ma la penso anche come i commercianti della Confesercenti che all'indirizzo di Prodi e Fassino hanno urlato: "Buffoni,andate a casa".


ma la penso anche come i commercianti della Confesercenti che all'indirizzo di Prodi e Fassino hanno urlato: "Buffoni,andate a casa".
omar proietti




Quale politica estera
Le posizioni di D'Alema su Hamas hanno già diviso il governo
Com'era facilmente prevedibile, le dichiarazioni rese dal ministro degli Esteri, onorevole D'Alema, su Hamas, hanno provocato un problema internazionale all'Italia, tanto che l'ambasciatore israeliano a Roma si chiede quale sia la vera linea diplomatica del Paese. E crediamo che con queste parole l'ambasciatore Meir si dimostri molto cortese nei riguardi del governo, perché noi, al suo posto, ci saremmo chiesti, semmai, quale sia la politica estera del governo italiano, sempre che ce ne sia una sola. Cosa difficile per questa maggioranza.
Facendo un passo indietro, vi è un apparente buon senso nelle dichiarazioni del ministro D'Alema. Egli infatti si preoccupa di non "regalare", Hamas ad Al Qaeda e ricorda che Hamas ha vinto le elezioni. Perché non discutere, allora? Perché non cercare un'intesa?
Perché, onorevole D'Alema - notiamo che glielo ha fatto osservare già il ministro Parisi - Hamas non riconosce Israele e non vuole riconoscerla. E nessuno fra i ministri degli Esteri dell'occidente è intenzionato a dare una patente di interlocutore ad Hamas, se essa non accetta l'esistenza dello stato ebraico, che la stessa Olp a suo tempo accettò. E se in linea di principio possiamo capire che, se l'onorevole Fassino (che a suo tempo voleva la conferenza di Pace con i talebani), e se l'onorevole D'Alema (che a suo tempo aveva professato la teoria dell'equivicinanza), vogliono sondare direttamente le disponibilità di Hamas, bene, lo facciano - forse hanno anche ragione - ma non impegnando il governo italiano. Noi potremmo anche capire un'iniziativa politica nei confronti di Hamas - e forse i Ds sono nelle condizioni di farla - ma non tale da mettere in campo l'esecutivo, perché questo creerebbe uno scompenso, e già lo ha creato, in ambito occidentale e dell'Unione europea. Ci stupisce che l'onorevole D'Alema, che pure ha una certa tradizione alle spalle, non lo comprenda. Oppure il problema lo comprende, eccome, e tuttavia non gli interessa.
Questo difetto fu evidente già quando alla vigilia di un vertice del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove si sarebbe dovuto decidere delle sanzioni contro l'Iran, D'Alema fece sapere, a mezzo stampa, che le sanzioni erano controproducenti. Un uomo politico può dire quello che gli pare; un ministro degli Esteri deve dire quello che è opportuno, e ha i canali necessari per far sapere a chi di dovere quello che pensa.
Nel caso di Hamas ha ripetuto lo stesso metodo, e le conseguenze sono ancora più gravi. Per la ragione che non vi è solo una inevitabile reazione israeliana, dovuta al fatto che Gerusalemme non può accettare l'idea di un dialogo con chi non ne riconosce l'esistenza o, peggio, si ripromette di distruggerla. Ma vi è anche un problema interno allo stesso mondo palestinese, visto che Hamas ne rappresenta solo una parte, per quanto rilevante, ma che l'altra, quella che discende dalla vecchia Olp, e che è pienamente legittima, è in conflitto con Hamas. Se non ci ha poi stupito che D'Alema e Fassino ignorino la posizione di Israele verso una simile proposta, ci ha sorpreso, e molto, che essi ignorino le implicazioni in al Fatah di Abu Mazen, che con Hamas mostra di avere non poche difficoltà. Possibile che D'Alema e Fassino sacrifichino alla loro simpatia per Hamas le stesse relazioni con al Fatah? Certo, essi ci dicono che occorre evitare che Hamas entri nell'orbita di Al Quaeda, ma è Fatah a sostenere che Hamas è già in quest'orbita. E' possibile che Fatah si sbagli, o che esasperi la situazione perché messa alle strette? E perché esaspera la situazione? Come si fa ad essere equivicini ad Hamas e Fatah, ad Hamas e a Israele?
