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Discussione: Sarkozy

  1. #1
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito Sarkozy

    Il piano Fillon aggira le 35 ore, riduce i ministri e gli allievi nelle classi, aiuta le famiglie francesi. Contratti d’unione civile per i gay

    Sarkozy presenta il programma e lo mette ai voti su Internet

    Parigi. Giovedì sarà presentato al Consiglio
    nazionale il programma con cui Nicolas
    Sarkozy, ministro dell’Interno e leader dell’Ump,
    l’Unione per un movimento popolare,
    vorrebbe governare la Francia, qualche
    ora dopo sarà sottoposto al voto degli iscritti
    al partito su Internet. E’ stato un lavoro
    complicato, che ha fatto esclamare a qualcuno
    quel “non spetta a Ségolène il monopolio
    della democrazia partecipativa”, poiché
    sulla base dello stesso principio, dopo
    una serie di consultazioni durate più d’un
    anno e mezzo, l’Ump ha stilato le trenta proposte
    del programma. Concepito da un gruppo
    di parlamentari, fra i quali Patrick Devedjan,
    Gérard Longuet, Michel Barnier, il
    progetto è stato redatto da François Fillon,
    senatore della Sarthe, già ministro degli Affari
    sociali – sua fu la prima riforma delle
    pensioni – assistito dalla responsabile dell’ufficio
    studi dell’Ump, Emannuelle Mignon, e coadiuvato da quattro esperti del Boston
    Consulting Group per dare concretezza
    alle idee lanciate dalla squadra messa all’opera
    da Sarkozy.
    Il programma, che circola in forma non
    ufficiale da venerdì scorso, è stato diffuso ieri
    e contiene molte delle tesi lanciate da
    Sarkozy negli ultimi discorsi. Incentrato tutto
    sul merito, parte dal principio che è il lavoro
    a creare lavoro, dunque si pone l’obiettivo
    di alleggerirlo e favorirlo. Come? Non
    abrogando le 35 ore volute dai socialisti, ma
    aggirandole con un contratto unico di lavoro,
    con l’esenzione dagli oneri sociali per gli
    straordinari, la libertà di scelta sulla data
    della pensione, la distinzione tra responsabilità
    e solidarietà, la revoca del sussidio di
    disoccupazione a chi rifiuta un impiego, l’apertura
    dei negozi la domenica, i crediti garantiti
    dallo stato per studenti, ricercatori e
    artigiani. Sarko punta pure a conquistare i
    giovani
    con la riqualificazione della scuola
    – meno allievi per classe – la libertà di aprire
    scuole private, università dei mestieri,
    servizio civico di sei mesi, e curriculum vitae
    anonimi, per non penalizzare i ragazzi
    delle banlieues. Anche il riequilibrio dei regimi
    speciali delle pensioni è presente, come
    l’apertura di una divisione vecchiaia e
    dipendenza alla Sécurité sociale e l’obbligo
    di esercitare un’attività per godere dei minimi
    sociali. Il progetto è frutto di 18 convenzioni
    tematiche, riunite in questi mesi,
    che hanno coinvolto più di 700 esperti della
    società civile, fra i quali spiccano lo studioso
    dell’antichità Jacqueline de Romilly, il filosofo
    Luc Ferry, il compositore Jean Michel
    Jarre, insieme con vari movimenti associati
    all’Ump: gollisti, liberali, repubblicani, centristi
    che hanno dato un contributo assieme
    alle migliaia di aderenti invitati a indicare
    le cinque misure giudicate più importanti su
    ciascun tema in discussione.
    Sarkozy è convinto di riuscire a portare il
    debito pubblico entro il 60 per cento del pil,
    in cinque anni. Fa leva sulla famiglia con l’abolizione
    dei diritti di successione per i piccoli
    patrimoni, mutui agevolati per l’acquisto
    di una casa, congedi remunerati per chi
    si prende cura degli anziani in fin di vita, i
    cosiddetti congedi maternità modulabili e
    validi anche per l’educazione dei bambini,
    e per i gay contratti d’unione civile firmati
    in comune per garantire la parità dei diritti
    a eccezione del diritto all’adozione. “Vogliamo
    rompere col pensiero unico, abbiamo rispettato
    gli equilibri del partito”, ha detto
    Fillon. Il volano della “rottura” resta politico:
    15 ministeri, di cui due centrali, immigrazione-
    integrazione e sviluppo-ecologia, e
    l’obbligo per il presidente, eletto per non
    più di due mandati, di portare le sue proposte
    in Parlamento.
    14 NOVEMBRE 2006


    Inizio un thread sul quale posterò una serie di articoli apparsi su il Foglio riguardo Sarkozy e il suo programma. Spero che possa essere utile a chiarire non solo l'attualità della politica francese ma a fare anche presagire, individuare quei cambiamenti ideologici e politici che potrebbero influenzare l'Europa e l'Italia in caso di una sua vittoria.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  2. #2
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito

    LA RELIGIONE DI SARKOZY[/B]


    Tutti i tabù violati dal candidato all’Eliseo dell’Ump, dal Consiglio
    del culto musulmano alla revisione della legge sulla laicità



