Morte a Bossi ed a tutti i leganordisti!Viva l'Italia!
Bisognerebbe organizzare urgentemente una manifestazione contro la LN,a Milano!
Sono peggio dei comunisti!
Ci rubano voti
Indifferente
Potremmo esserne alleati
Sono camerati come noi
Sono neofascista e voto LN!
La LN è più fascista della FT,di FN e degli altri movimenti della DR!












No , non ci furono scontri fratricidi fra i camerati di giurisprudenza e quelli del Msi.
Chi non era d'accordo rimase sulle scale di giurisprudenza e intervenne solo in un secondo momento quando i missini tornarono indietro pressati dai compagni e si schierarono con camerati che "sbagliavano"...
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Prima d'innescare una diatriba infinita voglio ricordare che si tratta ormai di storia e quindi va vista col senno di poi
I gruppi che si mobilitarono con i contestatori:
AVANGUARDIA NAZIONALE
G.U.CARAVELLA
AVANGUARDIA EUROPEA
PRIMULA GOLIARDICA
FUAN
( a Perugia la contestazione fu’ interamente guidata dal presidente? del Fuan Luciano Lanfranco)
Roma, 10 aprile 1968 - Documento introduttivo del Gruppo Universitario Caravella
Pubblichiamo di seguito il "Documento introduttivo" del G. U. Caravella approvato dalla commissione politica del gruppo, nella facoltà di Economia e Commercio, ritenendo utile sottoporre all'attenzione dei lettori un documento che condividiamo interamente.
«Il G. U. Caravella ritiene che la crisi dell'Università non possa prescindersi dai problemi posti dal disfacimento dello Stato democratico parlamentare.
Inoltre è consapevole che i problemi dell'Università italiana non possono risolversi nell'ambito dell'Università stessa ma solo nell'ambito delle strutture dello Stato. Solo chi è al vertice di quest'ultimo e detiene realmente le leve del potere, e non si accontenta di fittizie concessioni che in ultima analisi verrebbero ad essere strumentalizzate dal più forte, può concretamente operare nella realtà politica del Paese. Poste queste premesse il G. U. Caravella considera dì vitale importanza non restringere il discorso nei limiti dell'Università ma ampliarlo e rivolgerlo a tutto l'insieme della società italiana, da venti anni ubriacata da falsi miti, per stimolare tutte le forze valide ad una azione veramente rivoluzionaria avente per obbiettivo la distruzione dell'attuale assetto politico, al di là degli schematismi imposti dai partiti, ormai senza alcuna distinzione inseriti nel gioco del parlamentarismo, grazie a cui il sistema può sopravvivere.
Tale assetto politico, imposto dalla sconfitta militare delle forze autenticamente europee ad opera degli eserciti russi ed americani e sancito dalla spartizione dell'Europa avvenuta a Yalta, ha la sua scaturigine ideologica dalle teorie egualitaristiche di marca illuminista e marxista. In tale contesto politico si inserisce la falsa cultura creatrice di controvalori, materialistici ed intellettualistici, contrastanti i valori dinamici della tradizione europea, basata su di una concezione storica e spirituale della realtà.
Il G. U. Caravella respinge le ideologie democratiche liberali socialistiche, le quali hanno distrutto la nozione dello Stato, confondendone la sostanza etico-politica con il mito del benessere e con il mito della civiltà dei consumi. Il risultato di questa mistificazione è lo scadimento della politica a mera routine amministrativa, la confusione di politica ed economia, la involuzione dello stesso linguaggio politico ad oscuro gergo tecnicistico. La politica, viceversa è la creazione di forme storiche che promuovono, conservano e tramandano i valori spirituali di una civiltà e che nello stesso tempo non rifiutano le soluzioni sociali.
La mentalità democratica sostituisce ai valori di cultura e di civiltà il mito economico della «Libertà» e della «Pace», intese come indifferentismo e disimpegno e non come forze vivificatrici e creatrici volte a fini superiori.