Avevamo già detto a suo tempo che la teoria dell'equivicinanza non stava in piedi, perché non si può essere equivicini a due paesi o a due fazioni che si fanno la guerra fra loro. Ma qui, ormai, non siamo più all'equivicinanza, siamo alla semplice vicinanza alla sola Hamas, e questo è inevitabilmente un problema. Sarebbe stato opportuno che il presidente del Consiglio avesse detto una parola chiara in merito, soprattutto dopo che il capo di Hamas ha fatto sapere di considerarlo un suo buon amico, nonostante egli, in Israele e in Palestina, non l'abbia incontrato, né chiamato. Invece a D'Alema ha risposto Parisi, con il risultato che il governo sembra aver fatto della politica estera un battibecco da cortile.
Roma, 18 luglio 2007
tratto da http://www.pri.it


Nuovo caso con gli Usa
Se D'Alema vuole far concludere Enduring Freedom
Se c'è un aspetto positivo dell'intervento alla Camera del ministro degli Esteri sull'Afghanistan, è che egli - successivamente - ha fugato il dubbio (sorto dopo aver udito le sue parole, e più che plausibile, per la verità) di aver chiesto agli Usa di lasciare quella regione. In realtà egli si sarebbe limitato a chiedere agli americani di concludere la missione Enduring Freedom, che si sovrappone a quella Isaf, cui aderisce l'Italia.
Come si sa, Enduring Freedom ha il compito di scovare e colpire le organizzazioni terroriste che operano ancora in Afghanistan; quella Isaf di sostenere il governo legittimo del Paese. Quello che davvero invece non capiamo è come possa pensare l'onorevole D'Alema di poter continuare una missione Isaf senza avere accanto la missione Enduring Freedom: perché, se da domani si smette di dare la caccia ai talebani, allora i talebani, che si stanno organizzando con una certa efficacia, daranno la caccia a noi. E non pensiamo affatto - come l'onorevole D'Alema ama dire con parodia di se stesso - che egli sia "un para terrorista": piuttosto crediamo che egli non abbia una chiara idea della strategia militare, nel momento in cui anche il nostro paese è impegnato a sostenere una missione di questa particolarità all'estero.
E' vero che l'onorevole D'Alema, invece, possiede un alto senso diplomatico e quindi ritiene di poter trattare con Hezbollah, Hamas ed i talebani, e confida nelle sue indubbie capacità di persuasione. Per sua disgrazia appartiene ad un'alleanza che non condivide questo suo punto di vista. Non lo condivide ad esempio Israele: abbiamo visto un'intervista al presidente Peres - che, notiamo, appartiene alla stessa internazionale socialista del ministro D'Alema, non è insomma un falco della destra ebraica - nella quale si sostiene che non c'è alcuna differenza fra Hamas, Hezbollah e Al Qaeda. E può anche darsi che D'Alema abbia ragione e Peres torto - non vogliamo entrare nel merito della questione - ma in ogni caso D'Alema, se è un amico ed un alleato di Israele, dovrà prima convincere Peres e poi discutere con Hamas.
Lo stesso vale per l'Afghanistan. Prima convinca gli Usa e poi farà la pace con i talebani. Al momento gli Usa non sono affatto convinti di questa proposta. E quindi un nuovo caso diplomatico - temiamo l'ennesimo - con gli Usa, D'Alema rischia di averlo aperto, eccome.
A margine di questa vicenda, ci fa piacere che fra gli estimatori della politica del ministro degli Esteri almeno vi sia il ministro Di Pietro, il quale ha un argomento inoppugnabile dalla sua: poiché la politica estera di Bush non è più condivisa dagli stessi americani, perché mai dovremmo appoggiarla noi? La logica nel ministro Di Pietro non fa mai difetto. Purtroppo lo fa invece il suo senso della diplomazia internazionale, perché egli non è un cittadino americano, ma un ministro di un governo italiano, che non interpreta i desideri dei cittadini di un paese amico, ma risponde al dettato di un'alleanza con il governo di quei cittadini. Se il ministro Di Pietro, come ha diritto, vuole aspettare un governo statunitense americano più popolare, faccia sciogliere l'alleanza dell'Italia con gli Usa, e poi, magari in un domani più favorevole, la rinegozierà. Buona fortuna.
