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Discussione: La Bufala di Caserta

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    Predefinito La Bufala di Caserta


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    Il premier avverte gli alleati
    "Così non si va lontano"
    di Roberto Scafuri da Il Giornale
    Il premier richiama la maggioranza: "Basta contrapposizione tra riformisti e massimalisti o torniamo tutti a casa". Lo sfogo: "Ciascuno accentua gli aspetti identitari. Possiamo entrare in una spirale perversa"

    Non ci aveva pensato. Romano Prodi prende per buono il suggerimento del Giornale: approfittare del conclave dei ministri alla Reggia di Caserta per scoprire il famoso mandante dell'emendamento salva-sindaci infilato nella Finanziaria. Non ci riuscirà, naturalmente. «Chiederlo ai ministri si può - risponde -, anche se mi pare ingenuo che qualcuno mi risponda “sono stato io...”». Di Pietro potrebbe aiutarlo. «Ma mi pare improbabile che sia stato un ministro, queste cose hanno andamenti più tortuosi. Però non ho mica rinunciato, sto facendo il possibile per scoprirlo, mi darebbe molto gusto...».
    Dove c'è gusto non c'è perdenza, si dice da queste parti, nella (ex) terra felix messa a soqquadro dai traffici della camorra e ora, per due giorni, anche dalla carovana ministeriale al gran completo. Cittadina in tilt, striscioni di contestatori (qualche pomodoro era volato in mattinata anche nel metrò di Mergellina), organizzazione impeccabilmente arguta, visto che in un angolo della sterminata Reggia borbonica sono stati relegati i giornalisti, mentre il summit vero e proprio si tiene in una dépendance dall’altra parte della strada. Le distanze dilatano le notizie, fino a farne echi lontane di una coalizione che qui cerca se stessa. Altrimenti non si va da nessuna parte, come ha avuto modo di sfogarsi Prodi con i suoi. Anzi: «Contrapponendo questi discorsi fra riformismo e radicalismo, non andiamo assolutamente lontano», dice esplicitamente nel summit, con chiaro riferimento a Fassino e Rutelli.
    «Non siamo padroni di niente, questo è il guaio», si era lamentato qualche suo collaboratore. Ma è vero che l'idea fassinian-rutelliana di fare di questo summit una parata di annunci di «cose concrete» che lanciassero la «fase due» è già morta e sepolta. Prodi si riappropria di quel poco che ha, ovvero di un vertice che serve piuttosto a dilatare la comunicazione al Paese, per rendere noto che la coalizione, nonostante tutto, esiste ancora. Grazie a un asse che tiene saldamente, con D'Alema e Rifondazione. «Altrimenti si va tutti a casa». Prodi ripete chiaro e tondo che «bisogna ripartire al programma» e punta molto, anche nel breve incontro con i giornalisti, all'«etica di coalizione».
    Un richiamo che a tratti assume il sapore di uno sfogo. «La nostra coalizione si è presentata spesso come una cacofonia, perché nella comunicazione ciascuna delle componenti ha accentuato o spesso è stata costretta ad accentuare gli elementi identitari...», comincia. E poi affonda con il «problema forte: la nostra coalizione rischia di entrare in una spirale perversa e nella quale appare capace solo di prendere decisioni impopolari...». Il premier cerca di essere costruttivo, però si capisce che ne ha anche le scatole piene, quando passa a un forte richiamo all'etica. Dobbiamo sembrare un governo serio, spiega, che lavora per il Paese, «anche se questo può implicare sacrifici o rinunce da parte di ciascuno di noi». Entra nel merito, e sembra un avvertimento a qualcuno dei presenti, quando «supplica» di nominare soltanto persone che abbiano «meriti professionali». O quando specifica di riferirsi anche ai «costi della politica e dei privilegi da abbattere».
    Archiviato il «virtuale e pretestuoso dibattito tra radicalismo e conservatorismo, tra innovazione e riforme», il resto delle priorità è nel programma, già elencato nella conferenza di fine anno. Di liberalizzazioni non si parla e il rilancio di Bersani viene bloccato dalla Lanzillotta (Margherita): «Niente strappi, per favore». Ne parla invece il verde Pecoraro Scanio, raggiante anche perché il discorso del premier è partito dal protocollo di Kyoto. «I Pacs sono una liberalizzazione, perché è la libertà della convivenza. Liberalizzazione è quella che proponiamo per l'uso del software, o quella dell'agricoltore che vuole utilizzare come carburante l'olio di colza... perché mai dovrebbe pagare le accise? Altrimenti qui passa l'idea che le liberalizzazioni siano soltanto quelle che favoriscono qualche grossa industria». Più tardi sarà aspro lo scontro con il collega Di Pietro, che insiste per la Tav. «Basta con queste pressioni - si sfoga il leader verde -. I tecnici devono essere indipendenti...».
    E Fassino? Il leader ds si adegua: trangugiata e fatta propria la pace con Rifondazione, parla del rapporto con la sinistra radicale come centrale nella coalizione. Mutata anche l'idea del riformismo, che «deve unire equità e innovazione». La bandiera del «riformismo o morte» è rimasta sulla carta di qualche intervista di giornale.