Si respingono pertanto questi presupposti egoistici e borghesi e si auspica una educazione rivolta all'azione impersonale e disinteressata per la creazione di cittadini politicamente validi.
Uno Stato ispirato ad una concezione di sintesi fra civiltà ed esigenze sociali non può non assumere una responsabile posizione nel campo dei valori, non può rimanere indifferente ai problemi della Cultura e deve respingere la propaganda come strumento di suggestione delle masse, come da anni indiscriminatamente sta accadendo.
È compito dello Stato dare una direttiva in materia di educazione della gioventù, considerata fonte di energie politiche, difendendo la scuola dalla influenza di organismi proiettati verso fini particolaristici.
La nostra visione della scuola e dell'Università trova la sua realizzazione nell'ideale etico di uno Stato che esprima, attraverso la sua autentica e selezionata classe dirigente, la volontà universale e che sia quindi antitetico al tipo di Stato Democratico che esprime le esigenze particolari di una aritmetica e atomica maggioranza.
Pertanto ribadiamo la nostra volontà rivoluzionaria nei confronti dell'attuale sistema politico che snatura gli autentici valori della educazione, degradandola ad esclusiva esigenza economica degli individui, laddove lo studio è una esigenza culturale, spirituale e sociale dello Stato e del cittadino come strumento dell'attuazione di esso.
Lo Stato espressione di una autentica volontà politica deve approntare un apparato globale che dia a tutti la possibilità di attuare il compito principale: quello di servire la Stato attraverso l'approfondimento della cultura e della scienza. Soltanto sotto la prospettiva di realizzare le finalità dello Stato l'individuo ha il diritto di chiedere gli strumenti per attuare tale dovere attraverso il raggiungimento della maturità politica e del pieno sviluppo della coscienza civile.
Determinata quindi la necessità di distruggere questa organizzazione sociale di cui il sistema democratico parlamentare è l'espressione onde creare un nuovo stato sulla base di valori qualitativi e gerarchici sorge il problema del reimpostare l'insegnamento ad ogni livello.
Negli ultimi anni si è colpito l'indirizzo classico in nome delle esigenze dei tempi che reclamano quadri tecnici ed industriali. È indubbio che bisognerà dare un nuovo impulso allo studio dei problemi tecnici creando speciali istituti. Ma è altresì indubbio che lo studio del greco e del latino devono rimanere a fondamento di ogni educazione superiore.
D'altra parte, se si vuole veramente l'Europa, bisognerà insegnare seriamente le lingue straniere.
Si ribadisce poi che l'insegnamento della storia e della filosofia deve preparare alla educazione politica.
L'attuale impostazione democratica-liberale, quella stessa che identifica nella rivoluzione francese la «liberazione dell'Umanità» e che riduce i fini dell'uomo alla semplice soddisfazione dei bisogni biologici, deve essere gradualmente cancellata.
Infine intendiamo proteggere lo sviluppo delle arti plastiche, rivalutiamo l'architettura come arte politica per eccellenza, vogliamo che dalla nostra idea sorga una volontà plastica formatrice che dia un nuovo volto alle nostre città. Infatti non si deve dimenticare che le arti plastiche e figurative, come pure le grandi concezioni architettoniche sono quelle che comunicano con maggiore immediatezza gli ideali e il sentimento di un'epoca. Ammirando il Partenone o una Cattedrale gotica noi comprendiamo immediatamente che cosa siano stati l'antichità e il Medio Evo. Nella nostra epoca di crisi e di transizione così come difetta una solida idea informatrice, che superi il vuoto ed il particolarismo delle concezioni democratiche, così mancano certi criteri urbanistici ed architettonici.
