RAMELLI E VARALLI
Fu davvero una primavera terribile, a Milano, quella del 1975. Quattro ragazzi uccisi, uno di destra e tre di sinistra.
Si cominciò il 13 marzo con Sergio Ramelli. Diciannove anni, iscritto al Fronte della Gioventù, l'organizzazione giovanile del Msi, Ramelli era studente dell'Istituto Tecnico Molinari. Aveva subito minacce, come molti studenti di destra era stato «invitato» a cambiare scuola; i «compagni» gli avevano fatto anche un processo pubblico, in aula. Fu atteso sotto casa da un gruppo (almeno otto: tanti furono poi, al processo, i condannati) di estremisti di Avanguardia operaia, perlopiù studenti di medicina, che lo massacrarono a colpi di chiave inglese sulla testa. Ramelli morì, dopo quarantasette giorni di agonia, il 29 aprile.
I suoi assassini furono scoperti e arrestati solo dieci anni dopo. Erano nel frattempo diventati medici, stimati professionisti, e nessuno sospettava del terribile segreto che nascondevano. Finirono quasi tutti con il confessare.
Claudio Varalli, diciassette anni, era invece di sinistra. Un cattolico di sinistra, iscritto alle Acli e militante del Movimento studentesco. Frequentava un istituto tecnico per il turismo. Figlio di operai, viveva a Baranzate di Bollate, nella «cintura» milanese. Fu ucciso il 16 aprile, in piazza Cavour, dal neofascista Antonio Braggion, ventun anni, studente in legge, famiglia benestante.
Quel 16 aprile, Braggion e due suoi amici erano fermi, su una Mini Minor, all'angolo fra via Turati e piazza Cavour. A un tratto arrivarono 20-25 giovani della sinistra extraparlamentare, fra cui Varalli. Qualcuno dice che dalla Mini partì una raffica di insulti contro i «rossi»; altri sostengono che a cominciare furono, invece, quelli di sinistra, che avevano visto, vicino all'auto, volantini del Fuan. Fatto sta che gli ultrà di sinistra circondarono la Mini e cominciarono a tempestarla di colpi con spranghe e chiavi inglesi. Due degli aggrediti riuscirono a scappare; il terzo, Braggion, reagì sparando con una pistola 7,65 che illegalmente portava con sé. Due colpi andarono a vuoto, uno raggiunse alla testa Varalli.
Legittima difesa? Oppure al momento di esplodere il terzo, decisivo colpo, i giovani del Movimento studentesco erano già in fuga? I giudici optarono per la prima soluzione, condannando Antonio Braggion a sei anni di carcere per eccesso colposo in legittima difesa e detenzione abusiva di arma. Questa la versione di Braggion al processo d'appello: «Ero in compagnia di due miei amici in piazza Cavour. Avevo la schiena appoggiata alla Mini Minor. Improvvisamente vidi arrivare una trentina di persone. Il gruppo non aveva intenzioni pacifiche. Pensai di rientrare nell'auto ma venni colpito ripetutamente alla testa da alcune sprangate. Era mia intenzione fuggire in macchina. Riuscii ad aprire la portiera, a entrare nell'abitacolo ma crollai sul sedile. Pensai alla fine che aveva fatto Ramelli.
«Istintivamente presi la pistola dalla tasca della portiera, mi girai e sparai verso l'alto. Mi pare due colpi, un terzo lo sparai uscendo dall'auto. Non mi accorsi di Varalli a terra, morto. (...) Mi avviai in via Turati, abbandonai la pistola e mi recai da un amico. (...) Avevo la pistola perché avevo subito minacce telefoniche, c'era un clima particolare nelle scuole. (...) Non sono iscritto al Fronte della Gioventù, mi hanno anche accusato di essere di Avanguardia nazionale ma a Roma mi hanno assolto».
Quella della legittima difesa, benché accreditata dai giudici, era tuttavia una versione che allora nessuno voleva sentire. I grandi quotidiani, ad esempio il «Corriere» e «La Stampa», parlarono di assassinio fascista e alla violenza fascista dedicarono i lori «fondi», esortando le autorità a usare le maniere forti contro la destra. Lo stesso ministro degli Interni Luigi Gui, democristiano, disse al Senato: «In questo caso la violenza è inequivocabilmente fascista. Una violenza tale per l'orientamento politico di chi ha ucciso, tale anche per i suoi caratteri intrinseci, per questa prontezza a sparare e a uccidere, forse -questo non mi è permesso di dire in forma sicura- con una qualche premeditazione. (...) Questa prontezza ad uccidere, questo desiderio dello scontro, questa provocazione tipicamente fascista meritano una condanna senza attenuanti, profonda».
