



Ma cosa dici...Innanzitutto,se TUTTI gli alleati chiedono maggiore impegno e maggiore chiarezza un motivo ci sarà e comunque bisogna rispondergli.
In secondo luogo bisognerebbe dire come stanno le cose anche alla propria Maggioranza...e tutto si fa PER TEMPO,non quando e se capita!


Capezzone: "Altro che svolta, confermo l'astensione"
Altro che svolta, rimangono intatte le contraddizioni che hanno finora reso incerto il cammino della maggioranza di governo. Così Daniele Capezzone, presidente della commissione Attività produttive alla Camera, commenta il discorso di Romano Prodi al Senato, alla vigilia del voto di fiducia. E ribadisce la scelta di astenersi: "Le mie valutazioni restano valide"


Al maggiore impegno mi sembra che la risposta sia chiara .........
Poi se facciamo parte di una missione i nostri soldati anche ai comandanti della missione.....
Per cui tutti sono avvisati anche gli italiani e anche gli italiani hanno messo a disposizione la loro fetta PATTUITA di esercito,come forza di pace e non di guerra.....
La risposta a mandare altri uomini mi sembra chiara....
Se sarà guerra logicamente ci sarà un exit-strategy concordata....
Poi potrà ritornare su invito dell'ONU come forza di pace.....




Vai avanti te che a me mi scappa da ridere
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E' incredibile hanno ancora il coraggio di difendere il governo prodi dopo le innumerevoli figure di merda che ha collezzionato!! va bene avere coraggio e non avere obbiettività..però i comunistelli sono tremendi!


UNICO PROGRAMMA: RESISTERE
di Paolo Del Debbio
Il governo non è la soluzione, è il problema. Questo era lo slogan dei repubblicani americani ai tempi di Reagan. Difficile trovare una descrizione più adeguata del Governo di Romano Prodi. Il professore non ha mancato di confermarlo ieri al Senato. I problemi di Prodi non sono quelli del Paese. Il nostro presidente del Consiglio ha un unico problema che è la sua stella polare, fare di tutto, e anche di più, e anche ad ogni costo per restare dov'è. Per fare questo deve dare retta ai comunisti e ai verdi che non gli fanno fare quello di cui il Paese avrebbe bisogno. Ha detto bene il senatore Maurizio Sacconi intervenendo ieri: i comunisti al governo sono antioccidentali, ostili alle economie di mercato, propugnatori di un conflitto sociale esasperato, regressivi nei confronti di ogni riforma del modello sociale a partire dalle pensioni. C'è di che essere disperati. Ma Prodi sorvola con la leggerezza di una silfide.
I problemi del Paese non sono quelli di Prodi. C'è un po' più di distanza che tra la superficie e il fondo della fossa delle marianne. Gli italiani hanno un problema fondamentale: trovare il modo, come dicono gli economisti, di agganciare la ripresa. Nel 2006, cioè quando Prodi non c'entrava un bel niente, la ripresa è stata del 2 per cento. Quest'anno è difficile che ci arrivi. Per causa sua. Ieri ha detto che il centro della sua politica è la famiglia. Ma che famiglia d'Egitto? Vada a leggersi lo studio del Sole 24 Ore dove si dice che in Italia grazie all'Irpef, uno più figli ha più tasse paga. Se non ha tempo di leggere le cronache si informi. Lo sa o no il professore che con tutta questa incertezza e con una manovra contenente 63 nuove tasse c'è il pericolo che la ripresa economica passi in Italia senza fermarsi? È inutile che annunci nuovi assegni familiari quando dalle tasche della famiglia media italiana ha tolto già qualche centinaio di euro. È inutile che annunci nuovi assegni di disoccupazione quando si accinge a mettere a repentaglio la legge Biagi che ha creato posti di lavoro.
Ieri ha affermato che «la crescita va incentivata ulteriormente». Ulteriormente rispetto a chi e a che cosa? E non ci venga a ripetere la solita storia che il suo governo guarda con un occhio alla crescita e con l'altro alla equità e alla coesione sociale. L'equità si fa se c'è più crescita. La coesione sociale di un Paese si fa se tutti godono un po' più della ricchezza. Che storia triste, questa del governo Prodi. Che paradosso che un governo in stato agonico parli della crescita e del rilancio. Vi ricordate la fabbrica del programma? Vi ricordate la carta di Caserta? Vi ricordate l'albero del programma? Non ce n’è più traccia, ormai il governo è seduto su un ramo praticamente secco. Speriamo che ceda presto a questo peso ormai insopportabile.