    di Marina Valensise

    Anche in fatto di religione, Nicolas
    Sarkozy, candidato del partito gollista
    alle elezioni presidenziali di Francia, coltiva
    idee di rottura. Alcune – rivoluzionarie
    – ha già avuto modo di realizzarle, come
    il Consiglio francese del culto musulmano,
    rappresentativo di tutti gli islamici
    francesi, istituito nel 2002, durante il suo
    primo mandato come ministro dell’Interno
    e dei culti. Altre sono in programma,
    come la revisione della legge del 1905 sulla
    separazione tra stato e chiesa, per superare
    la vecchia idea di laicità ed estendere
    il finanziamento pubblico alla costruzione
    delle moschee. E tutto lascia pensare
    che a queste idee Sarkozy resterà fedele,
    a dispetto della campagna elettorale
    che potrebbe dettare tattiche di moderazione
    per federare meglio la chiracchia, e
    a dispetto dello stesso ruolo di presidente
    in nome di un ecumenismo laicista per devozione
    alla storia patria.
    Lo dimostra l’ultima intervista sul Monde
    uscita ieri pomeriggio, nella quale
    Sarkozy replica al segretario socialista,
    François Hollande, il quale lo ha accusato
    di appropriarsi dell’eredità della sinistra e
    dei sacri numi di Jean Jaurès, Léon Blum
    ed Emile Zola. Sarko difende l’idea di un’unica
    storia di Francia, storia comune e non
    comunitaria, una sintesi che superi le divisioni
    tra destra e sinistra, senza distinguere
    tra Pascal e Voltaire, ancien régime e rivoluzione,
    tra re taumaturghi e regicidi, tra
    le crociate e le vittorie rivoluzionarie, tra le
    cattedrali e l’Encyclopédie, lasciando
    chiunque libero di citare De Gaulle o
    Jaurès, senza dire da che parte sta.
    Che Sarkozy intenda restare fedele a
    una lettura non conformista della storia
    per affrontare senza complessi il tabù della
    laicità lo dimostra la prima uscita pubblica
    all’indomani dell’investitura ufficiale.
    Sarkozy ha deciso di fare una visita al
    Mont Saint Michel, l’abbazia benedettina
    sorta su una promontorio della costa normanna
    nel X secolo, in onore dell’Arcangelo
    che, secondo la leggenda, forò il cranio
    del vescovo di Avranches Uberto con
    un dito, perché era rimasto indifferente
    alla sua richiesta. Ligio al precetto gollista,
    che fa dell’elezione presidenziale l’incontro
    tra un uomo e un popolo, Sarkozy –
    che si professa cattolico, e si riconosce
    membro della chiesa cattolica, pur essendo
    un praticante “episodico” – voleva respirare
    la “France éternelle” e renderle
    omaggio dopo il tripudio al congresso dell’Ump,
    che l’aveva plebiscitato candidato
    col 98 per cento.
    Giacca scura, girocollo blu, all’indomani
    dell’investitura, dunque, è salito in cima all’abbazia
    medievale, seguito da una muta
    di giornalisti e teleoperatori. A metà strada
    ha incontrato un frate dell’ordine di Gerusalemme,
    che vive lì da cinque anni e testimonia
    la tormentata storia di un monastero
    benedettino che la rivoluzione trasformò
    in carcere per i trecento monaci refrattari
    alla costituzione civile del clero, e che tale
    rimase finché nel 1863 non fu chiuso per
    decreto da Napoleone III. “Secondo la tradizione
    di San Paolo, noi preghiamo molto
    per chi esercita il potere in nome della nazione
    – gli ha detto il monaco, sulle scale
    dell’abbazia – Si ricordi che la freccia in cima
    al campanile è un dito puntato verso il
    cielo”. Sarkozy gli ha sorriso, gli ha stretto
    la mano, poi s’è guardato intorno e, appena
    ha intercettato uno sguardo complice fra il
    suo seguito, ha risposto: “Hollande adesso
    penserà che sono diventato un ranocchio
    da acquasantiera…”. “E invece no”, ha aggiunto
    subito. “Io credo soltanto che le preghiere
    sincere siano le preghiere discrete”.
    Poi, arrivato in cima al Mont, si è affacciato
    dai bastioni per contemplare il mare e
    scandendo le parole perché i microfoni le
    captassero ha detto: “Io penso che qui, al
    Mont Saint Michel, la morale laica e la morale
    spirituale si siano incontrate. La Francia
    è frutto di questo incontro”.
    Il giorno prima, alla Porta di Versailles,
    era riuscito a ipnotizzare per un’ora e mezza
    le decine di migliaia di militanti accorsi
    da tutta la Francia sui 52 autobus e gli otto
    Tgv messi a disposizione del partito (quanti
    fossero realmente è controverso: il sindaco
    di Marsiglia Jean Claude Gaudin, alle 11
    ne ha salutati 78 mila, Alain Juppé, due ore
    dopo, 100 mila. Ma il Canard Enchainé ha
    tirato fuori un piano generale della sala numero
    uno, che prevedeva soltanto 20.949 sedie,
    cifra smentita subito dai responsabili
    Ump, che hanno distribuito 80 mila braccialettini
    di plastica ai partecipanti, organizzando
    file di due ore per far entrare chi
    ne era sprovvisto). Parlando dalla tribuna
    al centro della sala, Sarkozy ha ricordato
    che “l’elezione presidenziale è una prova
    di verità”, e ha confessato di essere cambiato,
    perché le prove della vita gli hanno insegnato
    che “non si può capire il dolore di
    chi soffre, se non si è sofferto di persona” e
    “non può tendere la mano ai disperati chi
    non è stato disperato”.
    Poi, alla folla che ascoltava rapita l’omelia
    della consacrazione, Sarkozy ha raccontato
    di essere cambiato il giorno in cui a
    Tibhirina, in Algeria, aveva letto il testamento
    spirituale di padre Christian de
    Chergé, il priore del monastero di Notre
    Dame de l’Atlas, che nella primavera del
    1996 fu rapito, sequestrato e sgozzato con
    altri sei monaci trappisti dai fanatici islamisti
    del Gia. Sarko ha voluto rileggere le
    ultime parole di quel martire cristiano: “Se
    mi capitasse un giorno di essere vittima del
    terrorismo (…), potrò, se piace a Dio, immergere
    il mio sguardo in quello del Padre,
    per contemplare con lui i suoi figli dell’islam
    come lui li vede (…). E anche a te, amico
    dell’ultimo minuto, mio assassino, che
    non avrai saputo quel che stavi facendo. Sì,
    anche per te voglio questo grazie, questo
    ad-Dio… E che sia dato di ritrovarci, ladroni
    beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre
    nostro, di tutte e due”. A quel punto, sarà
    per la scenografia a effetto al centro di un
    emiciclo verso il quale convergevano le file
    di sedie a raggiera, sarà per il ritmo possente
    dell’oratoria sarkozista, per la maestria
    nella presa sul pubblico, fatto sta che
    Sarko è riuscito a trasmettere la verità semplice
    e profonda del messaggio cristiano,
    senza trivializzarla, quando ha spiegato di
    aver imparato da quella morte “la forza
    dell’amore”, “il senso vero della tolleranza”,
    “quel che di sublime e di terribile le
    grandi religioni possono generare”. E soprattutto
    “a non confondere l’estremismo
    col sentimento religioso”.
    Esaurito il registro biografico, Sarkozy è
    andato oltre e ha riproposto la sua lettura
    spregiudicata della “laicité”. Aveva di fronte
    Alain Juppé, un difensore ostinato di
    quello che in Francia è un dogma, prima
    che un principio di stato. Juppé, il repubblicano
