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    Predefinito Lotte di Classe e Governo delle Sinistre

    dal quotidiano LIBERO di oggi, festa cattolico-romana dell'Immacolata Concezione....


    TUTE BLU ANTI-PRODI Scatta la rivolta operaia Ma contro Cgil e sinistra

    di TOMMASO MONTESANO ROMA

    Contestazioni, fischi e inviti a scioperare contro un governo di centrosinistra giudicato troppo «amico» dei tre sindacati. Finisce male, 26 anni dopo l'ultima "visita", il ritorno di Cgil-CislUil negli stabilimenti Fiat di Mirafiori, luogo simbolo delle lotte sindacali. Con Guglielmo Epifani, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti presi di mira dai lavoratori. Al centro dello scontro, la Finanziaria dell'Unione, che agli operai non piace neanche un po'. In primis su Tfr e previdenza. E la base delle tute blu avverte i confederali: «Questa protesta è solo all'inizio». «SINDACATI APPIATTITI» I tre leader sindacali si dividono la giornata: Epifani e Angeletti la mattina, Bonanni il pomeriggio. Il segretario generale della Cgil interviene alle Carrozzerie, nella sala dei test auto; il suo collega della Uil parla alle Presse. Per due ore 2mila lavoratori ascoltano Epifani, 1.500 Angeletti. Il numero uno della Cgil deve spiegare la Finanziaria agli operai e i primi fischi arrivano quando tocca il tasto del Tfr. «La nostra opinione», spiega Epifani, «è che ci sono più garanzie con il passaggio all'Inps rispetto ai soldi rimasti in azienda». La platea non gradisce. Il coro è unanime: «Le pensioni e il Tfr non si toccano». Un operaio delle Carrozzerie rompe gli indugi: «Questa non può essere nè la Finanziaria dei lavoratori, né del sindacato. Dovete mantenere un atteggiamento critico anche quando al governo c'è il centrosinistra». Un addetto alle lastrature rincara la dose: «Il sindacato deve rappresentare i lavoratori, non abbiamo un governo amico e uno nemico, tutti i lavoratori meritano rispetto e un sindacato che li tuteli». Anche perché «a forza di governi amici, gli unici che rimangono senza siamo noi lavoratori». Vincenzo Tripodi, delegato della Fiom (metalmeccanici), mette sotto accusa la politica verso il governo: «C'è un appiattimento di Cgil, Cisl e Uil sulle posizioni di questo esecutivo». Epifani cerca di ribattere ricordando agli operai che da gennaio, quando si aprirà il tavolo con Palazzo Chigi su pensioni e mercato del lavoro, ogni accordo sarà vagliato dai lavoratori con un referendum. Parole che non bastano a sedare gli animi. Non va meglio ad Angeletti. Un lavoratore lo apostrofa così: «Non dobbiamo fare la stampella del governo». Anzi, visto che con Silvio Berlusconi gli scioperi si sprecavano, «perché uno sciopero non lo facciamo anche ora?». Alle Presse i lavoratori presentano un proprio ordine del giorno che definisce «incomprensibile il silenzio del sindacato» su Tfr, ticket sul pronto soccorso e aliquote Irpef. «FAUSTO TRADITORE» Nel pomeriggio Bonanni prende il posto di Epifani alle Carrozzerie. Il clima resta teso. Il numero uno della Cisl prova a spiegare che non è vero che «il sindacato è amico del governo». La platea rumoreggia e un operaio lo accusa: «Hai confuso la fabbrica con la piazza». E quando Bonanni, tra le interruzioni, sta per concludere il suo intervento, dalla sala si leva un urlo: «Bertinotti ci hai tradito». Parole sottolineate dagli applausi. Alla fine Fiom, Uilm e Cub prendono le distanze dai vertici sindacali. «Cgil, Cisl e Uil devono cambiare rispetto alle scelte e ai comportamenti di questi mesi», chiede Giorgio Cremaschi, numero uno dei metalmeccanici. «La gente è critica. Bisogna fare due ore di sciopero per cambiare la Finanziaria», propone Tonino Regazzi (Uilm). E i Cub avvertono governo e sindacati: «Su Tfr e pensioni contestazioni solo all'inizio». I confederali si leccano le ferite. «Sono emerse le vere preoccupazioni dei lavoratori», ammette Epifani. E Angeletti torna a fare la voce grossa: «Pronti a scendere in piazza se toccano le pensioni». Bonanni, invece, minimizza: «È una piccola minoranza».