La sera stessa dell'uccisione di Varalli, un gruppo di ultrà di sinistra, armati di molotov e di spranghe, assaltarono la sede del «Giornale» di Montanelli per impedirne l'uscita. Al quotidiano, benché non ancora stampato, si rimproverava la «tendenziosità» con cui erano state preparate le cronache dei fatti di piazza Cavour. L'assalto riuscì a sabotare la lavorazione al punto da impedire, in pratica, la diffusione del quotidiano. Il giorno dopo, infatti, alle edicole arrivarono solo poche copie del «Giornale».
Sul numero di venerdi 18 aprile, Montanelli spiegò l'accaduto, denunciando il comportamento del magistrato a cui era affidata l'inchiesta sull'uccisione di Varalli. «Asserragliati in redazione e alla mercè dei dimostranti, l'unico segno che ci è venuto dal di fuori» scrisse Montanelli «è stata la voce del sostituto procuratore della Repubblica Ottavio Colato che, con un megafono, invitava la folla tumultuante a non raccogliere le "provocazioni" di "alcuni organi di stampa dall'indirizzo ben determinato", avallando così la tesi della nostra "tendenziosità" e aizzando, con l'aria di sedarla, la violenza contro di noi.»
Davanti al «Giornale» la battaglia durò a lungo, molte vetrate furono abbattute e a fronteggiare gli estremisti c'erano solo i tipografi: nonostante le ripetute telefonate dal «Giornale» alla prefettura e alla questura, non fu inviato nessun poliziotto per mettere fine all'assedio. Il lavoro in tipografia poté riprendere solo quando gli assalitori ottennero di far pubblicare sul «Giornale» un comunicato con cui si deplorava la «tendenziosità» del quotidiano.
ZIBECCHI E BRASILI
Il giorno dopo la morte di Varalli, un altro dramma. Con l'organizzazione dei sindacati ufficiali, dei partiti e dei movimenti degli studenti, si tenne a Milano una grande manifestazione, a cui parteciparono trentamila persone, per denunciare la violenza fascista. Commandos di estremisti si staccarono dal corteo scatenando la guerriglia: vennero devastati quattro bar, gli uffici della compagnia aerea spagnola Iberia, le sezioni del Msi in viale Murillo e via Guerrini, la redazione del giornale milanese «Lo Specchio», una cartoleria, un supermercato della Sma, tre negozi in corso XXII Marzo, gli uffici dell'Istituto autonomo case popolari in viale Romagna. Il consigliere provinciale del Msi Cesare Biglia fu aggredito mentre era con la moglie, sprangato e mandato all'ospedale con la scatola cranica sfondata.
In via Mancini, dove aveva sede la federazione del Msi, fitto lancio di bottiglie molotov. Undici auto parcheggiate andarono distrutte. E incendiati pure alcuni automezzi dei carabinieri, durante l'assalto alla caserma di via Fiamma.
In questi scontri, che terminarono con sessantaquattro feriti, perse la vita Giannino Zibecchi, ventisei anni, operaio, simpatizzante del Movimento studentesco e tra i fondatori del Comitato antifascista della zona Ticinese. Fu travolto e ucciso, in corso XXII Marzo angolo via Cellini, da uno degli automezzi dei carabinieri lanciati per la carica.
Il 25 maggio 1975, sempre a Milano, un gruppo di neofascisti accoltellò e uccise, in piazza San Babila, lo studente Alberto Brasili, che aveva l'unica colpa di vestirsi come «uno di sinistra». Forse, ma non è sicuro, aveva staccato da un muro un adesivo del Msi. Gli assassini vennero subito arrestati: erano cinque, il più vecchio aveva vent'anni.
Un altro delitto assurdo, feroce. Incomprensibile se non si tiene conto della devastazione che l'odio aveva prodotto nell'animo di migliaia di giovani.
Che cosa spingeva Antonio Braggion a girare con la pistola in tasca? E perché Claudio Varalli era in un gruppetto di sprangatori?
Sarebbe troppo semplice, e soprattutto ingiusto, etichettare come assassini tutti i ragazzi che in quegli anni si batterono gli uni contro gli altri. Passare dagli slogan ai fatti era un attimo. Bastava un incontro piuttosto che un altro, un amico piuttosto che un altro, o un'occasione particolare, per ritrovarsi con un'arma in mano. Anche molti ragazzi miti, di indole tutt'altro che bellicosa, rischiavano di trovarsi poi in mezzo a pestaggi, agguati, risse. Quel pomeriggio del 16 aprile 1975, Claudio Varalli uscì di casa per andare a un'assemblea e a una manifestazione del Movimento studentesco sul tema della casa. Era in ritardo, scese le scale di corsa. Ma arrivato sul portone si girò e tornò indietro: aveva dimenticato di dare un bacio a Daniele, il suo fratellino di cinque anni.