Lucida e spietata analisi dall’estero. Forza Italia: l’ennesima critica al Professore. Bersani: «Alla fine cambieranno idea». Il premier: «Vedremo fra tre giorni» Moody’s sfiducia Prodi: con lui addio riforme L’agenzia di rating boccia il governo: «Accentuerà il declino economico: non c’è la maggioranza. I 12 punti? Un riflesso di sopravvivenza»
di Fabrizio Ravoni da Il Giornale
Romano Prodi deve ancora parlare al Senato. Per Moody’s l’intervento del presidente del Consiglio è ininfluente. Ciò che conta per l’agenzia di rating è il «dodecalogo» sottoposto dal Professore alla sua maggioranza. «E l’appoggio da parte dei nove partiti della coalizione al patto di 12 punti è più un riflesso di sopravvivenza che una piattaforma vera e propria».
Un giudizio severo, un declassamento «politico». E arriva «a freddo». Per di più formulato da Pierre Cailleteau che per Moody’s non segue i conti pubblici, ma le analisi politiche. La scelta di «sopravvivenza» fatta dalla coalizione con l’approvazione del «dodecalogo», dimostra che «in Italia - osserva la nota dell’agenzia di rating - non c’è una solida maggioranza per le riforme». Un cammino che Moody’s vede compromesso. «Qualche anno in più di immobilità - prosegue il report - probabilmente non scatenerà una crisi finanziaria. Di certo, accentuerà il declino economico del Paese». Declino che deriva dalla resistenza di questa coalizione all’introduzione delle riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno.
Alle osservazioni di Moody’s, il presidente del Consiglio risponde sibillino: «Vedremo fra tre giorni...». E fra tre giorni il governo dovrebbe ottenere la fiducia dal Parlamento. E non solo quella. Per domani è atteso il dato Istat ed Eurostat sul livello di deficit del 2006. Livello che dovrebbe conteggiare le entrate aggiuntive pari ad un punto di pil.
Secondo Moody’s, però, l’Italia è in Europa il Paese che ha un maggiore grado di resistenza all’introduzione di riforme. «La consapevolezza dei problemi è limitata, le fratture ideologiche sono profonde e le attuali regole elettorali non riescono a produrre maggioranze in grado di governare». L’agenzia sta anche mettendo a punto un indicatore che misura il grado di resistenza al cambiamento di una società. Più è alto il numero di persone interessate a conservare la situazione attuale, che beneficiano di una voce di spesa pubblica, più difficile è introdurre riforme destinate a comprimere la spesa.
Un esempio calzato sul caso della riforma previdenziale italiana. Visto che il nostro Paese detiene in materia un doppio record: la più bassa percentuale di popolazione in attività nella fascia d’età fra i 54 ed i 65 anni e la più alta percentuale di 65enni in relazione alla popolazione attiva. Gli over 65 sono un terzo dei lavoratori attivi.
L’analisi di Moody’s non è troppo distante da quella del Financial Times. In un commento, l’organo della City osservava che l’ultima cosa di cui l’Italia aveva bisogno era di continuare così. E ricordava come la presenza di forze conservatrici (nell’estrema sinistra) impediscono l’introduzione di vere riforme strutturali in Italia. Impasse che - secondo Ft - poteva essere superato soltanto da un nuovo governo di larghe intese. L’unico in grado di dare forma ad una riforma elettorale.
«Dopo il Financial Times, anche Moody’s. Grazie a Prodi ed alla sua rabberciata maggioranza - commenta Mario Ferrara, responsabile delle politiche di bilancio di Forza Italia - la credibilità del nostro Paese è ai minimi storici». «Un’altra pesante bocciatura internazionale per il Professore», aggiunge Mario Schifani, presidente dei senatori azzurri.
Pierluigi Bersani prova una difesa d’ufficio del governo. E batte una strada già percorsa da Tommaso Padoa-Schioppa all’indomani del declassamento operato da altre agenzie di rating: stanno sbagliando. «Come già avvenuto in passato - commenta il ministro per lo Sviluppo economico - qualcuno dovrà ricredersi. Quando partimmo con due voti di vantaggio al Senato tutti ci davano come immobili, comprese le agenzie di rating. In questi mesi, invece, abbiamo fatto più riforme noi che negli ultimi anni». Piccolo particolare. A declassare il debito pubblico erano state Standard and Poor’s e Fitch. Da Moody’s, invece, arriva un declassamento politico.