    Saluti liberali

  2. #2
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    Sempre dal quotidiano LIBERO di oggi, festa dell'Immacolata......

    Sorpresa: Cipputi e i disoccupati votano il "grande nemico" Berlusconi

    di ANTONIO CASTRO


    ROMA - Operai, pensionati e disoccupati preferiscono il centrodestra. Il dato che nasce da uno sondaggio realizzato nel giugno scorso da Swg per conto della Cgil - continua a sorprendere. Eppure è una tendenza in atto da tempo, spiegano gli esperti. «Bastava guardare le facce da "poveri cristi" alla manifestazione di sabato scorso», spiega Nicola Piepoli, presidente dell'omonimo istituto di sondaggi, «per rendersi conto che in quel fiume di persone c'era un popolo di operai, pensionati, disoccupati. I "poveri cristi" un tempo erano "a prescindere" di sinistra. Oggi si è scoperto che ci sono pure quelli di destra». Per Maurizio Pessato, invece, «è saltato lo schema classico: operaio uguale sinistra. E poi c'è una nuova dicotomia. L'operaio può anche essere iscritto alla Cgil, ma nell'urna sceglie chi ritiene possa tutelare al meglio i suoi interessi. Sarà anche perché», prova a spiegare il patron di Swg, «si identifica con la sinistra un atteggiamento radical chic che un operaio, un pensionato o un disoccupato senza soldi non può proprio sopportare». Nelle fabbriche del Nord alle scorse elezioni politiche (Camera dei deputati) quasi un operaio su due ha optato per il centrodestra: vale a dire il 45,7% degli elettori. Questo mentre il centrosinistra in fabbrica ha portato a casa il 37,5% di preferenze. Gli operai del Centro Nord hanno invece premiato i progressisti (51,9%) contro il 29,6% di preferenze incassate dai moderati (ma sale il partito del "non voto": 18,5%). Le tute blu del Centro Sud hanno premiato la sinistra (47%), ma anche il centrodestra accresce i consensi (32,9%), come anche la percentuale degli astenuti (20,1%). L'equilibrio tra i due schieramenti viene sfiorato al Sud dove il centrosinistra mette a segno il 40,9% dei voti tra gli operai, mentre il Polo la spunta con il 41,4% delle preferenze (non voto 17,7%). Se gli operai hanno sterzato a destra, la terza età non è da meno. Al Nord i pensionati che scelgono centrodestra lievitano fino al 48,9%, a scapito dei progressisti che incassano 36,1% dei consensi. Risultato opposto nel Centro Nord: al centrosinistra vanno il 51,7% dei consensi contro il 34,2% della destra (non voto 14,1%). Situazione ribaltata al Centro Sud dove i nonni votano al 42,6% per la Cdl, mentre l'Unione porta a casa un 36%. In Sicilia e Sardegna gli anziani pendono visibilmente per il centrodestra (43,9%) contro il 33,4% messo a segno dai progressisti. Altissima, in questo caso, la percentuale di non votanti: 22,7%. Scelgono senza tentennamenti l'ala moderata i disoccupati di tutta Italia, con lievi differenze percentuali tra Nord e Sud. Il Polo incassa il 42,7% dei consensi al Nord; il 47,5% al Centro Nord; il 43,9% al Centro Sud e il 38,2% al Sud. Ai progressisti, invece, i consensi maggiori arrivano dalle roccaforti rosse: 40,7%. Non vanno meglio i consensi per l'Unione al Centro Sud (36,4%), e nelle Isole.

    Saluti liberali

  3. #3
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    L'ultrasinistra eretica sulla Finanziaria della sinistretta ortodossa:

