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Discussione: legge statutaria

  1. #1
    w i punkillonis
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    Predefinito legge statutaria

    Qualcuno sa come sta andando la questione della legge statutaria sarda?

    sapete se è previsto un articolo relativo alle lingue della sardegna ?

    sapete se c'è una bozza di testo disponibile on line ?

    salude
    L

  2. #2
    w i punkillonis
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    Predefinito

    articolo/intervista a Bandinu sul tema. Molto arguto ed interessante come al solito.
    Cultura
    Pagina 16

    Con il nuovo Statuto ci giochiamo il futuro L'allarme di Bachisio Bandinu: un evento decisivo che viene vissuto nell'Isola quasi con indifferenza L'abuso che si fa della parola "identità" le ha fatto perdere il suo senso specifico e le sue implicazioni operative: è diventata parola gratuita, innocua. Ormai anche nel gergo politico la si usa con una sorta di compiacimento, a titolo di garanzia e gratificazione. È lo stesso destino toccato al sintagma "nazione sarda", perturbante alla fine degli anni Settanta, proposto da pochi e rifiutato da molti. Ora questo termine corre nella bocca di tutti, anche tra i rappresentanti della forze politiche, quasi fosse un titolo che attribuisce decoro e nobiltà al discorso. Ne parliamo con Bachisio Bandinu, antropologo e studioso di tutti gli aspetti dell'identità socio-culturale dei sardi, autore di opere quali "Lettera ad un giovane sardo" (Della Torre 1996) "Autori vari, Identità, Cultura, Scuola" (Domus de Janas 2003), "La donna, la maschera, lo specchio" (Spirali 2004). Domanda: parole abusate e coreografiche. Perché, invece, sono rivoluzionarie? «Parlare di identità politica, identità economica significa operare un cambiamento radicale a livello istituzionale e come modello di sviluppo. Innanzitutto significa lavorare a uno statuto che parta dalla soggettività del popolo sardo nella pienezza di diritti e di doveri. In questo senso l'Assemblea costituente è il dispositivo più adatto per una pedagogia della partecipazione e per un'etica della responsabilità: il popolo non è una massa per comunicazioni mediatiche. C'è un'oralità facilona che usa "identità sarda", "nazione sarda", "popolo sardo", "sovranità", "autodeterminazione" con mirabile disinvoltura ma quando si tratta di mettere questi termini in una scrittura giuridico- istituzionale, interviene la paura e il divieto. Così la formula "nazione sarda" nella Legge statutaria è stata bellamente sostituita da "comunità": parola dolce, suadente e sterilizzata. È davvero ingenua questa furbizia linguistica per eludere il problema». Quale aria si respira, quali prospettive s'intravedono circa il nuovo statuto sardo? «Non mi pare che ci sia un'aria propizia, fatta di ricerca, di dibattito, di pubblicità, non c'è una prospettiva di mutamento radicale. Probabilmente ci verrà concesso uno statuto condizionato in maniera decisiva dalla riforma del Titolo V. E così potremmo godere di una nuova "perfetta fusione", come ci è accaduto nel 1848. Ormai siamo abituati a barattare i nostri diritti con un piatto di lenticchie. Già si intravedono i giochi del così detto "realismo politico" che poi è la povera arte del compromesso sempre perdente. Così entreranno in campo le formule attenuative: "Ritagliare quote di sovranità le più ampie possibili, allargare le competenze che ci spettano e? nella peggiore delle ipotesi accontentasi del male minore". Questo è il formulario della minorità politica e della psicologia della dipendenza. L'identità sarda viene ridotta alla misera contrattazione del mercatino dell'usato». Insomma è urgente mobilitare la gente sulla questione dello statuto?. «È del tutto evidente che la Sardegna, con il nuovo statuto, si gioca i prossimi cinquant'anni di storia, e invece questo momento drammatico viene vissuto quasi con indifferenza, come se si trattasse di un evento non decisivo per le sorti future: un qualche accordo tra le parti lo si troverà! Ecco perché bisogna ridare senso e spessore ai termini "nazione sarda", "autodeterminazione del popolo sardo", attribuendo loro una precisa specificazione politico-istituzionale. E se i termini "nazione" e "popolo" da alcuni sono considerati piuttosto datati, occorre in ogni modo tenere fermi il concetto e la pratica di "sovranità" nella convinzione che spetta ai cittadini sardi il diritto di autogovernarsi. Dunque si tratta di connettere ai reticoli e ai nodi della rete globale, in forme assolutamente nuove, i termini " isola mediterranea, territorio e ambiente, etnia e storia, lingua e linguaggi, economia e società, risorse e investimenti"». Torniamo al concetto di "identità", forse anche nell'uso politico predomina il riferimento al passato e non se ne coglie l'urgenza dell'attualità. «È proprio così. Le cose cambierebbero se ci fosse la convinzione che l'identità non si eredita gratuitamente, non è un dato, una sostanza, un bene immobile, è invece qualcosa che si costruisce nella esperienza concreta di vita, e non si raggiunge mai definitivamente: è un processo del dire e del fare, innestare e disinnestare circuiti comunicativi individuali e sociali. Ed è per questo che alla politica non si chiede di rappresentare l'identità, giacché non è un guardarsi allo specchio del passato, al contrario si chiede di mettere in atto progetti e programmi che ridefiniscono forme identitarie in un processo di partecipazione della gente». Un altro aspetto nascosto o negato è quello dell'identità linguistica. «Come premessa politica all'identità linguistica porrei una considerazione di Nino Carrus, apparsa nella rivista Ichnusa del 1982: "... che una comunità autonoma non abbia alcun potere sovrano in ordine alla propria lingua, quale che sia l'uso che se ne voglia o se ne debba fare, è un segnale di profonda frattura tra domanda di autonomia e strumenti dell'autonomia". In verità la questione della lingua deve abbandonare i vecchi parametri di analisi che hanno creato e rinforzato, nel dibattito isolano, le voci dei litiganti, ad imitazione del tifo sportivo "lingua sì, lingua no!" e ancor più nell'insignificante domanda "ma quale lingua?". Non si tratta di recuperare il passato, bensì di parlare il presente anche nella propria lingua, di parlare in sardo, in italiano, in inglese il proprio sviluppo: ambiente e turismo, artigianato e industria manifatturiera, lavoro e festa. Non si pensa alla stessa cosa quando si dice casu, formaggio, cheese: scattano differenti associazioni perché esplorano diversi campi semantici. Così le lingue creano interferenze ed arricchimenti reciproci. Ma significa anche costruire un prodotto identitario nel gioco del mercato e della comunicazione mondiale: quanto più un prodotto è tipicizzato localmente tanto più è valido globalmente. Ciascuna lingua ha in sé la potenzialità di parlare il proprio momento storico a patto naturalmente di darle spazi e tempi di parola, di scrittura e di comunicazione: la scuola, la pubblica amministrazione, la chiesa, gli strumenti di comunicazione di massa». Salvatore Cubeddu

    27/02/2007

  3. #3
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    si,quella di bandinu mi sembra una analisi lucida e ben fatta della situazione.

 

 

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