Un secolo fa nasceva il club: 7 scudetti, il mito del dopoguerra
Superga, le difficoltà. Nessuno come i granata. Valentino & C., una squadra nella storia d'Italia
Toro, trionfi e lacrime
cento anni di una fede
TORINO - Qui si parla di amore e morte, gloria e tragedia, sogno e pazienza e destino. Da cent'anni. Perché il Toro è la squadra più emotiva, più romantica e più dannata del calcio, forse non solo italiano. È un luogo metafisico, uno stato d'animo, una somma di identità: dal colore della maglia, color di sangue, color del vino, all'orgoglio di appartenenza.
Dall'essere contro, essere sempre gli altri, l'opposizione, la minoranza, al coro di curva che non a caso riduce a parole una serie di segni profondi. Dice, questo coro: "Fòrza/vècchio/cuò-re granàta". E attenti al ritmo: tàta/tàta/taratatàta. Sembrano voci, sono già tamburi.
Il Toro è veramente un'emozione lunga un secolo, dalla sera del 3 dicembre 1906 quando nacque in birreria, fino alla festa da stadio di oggi, prima di Torino-Empoli, il corteo di ottocento granata (la parola ex non ha senso) diluiti nel tempo ma immobili nel passato che non passa, nel presente assoluto della memoria. Paolino Pulici e gli altri, quasi tutti. Quelli dello scudetto '76, ventisette anni dopo Superga, e quelli di adesso.
Il Toro. La squadra di Valentino Mazzola e Ciccio Graziani, oggi tristemente prigioniero dei più biechi reality. La squadra di Agroppi e Leo Junior, Maroso e Zaccarelli, Claudio Sala e il paròn Rocco, di Bearzot e Gigi Radice che portò qui il calcio totale. Il Toro, come lo chiama la sua gente. Bisillabo animale: già nel nome l'idea, la forma e la furia della bestia, compresa l'ineluttabile morte nell'arena. Perché il Toro è nato soprattutto per morire. Morirono tutti, sulla collina, contro il muraglione della basilica, il 4 maggio 1949: diciotto giocatori, due tecnici, due dirigenti, un massaggiatore, tre giornalisti, cinque membri dell'equipaggio per un totale di trentuno.
Per dire il destino: il comandante si chiamava Meroni. E morì investito da un'automobile un altro Meroni, Gigi, il più irregolare, il più lucente, il più maledetto tra gli artisti del pallone, era una domenica del 1967. Per dire il destino: il suo investitore si chiamava Attilio Romero, e un giorno sarebbe diventato presidente granata. Morì ancora giovane per un ictus Giorgio Ferrini, il capitano.
Perché il Toro sembra nato per ricordare che la vita è dolore, anche nella gioia dello sport e della giovinezza, e che al destino nessuno sfugge. Saperlo fare con estrema dignità racchiude l'essenza dell'orgoglio granata, altra parola chiave per capire questi cent'anni. Si vede anche nelle vecchie bandiere che i tifosi appendono ai balconi, quasi sempre stinte, perché l'anzianità fa grado e la consunzione delle cose ne sottolinea l'intensità.
Sette scudetti dal 1928 al 1976, più uno revocato nel '27 per un tentativo di corruzione dello juventino Allemandi prima di un derby, episodio mai davvero chiarito. Sette anni di imbattibilità nel mitico Filadelfia, quando il Toro stava all'Italia della ricostruzione come Fausto Coppi agli appassionati della bici, fatti a pezzi ma non vinti dalla guerra. C'era tutto un futuro da rimettere insieme, e serviva l'energia dello sport per trovare la forza. Il Grande Torino, quell'energia la diede non solo ai propri tifosi, diventò un'idea, la prova che nulla è impossibile mai. A parte sopravvivere al destino.
Se fosse un cibo, il Toro sarebbe un piatto di acciughe al verde con molto peperoncino. Se fosse un vino, come scrisse Arpino in una sua poesia sarebbe barbera. Se fosse una donna, sarebbe piena di fuoco. Più forte di qualunque sventura, compreso il passaggio di tanti presidenti predoni, e alcuni erano ceffi da galera. Non così i due leggendari, Ferruccio Novo e Orfeo Pianelli.
Nella città della Fiat, degli Agnelli e della Juventus, la dimensione granata ha rappresentato anche una forma di resistenza, di rifiuto dell'omologazione. Quei tempi non esistono quasi più, ma essere diversi dai ricchi, dai potenti, dai padroni continua ad avere un senso profondo, e lega intere generazioni. Perché tra i tifosi granata ci sono moltissimi giovani, e questa è un'apparente contraddizione: ma come, tifosi senza mai vincere nulla? Eppure qualcosa dev'essere passato, dalle storie dei vecchi ai ragazzi della curva. Forse un gesto piccolo e assoluto, come quello di chi si chinò sul prato del Filadelfia il giorno in cui lo sfondarono le ruspe, per raccogliere un sasso, un coccio, il frammento di un calcinaccio, un ciuffo d'erba da mettere a seccare in un vasetto o tra le pagine di un libro. Sembrava, quel gesto, solo una patetica carezza a qualcosa di perduto. Era, invece, tutta una vita stretta nella mano.
(3 dicembre 2006)




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