
Originariamente Scritto da
terraeamore
Caro Sandinista,
sono davvero contento che la sana dialettica ci possa portare a convergere su un terreno comune. D'altronde, mi sembra, la lotta politica la si può portare avanti con successo ( il successo è il grado di radicamento delle idee nelle coscienze ) solo se si è pronti ad accogliere punti di vista diversi nella forma e convergenti nella sostanza e nelle aspirazioni.
Vedo che per te la parola comunista è inscindibilemente legata all'idea di classe e l'idea di classe all'idea di proletariato come classe guida della rivoluzione. Io questo non lo credo e ti spiego come e perché.
Marx stesso ci insegna che il problema fondamentale del capitalismo è la creazione di rapporti sociali malati, basati esclusivamente sulla competitività tra esseri e sull'oggetificazione e ,mercificazione dell'esistenza in tutte le sue forme. Nel secolo 19, il proletariato era qualcosa di ben definito ( non che oggi in termini marxiani non lo sia ) e visibile nella società. Normale che Marx vedesse in esso la speranza di riscatto, la fora stessa della rivoluzione possibile, attraverso la presa di coscienza di classe, e la poi la presa del potere in quanto classe cui ( notare bene ) sarebbe dovuta seguire una società senza classi. Questo significa che per Marx, comunista come me,il fine era l'esistenza matura e maturata nelle coscienze e nella prassi di una comunità senza classi. Ebbene, Marx pensava che il miglior modo per arrivarvi fosse far leva sul proletariato in quanto tale, io, da qualche tempo, ho maturato la decisa convinzione che la cosiddetta coscienza di classe deve essere reinterpretata come coscienza di sistema, coscienza del conflitto,coscienza della malattia profonda in cui il capitalismo ci ha sprofondato. In questo senso dico che la rivoluzione la fa chi ci crede, Se inseguiamo la rivoluzione facendo leva sulle oggettive condizioni di una classe confusa e imborghesita, non arriveremo da nessuna parte. In questo senso dico che proletariato è una prospettiva. Proletari BISOGNA volerlo essere, cioé mi sta benissimo che un uomo rinunci a ciò che ha per la rivoluzione sposando l'esser proletario, cambiando stile di vita,e acquisendo coscienza di sistema. Pauperismo francescano ? Non esattamente. Infatti ( pur non negandoti che sono profondamente affascinato dai movimenti cristiani comunistici e pauperistici, ma ognuno ha la sua specifica storia e sostanza ) la differenza tra la mia visione e quella del pauperismo francescano, è che io credo, marxianamente ( e in questo sono fottutamente e inequivocabilmente marxista ) che il sistema stesso gioca un ruolo profondo sulla coscienza degli individui cosi' come gli individui sono coloro che incidono sul sistema in un circolo vizioso o virtuoso secondo i casi. E quindi, io, sono comunista perché le mie conclusioni sono le stesse identiche di qualunque comunista. Credo nella nocività profonda della proprietà privata come rapporto sociale, nell'importanza del sistema sulla formazione dell'uomo, nella condivisione del lavoro e dei suoi frutti e nella condivisione spirituale e umana della vita.
Come si può chiamare ciò in maniera diversa dalla sacrosanta parola comunismo ?
Se poi non credo alla rivoluzione fatta come presa di coscienza di una classe in virtù delle sue condizioni oggettive e soggettive che le sono pertinenti, questo significa solo che non sono ortodosso, non lo sono davvero. Cioé non ho sposato il marxismo in tutte le sue forme, e di Marx prendo ciò che appartiene alla mia indole, alla mia visione del mondo. Come dicevo ieri in un'altra discussione, credo che Il merito più grande di Marx sia stato l'aver gridato al mondo che non può esservi una scissione tra materia e spirito come voleva una certa morale cattolica del tempo, la morale borgheseliberale, quella conservatrice, quella reazionaria e tutto ciò che si oppone al comunismo come prassi individuale e sistemica insieme.