    d’acciaio, che nel 2003 tentò di convincere
    il presidente Jacques Chirac a
    emanare una legge per arginare la deriva
    delle mense halal nelle scuole pubbliche e
    degli orari separati per uomini e donne
    nelle piscine comunali. Allora, sfidandolo
    sulla laicità, Sarkozy s’era giocato la conquista
    dell’Ump. E aveva in parte perso, visto
    che, contrario com’era a legiferare sul
    velo, s’era dovuto arrendere alla legge sul
    divieto di portare simboli religiosi nelle
    scuole pubbliche. Al momento dell’investitura,
    però, come se nulla fosse, anzi sfidando
    apertamente l’ex rivale Juppé e oggi alleato
    – che fu il primo fondatore dell’Ump
    nel 2002 e l’unica vittima della chiracchia
    nel 2004, condannato all’ineleggibilità per i
    fondi neri della Mairie di Parigi e costretto
    ad assistere alla conquista sarkozysta del
    partito – Sarko ha detto: “Opporre il sentimento
    religioso alla morale laica sarebbe
    assurdo”. E quasi a infierire contro un’idea
    statica e logora di una tradizione gloriosa
    ma inservibile ha aggiunto: “Noi siamo gli
    eredi di duemila anni di cristianità e di un
    patrimonio di valori spirituali che la morale
    ha incorporato. Non dobbiamo contrapporli
    l’uno all’altra, perché siamo il frutto
    di questa sintesi e del meticciato tra la morale
    laica e duemila anni di cristianesimo.
    La laicità alla quale io credo – ha poi concluso
    – non è la lotta contro la religione. E’
    il rispetto di tutte le religioni”.
    A parlare era il politico scaltro, il ministro
    pragmatico che dopo mesi di tenace
    negoziato era riuscito a tirarsi fuori dal
    “Vietnam” della politica interna, siglando
    un accordo sulla rappresentanza dei musulmani
    di Francia. In vent’anni di mitterrandismo
    e chiracchia, molti avevano preparato
    la strada, ma nessuno era riuscito
    nell’impresa: né il socialista Pierre Joxe, né
    il gollista Charles Pasqua, né il sovranista
    Jean Pierre Chevènement, né il coabitazionista
    Daniel Vaillant. E invece Sarkozy, il
    bonapartista, il decisionista, il tattico spregiudicato
    nell’uso dei mass media e consumato
    nell’arte della comunicazione, ha
    stretto in una morsa le tre grandi federazioni
    musulmane arrivando all’accordo, tra la
    Fnmf, la grande moschea di Parigi (che rappresentano
    l’islam ufficioso) e l’Uoif, l’Unione
    delle organizzazioni islamiche di
    Francia (che rappresenta l’islam ufficioso,
    ben più subdolo e tentacolare, perché legato
    alla predicazione dei Fratelli musulmani)
    e forte di una diffusione nelle banlieue,
    dove grande è il rischio che l’estremismo
    covi nelle moschee clandestine, improvvisate
    in garage e cantine.
    Alla fine del 2002, Sarkozy riesce a mettere
    insieme i loro rappresentati, fratelli
    separati dell’islam francese. Li riunisce per
    48 ore in un castello di proprietà demaniale
    a Nainville-les Roches, nell’Essonne, per
    una conferenza a porte chiuse. E per facilitare
    gli scambi fa servire pasti halal e allestire
    una sala di preghiera. “Fu la prima e
    unica volta, dal 1905, che si è potuto pregare
    ufficialmente in seno al ministero dell’Interno”,
    avrebbe poi commentato fiero
    Sarkozy nell’intervista al filosofo Thibaud
    Collin e al padre domenicano Philippe Verdin
    (“La République, les religions, l’espérance”)
    pubblicata dalle Editions du Cerf,
    nell’autunno 2004, alla vigilia della conquista
    del partito. Quel libro è un diario di bordo
    retrospettivo, in cui Sarko racconta in
    prima persona com’è riuscito a sbloccare i
    veti incrociati, grazie al metodo “win win”
    e con modestia conclude: “Ero convinto che
    avremmo vinto o perso insieme, e glielo feci
    semplicemente capire”.
    Dalla separazione tra stato e chiese, non
    era mai successo che un ministro della Repubblica
    si fosse tanto prodigato nella gestione
    dei culti, anche a costo di perdere la
    faccia, o sollevare critiche feroci. Davanti
    all’accusa di aver legittimato come interlocutori
    del governo i radicali dell’Uoif,
    Sarkozy non ha spiegato come la sua, in fondo,
    fosse una scelta obbligata, visto che era
    impossibile impedire a cinque milioni di
    musulmani il diritto di praticare liberamente
    e pubblicamente la loro religione,
    diritto garantito dalla Costituzione repubblicana.
    La sua è una concezione non dogmatica
    ma liberale della laicità, dove lo stato
    laico non va contro la religione, come s’ostinano
    a pensare gli anticlericali ostinati,
    ma ne garantisce la libertà di culto; perché,
    ispirandosi a Tocqueville, “riconosce il bisogno
    che l’uomo ha sempre avuto di credere
    e di sperare”, e lo considera una molla
    della democrazia, anche a dispetto della
    pratica che scema e delle chiese che si
    svuotano. “Ho dovuto affrontare una situazione
    in cui tutti erano perdenti – ha spiegato
    Sarko parlando del negoziato con l’islam
    – Una parte dei musulmani francesi si
    sentiva sbeffeggiata nella sua identità. I
    francesi non musulamani erano ogni giorno
    più spaventati dalla presenza dell’islam,
    che spesso veniva confusa con il terrorismo.
    L’unico vincitore, in realtà, era l’estremismo,
    che avrebbe prosperato meglio sulla
    paura e nella clandestinità, anziché venire
    allo scoperto”. Del resto, Sarkozy ha perseguito
    la stessa idea, andando avanti baldanzoso
    con un misto di audacia e di coraggio
    quando, un anno dopo, nel novembre 2003,
    ha accettato di farsi intervistare in tv con
    Tariq Ramadam, il predicatore vicino ai
    Fratelli musulmani, che irretisce nel mondo
    intero folle di giovani vicini al fanatismo.
    Quel giorno sapeva che puntava grosso,
    ma l’ha spuntata, riuscendo a ottenere –
    in diretta tv davanti a sei milioni di telespettatori
    – un accordo di principio da parte
    del musulmano più ostracizzato e più temuto
    d’America perché le ragazze musulmane
    si togliessero il velo, entrando a scuola.
    In fondo, però, a spiegare l’assenza di
    complessi, la libertà di movimento di
    Sarkozy, la sua spregiudicatezza nei confronti
    di tabù inespugnabili, è anche “il
    sangue misto” del figlio di un aristocratico
    ungherese, e nipote di un ebreo sefardita,
    convertito al cattolicesimo e al gollismo che
    gli ha fatto da padre. Nell’albero genealogico
    di Sarkozy non si trovano giacobini decristianizzatori
    né cattolici vittime del Terrore,
    ma soltanto difensori del regno apostolico
    di Ungheria contro i turchi, amministratori
    pubblici, proprietari terrieri. E’ per
    questo che la sintesi repubblicana, non comunitaria,
    che egli propone della storia di
    Francia come unica storia possibile, secondo
    la lezione di Michelet, non è soltanto il
    riflesso dei tempi, ma il portato di un’eredità
    personale, che ne spiega l’efficacia: “E’
    curioso – confessava Sarko dieci anni fa –
    Anche se appartengo alla maggioranza, mi
    sento più vicino alle comunità minoritarie e
    mi piace l’attaccamento che hanno per la loro
    cultura, per la loro famiglia”.
    (primo di una serie di articoli)
    .

