





beh anch'io non riesco a nascondere la mia soddisfazione nel vedere che le abiure e il doppiogiochismo a volte non pagano...


Comunicato della DN del 22.02.07
La mobilitazione delle masse popolari ha fatto saltare il governo degli imbroglioni e dei sudditi degli imperialisti USA e del Vaticano!
Sono passati circa 10 mesi dell’insediamento del governo che doveva portare avanti con metodi diversi e più “democratici” il programma comune della borghesia (attacco ai diritti e alle conquiste di lavoratori e pensionati; impegno militare dell’Italia nelle missioni di guerra in giro per il mondo sotto le varie sigle: Nato, ONU, USA e sionisti; repressione e carcere per gli oppositori e per quanti si oppongono all’attuazione di questo programma). Ieri, dopo la grande manifestazione popolare di Vicenza, è saltato il governo che doveva, come avevano strombazzato nella campagna elettorale per carpire i voti delle masse popolari, difendere gli interessi delle masse e “far ripartire l’Italia” (… degli industriali, dei banchieri, degli speculatori, diciamo noi).
Il minuzioso programma del nuovo governo si proponeva
- - di sistemare tutti i disastri che aveva fatto il precedente governo reazionario della banda Berlusconi (precarietà del lavoro, caro vita per le famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese, meno tasse per i ricchi e speculatori, carcere e CPT per immigrati o per chi fuma uno spinello, leggi ad personam per Berlusconi & C., leggi reazionarie e oscurantiste fatte in difesa del Vaticano: procreazione assistita, attacco alle legge sull’aborto, esenzione ICI, ecc.);
- - di ridare dignità e diritti a lavoratori, giovani, donne, pensionati e sviluppare una politica di pace e collaborazione tra i popoli (ritiro immediato dai fronti di guerra),
- - di portare verità e giustizia sul massacro del G8 di Genova e di farla finita con la sudditanza del nostro Paese agli imperialisti USA (giustizia per gli assassini di Calipari, verità sui sequestri, carceri segreti e sulla collaborazione dei servizi italiani con la CIA per le operazioni criminali nel nostro paese (Abu Omar, ecc.);
- - di dare diritti e dignità alle famiglie di fatto e togliere le leggi oscurantiste.
Come ogni lavoratore, pensionato, giovane e donna può facilmente constatare la parte del programma attuata è quella relativa a più tasse dirette e indirette per i lavoratori e le famiglie con bassi redditi, miliardi di sgravi fiscali per i padroni, miliardi di nuove spese militari e per finanziare nuove missioni di guerra a sostegno dei sionisti e degli imperialisti USA in Libano e Palestina; maggiore repressione per immigrati e per oppositori politici, servilismo agli interessi militari USA sulla nuova base di Vicenza, una gazzarra immonda (succube del Vaticano) sulle famiglie di fatto. Questo è l’unico e vero programma che Prodi & C. hanno portato avanti, il resto era solo fumo e chiacchiere per confondere e imbrogliare le masse. Bene hanno fatto quei pochi parlamentari che, dietro la spinta della mobilitazione popolare di Vicenza, hanno detto basta a questa messinscena, resistendo ad ogni tipo di pressioni e ricatti per far continuare l’allegra gazzarra sulla pelle dei lavoratori, dei giovani e delle masse popolari.
Il governo Prodi-D’Alema-Bertinotti (più Epifani) ha pagato a caro prezzo le balle che ha raccontato alle masse popolari del nostro paese.
Dobbiamo rimarcare che è solo la mobilitazione delle masse che ha fatto spostare a sinistra l’orientamento e l’atteggiamento di questi esponenti e parlamentari del Centro sinistra (da quelli che hanno partecipato al corteo di Vicenza, a quelli che non hanno sostenuto il governo degli imbrogli e della sudditanza agli imperialisti USA).
