UNA BREVE RASSEGNA STAMPA
L'ESPRESSO
Icomitati per il «no» bloccano il traffico ferroviario
Dopo la fiaccolata in centro a Vicenza un migliaio di manifestanti è sceso sui binari
VICENZA. Alcune centinaia di persone dei comitati che si battono per il «no» alla nuova base Usa a Vicenza hanno occupato a tarda sera i binari della stazione ferroviaria. Il traffico dei treni è stato sospeso. Ai manifestanti, seicento circa, che avevano preso parte al corteo per le vie del centro storico, se ne sono aggiunti altre centinaia, che si sono diretti verso la stazione, per bloccare il traffico ferroviario. Il numero dei dimostranti è cresciuto col passare dei minuti, superando il migliaio. Secondo quanto riferito dalla Polfer, i manifestanti hanno occupato interamente i binari 2 e 3, gli unici attivi a tarda sera, che servono la linea Milano-Venezia. Di conseguenza, i pochi treni della notte sono stati fermati in stazioni intermedie. La manifestazione era iniziata con l’allestimento di un ampio tendone vicino al perimetro dell’aeroporto Dal Molin, il presidio dei comitati per il «no» alla nuova base Usa a Vicenza. Il Dal Molin è appunto la struttura dove dovrebbe sorgere il complesso che ospiterà tutta 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano. Alcuni manifestanti hanno trascorso qui la notte, per rimarcare l’opposizione al progetto cui anche il governo ha dato ora la propria disponibilità.
Il corteo con fiaccolata tenutosi nel centro della città, con una partecipazione di circa 600 persone, si è concluso senza incidenti o particolari momenti di tensione. La manifestazione, tenuta sotto controllo dalle forze dell’ordine, ha visto una partecipazione piuttosto eterogenea dato che, con la componente prevalente di centrosinistra dei comitati per il «no». C’erano anche un gruppetto di giovani no global e, in coda al corteo, una rappresentanza di Alternativa Sociale, il partito di Alessandra Mussolini, con il responsabile locale Alex Cioni.
Un invito a «dimettersi dai propri partiti di appartenenza» è stato rivolto dai rappresentanti dei comitati agli esponenti berici del centro sinistra. Un sollecito avanzato, anche con modi bruschi, durante il raduno dei partecipanti alla fiaccolata. Un appuntamento tramutatosi in corteo di protesta, dopo la decisione del premier Prodi di non opporsi all’allargamento della base. Contestato, al grido di «vergogna-vergogna» il segretario cittadino dei Ds Luca Balzi, costretto a interrompere un’intervista televisiva.(17 gennaio 2007)
Il Giornale di Vicenza
Il centro destra: «Finalmente»
Rabbie, proteste e ironie nelle parole di politici di centrosinistra
Mussolini: Decisione grave
(al. mo.) Il sì di Prodi scatena la reazione da alleati e opposizione. Ecco una raccolta di interventi.
«Continueremo la nostra battaglia contro l'ampliamento della base Usa a Vicenza insieme ai cittadini e al movimento pacifista». Il segretario del Prc, Franco Giordano non considera chiusa la partita della base militare anche dopo il sì di Prodi. «Ci auguriamo si possa riprendere la discussione - dice Giordano - e che si trovino delle forme per dare la possibilità alle popolazioni locali di pronunciarsi».
«Il governo sbaglia a non opporsi all’ampliamento della base Usa a Vicenza: in questo modo tradisce la vocazione di pace iscritta nel programma dell’Unione e manifestatasi in alcune scelte di politica internazionale e reitera una concezione subalterna dell’alleanza con la potenza americana» Parola di vice presidente della commissione Difesa alla Camera, Elettra Deiana. Poi la senatrice Prc Tiziana Valpiana: «L'Italia non è un paese sovrano ma una colonia, dove gli americani fanno e disfano a proprio piacimento. La decisione del presidente del Consiglio sull'ampliamento della base militare Usa a Vicenza ci lascia esterrefatti e sconcertati, anche perché in Parlamento non c'era questo tipo di orientamento. Noi del Prc restiamo fermamente contrari. Nell’incontro con Enrico Letta cercheremo di fargli capire che non si tratta così il territorio e la popolazione che si è sempre dichiarata contrarissima al progetto e, certamente, faremo pesare la nostra contrarietà all'interno del Governo».