Roma, 26 luglio 2007
tratto da http://www.pri.it


Forse è solo un ignorante che non sa di cosa parla.
Le posizioni di Massimo D'Alema
Da La STAMPA del 26 luglio 2007:
È l’Afghanistan il tema di una nuova giornata di frizioni diplomatiche fra Italia e Stati Uniti, a neanche 24 ore dalla cancellazione del viaggio di Condoleezza Rice a Roma.
Tutto inizia alle 14.43, ora italiana, quando due dispacci dell’Ansa intitolati «D’Alema, Enduring Freedom dovrebbe finire» danno conto dell’intervento del capo della Farnesina alla commissione Esteri della Camera, durante il quale ha affermato che l’operazione militare americana in Afghanistan Enduring Freedom «dovrebbe opportunamente concludersi». Il sovrapporsi delle missioni Isaf, a guida Nato, e Enduring Freedom, per Massimo D’Alema «finisce per creare molto spesso condizioni di un’azione militare non efficacemente coordinata e di rischio per le popolazioni», come testimoniato dalle vittime civili, «non accettabili sul piano morale e disastrose sul piano politico».
Circa un’ora dopo il testo arriva tradotto sulle scrivanie del Dipartimento di Stato e del Pentagono dove siedono i funzionari che seguono i rapporti con l’Italia. In entrambi i casi la reazione a caldo è di sorpresa, si chiedono nuove traduzioni e, quando a Roma sono oramai le 17, il primo a parlare è Todd Vician, portavoce del Pentagono. «Ogni Paese ha la sua politica e siete un alleato, ma il ministro D’Alema attribuisce le morti civili a Enduring Freedom mentre a causarle sono i Taleban, che si fanno scudo dei civili». Inoltre, «nel Sud da gennaio è la Nato a guidare le operazioni, e proprio la Nato si è impegnata a evitare al massimo di colpire i civili».
Il portavoce del Pentagono sospetta che D’Alema non abbia ben chiara la differenza fra missione Nato e Enduring Freedom, dunque precisa: «La Nato guida le operazioni contro i Taleban, Enduring Freedom vede i militari americani e di altre venti nazioni dedicarsi alla caccia dei leader di Al Qaeda» soprattutto lungo i confini settentrionali Afghanistan-Pakistan. Chiedere di «concludere Enduring Freedom» per il Pentagono significa voler porre fine alle operazioni anti-Al Qaeda - condotte con forze speciali e intelligence - iniziate in risposta all’11 settembre. «Porre fine a Enduring Freedom significherebbe cessare di dare la caccia a Osama bin Laden» precisa il portavoce.
Forse consapevole delle reazioni in arrivo da Washington la Farnesina consegna alle agenzie italiane una raffica si smentite. «Non ho mai detto che gli americani debbano andarsene dall’Afghanistan: queste sono questioni serie sulle quali si rischia il caso diplomatico» scrive l’Ansa alle 17, citando il capo della Farnesina. «È un sms che male interpretava le dichiarazioni del ministro» aggiunge l’Agi. Anche le smentite arrivano sui desk-Italia di Dipartimento di Stato e Pentagono ma non contribuiscono a frenare la macchina diplomatica americana, oramai in moto, che dopo le 20 italiane genera la presa di posizione ufficiale da parte di Sean McCormack, portavoce di Condoleezza Rice. «Enduring Freedom e Isaf sono due missioni entrambe cruciali per la sicurezza e la stabilità dell’Afghanistan, sono diverse ma si svolgono in stretto coordinamento l’una con l’altra e sono complementari» sottolinea McCormack al fine di smentire l’impostazione stessa del ragionamento del capo della Farnesina, che ne aveva trattato come se fossero operazioni separate.
Ma non è tutto. McCormack, rispondendo alle domande dei giornalisti, vuole ribadire che «le vittime sono causate dai Taleban che colpiscono nascondendosi dietro obiettivi civili» e dunque la responsablità di tali morti «è in primo luogo dei terroristi» fermo restando «l’impegno della Nato a limitarle quanto più possibile». Il linguaggio usato da McCormack non è casuale: riprende il testo delle più recenti dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Jap de Hoop Scheffer, per richiamare Roma alla posizione dell’Alleanza sulle vittime civili.
omar proietti


amici bananas siete finiti OT.