    (...)
    Le nuove aliquote fiscali
    Esaminiamo gli altri aspetti per
    vedere che cosa si sono inventati
    per sviare l’attenzione del proletariato
    dai colpi che gli sono
    stati e gli verranno prossimamente
    inferti. L’operazione più
    significativa, dicono “da sinistra”,
    è quella della distribuzione
    “più equa” (dopo trent’anni
    di crollo dei salari!), mediante le
    nuove aliquote fiscali secondo
    gli scaglioni di reddito.
    Quella che un tempo si chiamava
    “tassazione progressiva” e
    che quindi in nome del “progresso
    sociale” era considerata
    un “atto di civiltà”, una restituzione
    ai “ceti più sfortunati”,
    appare oggi un’impostazione
    superata. Anzi, andrebbe bandita,
    si dice da più parti. Guardate
    i cinesi: quel che interessa loro è
    l’accumulazione del capitale, la
    crescita dei tassi di incremento
    produttivo e lo sviluppo del mercato…
    La generale convinzione, che si
    tratta di pochi spiccioli e che saranno
    assorbiti da tasse locali,
    non smonta la soddisfazione
    delle “sinistre”, a cui le organizzazioni
    sindacali fanno da claque.
    Infatti, il taglio di 2 miliardi
    e 800 milioni di euro (poi ridotto
    per non mettere sotto stress gli
    stessi sindaci di sinistra che già
    “non riescono a trovare i soldi
    per gli alloggi pubblici, per i
    non-autosufficienti – 2 milioni in
    tutta Italia – e per l’assistenza
    domiciliare”) comporterà ulteriori
    esternalizzazioni dei servizi,
    aumento di addizionali Irpef locali
    e dell’ Ici, aggiunte di ticket
    sui medicinali, sulle prestazioni
    sanitarie, sul pronto soccorso oltre
    che sui rifiuti, che si aggiungeranno
    agli aumenti consistenti
    – già concessi – su acqua, gas,
    elettricità.
    L’opposizione protesta: “Si tratta
    di un furto! Non è alle classi
    medie che bisogna rivolgersi per
    sanare il deficit pubblico! Per
    riaggiustare i conti dello Stato,
    occorre tagliare la spesa pubblica
    (sanità, scuola, enti locali) dimezzando
    il personale! Per alzare
    il tasso di accumulazione e
    vincere la concorrenza, occorre
    imporre ai sindacati il ‘patto di
    produttività’ proposto dalla
    Confindustria!”
    Dove si colloca il proletariato
    nella “forzata” dichiarazione
    dei redditi? e dove le classi medie
    e la borghesia industriale e
    finanziaria, che all’atto della “libera”
    dichiarazione si mascherano
    da barboni miserabili? Per
    Marx, i profitti, le rendite, gli interessi,
    sono redditi, cioè parti
    del plusvalore: sono cioè lavoro
    non pagato, di cui la borghesia
    nelle sue più varie stratificazioni
    si nutre, alimentando in primo
    luogo l’accumulazione senza
    tregua del capitale e dispensando
    ai ceti improduttivi (una marea!)
    i tanti ticket di ringraziamento.
    Il salario è invece una variabile
    che oscilla tra un minimo
    e un massimo, tra un valore che
    rappresenta la semplice sopravvivenza
    e uno che non intacchi
    mai il plusvalore: è sempre quindi
    una quantità miserabile. La
    condizione del proletariato è per
    essenza precaria: è quella di un
    esercito del lavoro attivo e in riserva,
    di un esercito flessibile
    sempre sotto ipertensione produttiva.
    Basti comunque questo:
    le aliquote Irpef per i redditi
    compresi tra 15.000 e 28.000
    euro l’anno (fascia in cui è concentrato
    quasi tutto il lavoro dipendente)
    passeranno dal 23 al
    27% (valutazione dei Cobas).
    Dunque, la sottrazione di salario
    dalla busta-paga crescerà. I ricchi
    piangono? Ma va’ là!
    (..)
    Il passaggio di mano
    del TFR e il regalo
    del cuneo fiscale

