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  1. #21
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    ho visto il film ora non capisco secondo me il messaggio di gibson è un altro cioè...cerchiamo un nuovo inizio sulla via della tradizione chi ha visto il film mi capirà, devo dire che i dialoghi sono pochi ma intensi, gli spagnoleggianti cattolici si vedono in mezzo secondo, più che ad altri credo che volesse fare un film sull'occidente visto che i il popolo del deserto con al sua setlla e il suo dio lo perseguita di continuo...quindi usa metafore bellisme apocalypto è da vedere e c'è da pensarci su

  2. #22
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    Malgrado le incongruenze e i suoi limiti, il film di Mel Gibson è un aiuto alla causa delle minoranze e un monito all’Occidente
    Apocalypto, un “nuovo inizio” per i Maya


    Giovanni Polli
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    «Una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno». È con questa frase dello storico americano Will Durand che si apre Apocalypto, il film di Mel Gibson che oggi fa tanto discutere, ambientato negli ultimi giorni della civiltà Maya.
    Soprattutto in Italia le polemiche riguardano il tasso di violenza del film e il mancato divieto - prima che il Tar del Lazio ci mettesse il becco - ai minori di quattordici anni. Togliamoci subito il pensiero: spesso ragazzini di otto-nove anni (e talvolta anche molto meno) sono alle prese con videogiochi pseudo-storici rispetto ai quali il film di Mel Gibson, nel quale sono pur descritti con dovizia di particolare i sacrifici umani, è uno zuccherino per educande. Ancora una volta la produzione e la distribuzione ringraziano per l’inattesa e incredibile pubblicità al film procurata da questo dibattito di (pessimo) gusto tutto italiano.
    Il vero punto - o i molti punti - di interesse di quest’opera riguardano tutt’altro. Cioè quanto il regista di Braveheart, il film sulle epiche vicende del popolo scozzese che ha fatto palpitare anime e cuori di tutti noi, abbia saputo o meno rendere onore ad un’altra nazione oggi senza Stato, i Maya appunto. Una civilizzazione che nel corso dei secoli espresse elevatissime forme di arte, di architettura e produsse precisissime osservazioni scientifiche ed astronomiche, prima di finire in decadenza e cadere infine vittima del genocidio perpetrato dai conquistatori cattolici spagnoli.
    Apocalypto però non è un film “storico”, malgrado pretenda di esserlo sin dalla citazione di apertura. È essenzialmente un magistrale fumettone hollywoodiano, realizzato con grande sfoggio di mezzi tecnici, umani e artistici, in cui il principale merito è l’estetica della sua realizzazione. Di prim’ordine, e con ciò si possono pure perdonare le diverse incongruenze e le canoniche, straripanti ed iperboliche esagerazioni tipiche di un film di avventura spinta. Ma il gusto del racconto cinematografico estremo e spettacolare è indubbio, pur pagando un evidente dazio al format di certi videogames. E l’azione che narra le vicende del protagonista Zampa di Giaguaro, della sua famiglia e della sua tribù, tiene lo spettatore letteralmente inchiodato alla poltrona per un centinaio di minuti, senza la minima caduta di tensione. I dettagli dei costumi e della giungla, le scene di massa realizzate con attori non professionisti scelti tra le varie etnie native americane sono curatissimi e - ancora una volta - esteticamente ineccepibili.