Pecoraro Scanio, leader dei Verdi e ministro dell’Ambiente: «I Verdi saranno al fianco dei cittadini ed impugneranno la decisione del Comune di Vicenza in ogni sede. Il governo dovrebbe rivedere la propria posizione pilatesca ed ascoltare i cittadini, sapendo che rispettare le alleanze non significa rinunciare alla propria sovranità».
Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia: «C’è da strabiliare: costretto “obtorto collo” a rispettare gli impegni internazionali del nostro Paese dicendo sì all’allargamento della base di Vicenza, Prodi ha cercato di minimizzare la questione riducendo i rapporti con gli Stati Uniti a “un problema urbanistico e territoriale” e mettendo così la politica estera italiana al livello di un piano regolatore». In sintonia con il vicecoordinatore azzurro Fabrizio Cicchitto: «Ci fa piacere che le decisioni del governo Berlusconi e la linea del Comune di Vicenza abbiano costretto Prodi a dar via libera alla conferma e all’ampliamento della base Usa, nella logica della tutela dell’alleanza politico-militare fondamentale a cui è legata l’Italia».
Ed ecco il presidente della giunta regionale del Veneto, Giancarlo Galan: «Mi complimento con il Presidente Romano Prodi per una decisione assai positiva per il Veneto e che si allinea a quella presa a suo tempo per il Mose e che mi attendo altrettanto positiva in merito alle questioni che riguardano il Passante di Mestre». «Sono felice - prosegue Galan - innanzitutto per chi si è battuto a Vicenza in difesa del proprio posto di lavoro. Sono felice di essere stato fin dal primo momento, assieme al Comune di Vicenza, dalla parte giusta, dalla parte cioè di chi non voleva che gli americani fossero costretti ad andarsene». «Sono convinto che, cessato il momento dello scontro e della insensatezza politica - conclude - sia necessario avviare subito la fase delle proposte concrete, compatibili, di un progetto insomma che metta assieme le esigenze della cittadinanza e le ragioni della presenza americana a Vicenza».
Alessandra Mussolini, eurodeputato di Alternativa Sociale e segretario di Azione Sociale è nera in tutti i sensi: «È un errore grave aver ceduto. Oltre ad aver umiliato i vicentini il Governo dimentica le responsabilità Usa sul Cermis e su Calipari. Sensatamente il Governo dovrebbe dimettersi per le lacerazioni al proprio interno». «Risultato positivo, procedura grottesca» invece per Adolfo Urso, dell’esecutivo di An. «Ora sappiamo che il Comune di Vicenza ha salvato l’immagine e il ruolo internazionale dell’Italia - dice -. Inquietante l’escamotage con cui Prodi ha evitato di esprimersi sull’ampliamento della base americana di Vicenza: un atto di estrema debolezza che denota l’assoluta incapacità di questo governo ad esprimere una chiara politica estera e di difesa».
----------------------------
Dopo la fiaccolata un migliaio di persone si sono sedute sulle rotaie. Nei giorni prossimi proseguirà la protesta
Occupata la stazione, invasi i binari
Tutti i treni fermi per più di un’ora. Poi la polizia ottiene lo sgombero
Nessuno scontro. «È un’azione dimostrativa». Cori contro Hüllweck e Prodi
È difficile che venga contestato qualche reato I timori ora riguardano eventuali blitz dei centri sociali
di Diego Neri
I manifestanti sfilano con ordine, mentre il segretario della Cgil Oscar Mancini tiene aperte le porte. Il fiume di gente si riversa all’interno della stazione fra gli sguardi stupiti dei viaggiatori e occupa il primo, poi il secondo e il terzo binario. Col megafono l’organizzatore Olol Jackson invita a fare posto, a non avere paura, a sedersi sui binari, mentre gli agenti della polfer fanno avvisare i macchinisti dei treni in transito per Vicenza: «Fermi tutti, la stazione è occupata. Il servizio è momentaneamente sospeso». Il blocco, che interessa tutta la tratta Milano-Venezia, durerà quasi un’ora e mezza.
Mancano pochi minuti alle 22. La fiaccolata del popolo del No, con più di cinquemila manifestanti (dati forniti dalle forze dell’ordine), che doveva concludersi dopo aver girato per il centro, in piazza Castello, ha ottenuto l’ok per proseguire fino in via Roma e quindi ha raggiunto la stazione. Ma la folla - radunata in un paio d’ore, dopo la dichiarazione di Prodi - non si è fermata, entrando nell’androne per raggiungere le rotaie. Complessivamente, sono almeno un migliaio coloro che sventolando le bandiere hanno occupato i binari, bloccando - fra passeggeri e merci - una ventina di treni di passaggio. Il presidio è durato fino alle 23.10, scandito da cori e parecchi “vaffa” verso Prodi, quando una parte dei manifestanti, circa un centinaio, ha raggiunto l’area del Dal Molin per continuare la protesta.
