A precisazione dell'affermazione di Kowalsky sulla Basilicata, ho ritrovato l'articolo che mi è venuto in mente, e che avevo letto, sullo sviluppo economico della regione meridionale.
Basilicata Superstar
È la prima regione del Sud a uscire dalla lista delle zone sottosviluppate. Quella che meglio spende i contributi dell’Unione Europea. E forte di una società civile che, da Scanzano a Melfi, lotta e vince. Il suo problema? Forse cresce troppo in fretta.
Di Luca Rastello
C’è già chi pensa che sia la più bella città d’Italia, basta averla vista, ma pochi fra quelli che non la frequentano scommetterebbero sulla sua vivacità. Eppure oggi a Matera e dintorni tutto sembra in movimento, dal turismo di qualità alle attività culturali, al’industria. Non si tratta solo di fenomeni di superficie, di Mel Gibson che con la sua Passione ha portato queste contrade sulle copertine dei settimanali di tutto il mondo, o di Francio Ford Coppola che vuole realizzare qui, a Bernalda, suo paese di origine, un centro di turismo culturale d’élite. Si tratta piuttosto di una nuova, diffusa consapevolezza della propria, autorevole, unica identità: la città dei Sassi, dove le tracce della presenza umana affondano nella preistoria, combinazione di siti naturali e segni urbani che non ha paragoni al mondo, scopre l’appeal mondiale dei suoi tesori artistici e archeologici e nasce a nuova vita fra alberghi de charme e locali notturni. Nei suoi dintorni prendono vita piccoli e grandi “miracoli economici”, dall’agricoltura cooperativa del metapontino che esporta in tutta Europa prodotti di alta qualità, al formidabile “distretto del salotto”, una rete di 534 imprese nate dalla sapienza artigianale locale, che oggi occupano le quote più importanti di tutti i mercati mondiali di arredamento, fornendo le marche più note e prestigiose; e ancora al nuovo sviluppo turistico che investe la osta ionica. E poi una diffusa, palpabile coscienza civica, pronta a tradursi in mobilitazioni di massa, tanto spontanee quanto trasversali, allergiche alle tutele obbligate del ceto politico e, cosa assai rara in Italia, vincenti: dalla lotta contro lo stoccaggio di scorie radioattive a Scanzano, fino alla straordinaria mobilitazione operaia sulla qualità del lavoro alla Fiat Sata di Melfi, passando per una serie di eventi di respiro locale ma assai significativi, come la sollevazione contro l’inquinamento elettromagnetico a Rampolla o la mobilitazione di un intero paese, Latronico, per il referendum contro la legge sulla fecondazione assistita.
Insomma, pare che il Cristo di Levi abbia finalmente lasciato Eboli per addentrarsi nella terra che prende nome dai Lupi (Lucania, dal greco lykos). E che sarà, è questa la notizia, la prima regione del sud a uscire, nel 2006, dall’”area obiettivo 1” dell’UE; cioè dal novero delle zone in ritardo di sviluppo.
L’Italia incominciò ad accorgersi che qui tira un’aria nuova nel novembre scorso, in occasione di quella rivolta provocata dall’annuncio di un decreto governativo per la costruzione di un sito per lo smaltimento di residui nucleari proprio nell’ombelico del nuovo sviluppo lucano: il Metapontino, a sud di Matera, agricoltura biologica da esportazione e nuovo polo della scommessa turistica della regione. Fu, per altro, la prima mobilitazione di successo contro il governo in carica, un’ondata che investì l’intera Basilicata, con blocchi stradali organizzati da commercianti, casalinghe, contadini, senza una regia, senza cappelli politici. Tanto che i “Disobbedienti” in arrivo da Napoli per annettere la protesta al movimento dei movimenti furono tenuti a margine con cortese fermezza. In quei giorni di primo inverno in tutta la Lucania non c’era bottega che non esponesse un tazebao dedicato alle scorie, né angolo di strada dove non si discutesse di ambiente e sviluppo. La mobilitazione fu davvero universale: “Io stavo seduto per strada a fare i blocchi”, racconta Saverio Calia, leader dei giovani imprenditori lucani e titolare di una delle aziende di puna del “distretto del salotto”. Scanzano fu una vittoria, colpì la fantasia collettiva, ma non fu un episodio: i mesi successivi sono unas sequenza impressionante di levate civiche di successo in tutta la regione. Che cosa sta accadendo? C’è un filo che lega la crescita economica, il fermento culturale e la consapevolezza civica? Davvero “la società civile in fuga dall’Italia berluscona si è rifugiato in Basilicata”, come dice scherzando una musicista bolognese emigrata quaggiù per tenere corsi di “storia della musica elettronica e del campionamento” ai ragazzi delle superiori?
Non mancano voci autorevoli disposte a darle ragione: “Io mi azzarderei persino a parlare di un nuovo meridionalismo”, dice Raffaele Giuralongo, docente universitario e presidente della Deputazione di storia patria, “intendendo, con questa espressione, un’idea di sviluppo che si fonda sul rapporto stretto con le risorse presenti sul territorio. È la minaccia a queste risorse, infatti, che scatena le proteste”.
