Mi aspettavo il polpettone di impressioni kitch alla "The Passion", invece ecco un film straordinario, ricco di grandi spunti di riflessione, pathos e adrenalina.
Mel Gibson è riuscito in un altro grande film epico dopo "Braveheart" e "Il patriota", un film epico con protagonista un giovane indios alla disperata ricerca della sopravvivenza in una civiltà consumata che sta esalando i suoi ultmi respiri.
“In waal ma’ saajakta.” - Figlio mio, non aver paura
(Cielo di Selce a Zampa di Giaguaro)
Portate a compimento le missioni, affidate loro dal popolo, da Dio o da altre divinità, gli eroi di Mel Gibson riescono a sconfiggere, al termine di un percorso originariamente spirituale, il sentimento innato della paura della morte. Il sacrificio di se stessi è il mezzo attraverso il quale raggiungere tale (nobile?) scopo: ce lo testimoniano le gesta impavide del ribelle scozzese William Wallace e le ultime dodici ore di vita di Gesù, segnate da un calvario storicamente carico di necessità. Il cinema di Gibson esorcizza questa atavica ossessione mediante la rappresentazione di itinerari irti di tragiche e adamantine difficoltà, affrontate con coraggio e consapevolezza, proprio perché percepite come ineluttabili: l’eroe, sia un guerriero scozzese del XIII secolo o il salvatore dell’umanità, desidera ostinatamente tornare nei luoghi ove ha impiantato le proprie radici; il giovane Zampa di Giaguaro sogna di riappropriarsi della foresta che lo ha visto nascere e in cui hanno vissuto i suoi padri, e di riabbracciare la famiglia; il (pre)sentimento della perdita di qualcosa di più universale del proprio nucleo elementare organizzato, pervade diffusamente il mondo raccontato in Apocalypto, e le corse disperate del guerriero maya lungo le rare foreste pluviali di Catemaco, per raggiungere la moglie incinta e il figlio piccolo, divengono metafora del tentativo affannoso di tenere in vita un patrimonio culturale che sta per essere distrutto da una società ripiegata su se stessa, vittima delle logiche e degli istinti che da sempre logorano, fino a cancellarle, le civiltà: è questa la sottile linea rossa che lega passato e presente, il magma della civiltà maya al caos contemporaneo.
fonte: Nicola Cordone, close-up.it
A me ha colpito molto come il giovane indios e i suoi inseguitori maya si ritrovano coinvolti nell'ecosistema della foresta, integrandosi alla perfezione con la 'logica' della natura selvaggia, pur perseguendo un loro scopo personale e specifico. E quando anche Zampa di Giaguaro arriva alla spiaggia insieme ai due inseguitori superstiti, ecco i galeoni europei; di colpo si trovano davanti a un dramma che supera la dinamica del loro conflitto d'interessi, coinvolgendo entrambi -"buoni" e "cattivi"- nel medesimo destino: la progressiva estinzione della loro civiltà.
Sette, la donna di Zampa di Giaguaro -giovane e sensibile ma dalla forte tempra- gli chiede in un sussurro se dovrebbero andare dagli uomini occidentali; ma lui -guerriero indomito e inarrestabile nel voler sopravvivere all' 'apocalisse'- risponde categorico: "Dovremmo andare nella foresta". Una esortazione a vivere appieno la vita, dando del proprio meglio per svolgere la 'missione' che si ritiene affidata, senza sentirsi mai vinti di fronte alle avversità.




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