Polizia e carabinieri hanno seguito il corteo, presidiando gli obiettivi sensibili (la sede di An, ad esempio) che si è dispiegato lungo le contrà del centro. Tanti slogan, soprattutto contro Prodi e Hüllweck, ma nessuno scontro. Ha consapevolmente rischiato Alex Cioni, leader di Alternativa sociale, che si è mischiato in coda al corteo alle bandiere della Cgil, controllato dalla Digos.
Le forze dell’ordine hanno seguito la fiaccolata entrare in stazione. Hanno filmato tutta la scena per avere la possibilità di identificare tutti coloro che hanno occupato i binari, interrompendo di fatto un servizio pubblico come il traffico ferroviario. «È un’azione dimostrativa», hanno continuato a ripetere gli organizzatori. Fra il secondo e il terzo binario è stato teso lo striscione “Governo Prodi Governo di guerra”, uno slogan ripetuto fra il baccano delle pentole e i fischietti, inframmezzato agli insulti al presidente del Consiglio. I poliziotti hanno avvisato la procura, ma l’impressione è che l’ipotesi di reato per aver bloccato i treni sia destinata a cadere in quanto gli organizzatori hanno rispettato le indicazioni di sgomberare le rotaie. Ma è un aspetto che potrà essere chiarito solo nei prossimi giorni.
Il centro di Vicenza era, come tutte le sere, quasi deserto. A parte le vie in cui sfilava la fiaccolata, per il resto erano davvero in pochi a guardare le vetrine. Lungo il corso, passeggiano due amici che cercano il corteo. A mano a mano che si avvicinano sentono il baccano dei coperchi e i fischi, che si fanno infernali in piazza dei Signori, rivolti verso il Comune laddove una settimana fa c’erano stati dei tafferugli con tre contusi all’arrivo dell’ambasciatore Spogli. Ieri sera, invece, non ci sono stati problemi di ordine pubblico, come hanno ribadito i funzionari della questura costretti in questi giorni agli straordinari per seguire tutti i cortei e le manifestazioni.
E l’impressione è quella che i giorni a venire saranno ancora più caldi. Se è vero che finora i comitati hanno dimostrato di sfilare in modo del tutto pacifico, è altrettanto vero che il Sì di Prodi ha scatenato fra le altre le reazioni del leader dei centri sociali del Nord-est Luca Casarini. È probabile che già in queste ore l’area dei disobbedienti - che è ostile a questo governo, ma che aveva preso parte in maniera tranquilla e pacifica anche con i suoi gruppi più radicali alla manifestazione del 2 dicembre - si stia organizzando per mettere in atto qualche azione clamorosa di protesta. Gli unici rischi per l’ordine pubblico (con azioni dimostrative), eventualmente, possono arrivare da loro. Vicenza resterà ancora al centro del dibattito: su questo c’è da giurarci.
-------------------
I radicali della prima ora ancora in testa al corteo che urla il suo “no”
«Non ci arrenderemo mai E i partiti se ne vadano via»
Oscar Mancini: «Questo governo va contro la comunità locale»
Pavin (Disobbedienti) «Innalzeremo la nostra lotta, adesso adotteremo il “modello Tav”»
di Marco Scorzato
Quelli della prima ora sono sempre lì in testa al corteo. «Non ci arrendiamo», ripetono a gran voce, mentre intorno è tutto una gracidare di pignatte. La novità, stavolta, è che vogliono solo bandiere della pace o dei sindacati al loro fianco. Nessun vessillo di partito, tantomeno quelli del centrosinistra che sostengono il governo Prodi. Stasera, quelli sono i «traditori». È il grido della piazza, cui non si sottraggono, seppur con toni diversi, i vari big presenti. A cominciare da Oscar Mancini, segretario provinciale della Cgil. Sotto la barba grigia il volto è serio, scuro. Questa è una manifestazione di protesta forte e determinata - attacca -, noi non ci arrendiamo, ma un governo di centrosinistra non può andare contro la comunità locale. Come ha ricordato D’Alema, il 70% dei vicentini è contrario al raddoppio della base». E poi la stoccata al premier: «Quando Prodi dice che “qualcuno ha parlato di referendum”, vorrei ricordare al capo del governo che quel qualcuno è il suo ministro della Difesa Parisi».