  3. #3
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    Tav, famiglia, referendum: tutte le liti segrete nella Reggia

    Pecoraro contro Di Pietro, scintille Bindi-Pollastrini. Accuse a Mastella: ti credi Moro?

    CASERTA — Ma quale sfarzo, quali lussi borbonici. In una Caserta tagliata in due da uno scomposto cordone di sicurezza — i giornalisti di qua (nella Reggia) e i ministri di là (nelle scuderie)—si dorme damonaci in stanzette «spartane e fredde», si mangiano babà e insalata di mare e quando la presidente dei Repubblicani Luciana Sbarbati arriva in pelliccia, gli attivisti di Legambiente l'accolgono a fischi: «Povero visone». In fondo non l'è andata male, se si pensa che a Rosy Bindi e Livia Turco il signor Peppe Cirillo, titolare della lista civica Condom gratis, ha lanciato preservativi.
    La carica dei 34, tanti ne ha portati in trasferta Romano Prodi, comincia con un’ora di ritardo, c'è il riformista in Borsalino nero (Tommaso Padoa- Schioppa) e quello con sciarpone viola (Clemente Mastella). Non è superstizioso? «Questo governo non teme la jella». Profezia avverata, per un giorno. A parte la zuffa sulla Val di Susa tra Antonio Di Pietro e Alfonso Pecoraro Scanio. Il ministro dell’Ambiente: «Devi smetterla di seguire i consigli degli ex collaboratori di Tremonti e Lunardi». E Prodi: «Sulla Tav bisogna valutare attentamente e procedere con calma. Non vorrete mica far cadere il governo... ». Scintille garbate tra Rosy Bindi e Barbara Pollastrini sui Pacs e «convergenze parallele» tra riformisti e conservatori. L'espressione che consegna alla storia la morte della Fase due è di Mastella, subito sbeffeggiato dai colleghi: "Che fai, parli come Moro?".
    GLI APPLAUSI — In strada l’applausometro premia Fassino, Massimo D'Alema si becca un «bravo, sei grande!» ma pure un «complimenti, ci avete rovinato!» e il caos è tale che i fotografi, oscurati da giornalisti, poliziotti e cameraman, si mettono in sciopero: niente foto per protesta. Dentro, davanti al piattino coi cioccolatini, Enrico Letta illustra un piano in tre mosse per far digerire la Finanziaria «offuscata dal dibattito generale», procedere a un «tagliando bimestrale» sui 414 atti della manovra e attuare «presto e bene il grande serbatoio di interventi». Pierluigi Bersani aspira il sigaro: «Caro Enrico, avrai parecchio da lavorare».
    Lo pensa anche Padoa Schioppa, che difende la Finanziaria e avverte: riforme decisive per la crescita, ma nel campo politico «rischiano di essere impopolari ». Il che, detto dal ministro dell’Economia, non è proprio una cosina da nulla. «La vera sfida è trasformare la ripresa in crescita» sprona Tps e se il governo ce la farà, nel 2011 l’economia potrebbe segnare un più 2,5. Ma attenzione, il declino non si è arrestato. «E siccome manca il driver unitario della Finanziaria—conclude Padoa Schioppa—il coordinamento tocca a Palazzo Chigi». Il dopo manovra, dunque, è nelle mani di Prodi.
    L’AGENDA — Giuliano Amato annuncia una nuova legge sull’immigrazione e giura che quando ha lanciato la convenzione per la legge elettorale lungeva da lui l'idea di strizzar l'occhio a Berlusconi. Alessandro Bianchi ha pronto un nuovo piano per la sicurezza stradale. Pecoraro è felice perché Prodi ha messo al primo punto dell'agenda la questione ambientale e le energie rinnovabili, con buona pace della Sbarbati per la quale «la prima energia è il cervello umano».
    E Antonio Di Pietro ha scovato una formula per legittimare le (sue) invasioni di campo: chiunque può occuparsi di Infrastrutture, come lui può sconfinare nell’orto del Guardasigilli.
    Clima sereno, segna il barometro della Reggia. Ma nelle scarpe dei segretari qualche sassolino c'è. Oliviero Diliberto ed Enrico Boselli protestano perché «Prodi fa più riunioni con i capigruppo che con i leader». E Mastella media: «E' vero Romano, la coalizione vive nel cono d'ombra dei partiti, devi incontrare di più i segretari ».E attenzione alla legge elettorale, mette in guardia il capo dell’Udeur: «Se si va al referendum non c'è più la maggioranza».
    Diliberto è in forma: «La nostra gente è delusa. Dov'è finito il conflitto di interessi? E voi di fronte ai fischi di Mirafiori volete alzare l'età pensionabile? Il centrosinistra deve ritrovare l'anima». Che tradotto vuol dire via lo scalone Maroni e aumento di salari e pensioni minime.
    E i Pacs? I pronostici li davano per depennati dall'agenda di Caserta, ma così non è stato. «Tu Romano non vuoi parlarne — sferza Enrico Boselli — Ma intanto il Papa detta l'agenda del governo sui temi etici».
    Barbara Pollastrini vuole una legge «presto e nel rispetto della Costituzione» e Rosy Bindi si appella al programma, dice che riaprire la questione non ha senso poiché le unioni civili sono lì, nero su bianco nella Bibbia dell'alleanza di Prodi. Non uno stop, dunque, ma un mezzo via libera.
    LA SERA — Francesco Rutelli regala ai colleghi un libro sulla Reggia e, nottetempo, li guida tra scaloni e saloni. Sua l'idea di una cabina di regia che realizzi la sintesi su pochi, strategici temi da spiegare alla gente e portare al confronto con le parti sociali. E la sfida coi massimalisti? Chiusa, appoggia Prodi il vicepremier. «Dobbiamo spostare sulla Cdl le contraddizioni e mantenere un rapporto con Casini» detta la linea Rutelli, mentre Piero Fassino si alza e passeggia nervoso su e giù per la sala. Alle nove tutti a cena, dove Pecoraro e Di Pietro fanno la pace e poi sfida a biliardo tra Mussi, Santagata e Ferrero. A mezzanotte in camera, dove gli uomini trovano in dono tre cravatte della sartoria Marinella. Sì, proprio quella dove Berlusconi faceva acquisti per i suoi ministri...

