http://www.liberazione.it/giornale/070105/archdef.asp , pagina 2.
La denuncia di Paolo Mondani su Liberazione, quando lo scandalo poteva essere fermato.
“Sette sorelle” a caccia dei miliardi delle Grandi Opere, fuori da ogni regola e da ogni controllo
Quattordici anni fa la
denuncia di Paolo Mondani
sul giro d’affari della Tav:
centomila miliardi di vecchie
lire, 50 miliardi di euro
di Gemma Contin
ra il 5 febbraio del 1993, un venerdì, e “Liberazione”
uscì con un titolo a nove colonne:
«La speculazione corre sul treno».
Nell’occhiello: «In un intrico di Spa, imprese
e “cordate”, l’enorme business dell’Alta velocità:
centomila miliardi».
Seguirono una serie di contumelie: esagerati,
visionari, i soliti provocatori, questi comunisti
dei giornalisti del giornale di Rifondazione
comunista.
Naturalmente in quel febbraio del 1993,
quattordici anni orsono, si ragionava ancora
in vecchie lire. Dunque quei centomila miliardi
“sparati” da Paolo Mondani (qualcuno
lo ricorderà nelle trasmissioni di Michele
Santoro e come collaboratore di Milena Gabanelli
nelle inchieste di “Report”) rapportati
al valore dell’attuale moneta europea
rappresentano circa 50 miliardi di euro: importo
che ai costi attuali si discosta di molto,
ma per difetto, da quei 66 miliardi e 617 milioni
calcolati da un istituto di ricerca per
l’“Espresso” nella ricostruzione fatta da Riccardo
Bocca sull’“Alta Voracità”.
Cosa scriveva quattordici anni fa Paolo
Mondani? Nel sommario si legge: «Sotto il
ferreo controllo dei partiti di governo (presidente
del Consiglio in carica era Giuliano
Amato, fino all’aprile ’93, seguìto da Carlo
Azeglio Ciampi, fino all’aprile ’94, ndr) miliardi
di lavori assegnati a trattativa privata,
convenzioni firmate senza progetti esecutivi,
violando la nuova legge sulla trasparenza
negli appalti».
Ecco spiattellato, già allora, il giro del fumo
che negli anni ha rappresentato il grosso degli
affari che attorno alla Tav sono andati crescendo
in modo abnorme e tracimando fuori
controllo senza che il Paese ne abbia tratto
alcun beneficio; anzi, con le popolazioni e le
amministrazioni locali che alla “truffa” della
Tav e allo scempio ambientale che ne sarebbe
conseguito hanno cercato di opporsi,
spesso passando, anche loro, per disobbedienti,
provocatori, sabotatori, comunisti.
Anche tutta quella brava gente della Val di
Susa che ha continuato a parlare di un’opera
inutile, il cui scopo non dichiarato non era
quello di servire meglio il territorio, o collegare
Torino a Lione (già collegati da un altro
tracciato) ma di mettere in piedi - in compartecipazione
con i soliti noti - l’“affare”
delle Grandi Opere, per giunta bypassando
qualsiasi norma e principio di tutela per
mezzo della famigerata Legge Obiettivo
ideata dal ministro Pietro Lunardi che consente
di aggirare qualsiasi ostacolo frapposto
dalle amministrazioni locali, in nome di
una presunta preminenza dell’interesse
“pubblico”.
E, invece, che l’interesse sia preminentemente
“privato” è ormai assodato, soprattutto
dopo la selva di commi della Finanziaria
2007 che riconducono in carico allo Stato
l’onere dei lavori e dei debiti non coperti né
dai privati né dalle Ferrovie dello Stato, a loro
volta ridotte in ginocchio da Elio Catania,un
altro grande manager della squadra di Berlusconi-
Tremonti-Lunardi.