    La proposta della Finanziaria
    che ha suscitato maggior scandalo
    (!?) è stata poi la dislocazione
    del denaro del TFR (trattamento
    di fine rapporto: cioè, denaro
    appartenente agli operai)
    da mano private a mani pubbliche,
    dalle aziende private all’Inps.
    Come si permettono di trafugare,
    hanno frignato, dalle
    “nostre” tasche quel denaro
    “non nostro” che usiamo come
    capitale per sviluppare le “nostre”
    aziende? Con la faccia tosta
    di sempre, padroni e padroncini
    si sono messi a gridare che li
    si vuole mandare in rovina. Dunque,
    senza il salario messo in
    quiescenza, ma utilizzato come
    capitale di investimento, non
    riescono a stare sul mercato: ma
    bravi! E allora la Finanziaria viene
    allargata: il trasferimento del
    TFR avverrà solo per quelle imprese
    il cui numero di addetti è
    superiore a 50; ovvero: una pletora
    infinita di aziende continueranno
    a utilizzare denaro operaio
    a basso tasso di utilizzazione,
    come hanno fatto in passato;
    gli altri, le grosse unità produttive,
    riceveranno dalle banche
    prestiti a tassi agevolati in
    compenso e lo Stato tramite l’Inps
    utilizzerà il malloppo per pagare
    il suo indebitamento presente,
    in funzione di quello futuro.
    Chi pagherà il conto? Ancora
    una volta i proletari.
    Altro regalo alla bella compagnia
    imprenditoriale è stata la
    detassazione del 60% di una
    quota del costo del lavoro.
    Qualcuno ha esclamato: “e ai
    lavoratori il 40%?!” “Che ingordi”
    hanno riposto “vi abbiamo
    dato gli assegni familiari...
    Non vi basta?”
    ***
    Che dire, in conclusione (e pronti
    a tornarci su ancora)? L’ennesima
    fregatura per i proletari,
    cucinata a fuoco lento dall’ennesimo
    “governo amico”. Prima
    o poi, i proletari butteranno
    all’aria pentole, pentoloni e basse
    cucine!
    Finanziaria: avvoltoi,
    iene e... stercorari

    (il programma comunista n° 6/2006)

    Saluti liberali

  4. #4
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    Il buon Carlo Pelanda ci parla invece della rivoluzione dei plebei delle destre contro il governicchio delle sinistruzze

    La rivoluzione dei plebei



    Di Carlo Pelanda (6-12-2006)

    (Il Giornale)

    L’editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corsera di martedì fa una apologia della visione neoaristocratica della sinistra. Devo citarne alcuni brani perché se li riassumessi non credereste che qualcuno, invece di preoccuparsi della degenerazione oligarchica della nostra democrazia, ne sia contento.

    Scrive Galli: “Sabato nella piazza romana c’era il popolo della destra così come, naturalmente, c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assent= e qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti della finanza e dell'industria, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome”. Continua: “Per governare è necessario anche ascoltare i salotti, in certo senso perfino rappresentarli";. Conclude: "La destra…resta tuttora condannata ad una vera e propria solitudine politica che rimanda direttamente a una irrisolta solitudine sociale”. Queste parole rivelano l’adesione alla teoria del neo-oligarchismo, la cui catena logica è la seguente. La democrazia da a tutti il potere di voto e ciò rischia di dequalificare la politica rendendola permeabile all’ignoranza eccitata del popolo bue. Per tale motivo gli ottimati devono frapporsi tra gli elettori e le conseguenze elettorali. Una democrazia è qualificata quando l’influenza dei “Grandi elettori”, gli ottimati, è in grado di bilanciare o condizionare il voto dei piccoli. Una forza politica è legittima quando ha il sostegno dei “salotti”. Il centrodestra è illegittimo perché "grandi finanza ed industria, scrittori, attori, scienziati e alti funzionari non testimoniano al suo fianco. Senza di essi il centrodestra può avere vittorie elettorali, ma non capacità di governo. Con questi al suo fianco, invece, la sinistra ha potere di governo indipendentemente dalle elezioni. L’analisi di Galli Della Loggia è realistica: l’Italia è una democrazia oligarchizzata. Ma nell’ansia di segnalare l’irrilevanza politica della manifestazione dei due milioni di “plebei”, per rassicurare la sinistra che questa non avrà conseguenze politiche, ha svelato il sostegno al modello neoaristocratico.. E se lo ha fatto sul giornale che rappresenta il pensiero degli oligarchi italiani possiamo ipotizzare che questi segnalino alla sinistra con cui sono associati: tranquilli, anche dieci milioni di plebei in piazza non cambieranno le cose. Per tale motivo ho ritenuto significativo questo editoriale.

