Ma tu, al di là dell'enunciazione del principio "essere a favore della libertà dell'individuo", non consideri il contesto sociale in cui questi fatti vengono realizzati? Davvero credi che l'individuo sia "libero"? Non pensi che le scelte che le persone si trovano a disposizione non siano illimitate e libere, ma siano vincolate dai sistemi sociali e psicologici, relazionali, in cui sono vissute e che quindi questa libertà sia ridotta dalla/alla loro esperienza? Che consentire ad una persona di suicidarsi o di drogarsi non sia consentire la sua libertà di scelta, ma accettare che i sistemi che hanno determinato quella scelta non vengano messi in discussione ma anzi legittimati? Che si possa perseguire un altro genere di controllo sociale attraverso questa legittimazione della presunta "libertà di scelta", molto più perverso, cioè il liberarsi di quelli destinati a fallire, di quelli problematici, di quelli che richiedono un costo più alto per essere presi a carico dal sistema sociale? Che legalizzare ogni comportamento equivalga a controllarlo socialmente riducendo ai minimi termini la trasgressione, la tensione ad andare contro, la sorpresa, per rendere tutto prevedibile e immediatamente controllabile? Dov'è la libertà se pongo in questi termini la questione? E' più importante perseguire un princioio astratto di responsabilità personale, o farsi responsabili della vita degli altri, implicarsi nella vita degli altri, sostenere i costi della vita degli altri?





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