Che autogol scioperare Parola di compagno
di MATTIAS MAINIERO
Antonio Padellaro, direttore dell'Unità, risponde gentilmente: «Ma no, forse si è trattato solo di un moto di stizza. Per noi, comunque, non cambierà nulla. Seguiremo le decisioni della Federazione nazionale della stampa». I membri del Comitato di redazione, sindacato interno dell'Unità, si dimostrano anche loro molto gentili. Dice uno dei giornalisti: «Sono un po' impicciato, sto preparando il pranzo a mia figlia. Possiamo risentirci più tardi?». Più tardi il telefonino squilla e arriva la dichiarazione: «In gioco ci sono i diritti dei giornalisti e noi, per storia e tradizione, stiamo con la Fnsi». Giorgio Poidomani (poi capirete chi è) puntualizza sempre gentilmente. Tutti gentili e tutti pronti a smorzare le polemiche. Questa storia dobbiamo ricostruirla da soli. Galeotta fu la lettera
La storia, l'avrete capito, parla dell'Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, già organo ufficiale del Pci e oggi giornale dei Ds. Siamo nel cuore della sinistra. Avrete capito anche questo: diritti dei lavoratori, intoccabilità dello sciopero come forma di protesta, anni di lotta in difesa dei più deboli. Non c'è bisogno di dilungarsi troppo. Se volete sapere a cosa servono le battaglie sindacali, chiedetelo all'Unità. Ma mi raccomando: non consultate il numero di sabato 6 gennaio, pagina 26, quella dedicata alle lettere e ai commenti. Avreste un sussulto, un dubbio, vi sembrerà di stare leggendo Libero. Cose mai viste: la sinistra che fa la destra. Ci stiamo dilungandoci troppo, ritorniamo al dunque. La letterina apparsa sul quotidiano rosso: «Caro Direttore, il 23 dicembre, giorno di sciopero dei giornalisti della carta stampata, sono andato alla mia solita edicola e ho notato un grande cartello che elencava i quotidiani disponibili». La firma è quella di Giorgio Poidomani, Amministratore delegato Nie, dove Nie sta per Nuova Iniziativa Editoriale e dove la Nuova Iniziativa Editoriale altro non è che la società che edita l'Unità. In breve: datore di lavoro, principale. O imprenditore. E' capitato, dunque, che Poidomani, il 23 dicembre, sia andato in edicola e abbia trovato un bel mucchio di quotidiani, di tutti i tipi, «generalisti e di opinione, di destra e di sinistra». Ognuno di quei quotidiani specificava anche il perché della non adesione allo sciopero dei giornalisti. C'era chi aveva lavorato perché dipendente di una cooperativa (e le cooperative, non avendo padroni, non possono scioperare contro se stesse), chi perché, presente in edicola da poco tempo e quindi ancora fragile, non poteva rischiare di compromettere tutto con l'astensione dal lavoro. Molti differenti motivi. Mancava, tra quei quotidiani, l'Unità. Scrive Poidomani: caro direttore, «e il tuo povero giornale può prescindere dal conto economico?». Domanda retorica, ovviamente: nessun giornale, nessuna impresa può prescindere dai soldi. Ma ammettiamolo: non vi fa almeno un po' senso che a porsi la domanda (retorica) sia l'editore di sinistra di un quotidiano di sinistra? E non vi dice nulla sulla strategia della Federazione nazionale della stampa, finora diciotto giorni di sciopero per il rinnovo del contratto di lavoro e neppure una promessa da parte degli editori? Nulla su un'arma sindacale che ha fatto il suo tempo, arma ottocentesca e spuntata? Nulla sui giornalisti che scioperano, ci rimettono soldi, privano i lettori dell'informazione e rimangono con un pugno di mosche in mano? Breve parentesi. Questa storia dell'Unità potrebbe concludersi facilmente con la solita battuta: pecunia non olet. Potremmo andare anche un po' più sul pesante e ironizzare sul compagno che vorrebbe che i compagni lavorassero sempre, sul diritto di sciopero che vale solo se lo sciopero non è fatto contro gli interessi della sinistra. Tempo sprecato. No, noi vogliamo solo ringraziare pubblicamente Poidomani e l'Unità. Possiamo farlo: non si tratta del nostro editore, non parliamo del nostro giornale. Nessuno potrà mai pensare ad un atto di piaggeria. Dobbiamo ringraziarlo perché è evidente: certe domande, poste da destra o centrodestra, possono sembrare pura provocazione. Poste dal versante tradizionalmente più vicino ai lavoratori assumono un valore diverso. Se la sinistra contesta la più classica, più nota e collaudata forma di protesta della sinistra, vuol dire che questa sinistra ha capito di avere dei problemi. Vuol dire davvero, come noi di Libero abbiamo scritto e ripetuto, che la sua strategia non funziona più, che c'è un divario tra i bisogni dei lavoratori e chi tradizionalmente era chiamato ad interpretare questi bisogni. Significa che il vicolo cieco imboccato dalla Fnsi è proprio un vicolo cieco, che non ha senso che lo sciopero riguardi tutti indistintamente, anche se il panorama editoriale è variegato, anche se al Corriere o Repubblica hanno contratti integrativi che nei piccoli giornali semplicemente si sognano di avere, anche se a rimetterci solo soltanto i quotidiani minori e i giornali di opinione, come per esempio l'Unità. E vuol dire anche che il discorso è più ampio, che riguarda la Fnsi, sindacato unico dei giornalisti, e al tempo stesso l'intero sindacato. Il mondo evolve, si globalizza, la stampa arriva su internet, e loro rimangono al blocco delle rotative o delle catene di montaggio. Preistoria. E per fortuna a sinistra, almeno la sinistra più sensibile ai conti economici, cominciano ad accorgersene, ad avere un moto di stizza, di rifiuto, a farsi qualche domanda. È ora di cambiare
Compagni, si cambia strada. Smettetela di scioperare, finitela con lo spirito di categoria che rovina la categoria, la solidarietà sindacale a senso unico, il conformismo che fa incrociare le braccia a tutti, indistintamente, grandi che non ci rimettono e piccoli che passano guai inenarrabili, ricchi giornalisti e povericristi di cronisti semisconosciuti, uomini da ventimila euro al mese e redattori da poco più di mille euro, moglie, figli e mutuo da pagare. Compagni, per favore, un po' più di intelligenza. Ve lo dice l'Unità, mica noi di Libero. Che fate non credete neppure più all'Unità?