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  3. #3
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    Predefinito A proposito di Ségolène Royal e della gauche

    Commentaire Royal, ritratto micidiale di una candidata allo specchio

    Parigi. Un ritratto micidiale dipinge Ségolène
    Royal, per mano di Alain Duhamel,
    sull’ultimo numero di Commentaire la rivista
    fondata da Raymond Aron. Forse non se
    l’aspettava questo colpo basso da parte del
    principe degli opinionisti francesi, che ha
    fatto pubblica ammenda per non averla inclusa
    nella prima edizione dei “Pretendenti
    2007”. Duhamel non va tanto per la leggera.
    Innanzitutto si giustifica. Ségolène, a differenza
    degli altri pretendenti, da Nicolas
    Sarkozy, a Olivier Besancenot, da François
    Bayrou a Jean Marie Le Pen, non aveva alle
    spalle un cursus honorum tale, né in seno al
    Partito socialista, né in seno al governo, da
    risultare una candidata naturale alle presidenziali.
    Certo era popolare, ma passava per
    un’individualista assoluta, una star solitaria,
    che tutti, persino i suoi compagni, hanno sottovaluto.
    E invece, proprio per questo, è riuscita
    ad “aggirare tutte le regole i riti della
    democrazia rappresentativa per inaugurare
    la via della democrazia d’opinione”. Invece
    di piegarsi al copione classico, convincere
    prima i dirigenti di partito, poi i militanti, e
    alla fine gli elettori, ha rovesciato il gioco: si
    è conquistata prima l’opinione, poi mossa da
    un’ambizione imperiosa è riuscita a imporla
    al partito, sino a “degradare” la stessa
    campagna presidenziale, legittimando una
    sorta di “populisme léger”. A quel punto, infatti,
    non ha avuto più remore a incarnare il
    nuovo contro la tradizione, la differenza al
    posto della sintesi, sentimenti e soggettività
    invece che riflessione e razionalità. “Ha cercato
    di sedurre, non di convincere, di sorprendere
    non di argomentare, di intrigare,
    soprattutto senza precisare nulla”, scrive
    Duhamel. E ci è riuscita benissimo, perché
    intuendo come pochi altri le attese e le illusioni
    dei francesi, se le è giocate con grande
    cinismo, diventando lo specchio dei francesi,
    la candidata che ha il coraggio di dire a
    voce alta quello che tutti pensano. E quando
    dice “la mia opinione sarà quella dei francesi”
    va presa sul serio. Per essere eletta, infatti,
    Ségolène vuole piacere, e per piacere
    vuole riflettere i desideri e le frustrazioni
    popolari, da qui il cocktail di fascino e demagogia,
    di sensibilità e approssimazione, di
    attenzione alla gente e sottomissione al
    conformismo. Un cocktail servito da innegabili
    qualità, concede Duhamel: un’ambizione
    senza freni che la spinge a ostentare una
    falsa vulnerabilità per seppellire meglio la
    vecchia guardia dei Lionel Jospin, Dominique
    Strauss Kahn, Laurent Fabius. Un perfetto
    tempismo per uscire allo scoperto al
    momento giusto; una capacità di catturare i
    media e un dono di vera empatia, che le permettono
    di parlare di cose concrete come
    una madre di famiglia. “Vuol essere talmente
    vicina al popolo e alle sue difficoltà, che
    lascia ad altri l’ingrato compito di risolverle”,
    chiosa con perfidia Duhamel.
    Ségolène, infine, ha capito il desiderio di
    autorità e il bisogno di ordine che i francesi
    sentono. E per blandirli non esita a lanciare
    proposte, come i campi di rieducazione per
    i giovani deliquenti, o le sanzioni a chi delocalizza,
    pur sapendo che sarebbero illegali,
    e se vede che non piacciono fa marcia indietro.
    In questo modo flirta apertamente col
    populismo. Certo non è la sola, ma è l’unica
    a farlo senza scrupolo per conquistare il potere,
    sino al punto da riprendere gli argomenti
    contro l’Europa, pur essendo cresciuta
    alla scuola di Mitterrand e di Delors, di affidarsi
    alla maggioranza su una questione
    delicata come l’ingresso della Turchia, o di
    proporre una vecchia rivendicazione populista
    come i giurì popolari per il controllo
    degli eletti, espediente che aumenterebbe la
    diffidenza degli elettori, senza migliorarne
    la rappresentanza. Ma il presidente nella
    Quinta repubblica ha un ruolo talmente decisivo
    che la sua designazione dovrebbe rendere
    tutti più esigenti. E deve affrontare problemi
    talmente complessi – la globalizzazione,
    il capitalismo finanziario, la conquista di
    nuovi mercati – da imporre una competenza,
    un’autorità e un coraggio, a cominciare da
    quello di sfidare l’impopolarità, che sono il
    contrario della democrazia di opinione che
    Ségolène cavalca da mesi: usando tutte le risorse
    dello star system, la mediatizzazione a
    oltranza, la seduzione sfacciata al posto della
    pedagogia. Dovrebbe rileggersi “Le Fil de
    l’Epée”, consiglia Duhamel, il libro più personale
    e tragico di De Gaulle, per capire che
    il potere supremo impone un’autorità, un carisma,
    una legittimità e una solitudine che
    sono il contrario di una “candidatura allo
    specchio”. (mv)
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  4. #4
    a.k.a. tolomeo
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    Predefinito