Il Ministro Amato - esperto di macchinazioni (vedi precedente operazione di Napoli del marzo 2001, quando era Presidente del Consiglio) – e vari altri esponenti del Governo, i servizi segreti, ecc., hanno tentato di boicottare la manifestazione di Vicenza e costringerla a un basso profilo sia per partecipazione che combattività con la brillante operazione “antiterrorismo” a ridosso della manifestazione, con i loro discorsi sul pericolo infiltrazioni, con la campagna di linciaggio mediatico a cui hanno sottoposto i comunisti e gli antimperialisti. Che questa macchinazione fosse finalizzata a scoraggiare la partecipazione popolare a Vicenza lo dimostra il calo mediatico che questa “storica operazione” contro le presunte nuove BR ha subito nei giorni successivi la manifestazione.
La mobilitazione popolare ha fatto saltare tutta questa nuova strategia della tensione messa in atto dal governo e ha trascinato nel pantano il governo Prodi.
L’insegnamento che i comunisti, i lavoratori e i sinceri democratici devono trarre dagli avvenimenti di questi giorni è che solo la mobilitazione e la lotta dei lavoratori e delle masse popolari è capace di smascherare le provocazioni e le macchinazioni dei reazionari e far fronte agli attacchi degli strenui difensori degli interessi della borghesia imperialista. E’ la mobilitazione e la lotta popolare che crea difficoltà all’attuazione del programma degli industriali, banchieri, affaristi e cardinali. La classe che difende e sguazza in questo putrido sistema.
Continuare ed estendere la mobilitazione e la lotta in difesa degli interessi e delle conquiste dei lavoratori e delle masse popolari!
Questa è l’unica arma e garanzia che abbiamo per far fronte al nuovo governo che la borghesia cercherà di mettere in pista.
La lotta e la mobilitazione popolare seminano il panico nel campo della borghesia e rafforzano il nostro lavoro e la nostra lotta per costruire l’unica società veramente democratica, la società socialista.
Sostenere gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari prima di ogni altro interesse!
Tenere alta la bandiera della lotta di classe in ogni ambito!
Lottare per fare dell’Italia un nuovo paese socialista
A luta continua


Il governo è stato sfiduciato a Vicenza prima ancora che al SenatoDobbiamo dirlo con franchezza. Il primo voto di sfiducia sulle sue scelte di politica estera il governo Prodi lo ha ricevuto sabato 17 febbraio nelle strade di Vicenza, con una enorme manifestazione popolare e antimilitarista che aveva inviato un segnale forte rispetto al quale la relazione e la replica di D’Alema al Senato sono rimasti sordi.Comunicato della Rete dei Comunisti
In nessun paese del mondo si può pretendere fedeltà subalterna quando le scelte concrete vanno nella direzione opposta da quella richiesta dal proprio popolo. Occorre solo essere arroganti o subordinati per chiedere e fare cose in contraddizione tra loro a seconda delle sedi in cui si discute.
Il governo Prodi ha pagato la sua supponenza e la sua scarsa adesione alla realtà. Secondo uno schema piuttosto astratto, non aveva esitato a usare la mano pesante verso la sua stessa base sociale nella prima fase della sua legislatura (vedi la Finanziaria e la continuità sulle scelte di politica estera) contando di recuperare consensi in una fase successiva.
1. Il governo lamenta oggi le defezioni di due senatori della sinistra ma non si era accorto di una defezione ed una ostilità popolare e di massa ben più pesante dentro la società. La contraddizione tra le aspettative maturate con la sconfitta di Berlusconi e le scelte concrete operate dal governo Prodi era dunque esplosa nel paese ancora prima che nelle aule parlamentari.
2. Ai senatori Rossi e Turigliatto va riconosciuto il merito della coerenza con gli obiettivi su cui il movimento contro la guerra è sceso in piazza in questi anni e nuovamente pochi giorni fa a Vicenza. Ad essi va riconosciuta anche la dignità di aver espresso una posizione politica chiara dentro l’avvilente opportunismo che ha caratterizza il ceto politico della sinistra di governo in questi mesi.
3. E’ altrettanto indubbio però che alla sconfitta del governo Prodi al Senato abbiano contribuito anche tre senatori a vita rappresentanti di lobbies consistenti e di strategie esplicite che puntano allo spostamento in senso centrista del governo, inglobando nuove forze moderate che corrispondano meglio alla priorità degli interessi dei poteri forti (dalla Confindustria alla NATO, dalle banche al Vaticano) dentro le scelte del governo.