«Il “Sì” di Prodi - aggiunge - è una caduta verticale di credibilità da parte del governo che si era impegnato ad ascoltare la comunità locale. Ora il rischio da scongiurare è la radicalizzazione dello scontro». Ma davvero non se l’aspettava Mancini, che prima o poi il capo dell’esecutivo potesse pronunciarsi per il sì? «Lo temevo - ammette - anche se ho sempre creduto che questo governo volesse impostare la sua azione sulla discontinuità: in politica estera. finora, c’era stata. È un problema di sovranità, sarebbe curioso che a dettare la politica dell’Italia fosse ancora Berlusconi».
Delusione, amarezza, rabbia. Un crescendo che trova espressione nelle parole di Francesco Pavin, leader dei Disobbedienti. Anche lui in testa al corteo, prima, e al centro del gruppo di persone che occupano i binari della stazione ferroviaria, poi. «Adesso il governo ha gettato la maschera - sbotta - e per questo pagherà un prezzo altissimo. In che senso? Innalzeremo la nostra lotta, adotteremo il “modello Tav”. I politici e le bandiere qui in piazza? Da stasera non devono starci più, i partiti se ne devono andare. L’ho detto chiaro e tondo. Chi vuole stare qui deve uscire dai partiti: Ds, Comunisti Italiani, Rifondazione e tutti gli altri. Per questo abbiamo bruciato simbolicamente le tessere davanti al municipio».
Poco lontano da Pavin, marcia Germano Raniero, sindacalista degli Rdb Cub. Anche lui è uno della prima ora e questa volta adotta il sarcasmo per spiegare lo spirito con cui è sceso in piazza a manifestare il no al Dal Molin americanizzato: «Se il governo ha deciso per il sì - osserva - più che un governo di sinistra è un governo sinistro. Questi partiti, quelli che adesso ci prendono per i fondelli, pensano più alle poltrone e ai soldi che ai cittadini, molti dei quali anche qui a Vicenza li hanno eletti. Ma noi non molleremo. Lo abbiamo detto a Parisi: resisteremo un minuto in più».
Chi si trova più in imbarazzo sono i rappresentanti locali dei partiti «traditori». Angiolino Barbieri, segretario del Prc della valle dell’Agno non risparmia i giudizi sull’affermazione di Prodi, anche se non può nascondere un certo imbarazzo, visto che quello è il capo di un governo sostenuto dalla stessa Rifondazione: «È stato pilatesco come al solito - afferma Barbieri -, ma noi non ci arrendiamo e continuiamo a chiedere che si faccia il referendum. La gente deve tenere duro, la battaglia non è finita.
Chi non ha dubbi ed è pronto a scelte drastiche invece è Daniele Pilastro, di Arcugnano, della segreteria provinciale dei Ds: «Stasera taglia corto - dopo le parole di Prodi, ho maturato la decisione di riconsegnare la tessera del mio partito ».
Ma tra i rappresentanti “istituzionali” non c’è soltanto la sinistra, in piazza. In un angolo, solo soletto appoggiato al muro di un palazzo in piazza Castello, si è appartato Alex Cioni, leader di Azione Sociale. «Sono qui a ribadire il mio no alla base - spiega -. Perché in un angolo? Perché non voglio dare modo a nessuno di darmi del provocatore. Anzi, vorrei ribadire che su questo fronte ci siano trovati a combattere sullo stesso fronte di una certa sinistra e di tante altre persone. A luglio avevamo invitato i comitati a non fidarsi di questo governo. I fatti ci danno ragione. A quanto pare la caserma ce la dobbiamo tenere»
«Il vero problema - chiosa Oscar Mancini - non è essere antiamericani, ma contro la politica dell’amministrazione Bush. Purtroppo, queste sciagurate decisioni alimenteranno il qualunquismo ed un sentimento di anti-politica che a Vicenza trovano terreno fertile
-------------------
Il Corriere della sera
Il deputato del Prc Caruso: «Serve mobilitazione straordinaria» Vicenza: "Comitato no" occupa la stazione La protesta contro la base Usa. Poi - dopo un'ora - la decisione di liberare i binari. Pochi disagi per la circolazione dei treni
La protesta a Vicenza. Nel mirino anche il governo (Ap)
VICENZA - Centinaia di manifestanti del «Comitato no» all'ampliamento della base americana di Vicenza hanno occupato in serata la stazione della città veneta. La protesta è durata meno di un'ora, con disagi quindi limitati sulla circolazione dei treni.
