I popoli dell’Occidente si trovano oggi a vivere qualcosa di simile a quanto accadde nell’antichità, nel periodo del tardo Impero romano.
Chi conosce la storia romana non può non essere colpito dalle profonde analogie tra la situazione in cui oggi versa l’Occidente e quella dell’Impero romano tra il IV e il V secolo dopo Cristo. Mentre il Cristianesimo affiorava dalle catacombe, la società romana era immersa nel relativismo intellettuale e nell’edonismo pratico.
Popoli barbari premevano ai confini di un vasto Impero che dalla Britannia arrivava all’Africa Settentrionale e al mar Caspio. Le migrazioni barbariche in questo periodo conobbero diverse fasi: in una prima fase, singoli individui e gruppi di barbari entrarono in gran numero, ma alla spicciolata, nei territori dell’Impero, attratti dall’alto tenore di vita e dal fascino della cultura romana. In una seconda fase, popoli interi si stanziarono all’interno del limes romano, con l’autorizzazione degli Imperatori, che li accolsero come foederati, pensando in questo modo di neutralizzare l’aggressività.
Si aprì infine la terza fase, tra la fine del IV secolo e la caduta dell’Impero romano (476) in cui i barbari dilagarono armati fino a raggiungere il cuore dell’Impero. Roma, per ottocento anni inviolata, fu devastata due volte, dai Visigoti di Alarico e dai Vandali di Genserico; l’Impero crollò e la notte scese sull’Europa, fino all’alba della rinascita medievale, avvenuta con l’incoronazione di Carlo Magno, la notte di Natale dell’anno 800...
Il vero problema tuttavia non è l’odio contro l’Occidente da parte dei suoi nemici, ma l’odio che l’Occidente ha verso sé stesso e verso le proprie radici. La frase di Benedetto XVI secondo cui l’Occidente “non ama più sé stesso” è profondamente vera. Ma la massima evangelica secondo cui bisogna amare il prossimo come noi stessi ci insegna che chi non ama sé stesso non è capace di amare il proprio prossimo e si condanna all’isolamento e alla morte.





