I neocon non desistono
Maurizio Blondet
20/11/2006
STATI UNITI - Altri 20 mila uomini in Iraq per l’«ultima spallata»: Bush ha preso questa decisione prima di ascoltare i consigli che dovrebbe dargli l’Iraq Study Group, il gruppo dei pragmatici della vecchia guardia messogli a fianco dal papà, e guidato da James Baker.
Con ciò, Bush ha mandato un messaggio: è ancora lui «the decider», e farà di testa sua.
Continua ad usare il linguaggio dell'irrealtà («Ultima spallata»), è deciso a «tenere la rotta» fino alla «vittoria».
Qualunque sorpresa è possibile.
Non solo Bush resta presidente fino al 2008, ma la maggioranza democratica non si insedierà veramente prima di gennaio 2007: dunque ha ancora una maggioranza repubblicana al Congresso.
Ancor più inquietante, Bush jr. in realtà ha seguito ancora una volta le direttive dei neoconservatori israelo-americani.
Sono stati Robert Kagan e William Kristol, membri fondatori del PNAC («Project for a New American Century») ad invitarlo a spedire in Iraq altri 50 mila uomini; lui ne manda ventimila perché non ne ha di più.
Questo passo suscita sgomento fra gli esperti militari più accreditati.
«Più truppe non risolveranno la crisi in Iraq», ha scritto il generale Zeb Bradford, che è stato capo della Pianificazione Strategica dalla NATO fino al 1983 e membro del Council on Foreign Relations. (1)
Aumentare la presenza militare in quella misura, dice il generale, significa - dato che per ogni unità in linea ce ne deve essere una di rincalzo e una terza in riaddestramento - mobilitare 100 mila uomini: «E questo è semplicemente impossibile in tempi abbastanza brevi da fare la differenza».
La Guardia Nazionale è già stata usata e abusata; ci sono limiti costituzionali al suo impiego all’estero (non più di 24 mesi), e per molte unità questo limite si avvicina.
I Marines sono parimenti esausti: il corpo non è attrezzato per lunghe occupazioni; per i rifornimenti sul teatro dipende dall’esercito, che quindi è sottoposto ad una usura insostenibile delle sue strutture logistiche.
Mandare 5 mila o anche 50 mila uomini a Baghdad per «pacificare la capitale» sarebbe una goccia nel mare, in una città di 6 milioni di abitanti.
«La decisione di invadere l’Iraq con una forza minima adatta a un blitzkrieg è stato un errore strategico, che ora è impossibile correggere militarmente».
La Casa Bianca non ha altra via che accettare «sgradevoli compromessi», coinvolgendo nella soluzione Siria e Iran, magari nel quadro di una conferenza internazionale. (2)
Persino Martin Van Creveld, il docente di strategia militare ebraico (quello che ha minacciato l’Europa di bombardamento atomico israeliano, per intenderci) guarda alla situazione irachena con sobrio realismo. (3)
Per gli USA, dice, non solo è impossibile vincere; sarà difficilissimo anche ritirarsi.
Portare a casa 140 mila uomini con tutto il materiale è un’operazione assai complessa: al punto che nel 1945 e nel 1973 (Vietnam) gli americani se ne andarono lasciandolo in gran parte nelle mani dei loro alleati o satelliti europei o sud-vietnamiti.
In Iraq ciò è escluso: gli arsenali sono oggi troppo costosi e sofisticati per poter essere abbandonati, e inoltre finirebbero nelle mani dei ribelli.
Resta dunque la sola soluzione: la lunga e costosissima evacuazione per via di terra fino ai porti del Sud, con convogli esposti agli attacchi della guerriglia.
Persino Van Creveld riconosce che la situazione è brutta.
«Un Iraq diviso e frammentato rafforza enormemente la posizione dell’Iran», ammette.
Ma non dice che la frammentazione dell’Iraq è stata esplicitamente perseguita dagli strateghi irsaeliani, ed eseguita dai neocon israelo-americani, per neutralizzare un avversario potenziale di Israele.
Oggi, gli ebrei militaristi si accorgono di aver commesso un errore strategico; ma dopo il voto del 7 novembre, si sono accordati a gettarne tutta la colpa su Bush.
Il presidente azzoppato non serve più; e gli sputano addosso.
Per Van Creveld, l’amministrazione Bush «finirà nella spazzatura della storia».
Richard Perle, ossia l’autore del disastro insieme a Paul Wolfowitz, ha dichiarato che oggi non consiglierebbe la guerra all’Iraq, avendo constatato «l’incompetenza della presente amministrazione».
Leeden continua a ripetere che bisognava aggredire non l’Irak bensì l’Iran, come lui aveva detto fin dal principio…
Di fatto, i neocon si stanno riposizionando in modo da spingere l’America a battersi ancora per Israele, quale che sia il partito che vincerà le elezioni presidenziali nel 2008.
I neocon sono tuttora una forza ragguardevole nel partito repubblicano: dove il più prominente di loro, Norman Podhoretz, sta già manovrando per la candidatura presidenziale del senatore John McCain, che non ha mai criticato la guerra.
Altri della cricca si stanno riciclando come democratici: gli stessi Richard Perle e Michael Leeden, Elliot Abrams e Frank Gaffney (tutti ebrei, manco a dirlo).