    Come dovrebbe rispondere l’opinione pubblica che si ispira al popolarismo liberale? Per prima cosa, non irrilevante, possiamo identificarci con un nome all’opposto. Loro sono aristocratici, noi saremo orgogliosamente “plebei”. Ci dicono, di fatto, “popolo bue”= Che sia il bue, allora, il nostro emblema. E il loro ..Scegliete voi. Ma, esaurita la reazione scherzosa, emergono l’indignazione e la preoccupazione. In Italia la sinistra ed i poteri forti hanno avuto interesse a siglare un patto perverso fin dalla fine del 1994. La prima era minoritaria, ma poteva offrire assoluzioni giudiziarie e strumenti legittimanti perché aveva occupato i relativi snodi di potere (magistratura, giornali e università). I secondi avevano in mano la finanza e la grande industria, ma erano a rischio giudiziario e senza più una copertura politica forte. Fecero il business: assoluzioni e riverginalizzazione in cambio dell’accesso al soldo. E un patto contro Berlusconi perché alimentava la sua leadership con il consenso di gente che voleva la fine delle oligarchie createsi nei decenni precedenti. In sintesi, la sinistra ha riciclato oligarchie indecenti rinominandole come “ottimati” ed in cambio queste hanno dato alla sinistra stessa il pezzo di potere che le mancava, ambedue cercando di condizionare la democrazia per non far prevalere la maggioranza di plebei. Siamo di fronte ad una degenerazione della democrazia che rende necessari atti rivoluzionari per ripristinarla. Ecco, questa è la risposta giusta!

    www.carlopelanda.com
    Saluti liberali

  5. #5
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    bravo Pelanda ma la rivoluzione il popolo non la farà per cambiare solo i padroni.

  6. #6
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    dal quotidiano LIBERO di oggi.....

    Epifani deve capire: le tute blu vogliono pane non ideologia»

    di ANTONIO CASTRO

    ROMA «Il governo e i sindacati hanno in testa uno stereotipo del lavoratore, dell'operaio, che non esiste più. E poco importa se la Finanziaria non tocca la busta paga, quando poi arriva la mazzata sulla casa, sulla macchina o sui ticket». Giuliano Cazzola, esperto di previdenza ed ex uomo della dirigenza Cgil, analizza le contestazioni ai vertici di Cgil, Cisl e Uil allo stabilimento Fiat di Mirafiori. Ne salta fuori un'analisi politica e sindacale inedita e un monito: attenzione a non sottovalutare le frange estreme. Dalle assemblee di fabbrica è emerso il malcontento. Sorpreso? «Io no. Piuttosto Cgil, Cisl e Uil sembra abbiano sottovalutato la rabbia che cova nella base. Il governo, poi, ha in mente un modello di lavoratore che non esiste più. È inutile ripetere ai lavoratori che la manovra non gli mette le mani in tasca, quando poi pagano un bollo auto più caro, le tasse sulla casa aumentano e i servizi pure». Senza dimenticare la rivoluzione delle liquidazioni... «Quella è stata proprio una stronzata... Si può dire stronzata?». Prego. «Sì, perché nonostante per l'operaio non cambi nulla (la liquidazione verrà corrisposta sempre dall'azienda anche dopo il trasferimento all'Inps, ndr), né il sindacato, né il governo sono stati in grado di spiegarlo. Resta il fatto che la poca chiarezza ha fatto infuriare i lavoratori». Beh, con Finanziaria però non è solo un problema di comunicazione. «Indubbiamente ci sono dei problemi. C'è una forma di protesta che viene da sinistra sotto la regia dei Comitati di base (Cub) e delle Rdb. Ma hanno gioco facile perché cavalcano una protesta che è molto sentita. Questa è una manovra che non fa piangere solo i ricchi». Ma neppure la Cgil può far finta che lo scontento sia opera dei soliti scalmanati. «Il rischio è proprio questo: che, con il montare dello scontento, la Cgil si irrigidisca. Verrebbe subito seguita da Cisl e Uil. Con il risultato che dopo la Finanziaria non si riesca più a sedersi al tavolo con il governo». Un bel problema, visto che a gennaio dovrebbe partire il tavolo per la riforma delle pensioni. i«Infatti. E poi il governo Prodi ha bisogno della "pax sindacale". Questo esecutivo può reggere a tante punture di spillo, alle critiche, alle proteste. Ma non può permettersi uno sciopero generale alla vigilia di una trattativa tanto delicata». C'è il rischio di uno scivolone? «Se dovesse nascere e consolidarsi, dentro al sindacato, un'opposizione di sinistra forte sarebbe un problema. Alla base, per esempio, non piace l'atteggiamento filogovernativo di Fausto Bertinotti. Il rischio è che il governo cali le braghe...». In che modo? «Se dovesse sentirsi debole, sull'onda di una forte spinta dei sindacati e della sinistra estrema, potrebbe mettere in moto politiche sbagliate». Del tipo? «Come una revisione radicale della Legge 30 (la flessibilità nel mondo del lavoro, detta Biagi, ndr). Ma se si interviene forzatamente sulla flessibilità si assesta anche una botta all'occupazione. E anche introducendo la stabilizzazione forzosa dei precari si farebbero dei danni». Hanno già iniziato a parlarne... «A patto che questa volta sappiano spiegarlo. Faccio un esempio: il governo si sta dannando per ridurre il cosiddetto "scalone pensionistico" introdotto dalla riforma Maroni. E la gente cosa ha capito? Che gli alzano la soglia per andare in pensione. Imparino a comunicare, quanto meno». Giuliano Cazzola oly
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  7. #7
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    Sorpresa: la destra è molto più generosa dei progressisti

