
Originariamente Scritto da
Arancia Meccanica
Penso che esistano due modi d'intendere l'onore.
Il primo prettamente esteriore, direi aristocratico, (penso alle letture liceali del Cid, alla Chanson de Roland) inteso come ricerca di un senso di prestigio, decorazione che si conquista e che si può perdere, trofeo da difendere.
L'onore inteso come oggetto esterno, fama, reputazione, diritto a un rispetto che viene da fuori, ovvero alla considerazione pubblica.
Poi vi è un'idea diversa d'onore, il modo d'intenderlo proprio di noi camerati post-romantici.
L'onore come sentimento interiore, qualcosa che si deve a se stessi che si deve cercare per sè, qualcosa che riguarda il nucleo della propria intima essenza.
Una ricerca costante e ininterrotta della propria nobiltà d'animo.
Qualcosa che nasce dal profondo, da una sensibilità nei confronti di se stessi portata all'altezza più pura, da un grande sentimento di bellezza della vita. L'onore che diventa rifiuto constante di ciò che sentiamo brutto, volgare, interessato, falso; il rifiuto d'inchinarsi alla mediocrità in quanto tale, alla bassezza in quanto tale.
Il senso dell'onore che porta con sè un senso tragico, un sentimento di pathos, una tensione costante all'azione, l'obbligo continuo di liberarsi da qualsiasi onta, di non mischiarsi con l'infraumano per restare fedeli a se stessi, a ciò che si è.
L'onore che cresce dentro di noi fino a imporci le più dure rinunce, che si allarga fino a diventare onore per la propria comunità, onore per la propria Nazione.
E qui ritorno al mio primo intervento, la valenza metafisica dell'onore.
Una vita condotta e vissuta nell'onore è una vita portata al suo più alto stato di consapevolezza.
L'uomo d'onore, liberandosi dai retaggi bestiali presenti nel suo subconscio, e quindi dalle forze gravitazionali che lo spingono verso il basso, verso l'infraumano, accede al nucleo più puro e nobile della sua anima, e quindi al transfinito che è dentro di lui.