Inoltre è cominciato l'allestimento di un tendone vicino al perimetro dell'aeroporto Dal Molin, dove dovrebbe sorgere il complesso che ospiterà la 173ª brigata aviotrasportata dell'esercito Usa.
MANIFESTAZIONE - Il corteo con fiaccolata tenutosi nel centro della città, con una partecipazione di circa 600 persone, si è concluso in serata senza incidenti o particolari momenti di tensione. La manifestazione, tenuta sotto controllo dalle forze dell'ordine, ha visto una partecipazione piuttosto eterogenea: insieme alla componente prevalente di sinistra dei comitati per il no, c'erano anche un gruppetto di no global e, in coda al corteo, una rappresentanza di Alternativa sociale, il partito di Alessandra Mussolini, la quale aveva considerato «un errore grave aver ceduto agli americani. Oltre ad aver umiliato i vicentini, il governo dimentica le responsabilità Usa sul Cermis e su Calipari».
CARUSO - Il deputato di Rifondazione comunista Francesco Caruso, capo dei no global di Napoli, ha affermato di voler «rilanciare con forza una mobilitazione straordinaria a carattere nazionale per ribadire il no all'allargamento della base militare».
16 gennaio 2007
---------------------
Italia - Vicenza - 17.1.2007
Dal Molin, il giorno dopo
Prodi aunnuncia l'ampliamento della base: a Vicenza si infiamma la protesta
Vicenza - Il giorno dopo il sì, Vicenza si risveglia livida e stupefatta. Non tanto per la decisione di Prodi di ampliare la caserma Ederle, concedendo agli americani l'areoporto civile Dal Molin, quanto per la tempestività con cui il premier italiano ha comunicato all'ambasciatore Spogli che la posizione del suo governo era in linea con quella del governo precedente.
Tempismo governativo. Il sì è arrivato proprio mentre i comitati si stavano cominciando a mettere in cammino da piazza Castello per manifestare la propria opposizione alla nuova struttura, che accorperà la 173esima brigata aviotrasportata statunitense, aggiungendo ai 2.750 militari di stanza alla Ederle 1.800 soldati attualmente in Germania, per un costo di oltre 400 milioni di euro. Il tempismo del primo ministro ha scatenato la protesta per le strade del centro. Lungo il corteo che portava alla stazione i sentimenti di delusione, rabbia e impotenza trovavano sfogo negli slogan contro il governo e contro l'amministrazione cittadina. Vicenza non odia gli americani. Non li ha mai odiati, nei 50 anni di presenza della Ederle. Nonostante negli anni '60 si siano verificate risse, violenze, aggressioni e anche qualche caso di stupro per mano dei soldati Usa, la popolazione è tiepida e talora indifferente alla loro presenza. Ciò che non digeriscono, i 5 mila che ieri hanno sfidato il freddo pungente e l'umidità, è stato il silenzio di un governo cittadino - e nazionale - che li ha tenuti all'oscuro di tutto, recitando una parte goffa, incoerente e talvolta subdola.
Città incollerita. "La decisione era già stata presa da tempo dal sindaco Hullweck - commenta un commerciante del centro - un sindaco che, manca poco, con l'ambasciatore Spogli ci va a letto". La stessa visita dell'ambasciatore della settimana scorsa è stata tenuta in gran segreto dagli amministratori, e sarebbe passata del tutto sotto silenzio se qualche centinaio di contestatori non avessero appreso la notizia per passaparola, inscenando una protesta di fronte al palazzo comunale, il cui atrio è stato simbolicamente occupato. Così, ieri sera Vicenza ha accolto la decisione di Prodi manifestando la propria collera per il comportamento del governo nazionale. "Prima fanno la pantomima dell'antiamericanismo - dice un operaio -, con Berlusconi che dice a D'Alema di mettere a rischio l'alleanza con Bush, poi il Consiglio dei ministri che deciderà venerdì, infine Prodi che fa tutto da solo e comunica da Bucarest che è 'doveroso mantenere gli impegni' con gli alleati". Partono gli slogan, mentre i media di tutta Italia, che si trovano per una volta nel posto giusto al momento giusto, raccontano la cronaca della manifestazione.