    Monica Guerzoni da Il Corriere.it

  4. #4
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    Caserta, o cara!

    di Red

    I capoccia dell’Unione, Ulivo, Quercia ed altri arbusti sparsi hanno deciso di riunirsi a Caserta per mettere a punto la strategia politica per il 2007.
    Tale decisione, i primi commenti e quello che ne potrebbe scaturire fanno sorgere una serie di domande e di considerazioni.
    Prima domanda: c’era bisogno di andare a Caserta per trovarsi?
    Come se a Roma non avessero fior di sedi dove incontrarsi, ed ancora, ma che maggioranza è se ha bisogno di organizzare una gita premio “fuori porta” per trovarsi: vorrebbero forse farci credere che non si vedono continuamente?
    Seconda domanda: ma le strategie non si dovrebbero decidere PRIMA che inizi quello che una volta si chiamava l’esercizio finanziario?
    Così, magari, dal 3 Gennaio si è già pronti per partire, o sbaglio?
    Terza domanda: ma le suddette strategie, non erano già state stabilite col ponderosissimo e quasi inintelligibile (perché contiene affermazioni in un senso ed il loro esatto contrario) programma di 283 pagine che l’Unione aveva vergato con – suppongo - copioso sudore, lacrime e sangue nei primi mesi del 2006?
    Ergo: od il programma era sbagliato, o hanno cambiato idea.

    Spinto suo malgrado - credo - dalla solita pagliacciata del buffone di corte ufficiale (leggasi Marco Pannella) Prodi ha anticipato una conferenza stampa che mi ha lasciato (e come me, credo moltissimi) di stucco.
    Ha testualmente detto che l’obiettivo primario del suo Governo nel 2007 è quello della crescita.
    Obiettivo giustissimo, sotto molti punti di vista.
    Peccato che il salumiere di Scandiano sembra abbia mentalmente rimosso il trascurabile fatto che non più tardi di 20 giorni fa lui ed il suo Governo, chiedendo continui voti di fiducia nei due rami del Parlamento, ha sdoganato una legge Finanziaria mostruosa che aumenta la pressione fiscale di almeno 2 punti percentuali a tutti gli italiani.
    E stiamo per ora parlando solo dell’aumento che deriva da quella misura, senza poter ancora considerare quali saranno (perché vi saranno) gli aumenti che le amministrazioni locali decideranno di fare per far quadrare i loro bilanci date le minore entrate in arrivo da Roma.
    Quarta domanda: Prodi ed i Prodi’s boys credono forse che l’aumento delle imposte agevoli la crescita?
    Vi sono almeno 10 esempi contrari a ciò, nella sola Europa, negli ultimi anni. Austria, Spagna, Gran Bretagna, solo per citarne alcuni.
    Inoltre, di fronte ad un’affermazione del genere, quello che più spaventa è la sconfortante consapevolezza di capire che siamo in mano ad un branco di dilettanti impreparati.