    Il fatto curioso è che nelle obiezioni e nelle critiche a questa pellicola si è letto e si sta leggendo di tutto e il contrario di tutto. C’è chi denuncia come Apocalypto sia un film neocoloniale, la cui pessima morale sia da ricercare nella supposta provvidenzialità dell’arrivo delle navi dei conquistadores. Che posero fine alle crudeltà dei decaduti Maya per dare inizio alle proprie. E c’è chi, al contrario, critica la pellicola perché la ritiene uno schiaffo all’Occidente, dal momento che - a suo dire - rincorrerebbe il mito del “buon selvaggio” incarnato da Zampa di Giaguaro ma anche dai tagliatori di teste e dagli estirpatori di organi umani.
    In realtà, sul fronte dell’interpretazione e al di là dello spettacolo puro, Apocalypto è un’opera del tutto aperta. E ogni critico reagisce non tanto alla pellicola quanto alle proprie visioni e pulsioni ideologiche. La chiave di lettura che avvertiamo come più sensata è quella forse più vicina alle intenzioni del regista. Cioè la fatalistica considerazione contenuta nella citazione di apertura dello storico americano. I Maya - malgrado le loro crudeltà così ben descritte - non sono né buoni né cattivi in sé. Sono semplicemente preda del proprio destino, come sempre avviene nei corsi e ricorsi delle civiltà umane. Gli spietati spagnoli “dell’apocalisse”, cioè portatori di un “nuovo inizio”, appaiono solo negli ultimi secondi e nulla si intravede ancora delle loro spietate intenzioni. Il finale sospeso - sostanzialmente positivo, se si pensa al fatto che gli eredi degli antichi Maya oggi sono sempre più fieri della propria identità - va nel senso che resistere sia comunque possibile, almeno per l’individuo, sia alle lotte fratricide quanto alle invasioni e ai genocidi. I Maya potremmo essere noi stessi, occidentali di oggi. In declino, violenti e troppo intenti a scannarci tra di noi quanto, sull’altro fronte, occupati a crogiolarci nella nostra malattia del “politicamente corretto”. Occupazione maniacale e delirante quanto, fatte le debite proporzioni, furono maniacali e deliranti i sacrifici umani per i Maya. Ed ancora, per questo motivo, oggi restiamo ancora troppo ignari del nostro destino di fronte alle altre “civiltà” che bussano con crescente insistenza alle nostre sempre più fragili se non spalancate porte.Detto questo, il grande punto debole del film è di aver mostrato la civiltà Maya soltanto nei suoi aspetti degenerati. La decadenza fu senza dubbio - sono i Maya stessi che lo raccontano nelle loro letture della loro storia - legata all’eccessivo inurbamento, causa dell’impoverimento dell’agricoltura per rimediare al quale veniva sempre chiesto l’aiuto del dio Kukulkan, offrendogli in cambio copiosi sacrifici umani. È stato fatto anche giustamente notare che l’evento cardine della narrazione, un’eclisse di sole che sconvolge i sacerdoti e cambia il destino del protagonista, nella realtà sarebbe potuta essere prevista, considerate le grandi abilità astronomiche dei Maya, delle quali invece non si avverte traccia.
    La grande importanza culturale di Apocalypto è invece un’altra. E risiede nel fatto che il film sia parlato esclusivamente in odierna lingua Maya yucateca. Un segno di grande attenzione per una lingua minoritaria che si sta riaffermando come fattore di orgoglio nazionale per i Maya moderni. Oggi l’idioma Maya, almeno nello stato messicano del Quintana Roo, è insegnato e parlato a scuola accanto al castigliano ed è tutelato dal governo. E, per la prima volta con questo film, ora arriva a fare il giro del mondo. Proprio grazie a questa scelta, in Messico alcune tv hanno avviato la produzione di altri spettacoli di intrattenimento in Maya. Fosse solo per questo risultato, un’opera come Apocalypto potrà essere ricordata come benemerita per chi ha a cuore le sorti delle differenze e delle minoranze etnico-linguistiche del Pianeta.
    [Data pubblicazione: 11/01/2007]

  3. #23
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    Proiettate Apocalypto a scuola - di Giancarlo Dotto
    lastampaweb.it 10/01/2007 - 17:00