Dal periodico CREATIVITA’ vicino alla FNCRSI
Roma, ottobre 1968-Movimento studentesco e operaio "Avanguardia Europea"
Se da un lato la Cina punta alla industrializzazione ed alla realizzazione di una solida economia, dall'altra cerca di evitare il pericolo di futuri scivolamenti verso modelli tipo Società del Benessere, poggianti su concezioni della vita tipicamente borghesi.L'infatuazione atlantista
Ne "Il Borghese" del 18 luglio scorso si poteva leggere un articolo di Julius Evola intitolato «L'infatuazione maoista».
Polemicamente dedicato a «certi ambienti» che pur essendo di estrazione «fascista» manifestano aperte simpatie per la Cina di Mao, lo scritto consiste in una lunga requisitoria mirante a «contestare» la ragionevolezza di simili convivenze, considerate frutto di un «mito» maoista che non corrisponde minimamente alla realtà delle cose.
La natura del settimanale su cui l'articolo è comparso, e lo stesso carattere preconcetto di quest'ultimo, dovrebbero indurci ad ignorarli entrambi, tuttavia crediamo che possa essere interessante ribattere alle tesi propugnate dall'autore dello scritto citato, se non altro per chiarire una volta per tutte i motivi che ci spingono a guardare al Maoismo come al più valido dei fenomeni politico-ideologici del nostro tempo.
Per prima cosa, Evola ha tentato una «smitizzazione» dell'ormai famoso «libretto rosso», e lo ha fatto dicendo d'averlo letto, senza peraltro averci trovato niente di tanto straordinario da giustificarne la fortuna.
Giustissimo. In effetti, le cose non potevano andare diversamente, perché il libretto in questione non è né pretende di essere una pietra miliare della letteratura politica. È solo una minuscola raccolta di frasi di Mao, vertenti sugli argomenti più diversi. Che in sé stesso sia una ben piccola cosa lo capiscono tutti, e quindi non c'era proprio niente da «smitizzare».
Altro è il suo valore simbolico: in quelle poche pagine strette in una fiammante copertina rossa, sono racchiusi tutti gli ideali e le aspirazioni di un popolo; è l'espressione materiale di una fede; è diventato un vessillo, una bandiera, e le masse acclamanti ed entusiaste lo sventolano come appunto si fa con una bandiera. I russi del tempo di Stalin agitavano le bandiere rosse con la falce ed il martello; i fascisti innalzavano al sole i loro gagliardetti neri; è con lo stesso spirito, con la stessa fede in un ideale, che il cinese d'oggi stringe in una mano, agitandolo, il suo libretto color di fuoco. Che dentro ci siano scritte cose più o meno «straordinarie» non ha nessunissima importanza.
* * *
Miopia politica significa invece voler ridurre il dissidio fra Mosca e Pekino ad una semplice «lite di famiglia», dovuta più che altro a certi territori della Unione Sovietica sui quali la Cina avanza delle rivendicazioni.
Il dissidio non solo non consiste in una misera questione irredentistica, come vorrebbe far credere l'occidentalismo di destra, sempre in vena di ammannire scempiaggini tipo «il comunismo ha un volto solo», ma non si riduce nemmeno a quello scontro fra rivoluzionari intransigenti (i cinesi) ed ex-rivoluzionari imborghesiti (i russi) tante volte indicato dai commentatori politici come la chiave per comprendere la natura del conflitto.
Una simile impostazione potrà essere applicata -e nemmeno si può esserne troppo certi- alla prima fase del dissidio stesso, quella che va dal XX Congresso del PCUS fino allo scoppio della Rivoluzione Culturale, ma risulta del tutto insufficiente quando lo si voglia applicare indiscriminatamente, prescindendo cioè dai profondi mutamenti apportati in Cina dalla Rivoluzione delle Guardie Rosse.
Agli inizi, infatti, il dissidio rappresentava la reazione della Cina alla svolta revisionista imboccata in URSS per opera di Kruscev, ed entro questi limiti si mantenne fino alla vigilia della nuova esplosione rivoluzionaria cinese.