    Sollecitato a spiegare quali siano le chiavi di volta che si intraprenderanno per alimentare la crescita economica del Paese, Prodi ha affermato che le liberalizzazioni saranno la prima priorità.
    Quinta domanda: forse non mi ricordo bene io, ma le liberalizzazioni – se effettivamente vengono fatte – non servono, di solito, a diminuire i costi di un certo prodotto o servizio?
    E questo cosa c’entra con la crescita?
    Per supportare una crescita economica, altri sono i mezzi, gli strumenti da adottare: le liberalizzazioni hanno un peso scarsissimo su questo fenomeno.

    Prima di partire per il buen retiro casertano, il Governo ha anche fatto sapere che sta mettendo a punto un piano per il Mezzogiorno di 100 miliardi di euro in 7 anni.
    Poiché nessuno del Governo ha anche detto che, contemporaneamente, sono state prese misure (logistiche, economiche, strutturali, decisionali) per aumentare considerevolmente la lotta alla criminalità organizzata - che come sanno anche i sassi dei litorali liguri – nel Sud è profondamente radicata nel tessuto sociale, l’annuncio del piano straordinario (ed onerosissimo) per il Sud ha suscitato una sola reazione di rilievo: la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, la sacra corona unita e chi più ne ha più ne metta, ringraziano sentitamente per il regalo inaspettato, perché è indubbio che almeno il 50% dei 100 miliardi finiranno nelle loro tasche.

    Sempre nella conferenza stampa di stasera, il salumiere di Scandiano ha anche detto che delle riforme se ne parlerà diffusamente in questi giorni nella reggia casertana.
    Sesta domanda: ma invece di parlarne, non sarebbe meglio farle?
    E’ evidente che il parlarne non comporta grandi problemi, giacchè le due anime della coalizione rimarranno sulle loro posizioni, vale a dire Margherita e DS spingeranno a mettere mano alle pensioni ed al riordino dell’amministrazione pubblica, mentre la sinistra radicale (arbusti vari, quali Diliberto, Pecoraro, Giordano e compagnia) farà orecchie da mercante ed anzi, come ha sottolineato Giordano l’altro giorno, insisterà a dire che delle riforme non c’è bisogno, quanto piuttosto di una nuova riapertura delle questioni sindacali e remunerative della classe operaia.
    Settima domanda: e Mortadella, da che parte si schiererà?
    Si è facili profeti a dire che continuerà a seguire le orme di Bertinotti, come ha sempre fatto fino ad ora in questi otto mesi, terrorizzato dal fatto di perdere l’appoggio della sinistra massimalista, cosa che farebbe saltare il Governo, la coalizione ed imporrebbe il ritorno alle urne.
    La scelta gli sarà resa ancora più semplice leggendo gli ultimi sondaggi, dove, di fronte al rovinoso e senza precedenti crollo di consensi nei confronti della maggioranza, del Governo e suo personale, si evince anche che gli unici che si salvano nella slavina, sono proprio quelli dell’estrema sinistra.

    Così Fassino continuerà a predicare che bisogna fare le riforme (anche perché a Maggio, di fronte ad una eventuale disfatta elettorale alle amministrative, l’unico che ne andrebbe di mezzo sarebbe lui); Rutelli concorderà con lui a bassa voce, per non farsi sentire da Mastella; D’Alema, troppo altezzoso per mischiarsi in diatribe così futili, andrà a cena con Abu Mazen; Bertinotti continuerà a dire che non se ne parla proprio e Prodi indirà nuove conferenze stampa, con traduttore simultaneo (Sircana), per spiegare che la nuova strategia italiana di crescita è supportare l’Autorità Palestinese, perché quello sarà il mercato di riferimento delle merci italiane nel futuro, come già fece, con squisita lungimiranza, tanti anni fa quando andò in TV affermando che si doveva aiutare l’Albania, perché quello sarebbe diventato il mercato principe dell’export delle imprese italiane.

    Ultima domanda: ma che sono andati a Caserta a fare, se sappiamo già tutte le risposte?
    Ah, dite che forse loro non conoscevano le domande, per caso?