Quanto alla capacità di mobilitazione straordinaria rispetto alla media nazionale, racconta Giuralongo, per questa terra non è certo una novità: “Fu qui, a San Mauro Forte, che nel 1940 un intero paese, per la prima volta in Italia, si ribellò contro il fascismo. Poi ci furono gli scioperi del pane a Tricarico contro l’entrata in guerra e, soprattutto, l’insurrezione di Matera, prima città della Penisola a cacciare i tedeschi. E a partire dal ’46 le occupazioni delle terre: pensi che a Pisticci già nel ’48 il Comune assegnava ai contadini le quote di terra che sarebbero state rese definitive dalla riforma agraria del ’50. E’ da questi movimenti che nasce il recupero pieno del Metapontino, una piana malarica abbandonata da almeno otto secoli”. Già: se c’è un luogo in Italia in cui la riforma ha funzionato è proprio qui, dove fiorisce l’economia cooperativa e la piccola proprietà agricola convive con i grandi impianti del vino e dell’ortofrutta.
Difficile, in effetti, immaginare un luogo meno adatto alle scorie radioattive. Del resto il rapporto di questa terra con lo Stato è sempre corso sul limite fra l’abbandono e lo sfruttamento: ogni volta che nelle stanze del potere centrale si è parlato di sviluppo per la Basilicata, i più accorti osservatori locali hanno incrociato le dita. A buona ragione, se si pensa a progetti come i giganteschi impianti dell’ENI di Mattei per il metano, che oggi arrugginiscono nel deserto rasentano, o come la famigerata Trisaia della Rotondella, il centro di ricerche dell’ENEA a un tiro di schioppo dalle spiagge più belle: qui (secondo i dati della Commissione Parlamentare Ambiente) riposano 4500 metri cubi di residui radioattivi sul cui impatto sanitario, accusano gli ambientalisti locali, pesano ancora corposi sospetti.
Un filo di diffidenza verso le magnifiche sorti e progressive è lecito a tutt’oggi. Andando da Matera a Potenza attraverso paesaggi maestosi, fra i più belli d’Italia, di certo i più vasti, praterie senza fine “dove l’erba trema” e in cui Rocco Scotellaro, il grande poeta morto ragazzo riconosceva la sua patria. Ma se sbagli strada verso ovest può capitarti di finire nella valle dell’Agri, dove i grandi pozzi di petrolio tentano una difficile convivenza con l’area del parco naturale regionale. “E’ una sfida delicata”, ammette Filippo Bubbico, giovane presidente della Regione Basilicata, “che ci impegna a una sorveglianza continua sui fattori di sostenibilità. Nella logica del controllo permanente, abbiamo imposto all’ENI metodologie estrattive di minimo impatto ambientale, e teniamo l’area sotto monitoraggio dal punto di vista chimico fisico e biologico, per misurare la qualità di acqua, aria e suolo. Abbiamo scelto la val d’Agri per far partire il progetto di Parco integrato regionale proprio considerando i rischi connessi al petrolio: diciamo che abbiamo voluto iniziare dal punto più difficile, dalla sfida più delicata, il fine è dimostrare che la tutela della qualità naturale è compatibile con lo sviluppo industriale”.
Sul filo di questa compatibilità Bubbico gioca la scommessa di fare della Basilicata un modello per l’intero Mezzogiorno, anche se sulla fatidica uscita dall’”obiettivo 1” europeo è assai realista: “E’ senz’altro il coronamento di molti sforzi, ma avviene anche perché con l’allargamento dell’Unione la media del PIL europeo si abbassa. Non dobbiamo dimenticarlo, se vogliamo che il passaggio avvenga in maniera morbida”. Insomma, più che un’uscita dal sottosviluppo si dovrebbe parlare di confronto vincente con la Slovacchia o la Galizia polacca… E non tutto, però, si riduce a questo. Bubbico non lo dice, ma la Basilicata ha ricevuto il riconoscimento dell’Unione per essere la Regione che spende meglio, o spende tutti, i contributi europei: un dato che dimostra prudenza e buona gestione.