    di GLAUCO MAGGI

    La sinistra si bea e si gloria della (auto)definizione propagandistica che da un paio di secoli dà di se stessa: moralmente superiore, più caritatevole, che pensa ai poveri, che "si preoccupa". Anche dopo le tragedie del comunismo russo, cinese, cubano. Non è la sinistra, del resto, che sbraita oggi per avere la fama di chi vuol cancellare i debiti dei Paesi del Terzo Mondo, che vuole ovunque alzare gli stipendi minimi per decreto, che propugna scuole e università gratis per tutti, gli assegni di sostegno ai neonati... fino ai 21 anni, e le pensioni Inps sopra l'inflazione per chiunque, possibilmente a partire da 50 anni? Alla domanda "Who really cares" ("Chi effettivamente si cura degli altri"), risponde però ora il titolo di un libro di Arthur Brooks, professore di pubblica amministrazione della Syracuse University (New York): un lavoro meticoloso, frutto di ricerche sulle questioni tangibili e sui comportamenti reali che costituiscono la sostanza della beneficenza, misurabili e materiali tipo i flaconi di sangue donati, gli assegni e gli oboli per gli enti di carità, e le ore spese negli ospedali a fare ciò che si fa negli ospedali: "to care, really", prendersi cura realmente e di persona dei malati ad uno ad uno. Risultato: nella partita del cuore, e del portafoglio che gli sta accanto, la squadra dei conservatori batte i progressisti. A sinistra sono maestri nel "far donare" gli altri, con le tasse. Ma la carità umana come la definisce Brooks, e come lo reclama la decenza, è il "personale volontario sacrificio per il bene di un'altra persona": e qui, i conservatori vincono a mani basse. «Se i liberal e i moderati dessero lo stesso sangue che danno i conservatori», spiega Brooks, «la riserva di plasma degli Stati Uniti aumenterebbe del 45%». Intenti a sventolare nelle strade e nei parlamenti la bandiera della "redistribuzione del reddito", quelli che la propugnano danno in carità il 75% in meno di quei "gretti" che sono contrari alle troppe tasse. Bella forza, i conservatori sono più ricchi, ecco perchè danno di più, vero? No, falso. Le famiglie che si definiscono liberal hanno redditi del 6% più alti di quelle che si definiscono conservatrici. L'esempio, del resto, viene dall'alto. Durante la campagna per la corsa (persa) alla Casa Bianca, l'America apprese che il Democratico Al Gore aveva donato una percentuale del suo reddito inferiore a quella della media degli americani. A proposito di politica, è stato scritto e strascritto che i "red states" che hanno votato per Bush erano popolati da ciechi ed egoisti fondamentalisti, a fronte degli "illuminati" americani degli "stati blu" favorevoli a Kerry. Sarà, ma verso i poveri in carne e ossa i Repubblicani risultano più generosi dei Democratici, e di un toccante 30%. Chiave di volta degli atteggiamenti concreti è la religione. Le statistiche dicono che gli americani religiosi (in larga maggioranza Repubblicani), danno 4 volte tanto in carità ogni anno rispetto a chi non va in chiesa e sono 23 volte tanto più disponibili a fare volontariato per aiutare i poveri. «Ciò che fa ancora più paura di una particolare politica o di un certo credo è la mancanza della disponibilità nel mettere questa politica o questo credo sotto esame, anche contro ogni evidenza", scrive nella sua recensione al libro Thomas Sowell, professore alla Hoover Institution, presso la Stanford University (California). Come dire che i conservatori si devono arrendere: la tesi che, a sinistra, sono più generosi, etici, "caring" e bla bla bla, i "progressisti" non l'abbandoneranno mai, neppure sotto la tortura dei numeri nudi e crudi.
    Saluti liberali

  8. #8
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    dal quotidiano LIBERO di oggi.....