Le soluzioni che si prospettano risentiranno più di questo secondo fattore che del primo. Il governo del centro-sinistra se vorrà rimanere in piedi (e questo chiedono i poteri forti) dovrà spostarsi su posizioni ancora più moderate e conservatrici sul piano economico, sociale, internazionale e sui diritti civili. Colpisce, in tal senso, la subalternità di Rifondazione Comunista a questo scenario e la fragilità del PdCI, che appaiono oggi più impegnati nel linciaggio politico e umano di due coerenti senatori della sinistra piuttosto che dalla ragnatela che li sta logorando dall’esterno e anche dall’interno. L’altra soluzione è quella di un governo di unità nazionale che faccia la riforma elettorale e convochi nuove elezioni, in pratica un suicidio per il centro-sinistra e la vittoria degli spiriti animali liberticidi ormai vaganti nel paese.
Ma dentro questo imbuto ci siamo arrivati anche per responsabilità dei partiti della sinistra di governo che hanno operato scelte concrete – coscientemente o meno e non per questo ne possono essere assolti – di subalternità al nucleo duro della maggioranza di governo e che oggi si vedono costretti a pagare tutte le cambiali in bianco sottoscritte con Prodi, inclusa quella che ha portato Bertinotti a fare il Presidente della Camera.
Non possiamo nasconderci che lo scenario sarà comunque rognoso. Ma ci preoccupa rovesciare tale scenario più all’interno della società – tra i lavoratori, nei movimenti sociali, nelle periferie metropolitane – piuttosto che negli scranni di un Parlamento che votando comunque una nuova legge elettorale maggioritaria tenterà di metterà fine ad ogni libera espressione democratica sul piano elettivo.
22 febbraio
La Rete dei Comunisti
www.contropiano.org ; cpiano@tiscali.it


"Per i comunisti esiste il rischio di uscire dalla residualità per
entrare nella sussidiarietà... C'è un vuoto da riempire"
Intervista di Contropiano al Sen. Fernando Rossi *
Da alcuni mesi hai lasciato il PdCI e fondato l'Associazione "Officina
Comunista". E' velleitario o realistico secondo te battersi per tenere
aperta oggi una ipotesi comunista in Italia?
Il rischio soggettivo di non farcela c'è, ma è l'esistenza di condizioni
oggettive che spinge molti gruppi, associazioni e piccoli partiti, non
solo Officina, ad avvertire il grande vuoto politico che si registra
nell'analisi, nell'organizzazione e nell'iniziativa politica comunista.
Tale lavoro sarebbe stato molto più efficace se trainato da Rifondazione
o dal PdCI, ancor meglio se uniti, qualora ciò fosse già negli obiettivi
degli attuali gruppi dirigenti; ma così non è, ed allora benvengano
tutti i piccoli e grandi sforzi che uno o più comunisti possono fare
nella giusta direzione. Come Officina Comunista terremo aperto un
confronto e continueremo ad invitare anche Rifondazione e PdCI a tutte
le nostre iniziative con cui cercheremo di produrre sostegno alle lotte,
ed iniziativa politica e lì insieme misureremo la possibile unità; così
faremo anche con gli altri partiti comunisti minori e con le
associazioni ed organizzazioni comuniste operanti nel paese. Agli
incontri andremo con le nostre posizioni e con le nostre idee, ma
interessatissimi ad ascoltare quelle altrui, senza condanne o chiusure
pregiudiziali, che smentirebbero alla radice il proposito ed il compito
di unire i comunisti. Credo quindi che eventuali e personalmente
interessanti dispute tra Stalinisti, Trotzkisti, Maoisti e Leninisti,
debbano svolgersi in sedi appropriate e non potranno rientrare tra le
priorità di Officina Comunista.
Prodi, in una intervista alla stampa tedesca, si era lasciato sfuggire
che secondo lui in Italia i comunisti sono ormai un fattore
folkloristico. Sbaglia Prodi o esiste obiettivamente il rischio della
residualità nella identità comunista nel nostro paese?