Pronti, via. Partenza alle 20.30 da piazza Castello. Il popolo del 'no' è variegato e composto. Ci sono ragazzi, nonni, bambini. Tutti hanno le bandiere contro la base stampate dai comitati. Molti hanno pentole e padelle, e fischietti. Ogni tanto spiccano i simboli di qualche partito, gli stendardi dell'unico sindacato che ha preso una posizione netta contro la base, gli striscioni di ong e associazioni. Ci sono esponenti di sinistra, di destra e di centro. Dopo l'annuncio di Prodi, sul volto di Cinzia Bottene, la portavoce del comitato del 'no', si dipinge l'incredulità: "Non ci posso credere, non ci credo". Ci sono i Disobbedienti di Francesco Pavin, c'è Oscar Mancini, segretario generale Cgil, poi alcuni rappresentanti dei partiti, forse i più in imbarazzo dopo la decisione del premier. Ma c'è anche la destra, quella estrema, con il leader di Azione Sociale Alex Cioni. E poi la Lega col suo 'cane sciolto', il consigliere comunale Franca Equizi, che non risparmia bordate al 'suo' sindaco, essendo il suo partito nella coalizione del governo locale. Ci sono tutti, ma nel corteo non vi sono divergenze d'opinione. Non vi sono stecche nel coro del dissenso.
La messa laica. 'Vergogna, vergogna' echeggia dal centro della folla che si muove compatta verso il Comune. Qui, provocatoriamente, alcune decine di manifestanti hanno bruciato le loro tessere elettorali, come nella migliore tradizione delle genti di Carrara durante la sfilata del Primo maggio anarchico. Oltre alle bandiere, a Vicenza ieri tutti avevano una fiaccola. Mentre la processione si snodava sul lungo viale che conduce alla stazione, si aveva l'impressione di partecipare a una messa laica. Una cerimonia urbana e civile, che celebrava però il definitivo, ulteriore distacco dei cittadini dai loro amministratori. Qui come in Val di Susa, contro il Tav. Qui come tutte le volte che la politica ha disatteso non solo la volontà, ma anche il diritto dei cittadini di partecipare alle decisioni. "Il referendum forse non si farà più - lamenta uno studente -, ma a che potrebbe servire, se tutto è già stato deciso?". "A mostrare a questo sindaco - gli fa eco un amico - che tutta la città è contro di lui, che nessuno è stato informato, che nessuno ha potuto dire la sua". La loro la dicono adesso, i vicentini, mentre la stazione è presa pacificamente d'assalto e sui binari occupati sale l'entusiasmo, si gonfia il coro contro governi e governanti, si percuotono pentole e padelle, si grida 'Vicenza libera' e ci si conta, ci si riconosce.
Quanto durerà la protesta? "La mia, personale, è già iniziata - spiega Giorgio, 40 anni, in braccio la figlia avuta dalla moglie americana -. Da stasera ho iniziato il mio sciopero della fame: questo governo mi ha deluso e ferito. Da stasera la situazione si è fatta inaccettabile". Quanto durerà?, chiedono con gli occhi i 5 mila a Cinzia Bottene, cittadina comune, senza alcun passato di militanza politica o di attivismo sindacale, che adesso arringa la folla con un megafono in mano. "E' stata l'indignazione a farmi scendere in piazza". La Polfer ha bloccato 20 convogli, in arrivo da Verona e da Padova. C'è chi suggerisce di restare in stazione tutta la notte. Ma il luogo dove la protesta continua, e continuerà a lungo - assicurano - è al Dal Molin, sede della nuova base. Ci si sposta, con la truppa di operatori televisivi che illuminano la notte, due chilometri più a nord. Il presidio è un grande capannone prestato ai cittadini da RadioSherwood di Padova. C'è musica, vino caldo, qualche falò. La signora Giuliana, che ha concesso il proprio terreno ai comitati, vota Lega, e nelle villette residenziali tutt'intorno abita la buona - e ricca - borghesia vicentina, una volta fedele alla Democrazia cristiana, oggi a Forza Italia. Ma anche loro contrari alla base. Anche loro simboleggiano una protesta trasversale, che, secondo Giovanni, 32 anni, "testimonia la crisi e l'imbarazzo di una classe politica incapace di rappresentare".
La notte di Vicenza termina, e la città al risveglio riprende la sua vita, tra operai che partono alla volta delle concerie di pellami e i distinti operatori della gioielleria mondiale giunti in città da ogni dove per la fiera dell'oro. Chiediamo a uno di loro, finlandese, cosa ne pensa della presenza militare Usa in Italia. "Non lo sapevo - risponde -. Non sapevo che gli Usa fossero in guerra con l'Italia".
Luca Galassi
--------------




Rispondi Citando