Nella pagina curata da Mondani e da Mirko
Ciotti si fa anche un preciso quadro del giro
degli appalti: «Ai manager e alle ditte di Tangentopoli
le commesse delle Ferrovie dello
Stato». Si tratta di sette consorzi cui vennero
assegnate le concessioni per la progettazione
e la costruzione di altrettante tratte: al
Consorzio Iricav Uno (Iri) la Roma-Napoli,
con la partecipazione dell’Iritecna al 40%
(socio pubblico) e, al 60%, dei partner privati
Ansaldo, Astaldi, Iola, Vianini (Caltagirone),
CCC Bologna (Legacoop); al Consorzio Iricav
Due (Iri) la Verona-Venezia, con Iritecna
al 40% e soci Ansaldo, Del Favero, Girola, Salini
e Torno; al Consorzio Cepav Uno (Eni) la
Milano-Bologna, con Snam Progetti al 35% e
partner Acquater, Saipem, CCC Bologna
(Legacoop), Rendo (uno dei “quattro cavalieri”
di Catania), Manzi e Pizzarotti; al Consorzio
Cepav Due (Eni) va la Milano-Verona,
con Snam Progetti al 35% e con la partecipazione
di Acqua, Saipem, Ferrocemento, Fioroni,
Maltauro, Todini; al Consorzio Cav
(Fiat) viene assegnata la Torino-Milano, general
contractor la Cogefar al 35%, partner
Grassetto, Costanzo (il secondo dei cavalieri
catanesi), Recchi, Gambogi; al Consorzio
Cavet (Fiat) va la tratta Bologna-Firenze, ed è
sempre la Cogefar il general contractor al
35% con partner Lodigiani, CRPL e CMC Ravenna
(Legacoop), Itinera (di Marcellino
Gavio) e Federici; infine, al Consorzio Cociv
viene assegnata la Genova-Milano, i cui soci
sono Grassetto, Del Prato, Itinera (Gavio),
Gambogi, Cer e Civ.
Interessante che tutti i consorzi siano nati
tra luglio e dicembre 1991, quando presidente
del Consiglio era Giulio Andreotti al
suo settimo incarico, e quando si costituì anche
Tav Spa, società partner delle Ferrovie
dello Stato per l’assegnazione dei lavori.
Siamo andati a verificare se quello che ha
scritto Mondani corrisponda ancòra alla
realtà. Non è difficile, basta cercare su Google
una delle sigle. Dal sito della Tav vien fuori
la lista «aggiornata a novembre 2006» dei
general contractors dell’Alta velocità, con
l’elenco dei soci.
Si scopre così che l’azionista di riferimento
di Iricav Uno adesso è Condotte d’Acqua
(34,87%, Astaldi) che con la Vianini
(16,28%, Caltagirone) controlla oltre il 50%
della tratta Roma-Napoli. La Fintecna, società
pubblica subentrata a Iritecna, è scesa
allo 0,01%. Idem nell’Iricav Due, dove il
privato di riferimento è Astaldi (32,99%)
che con Impregilo (12%, Romiti) e Condotte
d’Acqua (10%) controlla il 52,99% della
Verona-Padova.
Mantiene il controllo di Cepav Uno sulla Milano-
Bologna la Snam Progetti dell’Eni
(50,10%), assieme alla CCC Bologna (Legacoop)
salita al 21,34%. E lo mantiene anche
(al 40%) in Cepav Due, sulla Milano-Verona,
assieme alla Saipem (12%), altra società dell’Eni,
con Condotte, Garboli, Maltauro e Pizzarotti
ciascuno al 12%.
Sulla Milano-Torino (Cav) la fa da padrone
Impregilo (Romiti) che controlla da sola il
66,50%, con Condotte e Maire in posizione
minoritaria. La stessa Impregilo sale fino al
75,983% nel Cavet sulla Bologna-Firenze,
con la partecipazione minoritaria di due società
di costruzione della Legacoop: la Cooperativa
Muratori e Cementisti e il Consorzio
Ravennate di Produzione e Lavoro.
Infine il Cociv che opera sul cosiddetto Terzo
Valico è saldamente in mano alla Tecnimont
(50,50%) che con Impregilo (44%) ha il controllo
quasi totalitario del consorzio cui partecipano
con una quota “di bandiera” le
Cooperative di Produzione e Lavoro (3%, Legacoop),
la Civ (Collegamenti integrati veloci,
2%) e le Condotte d’Acqua con lo 0,50%.
Per i privati, però, partecipare vuol dire incassare;
non investire, né pagare i conti gonfiati
delle Grandi Opere. Ché quelli, dice Paolo
Cacciari, li dovrà sanare a sangue di papa
la mano pubblica.




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