Marx, ne "Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte", scrive che: gli uomini
fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in
circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi
trovano immediatamente dinanzi e sé. Determinate dai fatti e dalla
tradizione". Il termine, folklore, viene dalla lingua inglese e
significa"dottrina del popolo", non ha quindi alcun significato
negativo. Ma a Prodi ed ai tanti altri che prima di lui hanno
culturalmente sposato il nuovismo distruttivo della borghesia
"compradora" (buttando a mare l'egregio lavoro di tanti scienziati e
studiosi di sociologia e semiologia, nonché il grande sforzo delle sue
amate gerarchie vaticane per adattare il rituale cattolico al folklore
dei vari popoli), si confanno battute infelici su questioni che non
conoscono e che non gli importa nemmeno di conoscere. Ma, Prodi a parte,
la residualità del pensiero, dell'identità ed ancor più della iniziativa
politica dei comunisti non sono più un "rischio". Finite le lezioni sui
sacrifici da fare per impedire l'impossibile ritorno al potere di
Berlusconi, su molte questioni (a cominciare da guerra, salari e
precariato, finanziaria e prossimamte......pensioni) siamo già usciti
dalla residualità per entrare in una disarmante sussidiarietà.
Il PRC si avvia alla costituzione di una formazione politica - il
Partito della Sinistra Europea - che vedrà offuscarsi la presenza di una
forza politica comunista in Italia dentro un fronte più ampio. Il PdCI
non sembra mettere in campo ipotesi alternative. Che cosa ne pensi di
questo processo? Cosa verrà fuori a primavera?
Io non credo che, dentro un fronte più ampio, una forza politica
comunista sia destinata ad offuscarsi; ma prendo atto che oggi il brodo
comunista che abbiamo in Italia è quasi acqua calda, inadatto ad
ulteriori miscele. Io penso invece che già oggi (figuriamoci quando sarà
avviato o concluso il rimescolamento post-occhettiano) sia urgente e
necessario concentrare tutte le energie ed i saperi dei comunisti
italiani, ristabilendo un saldo legame tra le lotte operaie, ambientali
e consumeristiche e le modifiche che queste possono ottenere nella
organizzazione della società capitalista, ponendo così le basi per un
suo superamento.
Nel Programma dell'Unione, ancorché viziato dal "contro Berlusconi"
(quando da sinistra, per capire cosa fare , avremmo dovuto esaminare le
cause e cioè le modifiche della struttura sociale e non gli effetti e
cioè la loro sintesi politico-mediatica da destra),le tracce di tale
processo di rinnovamento e trasformazione c'erano, ma erano talmente
labili che l'attuale arbitraria gestione del Programma guidata da
Prodi-DS- Margherita li ignora totalmente e ciò non solleva alcuna
rivolta comunista o della sinistra (le uniche proteste sono state quelle
di Mussi, ma per la scarsa quantità delle risorse avute dal suo
Ministero, non certo perché ciò, nei fatti, impedisce quel programma di
svolta nella produzione e valorizzazione sociale dei saperi di cui i
lavoratori ed il sistema produttivo avrebbero bisogno). O, come
comunisti e sinistra di classe, non siamo in grado di ottenere un reale
ritorno al Programma, mettendo in chiaro che non abbiamo alcuna
intenzione di lasciare il bastone di comando del paese a banche, grandi
gruppi finanziari (alcuni alla guida di Confindustria, ma dediti più
alla finanza che alla produzione industriale),gerarchie ecclesiastiche e
militari, oppure bisognerà uscire da questo Governo per non farci
travolgere dalla sua politica, plaudita da Repubblica, Stampa e Corriere
ma pagata ancora una volta dal popolo e da chi lavora.
Tre ipotesi su cosa verrà fuori a primavera:
- il gruppo dirigente DS, congela e rinvia all'infinito (dopo la crisi
di governo che sancirà l'uscita di scena dell'ingombrante, incomodo
prodiano, divenuto troppo potente?) il progetto di dar vita al nuovo
partito a guida DS.
- rompendo gli indugi di Fassino e del suo gruppo dirigente, il Partito
Democratico viene costituito, ma imperniato sull'alleanza
Veltroni-Prodi, con forti strappi sulle ali; una a sinistra, ad egemonia
D'Alema-Mussi, ed una a destra con parti rilevanti della Margherita,
Mastella, Udc, ecc;
- La terza, più probabile, è che il partito americano non nascerà a
primavera ma in autunno (o a primavera 2008), il tempo necessario per
far fuori o ridurre al silenzio le opposizioni interne, e quindi perdere
il meno possibile sulle due ali.