Al novero delle sorprendenti mobilitazioni della sua gente, il “governatore”, con una punta di divertito orgoglio ne aggiunge una, singolare: “Ha presente le cassette porno vendute nelle edicole con le prodezze delle casalinghe locali? Bene a Policoro la gente è insorta, con due risultati. Primo: si è scoperto che erano false, realizzate con attrici. Secondo, l’editore si è sorpreso: “Ma come, le distribuiscono in tutt’Italia e solo qui mi rompono le scatole?”. Non vorrei fosse un riflesso di Scanzano…”. Se Bubbico sorride, c’è chi qualche dubbio in più ce l’ha, tanto sul fermento civile quanto sullo sviluppo. Pancrazio Toscano, studioso di geografia umana, stabilisce tra i due fenomeni un legame problematico: “Una certa effervescenza sociale esiste, in larga parte spontanea. E, come Scanzano e Melfi dimostrano pur con le dovute differenze, la politica va a rimorchio. Però sono mobilitazioni che se rinverdiscono quella che Scotellaro chiamava “l’attitudine anarcoindividualista del contadino”, alla lunga non fanno che generare classe politica. Come è accaduto per lo sviluppo: le lotte per le terre, le lotte all’ENI, hano creato politici, sindacalisti, professionisti. Non è un male, ma non basta per parlare di una crescita civile diffusa”. E anche sullo sviluppo Toscano ha qualcosa da osservare: “La regione appare in crescita tumultuosa se guardiamo gli indicatori quantitativi: in effetti qui c’è petrolio, c’è Fiat, c’è l’export del Metapontino, i divani. Ma guardando i dati demografici si vede il deserto che avanza: l’interno continua a svuotarsi, i paesi si spopolano e, soprattutto, se ne vanno i giovani. Vanno a fare l’università al nord e non tornano. Anche la diminuzione ella popolazione in sé potrebbe non essere un male: siamo seicentomila su un territorio ricchissimo di ogni bene, a partire dall’acqua. Ma se a restare sono solo i vecchi…”.
Strano destino quello della Basilicata, dove sviluppo e declino convivono disegnando una strana figura simile a un anello: crescita a tratti anche travolgente lungo il perimetro – il Metapontino e Matera a sud, il distretto del salotto a est, Melfi a nord – e abbandono all’interno. “Sono conseguenze”, dice Toscano, “di ciò che accade nel ’53-’54 quando si decise di portare le braccia dove doveva crescere l’industria, a nord, e di abbandonare l’agricoltura. Il sud non potè puntare sulle sue specificità e fu costretto a inseguire modelli che lo penalizzavano. L’industrializzazione qui volle dire partecipazioni statali, colossi senza prospettive: guardi la val Basento, forse il solo caso in Europa di un territorio passato in dieci anni dlal’industrializzazione dell’archeologia industriale”. Eppure poco prima di queste scelte discutbili, la regione dimostrò una capacità di sviluppo fortissima, con il successo locale della riforma agraria. “mah, si può discutere su questo successo. Certo è che sull’agricoltura come motore di sviluppo non si è mai scommesso. È un settore delicato: qualsiasi attività economica le si collochi accanto sul territorio entra in conflitto. Per esempio l’ettore della riforma agraria fu di trascurare i paesi vecchi, consolidati, e sviluppare nuovi insediamenti che diedero impulso all’edilizia e al suo indotto, i quali in pochi anni andarono in collisione con l’agricoltura. Il risultato è la cementificazione”. Ora però si cambia registro, con il biologico, la qualità, le certificazioni DOC e DOP… “Ma no: ci dovrebbe credere la nazione, nelle potenzialità legate al territorio. Ma le scelte di fondo restano quelle di sempre. si fanno le grandi opere, le puttanate, come l’autostrada Lauria Melfi, che evita come sempre le zone rurali del centro: di nuovo una sorta di cordone sanitario intorno al buco”.
In effetti anche le mobilitazioni di massa che hanno caratterizzato la recente stagione lucana, viste come reazioni a una minaccia percepita, denotano un disagio intimamente connesso alla crescita. Insieme a Melfi, il “distretto del salotto” materano ha goduto di almeno un decennio di singolare pace sociale, e come a Melfi, l’intesa si è rotta poche settimane fa con il primo sciopero mai registrato da queste parti. “Il rapporto ideale fra leparti sociali che avevamo quaggiù”, spiega l’industriale Saverio Calia, “è incrinato dalla paura che prende i ragazzi che vedono sempre meno tutele per il loro futuro. Non è solo la concorrenza cinese che ci sottrae i segmenti bassi del mercato, alla quale possiamo reagire sul piano della qualità, ma la perdita di competitività dell’intero sistema Paese che in una zona di recente sviluppo si fa sentire con ancora più forza che altrove. Qui si misurano con la mano le carenze della classe politica: non curarsi del Mezzogiorno è la cosa peggiore che un govern possa fare, vista la storia che abbiamo alle spalle. Mi sento di urlarlo: nessuno chiede che siano ridotte le tasse, chiediamo condizioni che favoriscano lo sviluppo. Non si possono sospenderei trasferimenti pubblici alle aziende in nome di una demagogia fiscale: il buon uso delle provvidenze pubbliche è deciviso per lo sviluppo. Se si continua con le chiacchiere si frena il motore del Paese”. A ben guardare, ciò che accade oggi in Lucani sembra avere i connotati di una crisi di crescita: più che di un’astratta vocazione locale alla protesta, si dovrebbe forse parlare di una impaziente, ferma, diffusa richiesta di buon governo.
D di Repubblica, 26 giugno 2004




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