Eravate partiti per sparlare di Prodi e invece sparlate di D'Alema.
Chiedo alla moderazione di intervenire, il titolo dice che Calvin la pensa come d'Alema.


bhe insomma, quando d'alema dice che "questo prodi è proprio uno str....", devo ammettere che la penso come d'alema, poi però convergere con il resto del pensiero d'alemiano, salvo quando dice anche che Veltroni "è un flaccido imbroglione", è un po' difficile.




Il generale Mario Arpino critica D'Alema per le dichiarazioni sull'Afghanistan.Arpino fu capo di Stato maggiore della Difesa durante la guerra del Kossovo
Da La REPUBBLICA del 27 luglio 2007:
ROMA - Il generale Mario Arpino è stato capo di Stato maggiore della Difesa con i governi dell´Ulivo. Con Massimo D´Alema a Palazzo Chigi ha gestito la guerra del Kosovo, ricevendo l´ordine di far partire i bombardieri che attaccarono la Serbia. Oggi riflette sulle nuove missioni italiane all´estero.
Generale, sull´Afghanistan le polemiche sono continue.
«Gestire così quella missione crea problemi: se l´Italia partecipa alle missioni internazionali solo per esserci, per acquisire un po´ di prestigio, ma senza capire sin dall´inizio quali sono i pericoli, le responsabilità politiche da assumersi e il modo in cui stare in un´alleanza, rischiamo di fare un danno agli interessi del nostro Paese. La Nato ha deciso di fare certe cose, noi non le facciamo. I motivi per cui non le facciamo sono giusti? Benissimo, dobbiamo spiegarlo con coerenza nelle sedi opportune, nelle riunioni con gli alleati, ma a porte chiuse, perché certe cose si dicono a porte chiuse. E poi dobbiamo agire di conseguenza: se crediamo che una missione militare sia sbagliata dobbiamo venirne via, oppure ridimensionare il nostro ruolo, la nostra presenza».
Lei vede problemi e sovrapposizioni tra Isaf e Enduring Freedom?
«Una premessa: sappiamo cosa è Enduring Freedom? È la guerra ad Al Qaeda e ai Taliban nei loro santuari. È giusta? È sbagliata? Leggiamo le ultime risoluzioni dell´Onu: quelle decisioni chiedono agli stati membri di combattere il terrorismo e Al Qaeda. Di combattere, non solo di aiutare il governo afgano e la sua popolazione.
Ogni Stato è libero di interpretare a modo suo quella richiesta dell´Onu: ma se offriamo soldati per combattere e poi non combattiamo, e poi diciamo che chi combatte lo fa male, oppure non dovrebbe farlo, creiamo una confusione che marginalizza ancora una volta l´Italia e la sua capacità di fare politica estera. L´Italia da una decina di anni compie un grosso sacrificio: la nazione, l´erario, i militari, i singoli uomini, le singole famiglie dei militari, sopportano un sacrificio silenzioso. È possibile che questo sacrificio sia dissipato, che addirittura a questo impegno corrisponda un ritorno negativo».
Molte delle dichiarazioni dei ministri D´Alema e Parisi sono fatte per tenere buona la sinistra radicale, di cui il governo ha bisogno per sopravvivere.
«D´Alema e Parisi sono due ministri di altissimo livello, il primo è stato per me un esempio come presidente del Consiglio. Capisco che adesso ci siano delle ragioni politiche particolari. Ma se la politica interna si estende di continuo alla politica estera, rischiamo di fare un danno alla nostra credibilità. Da quando sono in pensione faccio un lavoro che mi tiene comunque in contatto con il mondo: mi chiamano, mi chiedono cosa succede, se è vero che il tal ministro ha detto questo o quest´altro. Provo a spiegare il senso, il contesto di politica interna, ma questo non basta più. E non basta soprattutto se ogni volta, in prima persona, i protagonisti della polemica, delle rettifiche, delle correzioni sono i ministri del governo».
Cosa pensa degli errori nei bombardamenti della Nato?