E' esagerato secondo te affermare che la costituzione del Partito della
Sinistra Europea in qualche modo porti a compimento l'operazione
avviatasi alla Bolognina alla fine degli anni Ottanta?
Il tanto bistrattato Occhetto potrebbe, a buon diritto, pretendere i
diritti d'autore, ma pare che si accontenti della promessa, fattagli da
Bertinotti, di essere inserito tra i padri fondatori della nuova rivista
"ideologica"(si fa per dire) della Sinistra Europea.
Un'ultima questione. La decisione tua e degli altri senatori
"dissidenti" di votare a luglio il decreto di rifinanziamento della
missione in Afganistan dopo aver condotto una battaglia che aveva creato
moltissime aspettative, è stata vissuta molto male da tanti compagni, da
settori del movimento e da personalità impegnate contro la guerra. A
distanza di alcuni mesi, avete avviato una riflessione su quella scelta
e sulle sue conseguenze?
L'unica riflessione, fatta insieme agli altri senatori contro la guerra,
risale alle ore successive al primo incontro con il Governo,
rappresentato dal Ministro Chiti, e con i capigruppo di Ulivo,
Rifondazione e Verdi-PdCI. Allora decidemmo che avremmo votato la
fiducia avendo ottenuto che il Governo facesse passi avanti (che
ritenemmo significativi) rispetto alle posizioni sostenute alla Camera.
Tali aperture erano riscontrabili nell'accoglimento, da parte del
governo di 9 Ordini del Giorno da noi presentati, che evidenziavano la
separazione tra il nostro contingente e la strategia di guerra americana
e che impegnavano il Governo a lavorare per l'uscita dalla guerra
afgana, promuovendo incontri ed iniziative diplomatiche per coinvolgere
ancheb gli altri paesi europei. Ad oggi, tali impegni sono totalmente
disattesi: gli Stati Uniti hanno un generale a 4 Stelle che dirige tutti
i militari presenti in Afghanistan, e non c'è traccia di modifica delle
posizioni italiane. Anzi modifiche c'è ne sono state, ma in peggio.
- Durante le cerimonie di tardivo ritiro dall'Iraq, sono state
pronunciate frasi incredibili e piene di ipocrisia su difesa
pace-democrazia, impegno umanitario, difesa dell'onore italiano, ecc.ecc.;
- Abbiamo inviato, appena gli Usa lo hanno permesso, un contingente
"neutrale"per far cessare l'aggressione israeliana al Libano; poi si è
appreso che il Governo Berlusconi aveva stretto un accordo militare con
Israele, unico stato mediterraneo espansionista, che viola i diritti dei
popoli e degli stati limitrofi, nonché tutte le convenzioni
internazionali, condannato da 74 sanzioni dell'ONU (non da 1, come la
Yugoslavia subito bombardata e distrutta) e che il Governo Prodi non è
intenzionato né a revocare né a sospendere tale accordo militare mentre
si è "adeguato" alle pressioni americane(un altro embargo democratico!)
per correggere il responso delle elezioni in Palestina.
Ma, in questo modo, che cavolo di neutralità attiva possiamo svolgere
tra Libano ed Israele o tra Israele e Palestina o più in generale nel
Mediterraneo e nel Medio oriente?
Sull'Afghanistan voterò contro il rifinanziamento della missione, cosa
che farò anche sul Libano, se permarrà l'accordo militare con Israele;
alla ripresa dei lavori del senato (un mese di vacanze di Natale tanto
per dare l'esempio del" rimboccarsi le maniche"!) sentirò se gli altri
parlamentari contro la guerra condividono tali posizioni e quali
iniziative possiamo promuovere.
* Fondatore dell'Associazione Officina Comunista e senatore del Partito
dei Consumatori Italiani
(intervista pubblicata sul numero di gennaio di Contropiano)


La crisi di governo è anche la sconfitta della maggioranza del Prc
Scritto da la Redazione di FalceMartello Il voto con il quale il Senato ha respinto la mozione dell’Unione sulla politica estera è stato forse una sorpresa per il modo e i tempi con il quale si è manifestato, ma non per il meccanismo che lo ha generato.
