Risultati da 1 a 10 di 10

Discussione: consiglia un libro

  1. #1
    Gaeta resiste ancora!
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    Predefinito consiglia un libro

    Visto che qst è un forum culturale, e che spesso ci si consiglia dei libri da leggere, ho pensato di aprire qst post!

    Apro le danze con;
    Fulvio Izzo, I Lager de savoia, storia infame del risorgimento nei campi di concetramento per meridionali, Controcorrente, Napoli, 1999, pp. 240.
    Questo libro, nel "lontano" 1999, mi ha fatto diventare un "becero reazionario"!

  2. #2
    W il Patriottismo Siciliano!
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    Corrado Mirto (prof. di Storia Medevale all'Università di Palermo, Scienze della Formazione), Il Regno dell'Isola di Sicilia e delle Isole Adiacenti (vol. I e II), Edas Ed., Messina.

  3. #3
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    Titolo: Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno
    Autore: Moe Nelson
    Editore: L'Ancora del Mediterraneo
    Data di Pubblicazione: 2004
    ISBN: 8883250826
    Pagine: 376

    È dal Settecento, quando si formano nell'immaginario collettivo le categorie di "europeo" e "civilizzato" e si costruisce poi l'identità italiana, che il sud è visto come barbaro o pittoresco, parte malata della nazione, da curare anche con la forza, o crogiolo della cultura greco-romana, fondamento dell'occidente. "'Un paradiso abitato da diavoli' - scrive Christopher Duggan sul Times Literary Supplement - rappresenta un contributo importante all'enorme mole di scritti che hanno cercato di smantellare vecchie categorie di analisi e d'interpretazione, presentando il sud in termini più aderenti alla sua realtà e in maniera più complessa".

  4. #4
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    Exclamation

    Pier Giusto Jaeger

    Francesco II° di Borbone

    L'ultimo Re di Napoli


  5. #5
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  6. #6
    W il Patriottismo Siciliano!
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    Natale Turco, L'essenza della questione siciliana. Storia e diritto 1812-1983, CSSSS, Catania, 1983 (introduzione del magistrato Salvatore Riggio).

  7. #7
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    Mi capita di leggere nei vari 3ad che il "brigantaggio" esisteva già come fenomeno di massa nel Regno delle Due Sicilie.
    Per quel poco che ho letto io sul brigantaggio meridionale pre unitario, si hanno degli sporadici arresti e condanne di poche persone dal 1850 in poi...(in Calabria!).
    Il banditismo nel 1800 fu un "fenomeno" anche europeo e mondialie ...e posto uno dei libri della "trilogia" di Hobsbwan, storico inglese: (I banditi, I ribelli, I rivoluzionari):



    Eric J. Hobsbawm
    Banditi
    Einaudi - Collana: Piccola Biblioteca Einaudi - Serie: Storia
    n. 179 - Pagine XVII-223 - Formato 11,5x19,5 - Anno 2002 - EAN13 9788806163044
    Argomenti: Storia moderna
    Esaurito - Temporaneamente non disponibile

    Note: Il banditismo sociale nell'eta' moderna - Traduzione di Eladia Rossetto - Nuova edizione riveduta e ampliata
    Caratteristiche: brossura

    Note di Copertina
    Il banditismo sociale ha sempre presentato straordinarie uniformità, riflesse in situazioni consimili in ogni luogo e cultura: appartiene alla «storia che si ricorda», perché cosí diversa da quella ufficiale. Eric J. Hobsbawm, cui si deve un altro bel libro sui «primitivi» della rivolta, I ribelli, ricostruisce qui le costanti e le componenti sociali, economiche, religiose, rituali, politiche del fenomeno. L'analisi, ricca di illuminazioni e sorretta da una casistica gustosa, è centrata non sul delinquente comune delle città, ma sul ribelle all'interno delle società rurali d'ogni tempo, eroe e vendicatore (ma anche portatore di contraddizioni irrisolte), simbolo della protesta e della rivolta contadina, espressione di un bisogno insaziabile di giustizia, incarnato in innumerevoli Robin Hood, veri e supposti. Tra mito popolare e realtà sociologica, la narrazione di Hobsbawm sa raggiungere un grado superiore di verità storica e umana.

    Dall'anticipazione:
    Il banditismo sociale presenta ovunque straordinarie uniformità, riflesso di situazioni consimili, in Cina come in Sicilia o in Ucraina e in Indonesia. Hobsbawm ricostruisce le costanti e le componenti sociali, economiche, religiose, rituali, politiche del fenomeno.



    Indice - Sommario

    Prefazione. Ritratto di un bandito.

    I. Banditi, stati e potere.
    II. Che cos'è il banditismo sociale?
    III. Chi diventa bandito?
    IV. Il ladro gentiluomo.
    V. I giustizieri.
    VI. Gli aiduchi.
    VII. Economia e politica del banditismo.
    VIII. Banditi e rivoluzione.
    IX. I requisitori.
    X. Il bandito come simbolo.

    Appendice A: Donne e banditi.
    Appendice B: La tradizione dei banditi.

    Poscritto.
    Letture alternative.