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    Populismo alla ricarica

    di Davide Giacalone

    Pierluigi Bersani indulge al polulismo

    Il ministro Bersani ha tenuto una bella lezione di populismo, inseguendo il facile consenso sul tema delle ricariche telefoniche ed andando colpevolmente fuori bersaglio. Il guaio lo ha combinato non solo per quel che ha detto, ma ancor più per quello che ha taciuto. In perfetto stile populista ha scelto non di agire, non di domandarsi quel che può fare il governo, ma di andare in televisione e sfruttare una distorsione del mercato per ergersi a paladino dei tartassati. Ballarò come piazza mediatica, dove rivolgersi al volgo lisciandolo per il verso del pelo (intanto non è senza significato che a quella stessa trasmissione era stato interdetto l'accesso al giovane Andrea D'Ambra, promotore della petizione che ha sollevato il problema e mosso l'Autorità delle comunicazioni). Agitando la bandiera populista il ministro ha messo rumorosamente i piedi nel piatto di società quotate in Borsa, e non è la prima volta che lui ed i suoi colleghi provocano il crollo dei titoli a seguito di chiacchiere. E veniamo alla sostanza.

    Cosa si debba fare per abbattere i costi di ricarica noi lo abbiamo scritto lo scorso 16 novembre, agevolati dal fatto di non avere passato metà della nostra vita a tentare di distruggere il mercato e l'altra metà ad idolatrarlo, consapevoli, quindi, che il compito della politica, come anche delle autorità di controllo, non è quello di insegnare ai gestori come si debba strutturare la tariffa “giusta”, bensì quello di mettere il mercato nelle condizioni migliori per trovare il suo equilibrio più favorevole. Come? Aprendo alla competizione. In Italia ancora mancano gli operatori mobili virtuali, ovvero dei soggetti che costruiscono i propri profitti lavorando marginalmente sulle tariffe e vendendo nuovi servizi. Introdurli significa colpire le rendite di posizione (come gli imposti costi di ricarica) al tempo stesso aumentando il traffico venduto e, quindi, remunerando le reti dei principali gestori. Rendere possibile la loro vita è esattamente il compito del governo, allineando così l'Italia ad altri Paesi europei. Ci pensi, il ministro Bersani, se non è troppo occupato dal populismo catodico e se non ritiene che il suo principale compito sia anticipare le decisioni dell'Autorità, facendo passare per suoi meriti i risultati di una petizione popolare.

    Davide Giacalone

  6. #6
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    Il conclave di Caserta non produrrà nulla

    L’ambizioso progetto di Romano Prodi e degli altri organizzatori della “due giorni” di Caserta è di trarre dal conclave, o vertice, un’agenda condivisa delle cose da fare per consolidare la ripresa e far crescere il Paese. Più che un progetto, guardando realisticamente allo stato di disunione di governo e maggioranza, è una chimera, un sogno politico circondato da attenzioni mediatiche e teatrali rilevanti ma che, in ogni caso, non potranno conferire sostanza e peso all’evento.

    Il conclave è un bluff e tale resterà, anche se magari produrrà un testo simile, per prolissità, vaghezza e ambiguità, al programma elettorale di 283 pagine dell’Unione.

    Le riforme che potrebbero indicare una volontà di cambiamento, dopo la finanziaria di torchiatura tributaria, questo governo non può farle, a causa del ricatto continuo della sinistra radicale e massimalista. Fassino e Rutelli lo hanno capito, ma fanno finta che tutto vada per il meglio: la diplomazia di cui fanno sfoggio in questi ultimi giorni – dopo veri e propri attacchi a Romano Prodi e alla sinistra “antagonista”- dimostra che per il momento hanno perso la partita e lo spazio per i sedicenti riformisti nell’Unione si va riducendo sempre di più.

    Blocco conservatore

    La sinistra radicale e massimalista non ha alcuna intenzione di rendere meno pesante, meno costoso e più attento alle reali esigenze dei cittadini il sistema di welfare. Questa sinistra costituisce l’unico vero e potente blocco conservatore che riporterà indietro il Paese.

    Un blocco che conta e che condiziona Prodi e i riformisti. Per evitare scontri che avrebbero avuto un effetto dirompente, sotto l’attenzione dei media, è stato già deciso, ad esempio, che non si parlerà di riforma delle pensioni.

    L’Ue teme che, se il governo cancellerà la riforma del centrodestra, quella dello “scalone”, la spesa previdenziale finirà fuori controllo, ma la sinistra dei comunisti, dei verdi e dei “movimenti” ha posto il veto a qualsiasi ritocco. Quindi, sulle pensioni, argomento cruciale, nella reggia calerà il silenzio.

    Lo statale può attendere

    Sempre allo scopo di evitare contrasti che non sarebbe stato possibile tacere o nascondere, a Caserta non si parlerà di pubblica amministrazione. Il peso della burocrazia e i suoi bassi standard di produttività ed efficienza fanno parte degli ostacoli che il sistema Italia deve quotidianamente superare, ma non si discuterà di mobilità, meritocrazia, responsabilità.