    La Bologna del Cinese fischia anche Bersani

    di TOMMASO MONTESANO

    Striscioni, volantini e un convegno interrotto a suon di slogan. Dopo Romano Prodi, a Bologna tocca a Pier Luigi Bersani subire la contestazione. Succede all'università, dove il ministro dello Sviluppo economico finisce nel mirino di una cinquantina di ricercatori precari del Cnr e dell'Istituto nazionale di Astrofisica che protestano per i tagli al settore contenuti in Finanziaria. Intanto il centrosinistra, sui fischi a Romano Prodi del giorno prima al "Motor show", insiste e minimizza: «Contestazione organizzata. Episodio spiacevole, ma insignificante». Bersani sta partecipando alla conferenza "Il futuro è nella ricerca industriale" quando un gruppo di giovani appartenenti alla "Rete nazionale dei ricercatori precari" entra nella sala del convegno. Volantini alla mano, con indosso i giubbotti catarifrangenti che si usano in caso di incidente stradale, i contestatori espongono gli striscioni che spiegano i motivi della protesta. "La ricerca è in panne, non rottamateci", è lo slogan che fa da sfondo all'iniziativa. Altri cartelli riportano scritte come "la conoscenza non è merce", "sapere precario" e "naufraghi del sapere". Una rappresentante dei ricercatori sale sul palco e legge un comunicato. «Siamo qui per manifestare il nostro profondo dissenso per la politica della ricerca messa in atto finora dal governo Prodi». Un portavoce dei precari, Vittorio Morandi, aggiunge: «Quello che c'è nel programma dell'Unione e nella Finanziaria non solo non risolve il problema dello sviluppo, ma non è neanche sufficiente a garantire lo status quo». Un applauso di tre minuti saluta la fine della lettura del documento, poi i ricercatori lasciano il palco e aspettano l'intervento di Bersani. Quando il ministro sta per prendere la parola, i precari iniziano a contestare con slogan come "fuori l'industria dall'università" e "soldi alla ricerca". Contestazioni che sfociano in un plateale abbandono dei lavori con visibile disappunto del ministro. «Usciamo perché non vogliamo sentire chi non sa ascoltare», replicano loro. Alla fine Bersani prova a rassicurare i precari: «Il problema della ricerca è un tema che stiamo cominciando lentamente ad affrontare». Parole che il ministro ripete al termine dei lavori a una delegazione di ricercatori. Quanto alle proteste di questi giorni (prima contro i sindacati a Mirafiori, poi contro lui e Prodi a Bologna), «non facciamo di tutta l'erba un fascio, sono cose molto diverse. Comunque può darsi che non ci siamo fatti ben comprendere». Bersani dà un consiglio al Professore: «Faccia come Berlusconi, organizzi la claque quando va in giro». Claque, aggiunge, «che noi non siamo abituati a portarci in giro». A stretto giro di posta arriva la replica di Paolo Bonaiuti, portavoce del Cavaliere: «La nostra sola claque sono i due milioni di italiani portati in piazza senza l'aiuto dei sindacati». Sulla linea di Bersani si riconosce tutto il centrosinistra. Ieri è toccato a Fausto Bertinotti, presidente della Camera, minimizzare i fischi a Prodi: «Mi pare un episodio spiacevole, ma politicamente insignificante». Per Piero Fassino, segretario ds, era tutto organizzato e «chiunque ha visto le immagini in tv se ne è reso conto». E Prodi? Il premier prima evita di tornare sull'argomento («quello che ho detto, ho detto»), poi ribadisce che quanto accaduto a Bologna è il frutto della «società di oggi». È lei, accusa, «che porta incredibilmente alla contrapposizione continua». Controreplica di Gianfranco Fini: «Patetico parlare di manifestazioni organizzate. Si tratta di un'espressione di dissenso che non deve sorprendere, visto l'operato del governo. Ricordo che Berlusconi ricevette un treppiede in testa e qualcuno disse che era un gesto da comprendere».

    Saluti liberali

  9. #9
    FuoriTempo
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    bella discussione.