Con lo scoppio e lo svolgersi della Rivoluzione Culturale si hanno in Cina profondi mutamenti non solo a livello politico ma anche a livello ideologico: taluni aspetti latenti della dottrina maoista vengono esaltati, anche se in verità esulano dalla tradizione marxista-leninista, mentre d'altra parte si procede al siluramento di tutti coloro che potrebbero costituire un intralcio alla nuova ventata rivoluzionaria, primi fra tutti i grossi personaggi che dissentono dalla politica antisovietica di Mao.
Il dissidio con Mosca si aggrava, trasformandosi in un vero e proprio scontro fra due mondi che ormai percorrono strade opposte. Di fronte ad una Unione Sovietica che prosegue allegramente sulla strada del revisionismo ideologico e marcia a larghi passi verso mete nettamente borghesi, c'è una Cina che non solo ha proseguito sulla linea rivoluzionaria, ma si è spinta fino a superare gli stessi limiti del marxismo-leninismo per approdare ad una concezione politica che -pur conservando i caratteri salienti dell'ideologia comunista- presenta d'altra parte non pochi aspetti del tutto originali, estranei comunque alla ortodossia marxista-leninista: è ciò che nel linguaggio comune chiamiamo Maoismo.
* * *
Non a caso si parla di Maoismo. Il Maoismo non è un momento del comunismo destinato a scomparire con Mao, come potrà essere stato lo Stalinismo. È un fatto nuovo, destinato a sopravvivere al capo.
Gli stessi Marx e Lenin sono stati in certo senso «ridimensionati»: se è vero che Mao ha affermato essere il marxismo-leninismo il «fondamento teorico» su cui si basa la sua dottrina, è anche vero che tempo fa Lin Piao in persona esortò i cinesi a seguire innanzitutto il pensiero di Mao perché il resto -compresi Marx e Lenin- è del tutto secondario.
Circa l'eventualità che col tempo, in seguito al raggiungimento di migliori condizioni economico-sociali, la Cina finisca con l'accettare -sulla scia dell'Unione Sovietica- un modello di vita borghese, dissentiamo dal giudizio di Evola, in quanto tale possibilità ci sembra oltremodo remota.
Sta proprio in questo -a nostro avviso- l'aspetto più valido del Maoismo: aver considerata questa eventualità e, -per scongiurarla- aver affrontato il problema della rivoluzione non solo a livello di strutture, ma anche in sede di «tipo umano».
Se da un lato la Cina punta alla industrializzazione ed alla realizzazione di una solida economia, dall'altra cerca di evitare il pericolo di futuri scivolamenti verso modelli (tipo Società del Benessere) poggianti su concezioni della vita tipicamente borghesi.
Superata la prima fase della rivoluzione, quella diretta contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, si è passati ad eliminare tutti i sedimenti ideologici del vecchio mondo, praticando a molte centinaia di milioni d'uomini una vaccinazione radicale contro tutti i falsi miti del mondo borghese occidentale. È ciò che intende dire Mao Tze-tung quando parla di «condurre una lunga lotta contro l'ideologia borghese e piccolo-borghese».
È nel quadro di questo anelito a superare i limiti della rivoluzione sociale per porre le basi di una nuova Civiltà, che vanno inquadrati quegli aspetti del Maoismo chiaramente estranei alla tradizione marxista-leninista.
Senza dichiararlo esplicitamente, Mao rifiuta quel principio-cardine del marxismo che è il materialismo storico, il quale pone l'economia alla base di tutta la storia, ed abbraccia il principio volontaristico, secondo il quale è l'uomo e non altri a fare la storia.