    La sinistra radicale non tollera che si mettano in discussione i privilegi corporativi di diversi settori del pubblico impiego.
    E allora si tace e si rinvia. Il governo si confronterà col sindacato, poi si vedrà.

    L’amaro calice di Fassino

    Alla vigilia del conclave una coltre di silenzio è caduta sull’espressione “fase due”, che per i riformisti avrebbe dovuto conferire credibilità a un esecutivo il cui consenso è precipitato a minimi storici con straordinaria velocità. Fassino, che era stato fra gli artefici dell’ambizioso neologismo, non parla più né di mesi né di fasi.

    Prima di andare a Caserta è andato a Canossa, ha avuto un incontro con i vertici di Rifondazione comunista. Ne è uscito un comunicato congiunto in cui si garantisce “coesione” alla coalizione, ma si ribadisce che le riforme possibili dovranno essere compatibili con l’”equità”.

    Quest’ultimo termine per il partito di Bertinotti significa pura e semplice conservazione dell’esistente.

    La mina dei Pacs

    Sempre per evitare scontri dannosi e per rivestire d’armonia apparente il conclave del nulla, a Caserta non si dovrebbe parlare dei Pacs e degli altri temi che si suole definire “eticamente sensibili”.

    Però, però… Ci sarà Marco Pannella, il quale giura che si comporterà bene, si asterrà da provocazioni e colpi di teatro, ma chiederà che il governo mantenga quel che ha promesso ai suoi elettori in materie di coppie di fatto. Anche Rosy Bindi vorrebbe parlare dei Pacs, ma soltanto per chiedere che la questione venga dichiarata non urgente e quindi insabbiata.

    Anche la sinistra radicale vorrebbe che si discutesse dei Pacs, per sollecitarne il varo. Riusciranno i diplomatici dell’Unione a disinnescare questa mina?

    Il topolino delle liberalizzazioni.

    Accantonati i temi importanti e tuttavia scottanti, cosa mai si potrà decidere a Caserta? Restano le cosiddette liberalizzazioni.

    Quelle significative (reti energetiche, aziende di servizi del “socialismo municipale” realizzato in tante città e regioni) non si potranno nemmeno sfiorare perché la sinistra radicale è sorda quando si parla di liberalizzazioni.

    E allora nelle sale della reggia si provvederà a partorire qualche topolino, la cui importanza sarà pari al provvedimento che fece sollevare tutti i tassisti d’Italia senza conseguire, peraltro, alcun risultato.

    Caserta/Esclusi i temi seri. Ecco come

    Caserta e i propositi di Prodi: “Provvedimenti concreti, che possano essere immediatamente percepiti dall’opinione pubblica”. Tradotto dal politichese: ragazzi, voliamo basso e inventiamoci qualcosa immediatamente, perché le elezioni amministrative sono alle porte e rischiamo un bagno di sangue.

    Nato come un summit per dare “una svolta all’azione di governo”, pomposa definizione in linea con gli stucchi dorati e gli spazi regali pensati dal Vanvitelli, il vertice di governo ha rapidamente ridimensionato i suoi orizzonti e i suoi obiettivi attorno alla necessità, ben sintetizzata da Fassino, di evitare “un corto circuito con l’elettorato”.

    Propositi, quelli di Prodi e Fassino, espressi qualche giorno fa. L’ultimo sondaggio, che certifica il crollo dei consensi del governo e la parallela crescita di Forza Italia e dell’opposizione nel suo complesso, imporranno al premier di serrare ulteriormente le fila, di passare dal volo basso al volo rasente.

    Ai ministri ha già chiesto di limitare le loro proposte alle rispettive sfere di competenza. Via dall’agenda, dunque, tutto ciò che può essere motivo di litigio e contrapposizione: di pensioni, legge Biagi, pacs, Tav, partito democratico, autostrade, privatizzazioni si parlerà, ma per rinviare ogni decisione.

    “Non si va a Caserta per rompere, saremmo dei suicidi”, dice Prodi. E l’unico modo per non rompere sarà quello di non approfondire nessuno di questi temi sui quali, c’è da giurarci, alla fine Prodi dirà che esistono intese di massima, che tutto va bene, madama la marchesa.

    La punta di diamante di questa operazione, ridotta ormai a un modesto summit pre-elettorale, è costituita da Bersani e dalla sua valigia che, è stato annunciato, conterrà una “lenzuolata” di provvedimenti popolari (o populisti) destinati a gettare fumo negli occhi e una buona dose di anestetico sui dissensi di questo esercito di Franceschiello.