  10. #10
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    Nemici del proletariato vero e dei lavoratori veri i radicalchic della sinistruzza illiberale italica lo sono da sempre, da quando USANO i lavoratori come potenziale....base di massa per il loro giuochetti di potere, per i compromessi fra burocrazie sindacali, burocrazie di partito, imprese di partito e mondo dei "poteri forti", al fine di raggiungere la massima influenza sulla politica reale del Paese, nel loro esclusivo e autoreferenziale interesse di casta di borghesi "progressisti" che disprezzano profondamente i lavoratori ignoranti, che "non hanno studiato".
    Eccone un'altra dimostrazione in questo interessante articolo pubblicato oggi dal quotidiano LIBERO:

    La finanziaria cancella le pensioni degli emigranti tornati in Italia

    Sono partiti con una valigia di cartone, hanno lavorato per anni in Svizzera e una volta rimpatriati hanno trasferito all'Inps i contributi. Il belpaese grato li ha premiati decurtando di due terzi la loro pensione. Questa la storia a sommi capi. Uno scherzetto per 500 mila emigranti italiani. Ma non è finita. Il buon governo Prodi invece di mettere la pezza e salvarsi la faccia pagando il dovuto, ha azzerato il debito in bilancio introducendo nella finanziaria (comma 480 del maxiemendamento) l'interpretazione di un decreto del Presidente della Repubblica datato 1968. Spiego: nel bilancio dello stato c'è un buco, anzi una voragine, di 10 miliardi di euro. La somma dovuta a quei poveri migranti che in base alla convenzione bilaterale Italia-Svizzera, sottoscritta più di 40 anni fa, hanno deciso di riscuotere la pensione nella terra madre. Un obolo più che altro considerato che a chi in busta spettava mille euro al mese se n'è ritrovati poco più che trecento. È l'onorevole Carlo Fatuzzo segretario nazionale del Partito dei Pensionati e parlamentare europeo a raccontare la vicenda e a lanciare l'allarme. Sette anni fa parte la denuncia. Il tribunale nel primo e secondo grado di giudizio riconosce l'illegittimità dell'arbitrale calcolo dei contributi da parte dell'Inps e le sentenze vengono confermate dalla Cassazione. L'Istituto di previdenza è condannato a pagare il triplo della somma corrisposta a pensione, circa 20 mila euro l'anno. Partono altre cause, trenta vanno in porto, la beffa si diffonde e il governo tenta il colpo di spugna. Di aprire il portafogli non ne vuole sapere, meglio nascondere il debito a Bruxelles e rimandare la resa dei conti. «Un intervento illegale e incostituzionale ( la Corte si è già espressa a tal proposito) quello introdotto nella manovra - spiega l'onorevole Fatuzzo - in contrasto con la legge italiana che non prevede interpretazioni autentiche in caso di decisioni univoche dei magistrati e allorché si tratti di nuove leggi, come in questo caso, che modificano il calcolo delle pensioni a svantaggio del lavoratore». Il parlamentare ha inoltre presentato un'interrogazione alla Commissione europea . Il governo non può ignorare le decisioni della magistratura, ma ha trovato il modo per aggirare l'ostacolo e rinviare il pagamento costringendo i pensionati a continuare le cause per altri anni. Nel frattempo c'è chi desisterà e chi passerà a miglior vita. Il debito si assottiglierà e la patata bollente potrebbe passare in altre mani. Qualcuno invece le mani se l'è lavate per benino. Fatuzzo va giù duro. A lui risulta che i giudici dei tribunali su pressione dell'Inps abbiano rinviato tutte le cause giunte alla fase finale in attesa dell'approvazione della finanziaria. E allora i ricorrenti (le domande in giacenza sarebbero 100 mila) dovranno ricominciare tutto da capo. Della vicenda si era interessato anche Berlusconi e l'opposizione aveva presentato un emendamento soppressivo che neutralizzava il comma 480. Troppo tardi, la fiducia l'ha fatto decadere. Il partito Pensionati ha divorziato dal centro sinistra e sono iniziate manifestazioni di protesta in tutta Italia. L'ultima la scorsa settimana a Sondrio. La prossima è in programma lunedì 18 dicembre a Milano davanti all'istituto di previdenza di via Melchiorre Gioia. E in tutto questo dove sono finiti i sindacati? «Sono consapevoli della situazione - precisa Carlo Fatuzzo - tramite i patronati che hanno promosso le cause. Sanno, ma preferiscono tacere».

    Saluti liberali

 

 
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