Ora si apre la caccia al “colpevole”, ma è un esercizio di scarsa utilità: basta guardare il voto per capire che il governo ha perso voti sia a destra (Andreotti, De Gregorio, Pininfarina), sia a sinistra (Turigliatto, Rossi). L’analisi è semplice: la coperta era troppo corta e D’Alema, con diversi passaggi fortemente critici rispetto alla politica estera del precedente governo, ha fatto in modo di rendere impossibile che a questa coperta troppo corta si aggiungesse qualche “pezza” di provenienza centrista.
Questo voto accelera un processo già in atto da tempo. Fin dalle elezioni dello scorso aprile, e persino prima, avevamo segnalato come inevitabilmente la coalizione dell’Unione non avrebbe potuto conservare a lungo la propria compattezza e che lo sbocco inevitabile sarebbe stata la ricerca di nuovi punti d’appoggio al centro. In altre parole dalla crisi del governo Prodi non può che nascere, nelle condizioni attuali, un nuovo governo più spostato a destra.
Questa crisi è l’ultimo atto di una lunga serie di passaggi che smentiscono in modo inequivocabile la linea seguita dalla maggioranza del Prc. I fatti di questi nove mesi parlano da soli. Si diceva, al principio, che questo governo sarebbe durato cinque anni grazie alla fedeltà al programma. Eppure questi nove mesi sono stati costellati di imboscate dei parlamentari centristi: dal senatore De Gregorio che si unisce alla destra per silurare Lidia Menapace in commissione difesa, al decreto antisfratti affossato al Senato, alla campagna clericale dei cattolici della Margherita contro i Dico, fino al voto con cui, poche settimane fa, l’Unione era finita in minoranza al Senato con Dini e altri che si univano alla destra. Ogni volta Giordano e la segreteria del partito hanno fatto la politica dello struzzo, finché il giocattolo si è rotto.
E ancora: dopo il vertice di Caserta, Giordano dichiarava giubilante che si era alla “rivincita del sociale”, che il partito era uscito vincitore, che il governo andava a sinistra… ma di questa svolta a sinistra non c’è traccia visibile.
Si diceva che i movimenti avrebbero potuto permeare il governo e spingerlo a sinistra. La prova dei fatti dimostra il contrario: il grande movimento contro la base a Vicenza ha spinto il governo a destra: Amato e Rutelli si sono abbandonati a minacce ignobili contro chi avrebbe manifestato. Napolitano ha detto che chi pensa che le decisioni si prendono nelle piazze e non nelle istituzioni è a pochi passi dal diventare un brigatista. Il giorno dopo Vicenza, Prodi ha scandito che “una manifestazione non fa cambiare idea al governo”.
Fassino ha detto che oltre a quelli che c’erano in piazza dobbiamo pensare anche a quelli che non c’erano (sulle tracce del Berlusconi che diceva che se va in piazza un milione di persone, vuol dire che altri 55 milioni sono con lui) e che il governo mantiene gli impegni internazionali assunti in passato.
Il ministro Padoa Schioppa ha ritenuto di ribadire proprio il giorno successivo alla manifestazione, che si farà anche la Tav in Valsusa che la decisione definitiva arriverà ben prima di settembre.
Dove sarebbero le “aperture” di cui favoleggiano i dirigenti del Prc? D’Alema ha detto che non fare la base significa compiere un atto ostile agli Usa. E farla, la base, non è forse un atto ostile contro una popolazione che in larga misura non la vuole?
La realtà è che la prospettiva di nuove mobilitazioni (che la classe dominante teme, e a ragione) non rafforza il nostro partito nel governo, ma ha rafforzato tutti quei settori centristi, assai vicini alla linea di Confindustria, che dicono: “Vedete, il governo è troppo a sinistra, è ostaggio della piazza, dobbiamo abbassare il ponte levatoio e cominciare a dialogare coi centristi della Casa delle libertà”.