Neppure l'Unione applaude la lezione di Prodi al Senato
di Roberto Scafuri da Il Giornale
Gelo a palazzo Madama durante il discorso in cui il Professore ha chiesto la fiducia. Solo tre battimani per il premier. Tra le priorità la riforma elettorale. Stasera la fiducia
Dico o non dico? Se dico cado. Non dico (dal «non detto» del presidente del Consiglio, Romano Prodi).
«Il programma del governo è e rimane il punto di riferimento della nostra azione. Ma, proprio perché esso è già un punto di riferimento condiviso, oggi non ne ripercorrerò, uno per uno, i capitoli. Vi chiedo pertanto... di non giudicare il mio discorso per quello che esso non contiene» (il «detto» dello stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi).
In ottemperanza a quanto richiesto ieri nell’aula del Senato, questo breve resoconto si chiuderebbe qui. Senza dire della fatica e degli sforzi compiuti assieme all’intero staff per dire senza dire, durante un’interminabile seduta di lavoro conclusasi poco prima della mezzanotte dell’altroieri e ripresa in mattinata, fino al Consiglio dei ministri delle 16. Non si dirà neppure della breve interruzione determinata dall’arrivo del senador Luigi Pallaro, nelle «scomode» (a suo dire) vesti di «ago della bilancia». Un incontro non felicissimo, visto che lo stesso Pallaro, poco prima delle comunicazioni di Prodi, rivelava la sua delusione per la permanenza dei Dico nell’azione (sia pure parlamentare) del governo. «Non ti preoccupare: finché stanno lì alla Camera - avrebbe rassicurato il premier - nessuno dice niente... Io per primo, e il Vaticano pure...». Non si dirà, infine, del significato reale del «non detto», che garantisce tanto il nuovo arrivato Follini quanto la sinistra. L’asse del governo sarà un po’ più a destra, ma non si lascia nell’angolo Rifondazione.
«Se avesse alzato un po’ la testa dall’erba, gliel’avrebbero mozzata», si sostiene senza dire. Visto dalla prospettiva del prc Giordano, si può ben dire che sia stato un discorso «di grande innovazione». Il ministro Mussi è più corretto nel suo dire: «Siamo stabili in una situazione instabile». Al socialista Boselli appare «un vuoto da colmare». E, in somma analisi, da un rifondatore di lungo andare: «La novità è che non c’è nessuna novità».
Eccoci finalmente a quanto detto da Prodi in 33 minuti e in 39 cartelle, nel personalissimo tono monocorde che tanto accende gli animi, e seguendo il suo ordine. Rivolto a se stesso, il premier non si è nascosto la «natura politica della crisi». Alla sua maggioranza, ha chiesto di «trarre fino in fondo gli insegnamenti di merito e di metodo». Al presidente Napolitano ha concesso che la «pronta riforma elettorale è un dovere, ma ne parlerò alla fine». A Turigliatto e compagnia, ha ribadito che la politica estera italiana si incardina nei paletti dell’Europa, della Nato, dell’Onu e dell’alleanza con gli Usa, di cui «coerentemente con il passato» ci si assumono e onorano gli impegni (la base di Vicenza è un «non detto»). L’Italia resterà a Kabul, ma siccome la sola presenza militare non basta si cercherà di promuovere la Conferenza di pace (anche con i talebani? È un altro «non detto», ma poi l’aveva detto meglio D’Alema).
Conti, risanamento, eccetera sono stati un «già detto». Così come la Tav, che sarà «cantierata e conclusa nei tempi più rapidi possibili», tenendo presente il metodo del «dialogo continuo e aperto con le comunità». Ambiente, welfare, famiglia, pensioni minime, lotta al precariato, Ici più bassa per le famiglie, altri «già detti», ma utili per confortare la sinistra radicale. Buono per la Lega, un accenno al federalismo fiscale. E, per Pallaro, agli «italiani nel mondo». Infine, il ritorno ab ovo, cioè alla legge elettorale per «concludere la transizione». Pausa di suspense, e solenne impegno: «Deciderà il Parlamento, non tocca a me dare un’indicazione di merito, è necessario un ampio consenso». Purché i principi siano ispirati alla chiara indicazione di un primo ministro che governi, possibilmente in santa pace (un «non detto»).
Applausi, cinque. Uno ironico di settori del centrodestra, uno isolato del senatore forzista Asciutti (sarcastico), due blandi dal settore della Margherita, uno finale dell’Unione. Di cortesia.
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