    L’antica modernità della “rupture” di Sarkozy


    CITA ANCHE I FONDATORI DELLA GAUCHE E SEMBRA PURE SINCERO. ECCO PERCHÉ È DI DESTRA, DUNQUE RIVOLUZIONARIO

    Parigi. Voleva essere di destra per essere
    rivoluzionario Nicolas Sarkozy, quando
    decise trent’anni fa di diventare un militante
    del partito gollista. E’ stato di parola. Oggi,
    candidato del centrodestra francese alle
    presidenziali, non fa che mietere consensi
    in seno alla sinistra, e in nome dei principi
    della sinistra. Principi rivoluzionari
    che egli stesso ha raccolto e rilanciato,
    prendendo la destra in contropiede, come
    ha scritto sul Monde André Glucksmann,
    annunciando il suo appoggio al leader della
    destra che si rivolge a oppressi e rivoltosi.
    La tattica, da goleador, di Sarkozy non è
    ispirata soltanto al misero opportunismo
    del cacciatore di voti. E’ vero che bisogna
    federare al centro e dunque attrarre anche
    i voti di sinistra, per vincere il secondo turno
    delle presidenziali, meta più che plausibile
    visto che i sondaggi continuano a darlo
    in vantaggio rispetto alla socialista Ségolène
    Royal, sinora in testa. Ma nell’idea
    di “rupture” perseguita da Sarkozy, attingere
    al patrimonio della sinistra, riprenderne
    gli ideali e ritradurli in una prospettiva liberale,
    citare gli eroi eponimi della grande
    storia della “gauche” repubblicana, da
    Leon Blum, il socialista che negli anni
    Trenta portò al governo il Fronte popolare
    e introdusse le ferie pagate, al comunista
    Guy Môquet, giovane martire della Resistenza
    trucidato dai nazisti, senza dimenticare
    di rendere omaggio a Victor Hugo, il
    romantico repubblicano padre dei Miserabili,
    o a Jean Jaurès, altro martire del socialismo
    che nel 1905 iscrisse la “laicité”
    fra i principi della République, è una strategia
    che obbedisce quasi a un fine in sé.
    Hai voglia a provocare l’irritazione dei
    comunisti, che per voce della loro candidata
    Marie Georges Buffet, hanno vivamente
    protestato, denunciando addirittura il furto.
    A nulla è valsa l’accusa ben più tecnica
    di “captation d’héritage” lanciata contro
    Sarko dal segretario socialista François
    Hollande, riformista moderato, almeno in
    apparenza, nonché padre dei quattro figli
    di Ségolène Royal e sino a prova contraria
    suo compagno. Come se non si potesse ancora
    accettare, alle soglie del XXI secolo,
    l’unità della storia di Francia, continuando
    a dividersi tra chi venera la Rivoluzione
    francese, e chi invece s’emoziona al ricordo
    della consacrazione di Reims. E’ stata questa
    la replica di Sarkozy che la settimana
    scorsa, parlando a Saint Quentin, ha citato
    non soltanto Marc Bloch, ma la scuola di
    pensiero che fa capo alla migliore storiografia
    francese contemporanea, quella, per
    intenderci, di François Furet, di Mona
    Ozouf, di Pierre Nora, che negli ultimi
    trent’anni hanno ribaltato i luoghi comuni
    del settarismo giacobino, aprendo la strada
    a una critica della cultura di sinistra che
    evidentemente ha avuto poca presa sui responsabili
    politici della stessa sinistra.
    Tant’è vero che oggi, Sarkozy, rispondendo
    a Hollande, non si priva di gettare il ridicolo
    sugli strani successori di Mitterrand che
    se ne proclamano eredi, ma che a rigor di
    logica avrebbero dovuto alzare il ditino e
    gridare allo scandalo di fronte allo stesso
    Mitterrand che, in fin di vita, dialogava sul
    mistero col filosofo cattolico Jean Guitton.
    E’ anche per questa sua forza di convinzione
    che Sarkozy seduce oggi, per la capacità
    di pensare in modo libero, non conforme
    e anticonformista, sia rispetto alla destra
    sia rispetto alla sinistra. Seduce a sinistra
    un paladino dei diritti dell’uomo come
    André Glucksmann, l’intellettuale che ama
    “la Francia col cuore in mano”. Il difensore
    dei boat people e dei dissidenti antisovietici
    negli anni Settanta, oggi è pronto a
    sostenere Sarko, perché Sarko vuol rompere
    con la politica pusillanime di Chirac, e
    quando prende la difesa dei ceceni, martiri
    di Vladimir Putin, dice di volersi battere
    contro il silenzio della dittatura. Ma
    Sarko seduce anche la sinistra riformista
    dell’establishment, l’élite economico-intellettuale
    che ha un piede nell’alta finanza e
    l’altro nei mass media e oggi appare disgustata
    della demagogia di Ségolène Royal,
    come Alain Minc, prodotto compiuto della
    meritocrazia repubblicana, già braccio destro
    di Carlo De Benedetti nella fallita conquista
    della Sgb, e oggi consulente di grido
    dei capi del Cac40 e presidente del consiglio
    di sorveglianza del Monde. Il che spiega,
    del resto, l’imbarazzo del quotidiano di
    sinistra, aperto ai radicali e ai cattolici della
    gauche, ma diretto da un corso amico di
    Sarkozy, Jean Marie Colombani, che con
    una mano finge di sostenere Ségolène, ma
    con l’altra semina zizzania fra i socialisti,
    lanciando la proposta di “tassare i ricchi”,
    secondo François Hollande, mentre sul
    fronte opposto continua a dare manforte al
    “rivoluzionario” di destra, mettendo in
    guardia il governo dal suo tardivo attivismo,
    e invitando il presidente Jacques Chirac,
    a non fare scherzi. E lo stesso motivo
    spiega inoltre il tifo segreto di Libération,
    il foglio ex maoista che grazie a Edouard
    de Rotschild e al nuovo socio italiano Carlo
    Caracciolo tenta adesso la strada del risanamento,
    ed è disposto a schierarsi con
    il centrista Bayrou, pur di affossare Ségolène
    al primo turno.
    In effetti Alain Minc è uomo di sinistra.
    Si è appena dimesso dal consiglio di amministrazione
