(...)
Le nuove aliquote fiscali
Esaminiamo gli altri aspetti per
vedere che cosa si sono inventati
per sviare l’attenzione del proletariato
dai colpi che gli sono
stati e gli verranno prossimamente
inferti. L’operazione più
significativa, dicono “da sinistra”,
è quella della distribuzione
“più equa” (dopo trent’anni
di crollo dei salari!), mediante le
nuove aliquote fiscali secondo
gli scaglioni di reddito.
Quella che un tempo si chiamava
“tassazione progressiva” e
che quindi in nome del “progresso
sociale” era considerata
un “atto di civiltà”, una restituzione
ai “ceti più sfortunati”,
appare oggi un’impostazione
superata. Anzi, andrebbe bandita,
si dice da più parti. Guardate
i cinesi: quel che interessa loro è
l’accumulazione del capitale, la
crescita dei tassi di incremento
produttivo e lo sviluppo del mercato…
La generale convinzione, che si
tratta di pochi spiccioli e che saranno
assorbiti da tasse locali,
non smonta la soddisfazione
delle “sinistre”, a cui le organizzazioni
sindacali fanno da claque.
Infatti, il taglio di 2 miliardi
e 800 milioni di euro (poi ridotto
per non mettere sotto stress gli
stessi sindaci di sinistra che già
“non riescono a trovare i soldi
per gli alloggi pubblici, per i
non-autosufficienti – 2 milioni in
tutta Italia – e per l’assistenza
domiciliare”) comporterà ulteriori
esternalizzazioni dei servizi,
aumento di addizionali Irpef locali
e dell’ Ici, aggiunte di ticket
sui medicinali, sulle prestazioni
sanitarie, sul pronto soccorso oltre
che sui rifiuti, che si aggiungeranno
agli aumenti consistenti
– già concessi – su acqua, gas,
elettricità.
L’opposizione protesta: “Si tratta
di un furto! Non è alle classi
medie che bisogna rivolgersi per
sanare il deficit pubblico! Per
riaggiustare i conti dello Stato,
occorre tagliare la spesa pubblica
(sanità, scuola, enti locali) dimezzando
il personale! Per alzare
il tasso di accumulazione e
vincere la concorrenza, occorre
imporre ai sindacati il ‘patto di
produttività’ proposto dalla
Confindustria!”
Dove si colloca il proletariato
nella “forzata” dichiarazione
dei redditi? e dove le classi medie
e la borghesia industriale e
finanziaria, che all’atto della “libera”
dichiarazione si mascherano
da barboni miserabili? Per
Marx, i profitti, le rendite, gli interessi,
sono redditi, cioè parti
del plusvalore: sono cioè lavoro
non pagato, di cui la borghesia
nelle sue più varie stratificazioni
si nutre, alimentando in primo
luogo l’accumulazione senza
tregua del capitale e dispensando
ai ceti improduttivi (una marea!)
i tanti ticket di ringraziamento.
Il salario è invece una variabile
che oscilla tra un minimo
e un massimo, tra un valore che
rappresenta la semplice sopravvivenza
e uno che non intacchi
mai il plusvalore: è sempre quindi
una quantità miserabile. La
condizione del proletariato è per
essenza precaria: è quella di un
esercito del lavoro attivo e in riserva,
di un esercito flessibile
sempre sotto ipertensione produttiva.
Basti comunque questo:
le aliquote Irpef per i redditi
compresi tra 15.000 e 28.000
euro l’anno (fascia in cui è concentrato
quasi tutto il lavoro dipendente)
passeranno dal 23 al
27% (valutazione dei Cobas).
Dunque, la sottrazione di salario
dalla busta-paga crescerà. I ricchi
piangono? Ma va’ là!
(..)
Il passaggio di mano
del TFR e il regalo
del cuneo fiscale
La proposta della Finanziaria
che ha suscitato maggior scandalo
(!?) è stata poi la dislocazione
del denaro del TFR (trattamento
di fine rapporto: cioè, denaro
appartenente agli operai)
da mano private a mani pubbliche,
dalle aziende private all’Inps.
Come si permettono di trafugare,
hanno frignato, dalle
“nostre” tasche quel denaro
“non nostro” che usiamo come
capitale per sviluppare le “nostre”
aziende? Con la faccia tosta
di sempre, padroni e padroncini
si sono messi a gridare che li
si vuole mandare in rovina. Dunque,
senza il salario messo in
quiescenza, ma utilizzato come
capitale di investimento, non
riescono a stare sul mercato: ma
bravi! E allora la Finanziaria viene
allargata: il trasferimento del
TFR avverrà solo per quelle imprese
il cui numero di addetti è
superiore a 50; ovvero: una pletora
infinita di aziende continueranno
a utilizzare denaro operaio
a basso tasso di utilizzazione,
come hanno fatto in passato;
gli altri, le grosse unità produttive,
riceveranno dalle banche
prestiti a tassi agevolati in
compenso e lo Stato tramite l’Inps
utilizzerà il malloppo per pagare
il suo indebitamento presente,
in funzione di quello futuro.
Chi pagherà il conto? Ancora
una volta i proletari.
Altro regalo alla bella compagnia
imprenditoriale è stata la
detassazione del 60% di una
quota del costo del lavoro.
Qualcuno ha esclamato: “e ai
lavoratori il 40%?!” “Che ingordi”
hanno riposto “vi abbiamo
dato gli assegni familiari...
Non vi basta?”
***
Che dire, in conclusione (e pronti
a tornarci su ancora)? L’ennesima
fregatura per i proletari,
cucinata a fuoco lento dall’ennesimo
“governo amico”. Prima
o poi, i proletari butteranno
all’aria pentole, pentoloni e basse
cucine!
Finanziaria: avvoltoi,
iene e... stercorari
(il programma comunista n° 6/2006)