L’UNIONE SARDA, 17gennaio 2007
La Sardegna e il nuovo Statuto
Il Consiglio regionale pensi ai cittadini
DI SALVATORE CUBEDDU
In questi giorni la Regione è impegnata ad elaborare il nuovo Statuto.
La Costituzione italiana è chiara nell’affermare che “ciascuna Regione ha uno statuto che ne determina la forma di governo e i principi fondamentali di organizzazione e funzionamento”.
La cosiddetta legge statutaria affronta, appunto, le forma e gli organismi del governare.
Ed è la Costituzione che dà il mandato e controlla l’organismo atto a decidere. Ci sono i rapporti tra la Regione e lo Stato italiano, cui il Parlamento di Roma vuole apporre il proprio sigillo in doppia seduta. E ci sono da stabilire delle regole alle altrettanto importanti relazioni tra il Parlamento e il Governo sardi, tra questi e gli Enti locali e, ancora, tra l’insieme delle istituzioni sarde e i cittadini.
Affermare, quindi, che “ora facciamo le leggi statutarie e, poi, lo Statuto “, è sbagliato e fuorviante, se con esso si pone una distinzione di importanza e di contenuto tra l’uno e le altre.
Possiamo affermare che i nostri concittadini siano consapevoli che ciò che il Consiglio regionale inizia tra qualche settimana sia fondamentale per la propria vita, per il lavoro, per le preoccupazioni quotidiane?
È lecito dubitarne.
Perché ciascuno ne ha già abbastanza delle proprie vicende personali e familiari.
Perché non si tratta di argomenti di immediata accessibilità. Perché, infine, e soprattutto, chi è chiamato a decidere spesso non riesce a coinvolgere i cittadini, non crea in loro interesse, né lo vive profondamente.
Esempi concreti: le risorse naturali della Sardegna sono in grado di mantenere e creare ricchezza per il suo milione e mezzo di abitanti? Di offrire un futuro ai giovani? Ci ripetiamo spesso che i sardi dipendono in maniera decisiva dalla loro Regione.
Ma, chi è il titolare di queste scelte: il presidente, la Giunta o il Consiglio? Si supporrebbe l’esistenza di un equilibrio tra i loro poteri, tra chi fa le leggi e chi, attraverso di esse, governa.
E se così non fosse, e se così non è, interessa ai cittadini quale legge gli consente, ad esempio, di costruire una casa, e come e quando, e da chi, questa possibilità gli verrà concessa?
Ancora: le previsione demografiche descrivono la popolazione sarda concentrata, a partire dai prossimi venti-trentanni, per circa il 60% tra Cagliari e l’hinterland, un 20% lungo l’asse Sassari – Olbia, e il restante in un interno quasi vuoto. Con un dubbio: che gran parte di questo vuoto possa venire riempito dagli extracomunitari.
È un problema che ci riguarda? Su cui intervenire?
Nessuno, penso, gradirebbe una più vasta “Barbagia” fatta di nuovi abbandoni e di nuove solitudini.
Una possibilità di intervento verrebbe offerta nello Statuto-legge statutaria se al Consiglio delle Autonomie Locali venisse attribuita una vera rappresentatività territoriale (il territorio sardo diviso in 25 distretti storici, con due rappresentanti ciascuno, indipendentemente dal presente numero di abitanti) e se le sue decisioni avessero lo stesso valore del Consiglio regionale su talune materie, quali, ad esempio, la formazione e l’approvazione del bilancio della Regione, le politiche territoriali e l’elezione degli organismi di garanzia.
Infine, meno legato alle necessità materiali, ma non meno influente su come saremo, chi scrive lo Statuto dovrà dire ai sardi chi siano essi tra gli altri popoli, quali traguardi si attribuiscono, come contribuiranno al miglioramento dell’abitare umano sulla terra.
Riuscirebbe spontaneo a chi ha mente e cuore in Sardegna.




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