    del gruppo Vinci. Voleva evitare
    il conflitto di interesse, dopo che il suo
    cliente François Pinault, ne aveva acquistato
    il 5 per cento. Ma trova biasimevole il
    puritanismo politicamente corretto, che in
    nome della trasparenza sacrifica l’indipedenza.
    E’ un liberale, dunque, un riformista
    di sinistra, che però ha nel cuore e nel
    dna la sinistra rivoluzionaria. E infatti è il
    figlio di un poverissimo ebreo nato nel
    1908 a Brest Litovsk, che lascia negli anni
    Venti gli studi rabbinici per la militanza
    bolscevica, sbarca a Bordeaux negli anni
    Trenta per studiare medicina, riesce a sposare
    dieci anni dopo la donna con cui vive,
    anche lei militante bolscevica, immigrata
    clandestinamente in Francia, sfugge per
    un pelo alla “rafle du Vél d’Hiv”, la deportazione
    di decine di migliaia di ebrei francesi
    nei lager nazisti, e diventa quella
    straordinaria figura di uomo ordinario, che
    lui stesso, a 98 anni, ha voluto raccontare
    (Joseph Minc, “L’extraordinarie histoire
    d’une vie ordinarie” Seuil 2006).
    Alain Minc, suo figlio, nato alla fine della
    guerra, nel 1949, oggi è sarkozista per disperazione:
    “Se fosse stato candidato, avrei
    votato per Dominique Strauss-Kahn”, dichiara
    subito, con un sorriso disarmante,
    nel suo ufficio all’Alma, sotto lo sguardo
    glaciale di Samuel Beckett che guarda da
    una doppia foto d’autore formato gigante.
    “Era lui, DSK, il mio candidato naturale,
    perché noi siamo una monarchia. E tutta la
    difficoltà sta nel fatto che un monarca mediocre
    può fare danni incalcolabili…”. In
    più, il guaio è che oggi la “monarchia francese”
    è in una grave fase populista”, secondo
    Minc. “E il primo segno del populismo è
    la denigrazione delle élite. Se dici che i veri
    esperti sono i cittadini, non c’è spazio per
    le élite”, sospira Minc pensando a Ségolène.
    “Chi la conosce sa che è completamente
    inadatta al ruolo”, aggiunge senza scomporsi.
    “E’ stata scelta cinicamente dai socialisti,
    che pensavano di vincere, ma alla
    prova dei fatti, è come una in cerca di lavoro
    che non ce la fa a superare il colloquio
    di assunzione. Finché Sarkozy non si è candidato,
    l’hanno tenuta in un’atmosfera rarefatta,
    con Hollande che ha organizzato un
    falso dibattito per proteggerla da ogni rischio.
    Adesso però la situazione è esplosa”.
    Della élite repubblicana, Minc si considera
    un prodotto allo stato puro e ne è talmente
    consapevole da voler dedicare – lui che
    oltre a essere un finanziere, un consulente
    industriale, un uomo dai mille contatti col
    Tout Paris, è soprattutto un poligrafo inveterato
    – l’ultimo libro a John Maynard Keynes
    (“Une sorte de Diable. Les vies de John
    M. Keynes”, Grasset), quasi a voler ritrovare
    un doppio, un modello superiore, un
    ideale in quell’esempio riuscito dell’élite
    cosmopolita britannica. “Keynes – spiega
    Minc – ha avuto una posterità inattesa. E’ diventato
    il riferimento che la sinistra riformista
    ha avuto bisogno di inventarsi contro
    Marx, facendone un mito, anche a costo di
    cancellarne la complessità e le contraddizioni,
    e il modo stesso di azione economica
    che in fondo resta l’empirismo”.
    Anche Minc, come Glucksmann, oggi è
    un deluso della sinistra. E anche lui guarda
    con favore alla “rupture” che Sarkozy
    rappresenta rispetto all’inerzia della presidenza
    Chirac. “Chirac non è di destra; è un
    radicale”, spiega Minc. “E questo ha spinto
    la sinistra ancora più a sinistra, mentre ha
    aperto alla destra la via del populismo”. E’
    questo, secondo lui, il vero vizio di costruzione:
    “Chirac non è un borghese. L’idea
    che in fondo tutte le civiltà si equivalgano
    non è una Weltanschauung di destra, ma è
    la filosofia che ha spinto la sinistra ancora
    più a sinistra, verso l’altermondialismo radicale,
    e la destra verso il populismo”.
    Nel 1995, Minc, per quanto di sinistra, ha
    sostenuto alle presidenziali il liberale centrista
    Edouard Balladur. Ora però il gioco
    è diverso, intanto per il candidato:
    “Sarkozy è un uomo di centrodestra intelligente
    come Balladur, ma dotato di ben altro
    talento”. E poi per l’avversario. “Se ci
    fosse un dibattito al suo livello, saremmo
    in una situazione sana, normale. E invece,
    Sarko deve fare campagna contro qualcosa
    che all’ora attuale non sappiamo più se sia
    un’allucinazione collettiva o un oggetto
    vuoto. Nel primo caso, sarebbe una campagna
    molto difficile. Nel secondo, sarebbe
    squilibrata”. Fino a una settimana fa, spiega
    Minc con una punta di rassegnazione, la
    candidatura di Ségolène Royal sembrava
    un’allucinazione collettiva. Oggi tende a
    trasformarsi in un oggetto vuoto.
    Con uno slancio di sincerità, pur sempre
    contenuto nei limiti del genere, Minc confessa
    di “detestare” tutto quello che Ségolène
    esprime: la democrazia partecipativa, i
    cittadini esperti, l’assenza di responsabilità
    politica, la demagogia enfatica e fine a se
    stessa. Detto ciò, è convinto che continui ad
    avere una “forte base politica”. Quanto all’ipotesi
    di sostituirla in corsa, che in certi ambienti
    comincia a serpeggiare: “Dovrebbe
    crollare nei sondaggi in maniera terribile,
    per realizzarsi, non credo che accadrà”, dice
    Minc che non azzarda pronostici, ma mostra
    una delusione senza appello: “Se fosse
    un uomo, crollerebbe. Ma se fosse stato un
    uomo, non sarebbe mai stato candidato”.
    Marina Valensise
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  5. #5
    a.k.a. tolomeo
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    Il liberalizzatore