Proclama il valore dell'«eroismo rivoluzionario», invita il popolo ad inchinarsi di fronte ai martiri ed ai caduti della sua rivoluzione. Insegna che «il potere politico nasce dalla canna del fucile» e ricorda al suo popolo che «solo con il fucile si può trasformare il mondo intero». Infonde coraggio ridimensionando l'altrui potenza militare, dicendo che «in guerra le armi sono un fattore importante, ma non decisivo», perché soltanto «gli uomini sono il fattore decisivo, non le cose».
Fa così sua quella «concezione attiva della guerra» intesa come «mezzo per affermare e far trionfare la propria verità», per cui essa non è più un termine dialettico ma diviene un valore assoluto, e «l'uomo impone la sua concezione attraverso la lotta» mentre «la verità si afferma con la vittoria».
* * *
È chiaro come il sole che Mao debba essere -come egli stesso dice- solo per le «guerre giuste», che dal suo punto di vista sono poi quelle che servono per portare avanti la sua fede politica. Forse Evola pretenderebbe che Mao si mettesse a fare una indiscriminata apologia della guerra, fino ad accendere un cero a Confucio perché si curi di proteggere i «marines» americani impiegati nel conflitto vietnamita?
L'invito di Evola ad impegnarci solo nelle nostre «guerre giuste», come fa Mao, è per noi un invito a nozze.
Temiamo però che sia piuttosto difficile metterci d'accordo e stabilire una volta per tutte quale realmente sia la nostra «guerra giusta»; non certo quella di cui parla lui, cioè la solita guerra «contro la sovversione mondiale», perché questa sarà magari una guerra buona per neutralizzare le «guerre giuste» degli altri, ma non la nostra. È solo una negazione, e la nostra guerra non può non essere che una affermazione.
La faccenda, dunque, non può interessarci, anche perché la formula non ci è nuova: sa di maccartismo, di Comitati Civici, di «fedeltà atlantica» e di «fronte antimarxista». È un sapore che non si confà ai nostri gusti perché somiglia troppo a quello dei vecchi arnesi della destra, tipo Mario Tedeschi.
* * *
Oltretutto, e questo è forse il punto più importante, partiti dall'intenzione di combattere donchisciottescamente contro la fantomatica «sovversione» di cui sopra, finiremmo certamente col cascar nelle braccia di questo putrido mondo borghese, fino a diventarne -per una delle tante ironie della Storia- gli involontari difensori. Ammesso e non concesso che le «infatuazioni maoiste» possano rappresentare la padella, il nostro sarebbe un cadere dalla padella nella brace.
E per capire cosa ci autorizzi a parlar di «brace» non ci vuole davvero molto: basta chiedersi con onestà cosa sia in realtà questa nostra «civiltà» figlia di una borghesia bottegaia e di un capitalismo più vampiresco d'una sanguisuga.
Basta guardarsi intorno per trovare una risposta: è la «civiltà» che si merita un mondo, come il nostro, di cinici sentimentali, di benefattori usurai, di nichilisti bigotti, di protestatari integrati, di moralisti immorali, di larve d'uomini felici di chiudersi nel bozzolo del proprio sordido egoismo, incapaci non solo d'una passione comunitaria, ma anche di concepire semplicemente un qualsiasi sacrificio -anche piccolo, anche insignificante- che non arrechi dei vantaggi personali e solo personali. È un mondo in cui i princìpi morali più o meno fasulli rappresentano la facciata, ma nessuno si sogna di applicarli quotidianamente; un mondo nel quale lo sfruttamento dell'uomo lo chiamano «Giustizia Sociale» ed un vago senso di superstizione ne costituisce la Religione.
È un mondo basato sull'ipocrisia e sul filisteismo cui manca anche la forza di vergognarsi del baratro in cui è caduto, anzi se ne fa un vanto, giungendo persino a deridere -con una punta d'ironia- coloro che nel baratro non vogliono scendere.
Un mondo senza nemmeno l'ombra di una tensione ideale, perché la sola tensione conosciuta è quella procurata dal pensiero di pagare la rata del frigorifero o della lavatrice o del televisore o dell'automobile.