    Andate a vederlo con tutti i pregiudizi del caso e anche un po’ di rancore quel sadico sanguinario di Mel Gibson, ma andateci, vi prego, e appena si fa buio in sala, profittatene. Mollate. Abbandonatevi. Lasciatevi traviare, stuprare, non fate resistenza, sono vostri quei fiati mozzati, quelle teste recise, i cuori spiantati. E per chi si contenta e gode, minimo garantito comunque, una formidabile esperienza sensoriale, due ore e più sull’ottovolante, i cinque euro meglio spesi della vita. Ma c’è dell’altro, molto altro, non solo grande cinema, nell’insostenibile foresta di Mel Gibson. Sbirri del Codacons, ministro Rutelli, presunti psicologi di una presunta infanzia, gnomi e gnomesse di certo snobismo liquidatorio, più laido che laico, barbosi filologi della verità storica, avete preso un granchio colossale. Determinati nell’afferrare per il bavero i dormienti signori della censura, quando per una volta, grazie al loro sonno, eravamo stati il Paese più civile del mondo. Apocalypto è un film che andrebbe eventualmente vietato, e solo agli adulti, ma per la sua scandalosa bellezza, per la violenza, questa sì efferata, degli sguardi e delle parole. Uno spartito di un lirismo selvaggio, che non dà scampo dall’inizio alla fine. Tutti gli sguardi e tutte le parole di cui non siamo più capaci. La paura e il dolore. Splatter? Tutto meno che splatter. Non c’è un’immagine superflua. Non c’è una parola che non valga la pena d’essere ascoltata. La lingua dei Maya è pura evocazione. Il vecchio saggio che parla alla tribù: «Il buco dell’uomo, la sua ferita, è non smettere mai di desiderare». Millenni prima di Jacques Lacan. Mel Gibson un sadico? Non c’è sadismo dove c’è compassione. Sono gli sguardi compassionevoli di cui non siamo più capaci. «Torna da me», supplica lei bambina incinta dal fondo del pozzo al suo uomo disperso nella foresta. Un film che è tutta un’invocazione, a noi che non sappiamo più invocare. «Dormi adesso figlio mio. Non ci sarà più dolore», dice il guerriero più feroce al figlio morente. Mel Gibson uno psicopatico? Non più di chi se ne sta la sera a casa a spolpare che importa se un fegato d’oca o un cuore di tapiro, mentre un tale a Baghdad lo impiccano a vista tra una notizia sul ritorno dalle vacanze di Giorgino e uno sculettamento a caso delle veline. Non è questa apatia indifferenziata, l’essenza del sadismo? Cinema primordiale forse, ma non rozzo e nemmeno elementare. Ossessionato a mostrare l’orrore e la fragilità della carne, ma ancora di più ossessionato a mostrare lo struggente delirio simbolico con cui gli uomini ci provano da sempre a nobilitare la loro orrenda e fragile storia priva di senso. Almeno per questo Apocalypto dovrebbe essere proiettato nelle case, nelle famiglie e nelle scuole, dove gli insegnanti avrebbero finalmente qualcosa da insegnare.

  4. #24
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    Apocalypto: l'uomo e il potere.

    E certa critica che non ne capisce un accidente.

    L'uscita dell'ultimo film di Mel Gibson, l'ormai famigerrimo Apocalypto, è stata anticipata dal prevedibile lacrimare delle coscienze politicamente corrette che hanno subito inneggiato alla necessità della censura. Sorvolo sull'efficacia che può avere una restrizione ai 14 anni ché se, a quell'età, i genitori non riescono nemmeno a controllare i movimenti dei propri figli allora debbono essere necessariamente nei guai e tenterò di entrare nel merito della critica cinematografica.
    Dai critici cinematografici Mel Gibson non è particolarmente amato. Se prendiamo l'anziano Morandini ed il suo dizionario, scopriamo che questi rifila alla Passione il minimo dei voti con la seguente motivazione: "noi, per i quali l'estetica è legata indissulubilmente all'etica, non possiamo accettare questo genere di cinematografia". Ma che significa? Qualcuno dica a Morando che il regime è finito da sessant'anni, e le diatribe Vittorini- Togliatti sul Politecnico da più di cinquanta. Ma forse è più di un secolo che l'Arte non deve rendere conto all'Etica, pezzo di retrogrado.
    Un altro col dente levato è Paolo Mereghetti, anch'esso autore di un dizionario (migliore del Morandini). Sulle colonne del Corriere ha scritto: "Apocalypto è un insulto all'intelligenza degli spettatori", sentenza che ama ripetere spesso, abituato alla classificazione manichea dei film in "intelligenti" e "stupidi", ma le sue obiezioni, specie su La Passione, sono incomprensibili, se non motivate esclusivamente da un'insofferenza verso il personaggio.