    “Riformista, supervolenteroso e più
    a sinistra di Ségo”.
    S’avanza tra i
    liberal italiani la tentazione Sarko



    Milano. Sarkozy il riformista. Il candidato
    del centrodestra all’Eliseo, con le sue posizioni
    nette e spiazzanti, piace ai settori più
    aperti e modernizzatori del centrosinistra
    italiano. “Quella di riformista – dice Franco
    Debenedetti – non è una categoria incasellabile
    nello schema destra-sinistra. Ci sono
    riformisti da entrambe le parti: in Francia,
    un riformista deve avere nel mirino lo statalismo,
    la legge sulle 35 ore, il centralismo
    amministrativo. Mi sembra che Nicolas
    Sarkozy abbia una certa attenzione per questi
    problemi, mentre l’avversaria Ségolène
    Royal è ancorata a idee vecchie e di fatto
    conservatrici. Trovo molto convincenti le tesi
    espresse ieri sul Corriere della Sera da
    André Glucksmann”. L’intellettuale della
    gauche francese dichiarava la sua intenzione
    di voto per il candidato della destra, “l’unico
    a essersi impegnato a seguire la Francia
    del cuore” e ad aver preso sul serio sia
    l’esigenza di cambiamento del paese, sia i
    problemi dei più deboli.
    La tentazione del sarkozysmo di sinistra,
    in Italia, è forte. “Lo inviteremo al supertavolo
    dei supervolenterosi – scherza Daniele
    Capezzone (Rosa nel pugno) – assieme a
    Tony Blair, David Cameron, José Maria Aznar
    e José Luis Zapatero. Dubito però ci sia
    spazio anche per Ségolène. E’ un fatto che
    tutte le novità della campagna d’Oltralpe
    vengano da Sarkozy. E la sua sfida è tanto
    più stimolante perché si gioca su un terreno
    che la sinistra pare aver lasciato sguarnito”.
    Sì, perché l’abilità di Sarko – che pure
    è uomo che conosce e sa giocare il gioco
    dei poteri forti – sta proprio nel tentativo di
    coniugare riforme e pragmatismo, tensione
    verso l’innovazione e capacità di muoversi
    secondo le regole, anche quando non gli
    piacciono. Come è accaduto con la vicenda
    Enel/Suez: Sarkozy era contrario al matrimonio
    forzato con Gaz de France per tenere
    fuori gli italiani, ma alla fine ha accettato
    (col mal di pancia) la forzatura di Dominique
    De Villepin pur di non incrinare la
    grandeur del suo paese (e i fatti potrebbero
    infine dargli ragione, viste le difficoltà in
    cui versa il progetto). Appunto: cambiamento,
    ma con misura. Del resto, sottolinea
    Francesco Giavazzi, “in passato Sarkozy si
    è comportato come avrebbe fatto ogni altro
    politico francese, cioè mettendo il presunto
    interesse nazionale davanti a tutto: penso
    alla sua difesa della lobby agricola e dei
    contributi pubblici all’impresa. Se però il
    Sarkozy della propaganda coincide con
    quello reale, cosa che potremo capire solo
    tra qualche mese, allora sì: decisamente
    Sarko è a sinistra di Ségolène, nel senso
    che rimuovere i privilegi è più di sinistra
    del mantenerli”. D’altronde, le critiche di
    Giavazzi possono essere generalizzate a
    qualunque esponente del mondo politico
    francese: il fenomeno Sarkozy nasce proprio
    dal faticoso, contraddittorio, eppure visibile
    e significativo tentativo di marcare la
    differenza. Anche i socialisti francesi percepiscono
    il problema, ma non sembrano
    trovare una risposta convincente, forse
    neppure cercarla: “Sia Sarkozy sia Ségolène
    – nota Chicco Testa – sono in modo diverso
    candidati nuovisti. Però, mentre Ségolène
    non ha un contorno chiaro, il profilo
    di Sarkozy è ben definito e questo senza
    dubbio lo mette in vantaggio”.
    “Tengo per lei, ma voterei per lui”
    Se Nicola Rossi non si entusiasma (“vorrei
    però che la destra italiana avesse un
    suo Sarkozy”), Tito Boeri definisce Sarko
    come “un pragmatico che mette assieme
    populismo e liberalismo. Ha mostrato notevole
    coraggio e capacità di guardare al di là
    dell’immediato, investendo con un orizzonte
    di medio o lungo periodo. Anch’io, dunque,
    sento la mancanza di un Sarkozy nel
    centrodestra italiano”. Apparentemente il
    principale limite del candidato gollista sta
    nella sua contiguità con certe pulsioni che
    alla sensibilità della sinistra italiana sono
    tradizionalmente estranee; ma prima che
    essere pulsioni di destra, sono pulsioni
    francesi. Natale D’Amico (Margherita) le
    riassume così: “Non condivido le sue posizioni
    rispetto all’Europa e ai campioni nazionali.
    Ma vale anche per la Royal”. Ecco
    il punto: Sarkozy non è perfetto per il palato
    del centrosinistra, ma neppure Ségolène
    lo è: le manca quel non-so-che che paradossalmente
    fa di Sarkozy il candidato che i
    riformisti vorrebbero ma non possono. Ancora
    D’Amico: “Quella di Sarkozy resta una
    figura affascinante, è naturale che i riformisti
    possano avere simpatia per la sua
    candidatura”. La simpatia – versione casual
    del collateralismo – è il sentimento
    che anche Antonio Polito (Margherita) prova
    nei confronti del candidato gollista, “così
    come mi suscita simpatia anche in Italia
    ogni processo di modernizzazione della destra”,
    precisa. E aggiunge: “Soprattutto
    Sarko introduce un elemento di sana rottura
    nella gestione dei rapporti transatlantici,
    grazie al suo tentativo di recuperare un
    rapporto costruttivo con gli Stati Uniti. E’
    un uomo che sa interrogarsi e ha una visione
    del destino del suo paese”. Senatore,
    non dica che tifa per il campione della destra
    francese? “Da militante del centrosinistra
    europeo tengo per Ségolène, ma se fossi
    cittadino francese voterei Sarkozy”.
    Carlo Stagnaro
    .