Questo sarà con ogni probabilità l’esito della sconfitta dell’Unione al Senato, una coalizione ancora più rappezzata e spostata al centro.
la richiesta di elezioni ripetuta dai parlamentari della destra sono, allo stato attuale delle cose, poco più che una bandiera: non esistono le condizioni per nuove elezioni politiche a meno di un anno dal voto del 2006. Il risultato sarebbe con ogni probabilità un parlamento ancora più ingovernabile di quello attuale e la borghesia tutto vuole tranne che un esito del genere.
Pertanto la cosa più probabile è che Napolitano dia l’incarico a Prodi di dare una sistemata al suo governo per poi ripresentarsi alle camere per un nuovo voto di fiducia. In subordine, Prodi potrebbe tentare di imbarcare Follini e qualche altro spezzone di centristi dalla Casa delle libertà, ma ciò implicherebbe un rimpasto ministeriale con relative complicate trattative e allungamento dei tempi.
Resta sullo sfondo la prospettiva della Grande Coalizione, ossia del governo di unità nazionale che si incaricherebbe di fare la prossima finanziaria, di varare una nuova legge elettorale per poi andare a nuove elezioni. Queste tre ipotesi sono oggi in ordine decrescente di probabilità, ma possono essere viste anche in prospettiva, come le probabili tappe della crisi inevitabile di questa coalizione, una crisi in realtà iniziata il giorno dopo il voto e che non può che continuare a svilupparsi. Certo la prospettiva di una legislatura di cinque anni è stata sepolta, e con essa tutti coloro che vi puntavano.
Fra gli sconfitti di questa giornata va sicuramente annoverato Prodi, ma anche, in prospettiva, gli ultras del Partito democratico: le prospettive di alleanza al centro e la scomposizione dei due poli aumenteranno esponenzialmente i conflitti fra Ds e Margherita, nonché i conflitti interni a ciascuno dei due partiti, rendendo ancora più accidentato un percorso che già ora assomiglia a una via crucis.
Ma è sconfitto, e questo ci riguarda molto più da vicino, anche il gruppo dirigente di Rifondazione comunista. La linea di aggrapparsi a Prodi, di essere le sue “guardie del corpo” (Giordano) si dimostra per quello che è: aggrapparsi a Prodi significa prepararsi ad affondare con lui.
Un ragionamento va poi fatto sul voto contrario espresso da Franco Turigliatto di Sinistra Critica.
Il voto di Turigliatto (che ha annunciato ancora prima dell’esito finale le sue dimissioni da senatore), dimostra come in assenza di una sufficiente forza organizzata, di massa, con un riconoscimento politico, l’entrata in parlamento per le correnti “critiche” del Prc si è tradotta solo in un cumulo di contraddizioni per questi stessi compagni, che li hanno condotti o a piegarsi alla maggioranza (come hanno fatto Grassi e Giannini) o a una sconfitta sul campo, posto che la pressione è tale che, come detto, non appena espresso il proprio voto in dissenso, Turigliatto è costretto ad abbandonare il seggio parlamentare.
Ma questa impotenza non fa che riflettere in forma acuta la contraddizione che è di tutta la politica del Prc una volta che il partito si è inserito nell’Unione.
Proprio per questo ci opporremo in modo intransigente a qualsiasi tentativo da parte della segreteria del Prc di proporre misure disciplinari contro Turigliatto e l’area di Sinistra critica. I compagni della maggioranza farebbero bene ad avviare una sana autocritica sulla rotta fallimentare sulla quale hanno condotto il partito, anziché dedicarsi alla caccia alle streghe, ed estendiamo questo caldo invito alla redazione di Liberazione, che dopo aver pubblicato per nove mesi articoli ed editoriali improntati al più piatto conformismo governativo non si perita di riportare telefonate del tipo "sono contro la pena di morte ma per tipi come Turigliatto ci metterei la firma” (testuale!) .