    Ne abbiamo avuto un buon esempio con l’estemporanea uscita del ministro a Ballarò: “aboliremo i costi sulle ricariche dei cellulari”. Dimenticandosi di dire agli italiani che, su sollecitazione di Bruxelles, l’Authority delle comunicazioni sta già prendendo provvedimenti. Così ha venduto merce vecchia, con il solo risultato di irritare Calabrò, qualche alleato, il mondo finanziario e alcuni milioni di azionisti Telecom, i cui titoli hanno subito una batosta.

    Altra paccottiglia verrà spacciata per mercanzia di pregio: aiuti al Sud (d’obbligo, altrimenti perché andare a Caserta?), semplificazioni burocratiche, qualche sviolinata al cittadino-consumatore (finora spremuto dalle tasse della Finanziaria). Ma nulla di nulla sui nodi veri da sciogliere. Un lenzuolo e tutti a nanna. Le urne sono troppo vicine.

    A Caserta sono tollerate le figuracce.

    Per superare la progressiva e inesorabile mancanza di ossigeno denunciato dai sondaggi e dagli indici di gradimento, il governo ha dato incarico a Bersani di rimediare con una soluzione di rapido effetto. Un coup de théâtre capace di dare all’esecutivo una boccata d’aria con cui sopravvivere pur tra le mille difficoltà e divergenze della maggioranza.

    E Bersani crede di far centro con un’idea nazional-popolare: eliminare il costo fisso sulle ricariche dei telefonini, una tassa che effettivamente non piace a nessuno. Un argomento di grande presa sulla stragrande maggioranza di cittadini amplificato dai soliti giornali amici. Peccato però che le parole di Bersani abbiano provocato una vera e propria valanga, che ha costretto il ministro a fare una mezza marcia indietro.

    Il primo a reagire è stato il ministro Gentiloni, sostenuto da tutta la Margherita, che si è sentito esautorato di una sua competenza occupandosi lui delle Comunicazioni: uno sgarbo politico che mal si coniuga con la missione casertana di pacificare gli animi nella maggioranza.

    L’invasione di campo da parte del ministro è stata denunciata anche dall’Authority con il sostegno di quanti affermano che un provvedimento governativo sulla materia creerebbe un precedente pericoloso di interferenza dell’esecutivo sul libero mercato e che rischierebbe di complicare il raggiungimento dell’obiettivo invece di facilitarlo.

    Ma non basta: le frasi del ministro Bersani hanno pesato sui mercati finanziari con i titoli delle telecomunicazioni che ieri hanno subito una flessione. Telecom Italia per esempio ha perso più del 2% e con lei tutti gli azionisti.

    Insomma, anche Bersani, la faccia più spendibile del governo Prodi, ha fatto la sua bella figuraccia: le intenzioni erano buone, ma in politica contano i fatti.



    Poteresinistro

  7. #7
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  8. #8
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    LA CDL, FLOP DI UN GOVERNO ORMAI IN CRISI

    ROMA - "Un flop", "la solita 'ammuina', una parata di tante parole e poca sostanza". E ancora: "la dimostrazione di un governo in crisi"; "sul Sud, Prodi come il mago Houdini". Cambiano le parole, ma per un giorno tutta l'opposizione si trova compatta nel bocciare senza mezzi termini il conclave del governo alla Reggia di Caserta. Al centro delle critiche più accese l'annuncio di Prodi degli stanziamenti a favore del Mezzogiorno e il rinvio ad un secondo tempo delle liberalizzazioni e della riforma delle pensioni. "Caserta - attacca il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi - ha certificato che questo governo è già in crisi. Tutti i problemi sono stati accantonati e rinviati. Le conseguenze di questa situazione sono a carico del Paese e di tutti gli italiani".

    Mario Landolfi, di An, osserva che "hanno vinto i Prodinotti", mentre Gianfranco Fini attacca a testa bassa il governo per la sua politica per il Meridione: "A Caserta - ironizza - Prodi si è travestito da mago Houdini: l'annuncio ad effetto sulle risorse per il Sud è infatti solo illusionismo". Per l'ex titolare della Farnesina, il governo "non ha fatto altro che rispettare gli impegni presi con l'Unione europea, muovendosi nella cornice definita nel 2005 sulla base di un accordo tra il Governo Berlusconi e le Regioni. La somma indicata dal CdM - ricorda Fini - sarà spalmata in sette anni e quindi si tratta di risorse virtuali non superiori a 13 miliardi l'anno. Inoltre - conclude l'ex vicepremier - le risorse previste a valere sul Fas e sui Fondi strutturali, confrontate con il periodo 1999-2006, evidenziano una riduzione, passando da circa 90 miliardi di euro a circa 80 miliardi di euro". Sullo stesso punto si concentrano le critiche della Lega, che parla di "furto al Nord".