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  6. #6
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    Predefinito Cilecca

    [quote=tolomeo;5463201]Il liberalizzatore


    “Riformista, supervolenteroso e più
    a sinistra di Ségo”.
    S’avanza tra i
    liberal italiani la tentazione Sarko
    ++++++++++++++
    NON MI PARE CHE LA TUA PROPAGANDA PRO-SARKOZY ABBIA AVUTO UN GRAN SUCCESSO.

  7. #7
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da TOBUZ;5464547[U
    Il liberalizzatore[/U]


    “Riformista, supervolenteroso e più
    a sinistra di Ségo”.
    S’avanza tra i
    liberal italiani la tentazione Sarko
    ++++++++++++++
    NON MI PARE CHE LA TUA PROPAGANDA PRO-SARKOZY ABBIA AVUTO UN GRAN SUCCESSO.

    che importa? gli italiani mica votano per le presidenziali francesi.
    la mia è semplice informazione.
    quelli a cui non interessa non sono obbligati a leggere.
    .

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  8. #8
    email non funzionante
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo Visualizza Messaggio
    che importa? gli italiani mica votano per le presidenziali francesi.
    la mia è semplice informazione.
    quelli a cui non interessa non sono obbligati a leggere.
    tolomeo,
    vedo ogni giorni su Le Figaro on line i commenti della stampa sui candidati alla presidenza che sono nel numero di dodici.I dodici apostoli della Marianna?
    I Francesi hanno le nostre stesse difficoltà a scegliere perchè un grande battage mediatico orientato da chi ha più influenza nel controllo ideologico delle redazioni impedisce di capire se e come il Presidente neo eletto avrà la forza e la capacità di dare alla Francia una collocazione internazionale di prestigio e rispetto e in politica interna una risposta alla domanda di sicurezza e controllo del processo di integrazione dei migranti magrebini in francia.
    Per l'Italia un nuovo presidente francese non avrà nessuna influenza appena si consideri che i francesi non ci tengono in alcun conto.

  9. #9
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da tucidide Visualizza Messaggio
    tolomeo,
    vedo ogni giorni su Le Figaro on line i commenti della stampa sui candidati alla presidenza che sono nel numero di dodici.I dodici apostoli della Marianna?
    I Francesi hanno le nostre stesse difficoltà a scegliere perchè un grande battage mediatico orientato da chi ha più influenza nel controllo ideologico delle redazioni impedisce di capire se e come il Presidente neo eletto avrà la forza e la capacità di dare alla Francia una collocazione internazionale di prestigio e rispetto e in politica interna una risposta alla domanda di sicurezza e controllo del processo di integrazione dei migranti magrebini in francia.
    Per l'Italia un nuovo presidente francese non avrà nessuna influenza appena si consideri che i francesi non ci tengono in alcun conto.
    io penso invece che l'esito delle elezioni alle presidenziali francesi possa avere una influenza nella politica italiana, sia estera che economica che migratoria.
    se dovesse vincere Sarkozy, l'Italia si troverebbe isolata in Europa tra i traballanti Prodi e Zapatero, con le loro politiche controcorrente.
    A proposito di Sarkozy, la sua abilità nel portare dalla sua parte numerosi rappresentanti della cultura gauchiste, ha determinato anche - e questo pure perchè la Royal non "attrae" - le simpatie del direttore del Monde.
    .

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  10. #10
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    Un cretino statalista, socialista, che fa leggi particolari, migliaia, come in italia. Ne basterebbe una: tutti i cittadini hanno pari dignità, libertà individuale, e hanno la facolta di essere felici come pare loro nel rispeto del prossimo.

    Il resto speetta ai cittadini.

    Un socialista e basta. Non merita considerazione. Paranoico. Meglio quella porcona socialista, almeno ispira un po' di fantasia erotica. Un po'.

 

 
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