La spinta a destra dopo questa crisi sarà fortissima, ma il suo primo obiettivo non sarà con ogni probabilità quello di espellere il Prc dalla coalizione di governo, ma piuttosto quello di piegarci definitivamente, fino a completa spremitura. Quali che siano i bizantinismi che le manovre parlamentari ci riserveranno, la direzione di marcia è segnata. Così la esprime l’organo di Confindustria:
“Ma alla fine qualcosa è andato storto. E ora? La politica estera non è problema che riguarda il titolare della Farnesina. Riguarda tutto il governo nella sua collegialità. Questo vuol dire che siamo in presenza di una crisi grave e seria. Prodi ha il dovere istituzionale di consultarsi con il capo dello Stato e di avviare tutti i passi necessari per venire a capo della situazione. Anche con le dimissioni del governo, se necessario. Ma soprattutto quello che serve è una autentica e approfondita verifica nella coalizione, per determinare se esiste ancora una maggioranza. Se non c'è questa garanzia, il governo dovrà passare la mano. O a un nuovo governo in grado di prendere atto della crisi irreversibile del nostro bipolarismo (ottimo per vincere le elezioni, ma incapace di assicurare il governo del paese). Ovvero di nuovo a Napolitano prechè sciolga il Parlamento, dopo averne constatato l'impotenza. Siamo a uno snodo drammatico della legislatura. E nulla potrà cancellare il fatto che, al di là delle soluzioni che potranno essere individuate, i numeri del centrosinistra al Senato sono esigui, troppo esigui per superare sfide ardue. Oggi la politica estera, domani le pensioni e quant'altro.” (Stefano Folli, Il Sole 24ore online)
È particolarmente significativo il riferimento finale alle pensioni: i padroni vogliono un governo solido, blindato rispetto allo scontro sociale perché vogliono passare all’offensiva, non solo sulle pensioni, ma anche su liberalizzazioni, privatizzazioni, attacco al pubblico impiego, e via di seguito.
Il Prc ha bisogno di un dibattito aperto, onesto e senza ipocrisie su quanto è accaduto e soprattutto su quanto si prepara. Non possiamo accettare che il nostro partito venga trascinato in una crisi “al buio” della quale l’esito prevedibile è che la sinistra, e noi per primi, venga nuovamente chiamata a dissanguarsi per puntellare un governo sempre più debole e accompagnarlo fino alla prossima crisi, dentro la quale noi per primi finiremmo per sprofondare.
Il prossimo governo, quale che sia la forma che assumerà, non potrà che essere una ulteriore tappa, probabilmente breve, verso il disfacimento dell’Unione e il suo ulteriore discredito. Si prenda atto che la linea dello scorso congresso è stata sepolta, e se ne metta in campo un’altra, basata sull’autonomia del partito, su un paziente lavoro di ricucitura dei rapporti fra il partito e i lavoratori, svincolandosi dall’abbraccio mortale che ci incatena. Altro che “fiducia incondizionata” a Prodi, come dichiarato dal compagno Giordano.
La crisi non nasce da sinistra, ma ormai vi siamo dentro. E allora, se crisi deve essere, se ne prenda atto e si agisca di conseguenza: che Giordano rivendichi una riapertura a tutto campo della discussione non nelle stanze di Palazzo Chigi, ma fra le masse che hanno votato l’Unione. Si chiamino a discutere i lavoratori, i giovani i pensionati, i disoccupati, i precari, gli immigrati, su quanto ha diviso l’Unione: discutano sull’Afghanistan e su Vicenza, ma anche sulle pensioni, sulla precarietà, sulla politica economica e sociale, sulla scuola pubblica. Si discuta e si decida nelle fabbriche, nei quartieri, nelle organizzazioni di massa, in modo aperto e democratico, e il Prc si assuma l’impegno di rispettare e farsi paladino delle loro richieste, rivendicazioni e aspirazioni. Questa è l’unica “fiducia” che oggi possiamo sottoscrivere senza incertezze e senza incatenarci a politiche antipopolari.
22 Febbraio 2007


Qui più o meno stiamo dicendo tutti la stessa cosa, e io credo che sia una cosa giusta.
Aggiungo che tra i politici italiani, ne esiste uno solo dal quale sono rimasto colpito sia dalla chiarezza, che dalla sincerità, che dalla radicalità, e si chiama Marco Ferrando.
Spero dunque che con questa ridicola pagliacciata (dopo Vicenza, e prima le manifestazioni pro-Prodi) la "sinistra radicale" di governo affondi definitivamente, lasciando dunque il posto ad una formazione meno pietosa, quella del Partito comunista dei lavoratori.


Resta poi il fatto che Ferrando è trotzkista, e questo non è un problema da niente.