Come si vede, ce n'è abbastanza per desiderare una invasione «barbarica» che ci tiri fuori da questo pantano come i «barbari» antichi tolsero dalla mollezza e dal lassismo della decadenza i romani del Basso Impero.
Ecco perché -tra l'altro- pensiamo alla Cina con una «punta di speranza», mai col raccapriccio dei nostri borghesi, perché vi pensiamo come ad una possibilità di ridare un poco di energia vitale a questo nostro mondo ormai ridotto a conoscere un solo tipo di energia: quella fornita, a «sferzate» dalla famosa bevanda a base di uova sbattute, zucchero e marsala.
* * *
Ma gli aspetti «ideologici» della nostra «simpatia» non sono gli unici; vi sono, non meno importanti, quelli politici.
Sottoscriviamo completamente -ad esempio- la politica di rottura svolta dalla Cina nell'ambito delle relazioni internazionali, perché crediamo che oggi Mao sia il solo ad opporsi fino in fondo all'infame progetto imperialista russo-americano per la spartizione del mondo in due rispettive zone d'influenza, e quindi alla politica dei blocchi -contrapposti o meno, la cosa non cambia- nonché ai tiri mancini per castrare i popoli della loro libertà tipo trattato anti-H.
Non sappiamo se una simile impostazione possa piacere a Evola, visto che è finito in quella sezione distaccata dell'Ambasciata americana o della Confindustria italiana che è il settimanale di Mario Tedeschi. Tuttavia gli auguriamo sinceramente di rompere quanto prima certi legami e di superare l'equivoco secondo il quale la nostra «guerra giusta» consiste nel contrastare una non meglio definita «sovversione mondiale», onde evitare che qualche maligno possa affermare che il Nostro -pur tanto refrattario alle «infatuazioni maoiste»- sia incappato in una ben più squallida «infatuazione atlantista».


Esposi la tesi del "'68 nero" a un incontro su Pasolini (era un incontro che, esaltando gli aspetti di critica alla modernità e alla società dei consumi del filosofo, tentava di far rivedere il giudizio ai "cammmmerati" che lo consideravano semplicemente un frocio comunista e nulla più), all'incontro era presente un'intellettuale che ritengo possa essere ascrivibile in qualche modo all'"Area" e che dovrebbe (uso il condizionale perchè non ne sono sicuro) aver fatto parte di Terza Posizione: si chiama Siro Mazza. Più o meno mi disse così: "e ora di finirla con questa favola del '68 nero, la contestazione non fu solo italiana ma mondiale e seguì in tutto il mondo lo stesso filone ideologico che è anti-Tradizionale e antieuropeo". In effetti, tra i risultati del '68, è difficile ricordarsi qualcosa di diverso della "rivoluzione dei costumi e del ruolo della donna" (con conseguente distruzione dell'Istituto della famiglia che oggi è sotto gli occhi di tutti), della retorica pacifistico-umanitaria, del deprecabile uso e abuso delle droghe, del cosmopolitismo, ecc.ecc.
Teodoro Buontempo sostiene che il '68 avrebbe potuto essere "la nostra Rivolta contro il Mondo Moderno", alla luce dei fatti che accaddero in tutto il mondo credo che questi tesi (condizionata da fatti accaduti solo a Roma) sia difficilmente sostenibile.


Nell'ottica marxista della lotta di classe non direi.
Inoltre A mio parere Pasolini cleva richiamre l'attenzione sulla matrice essenzialmente borghese del movimento di contestazione e ad un suo caratte settario ed antipopolare.
Con questo però Pasolini non si schiera certo con lo stato, tuttavia denuncia i limiti del "movimento" e, visto com'è andata a finire, non penso che avesse tutti i torti.
Comunque la poesia di cui parlavo è questa:
"Pagine corsare"
La poesia
Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini.
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
[...]Pier Paolo Pasolini
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