    La complessa ed isterica personalità di Mel Gibson sembra essere il perno su cui ruota tutta l'antipatia della critica bigotta e sinistrorsa nostrana e di quella liberal d'oltreoceano. Eppure, i sapientoni, provenienti dai loro studi di semiotica al Dams o alla Berkeley, dovrebbe sapere qual è la prima regola della critica semiologica: il testo (in questo caso la pellicola) è indipendente dall'autore. Leggasi: non è detto che, anche qualora Mel Gibson fosse l'uomo più nazista e antisemita vivente, le sue opere debbano per forza essere un'apologia del suo pensiero. E nel suo caso proprio non lo sono, nonostante gli ettogrammi di mortadella sulle occhiaie dei critici. Nella passione i cattivi, in luogo dei soliti inglesi, non erano gli ebrei, ma i ben più crudeli romani (e la critica al potere "imperiale" frequente in tutti i film di Gibson è passata inosservata alle pie anime della sinistra finché, con grande meraviglia di queste ultime, non si è dichiarato contrario all'invio di truppe in Iraq).


    Veniamo ad Apocalypto. Il film si divide nettamente in due parti: la prima, più lunga racconta della cattura di un villaggio di cacciatori da parte di una violenta tribù guerriera provieniente dalla città templare. La dicotomia tra i due gruppi è evidente: il primo (quello dei "nostri") è basato sul rispetto dei legami naturali, in primo luogo quello famigliare, è governato da un consiglio degli anziani ed interagisce con la natura in una forma di reciproco rispetto. La loro dimensione sacra impedisce loro di prendere dalla foresta più del necessario, come ricordo un anziano nel dialogo forse più riuscito. Gli altri, i "cittadini" prelevano prigionieri di villaggio in villaggio, sterminando donne e bambini, al solo scopo di venderli come schiavi e sacrificarli sui templi dinnanzi ad una moltitudine ululante. Sono ricchi ed evoluti ma decadenti. La loro è un'èlite sacerdotale che mantiene deliberatamente il popolo nella superstizione; la loro religione è necrofila, un vero e proprio culto del sangue che contempla la prevaricazione dell'uomo sull'altro uomo non solo per ragioni di culto ma anche a fini ludici.
    la seconda parte, più adventure e meno verosimile (una sorta di Rambo precolombiano) tratta della fuga nella giungla di Zampa di Giaguaro, intenzionato a raggiungere la moglie in cinta ed il suo figlio primogenito. Molto d'effetto ma povera di contenuto e dal gusto vagamente melodrammatico.
    Gibson, come qualcuno ha giustamente notato, è al vertice della sua bravura tecnica. La pellicola è girata con tutti i crismi, con delle scelte da grande artista, soprattutto nei campi lunghi e nelle soggettive. Il regista australiano riesce inoltre a replicare la suggestiva potenza iconica che già rivelò in The Passion dimostrando di credere nella dimensione visiva del cinema come d'altronde ha già sottolineato Tarantino.

    Per le tematiche trattate Apocalypto non è un film per famiglie ma, al contrario, un'opera che entusiasma e fa soffrire. Sono ridicole le accuse, da parte dell'intellighenzia, di voler giustificare i massacri compiuti dagli spagnoli. L'arrivo dei bianchi, al termine del film è il compiersi di una sinistra profezia che annuncia altre ingiustizie e violenze. L'ultimo Mel Gibson è una critica feroce alla massa indottrinata, superstiziosa violenta ed insieme un elogio alle istituzione veramente sacre, di stampo familiare e alla solidarietà spontanea dell'uomo. E proprio per risaltare questi valori Apocalypto insiste sul lato cupo, più che dell'uomo, della società, della massa ricordando ai buonisti (sempre pronti ad accettare ogni provocazione di stampo [omo]sessuale) ciò che inutilmente rifiutano: che il mondo, genere umano compreso, è più che altro merda e sangue e che, volenti o nolenti, ne siamo in mezzo.

  5. #25
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