    "Sui 123 miliardi di euro che il nostro Paese avrà a disposizione - ricorda Roberto Calderoli - ben 100 verranno destinati al Sud. Visto che queste risorse derivano anche dalla spremitura del lavoro del Nord, siamo davanti a un furto. Ringraziamo pertanto per queste elemosine, ma siamo certi che il Nord saprà come ringraziare questo Governo, al momento opportuno, con il voto mandandolo a casa". Per Roberto Maroni, Caserta fa registrare un "ritorno al passato" grazie alla "riedizione della famigerata Cassa per il Mezzogiorno".

    "Siamo molto delusi. Se questo è l'esito - prosegue - si tratta solo di rinvii e mi sembra un grande flop". Gli fa eco il segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa: "E' stato un flop, un fallimento, la resa dei riformisti alla sinistra massimalista che condiziona pesantemente Prodi. Per il Sud - conclude Cesa - cento miliardi di chiacchiere". Ironico anche chi, come Marco Follini, si è collocato in mezzo tra centrodestra e centrosinistra. Per l'ex segretario dell'Udc, a Caserta è sembrato di vedere l'"aspettando Godot" di Beckett: "I riformisti della maggioranza somigliano a Vladimir e ad Estragon che attendono vanamente il protagonista soffrendo il freddo in mezzo alla strada". (ANSA).

  9. #9
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    GOVERNO: BOTTA E RISPOSTA TRA MANIFESTANTI DAVANTI SEDE VERTICE CASERTA
    OPERAI FINMEK A GRUPPO AZIONE GIOVANI, NO STRUMENTALIZZAZIONI

    Caserta, 12 gen. (Adnkronos) - Battibecco tra i manifestanti che da questa mattina sono in sit in davanti alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione dove si e' svolto il vertice di governo a Caserta. Il botta e risposta e' partito quando, all'uscita dal conclave del ministro Barbara Pollastrini, un gruppo di manifestanti ha cominciato ad urlare un coro : ''Buffoni, buffoni''. A quel punto e' intervenuta una delegazione di operai della Finmek in cassa integrazione da due anni e che da questa mattina sta manifestando.

  10. #10
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    Nasce la sinistra borbonica

    di Arturo Diaconale

    Più di duemila giovani della Margherita hanno inviato una cartolina a Romano Prodi per chiedere che il conclave della Reggia di Caserta non si concluda con il solito dibattito autoreferenziale a porte chiuse. Se l’iniziativa fosse stata presa dai giovani di uno dei partiti del centro destra la grande stampa l’avrebbe bellamente ignorata. Invece è venuta da una delle forze della coalizione governativa. E, così, i media fiancheggiatori l’hanno ripresa e rilanciata. Come a voler dimostrare l’ansia di trasparenza, di democrazia, di riforme che domina tra la futura classe dirigente della attuale maggioranza.
    I giornali che sostengono il governo sono convinti che così facendo hanno fornito il loro contributo quotidiano alla fabbrica del consenso che lavora a pieno ritmo per la maggior gloria del centro sinistra. Purtroppo per loro e per il loro zelo, però, hanno commesso un errore. La notizia non dimostra affatto che i giovani dei partiti della coalizione rappresentano una speranza per il futuro della coalizione stessa. Conferma, al contrario, ciò che nessuna interpretazione strumentale può nascondere. Cioè che la sfiducia nell’operato del governo e dei vertici del centro sinistra non riguarda solo l’opposizione ma pervade elettori e quadri delle forze politiche della maggioranza.

    I giovani della Margherita, in sostanza, non si fidano dei loro dirigenti. Temono che il vertice-conclave si risolva nella solita passerella di dichiarazioni d’intenti buona solo per la propaganda o, peggio, in una serie di messaggi trasversali e criptici scambiati rigorosamente tra i soliti noti. La loro sfiducia e la loro preoccupazione sono talmente forti da averli spinti a rinunciare all’uso dei canali di comunicazione interni e riservati dei partiti e ad assumere una iniziativa volutamente pubblica. Ed anche questo è un segnale politico inquietante. Perché dimostra che quei canali, attraverso cui un tempo passava la linfa vitale dei partiti, sono ostruiti e non funzionano affatto. E che lo stato maggiore del centro sinistra riunito nella Reggia di Caserta viene visto dalla propria base giovanile come una casta chiusa, sorda agli apporti esterni e preoccupata solo di badare ai propri interessi. In una parola in una sorta di corte formata da baroni interessati esclusivamente al mantenimento dei loro privilegi feudali. Non è un caso, allora, che l’incontro si svolga nella Reggia di Caserta. E che segni la nascita di un nuovo tipo di sinistra. Quella borbonica.

 

 
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