Nel partito democratico puntano su Rahm Emanuel, un deputato neo-eletto: cittadino israeliano, è figlio di un terrorista dell’Irgun, l’organizzazione clandestina giudaica che fino agli anni cinquanta massacrò palestinesi e soldati britannici con sanguinosi attentati.
Un giovane che dà garanzie di amore per Giuda.
Ma le manovre più preoccupanti le segnala l’amico Jeffrey Steinberg sull’Executive Intelligence Review. (4)
Personaggi come Perle e Leeden sarebbero impegnati in una vasta operazione di diplomazia parallela presso i capi di Stato sunniti (Arabia Saudita, Egitto, Giordania e gli altri principati del Golfo), spaventati dall’emergere dell’asse sciita Iran-Sud-Iraq-Hezbollah, per convincerli ad entrare in un’alleanza anti-Teheran insieme ad Israele.
Secondo voci ben fondate ma smentite dagli interessati, il principe Bandar bin Sultan (l’ambasciatore saudita in USA) avrebbe incontrato segretamente in Giordania «un alto esponente del governo israeliano» non identificato appunto per concertare azioni comuni contro l’Iran. «Osservatori del Medio Oriente non sarebbero sorpresi di una simile alleanza», ha scritto Frida Ghitis su World Politics Watch, «vista la paura che ispira l’Iran sciita agli arabi sunniti. Il tradizionale nemico degli arabi, Israele, può gradualmente sviluppare un’alleanza sottile ma potente con i regimi sunniti… è una convergenza naturale di interessi, e può rivoluzionare il panorama politico medioorientale che esiste dagli anni ‘40, trasformandolo in un riallineamento ‘Sunniti contro Sciiti’, con Israele dalla parte dei sunniti». (5)
La trama è ben congegnata.
Come massimo, i regimi sunniti «alleati» degli USA potrebbero far pressione sulla Casa Bianca, chiedendole ciò che Israele oggi soprattutto desidera, l’aggressione all’Iran.
Come minimo, se Bush non fosse più in grado di fare questo servizio agli ebrei, Israele potrebbe condurre da sola il bombardamento aereo delle installazioni nucleari iraniane senza suscitare le proteste, anzi con il sostegno, dei regimi arabo-sunniti.
Quanto a Bush, ha già detto a Chirac che «comprenderebbe» un attacco israeliano autonomo.
Ma le manovre occulte non finiscono qui.
Rahm Emanuel
I neocon sono occupatissimi a provocare una nuova esplosione in Libano.
Il capo dei drusi Walid Jumblatt, durante una recente visita a Washington, si è visto offrire «aiuti militari clandestini» con cui contrastare Hezbollah.
Secondo Steinberg, questa offerta non è arrivata dal Pentagono, ormai sottratto - con la cacciata di Rumsfeld - all’influenza diretta dei neocon.
Da chi allora?
Si noti che Dick Cheney resta asserragliato alla Casa Bianca e il suo ufficio è l’ultima ridotta dell’ideologia neocon: ha nel suo staff due falchi israeliani, David Wurmser e John Hannah, e il suo manovratore neocon Elliott Abrams è ancora nel Consiglio di Sicurezza Nazionale.
Questi personaggi possono benissimo fornire armamenti senza chiedere permesso al Pentagono: sia attraverso l’agenzia di mercenari della Halliburton (Kellogg, Brown & Roots), sia per altre vie più criminali.
In Iraq è scomparso recentemente un grosso carico d’armi, ufficialmente destinato alla polizia collaborazionista, di cui si è parlato per una caratteristica insolita: queste armi non avevano numero di matricola.
Non era stato limato; la fabbrica che le ha prodotte non lo ha apposto.
Quale sia questa fabbrica non è stato detto, ma non è assurdo ritenere che si trovi dalle parti di Israele.
Difatti, è stato segnalato anche un vasto contrabbando di armi, che sono state fatte arrivare in Cisgiordania nelle mani della fazione palestinese di Fatah, con lo scopo palese di scatenare una guerra civile piena contro Hamas, che è forte a Gaza.
Il tutto in una zona sotto forte controllo israeliano.
Il generale a riposo Shlomo Brom, che insegna strategia al Jaffe Centre, s’è inquietato di questa operazione, in cui vede un pericolo per Israele (secondo lui, Fatah e Hamas finirebbero per «competere» superandosi in attentati terroristici): segno che questa operazione non è diretta dal regime israeliano, ma appunto dai necon americo-giudaici.
Maurizio Blondet
Note
1) Zeb Bradford, «Why more troops will not resolve the crisis in Iraq», Financial Times, 16 novembre 2006.
2) «The kind of army America needs», New York Times 19 novembre 2006. In questo editoriale non firmato, il giornale critica Bush e Rumsfeld per aver troppo piegato le finanze del Pentagono ai desideri della lobby militare-industriale: questa ha riempito le forze armate USA «di futuristici mezzi invisibili per guerre nella stratosfera e negli oceani», mentre le forze USA hanno di fronte ormai solo «guerre non convenzionali di terra», a cui sono impreparate e per cui sono male equipaggiate. Cancellare i programmi per gli ultimi e costosissimi sistemi d’arma libererebbe risorse per i soldati sul terreno.
3) Martin Van Creveld, «The coming US withdrawal from Iraq», Herald Tribune, 16 novembre 2006.
4) Jeffrey Steinberg, «Cheney and Neo-cons plotting more wars», Executive Intelligence Review, 17 novembre 2006.
5) Citato da Steinberg, vedi sopra.
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