«So che la Nato sta seriamente tentando di limitare gli errori, penso che se ci fossero più soldati a terra, quindi anche soldati italiani, ci sarebbe minore necessità del supporto aereo... Ma appunto, bisogna mandare più soldati. Penso poi che è in atto una campagna politica dei Taliban, che hanno capito quanto i danni collaterali mettono in difficoltà la Nato, e quindi spingono al massacro civili innocenti».
Tutto questo sta stressando il rapporto con gli Usa. Molti nel governo aspettano l´avvento di un´amministrazione democratica.
«C´è la convinzione che con i democratici sarà diverso: ma avete letto cosa scrive Obama? Annuncia che se eletto chiederà 63 mila uomini in più per l´Esercito, 27 mila per i Marines, chiederà la capacità di combattimento per la Guardia Nazionale. Siamo sicuri che i democratici siano quello che qualcuno crede oggi in Italia?».
omar proietti


Controcanto
All'ombra di Veltroni c'è già chi pensa di tornare al passato
A fronte di una campagna elettorale in gran spolvero, sotto i riflettori delle televisioni puntati sul leader del Pd Walter Veltroni - su cui si concentrano attenzione e commenti - ve ne è una più sommessa - e, se vogliamo, riservata - del ministro degli Esteri ancora in carica, Massimo D'Alema. Il quale ha fatto tre esternazioni che hanno colpito la nostra attenzione ma sono appena serpeggiate tra i media.
La prima sulle tensioni dell'America latina, ed è suonata come una condanna della politica del governo colombiano nella crisi militare con i ribelli marxisti delle Farc; e di fatto a loro difesa.
La seconda è una netta presa di posizione a favore del governatore della Campania, dopo che si era letto sui giornali che i rapporti fra lo stesso Bassolino ed il leader del Pd non erano più eccellenti come una volta.
La terza l'abbiamo ascoltata direttamente mercoledì mattina ad una trasmissione televisiva: è la più "gustosa" e forse la più densa di significati politici. D'Alema, infatti, ha detto che in futuro non si escludono quelle alleanze con la sinistra radicale che oggi Veltroni ha reciso drasticamente. Ha così sottolineato che a livello locale tali alleanze ancora esistono - vedi la candidatura di Rutelli a Roma, non proprio un centro di secondaria importanza - e ha pure rilevato che in Germania la Grosse Koalition è in declino, mentre la Spd ha ritrovato il dialogo con la Linke di Oskar Lafontaine.
E' vero che D'Alema ha detto che il rapporto con la sinistra radicale deve essere condizionato dall'accordo programmatico e che alle radici della crisi politica del centrosinistra c'è stato proprio un disimpegno in tal senso. Ma siamo costretti a notare che il programma dell'Unione, controfirmato anche dall'allora partito di D'Alema e Veltroni, era perfettamente complementare alle istanze poste dai partiti della sinistra radicale.
Per cui, se qualcuno ha contraddetto il programma dell'Unione, costui siede fra le cosiddette forze riformiste e non fra quelle massimaliste che al programma, nell'azione di governo, si sono sempre appellate. In sostanza, questa teoria del programma condiviso che non viene realizzato, come ha detto D'Alema in trasmissione, ci sa un po' di espediente, quasi mosso dalla voglia di nascondere l'errore compiuto dal suo stesso partito - quando si chiamava Ds - nel sottoscrivere un testo troppo sbilanciato politicamente. Nello stesso tempo, ovviamente, D'Alema si prepara a creare un'immediata alternativa a Veltroni nel caso la strategia scelta dal leader del Pd non si dimostrasse vincente. In caso di sconfitta elettorale possiamo già escludere la lunga marcia di un soggetto democratico - riformatore per conquistare il consenso del paese contro la maggioranza liberal - popolare di Berlusconi. D'Alema ha già pronta la formula sostituiva, che prevede la riedizione bella e buona dell'alleanza politica messa in crisi dal nuovo corso veltroniano: cioè la smentita dell'unica vera novità introdotta dal Pd, la rottura fra riformisti e massimalisti.
Osserviamo infine che D'Alema ha accusato Berlusconi - non abbiamo capito bene perché - di essere un uomo che guarda al passato. Più di quanto faccia egli stesso, sinceramente, ci pare impossibile.
Roma, 5 marzo 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4774