevolmente protetti, le truppe di Hezbollah riprendessero a bombardare con o loro razzi i civili israeliani. La nostra ragione di preoccupazione verso questa missione italiana il Libano era principalmente dovuta ad i rischi a cui la nostra forza si sarebbe trovata esposta senza il preventivo disarmo di Hezbollah. Se il governo ha pensato di dimezzare questi rischi con un accordo con la Siria - e perché non anche con l’Iran?- , gli effetti sarebbero gravissimi per il nostro paese, che verrebbe considerato non solo inaffidabile, ma anche vile e proprio nel momento nel quale schiera le sue truppe. Ora è possibile che i razzi provenienti dal Libano e che sono tornati a colpire Kiryat Shmona, non appartengono alle milizie sciite, ma a dei provocatori palestinesi. Ma in frangenti tanto delicati basta una scintilla per provocare un incendio ed i soldati italiani si troverebbero in mezzo. Ancora non abbiamo capito che cosa hanno intenzione e che cosa possono fare. A parte le espressioni di gratitudine del ministro degli esteri italiano rivolte ad Hamas e ad Hezbollah, vi è il rischio concreto del conflitto. E se i soldati italiani se ne estraniassero, o peggio, fossero costretti a ritirarsi, non vorremmo essere nei panni del titolare della Farnesina. Per cui sarebbe opportuno, oltre a respingere le illazioni che vengono considerate infondate, preoccuparsi di valutare il campo di battaglia che sta riprendendo forma. Perché se Hamas, rompe i legami con Fatha, come è avvenuto, si rivolgerà interamente contro Israele ed il primo passo comporterà una unità d’azione con le milizie sciite in Libano. Del resto Hamas ed Hezbollah hanno due sponsor influenti, gli stessi: la Siria e l’Iran, e questi si muovono all’unisono. Bisognerà capire a questo punto cosa intende fare l’Italia.
    Abbiamo visto che il ministro degli Esteri italiano lascia a terra i giornalisti non graditi. Considerato che questi ultimi potrebbero aumentare a dismisura nelle prossime ore, il ministro degli Esteri godrà di molto spazio nei suoi prossimi viaggi.

  8. #68
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    l'onorevole Fini tende ad escludere l'ipotesi che d'alema abbia fatto un patto con la Siria. In effetti, la Siria è un paese serio.

  9. #69
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    ammazza che colorito cereo che ci aveva il Max a Ballarò, che aria dimessa, che sguardo basso, che mitezza rassegnata era quasi irriconoscibile il vecchio spezza ferro! Ma veniamo alle sue dichiarazioni. "Consorte non è Al Capone", oddio! Non so mica se è proprio un complimento, o un attestato di garanzia nei confronti del presidente Unipol. Non sarà Al Capone e meno male, ma con ciò mica si afferma che Consorte ha agito nel pieno rispetto della legalità. Mentre era ora che ci dicesse che i ds sostenevano la scalata di Unipole attivamente. Solo che inizialmente lo avevano negato e resta il fatto che i ds hanno sostenuto la scalata di un gruppo indagato per vari reati. L'avesse fatto Craxi, volevo vedere se i magistrati ci dicevano che non c'era rilevanza penale! Ha ragione Max invece nel dire che la scalata Unipol poteva fare bene all'economia italiana, una grande banca, denaro fresco, tutte cose gradite. Peccato che Consorte nella sua telefonata, più che dell'economia italiana, sembra preoccuparsi degli effetti di una super banca in mano loro, sulla imminente campagna elettorale. E poi in questo quadro, vammi a distinguere Unipol dai ds, alla faccia del conflitto di interesse!

  10. #70
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    Sono rimasto esterefatto dalla facilità con cui Belpietro ha demolito D'Alema!

 

 
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