  8. #8
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    http://www.balzan.com/it/preistraeger/hobsbawm.cfm


    Ritratto di Eric Hobsbawm, U.K.
    Premio Balzan 2003 per la storia europea dal 1900

    Eric Hobsbawm è uno dei maggiori storici contemporanei.
    È nato ad Alessandria d'Egitto nel 1917, anno della rivoluzione d’ottobre, l’inizio e la fine della quale (nel 1991) incorniciano quello che ha definito il “secolo breve”, nell’opera che lo ha reso noto a tutto il mondo.
    Trascorsa l'infanzia a Vienna e Berlino, Hobsbawm è approdato nel 1932 in Inghilterra, dove a Cambridge ha svolto la sua attività di studioso.
    Storico dell'Ottocento, Hobsbawm ha dedicato al "lunghissimo secolo", che egli fa iniziare nel 1789 e terminare nel 1914, un'importante trilogia: Le rivoluzioni borghesi (1789-1848); Il trionfo della borghesia (1848-1875); L'età degli imperi (1875-1914). L'interesse di Hobsbawm si è anche rivolto alla storia del movimento operaio (Studi di storia del movimento operaio), alle diverse manifestazioni storiche della rivolta sociale (I ribelli; I banditi, I rivoluzionari) e alla genesi delle ideologie nazionalistiche (L'invenzione della tradizione, Nazioni e nazionalismo).
    Il suo libro più discusso è sicuramente Il secolo breve (del 1994), ampia sintesi della storia del Novecento, che si apre con lo scoppio della prima guerra mondiale e si conclude alla fine degli anni Ottanta con il crollo dei regimi comunisti nei Paesi dell'Est.
    Laudatio di Eric Hobsbawm (pdf, 47kb) Dati biografici di Eric Hobsbawm (pdf, 44kb) Curriculum professionale e bibliografia di Eric Hobsbawm (pdf, 47kb) Intervista con Eric Hobsbawm (pdf, 61kb)


  9. #9
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    PER NON DIMENTICARE......

    ANGELO MANNA- BRIGANTI FURONO LORO.Quegli assassini dei fratelli d'Italia.

    Sun Books

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo Visualizza Messaggio

    vista da un'altra parte (per cercare di capire)
    La lotta armata nel Sud, le bande contro e l'esercito del Regno,
    tutto trae origine da un grave disagio sociale
    IL BRIGANTAGGIO
    LA BORBONICA
    GUERRA PER BANDE
    La borbonica guerra per bande

    di Orazio Ferrara
    " Viva 'o re" fu il grido con cui i reggimenti napoletani del "felicissimo Regno delle due Sicilia" usavano andare all'assalto.

    Questo grido risuonerà rauco e disperato nelle terre del Sud anche dopo l'annessione al Regno d'Italia. A gridarlo saranno bande di irregolari, per lo più ex soldati dell'esercito borbonico, che non intendono arrendersi.
    Sono i romantici disperati dell'ultima barricata, malgrado tutto sia irrimediabilmente perduto. Per essi non ci sarà né onore né gloria, ma soltanto una crudele guerra per bande.

    " Brigantaggio" lo chiameranno sprezzantemente i Piemontesi. E con il termine "briganti" i legittimisti saranno consegnati alla Storia. Il "vae victis" di Brenna non è soltanto un aneddoto storico, è una costante nella storia dell'umanità. I vinti passeranno alla storia sempre e soltanto attraverso le pagine scritti dai vincitori e dovranno sempre giustificare il perché si siano battuti "per la parte sbagliata".

    Dunque, briganti ! Dopo averli massacrati si cercò quindi di liquidarne definitivamente la memoria storica con la taccia infamante di essere banditi da strada. Per questi motivi l'ossequiente storiografia ufficiale ha sempre etichettato per il passato, salvo rare e lodevoli eccezioni quali un Alianello e la sua "Conquista del Sud", ricca di spunti di riflessioni, con lo spregevole termine di "brigantaggio" quel decennio di storia italiana delle provincie meridionali, che seguì alla caduta del Regno delle Due Sicilie.

    Eppure in quel complesso fenomeno politico-militare si riversò di tutto. Da certo brigantaggio vero e proprio, secolare male endemico per le nostre contrade, alla resistenza popolare di fronte ai "diversi" Piemontesi, che avevano portato tra l'altro nuove e pesanti tasse e l'odiosa coscrizione obbligatoria, per finire all'idealismo di giovani ufficiali e soldati dell'ex esercito borbonico, irriducibili innamorati, "patuti" con voce popolare, della bianca bandiera gigliata, a cui un giorno avevano giurato eterna fedeltà.

    In questo esplosivo, e a volte sanguinoso, cocktail, accanto ad avanzi di galera e grassatori analfabeti, che non poche volte però riscattano il proprio passato con una morte onorevole, si riscontrano luminose figure di veri e propri "combattenti politici". Sono quest'ultimi a dare il sapore di epopea popolare alla sudista guerra per bande.
    Essi non hanno letto né tantomeno studiato Clausewitz, ma la guerra o per meglio dire la guerriglia sanno farla. E bene anche. Molti capibanda legittimisti si fanno ripetutamente beffa dei migliori strateghi avversari.
    Questa volta i meridionali si battono bene, li guidano capi decisi e non titubanti traditori. Viene così smentita clamorosamente la diceria che i Napoletani siano "cattivi e vili combattenti". D'altronde i Piemontesi se ne
    sono già accorti alla sanguinosa battaglia del Volturno, quando l'armata di Francesco II ha dimostrato di non essere un esercito di parata o da operetta. Le migliaia di morti e feriti d'ambo le parti, contati dopo la
    cruenta battaglia, testimoniano che ai Napoletani è mancata la fortuna non il valore.

    Anche la guerriglia esige un altissimo tributo di lacrime e di sangue. Da tutti, dai legittimisti e dagli "invasori", ma soprattutto dalle popolazioni meridionali, che parteggiano in maggioranza per i primi.
    I capi delle bande, dai soprannomi impossibili, quali solo la fantasia popolare può inventare (Pizzichicchio, Cicquagna, Pirichillo, Coppa, Diavolillo, Pilone, etc), provengono nella quasi totalità dai quadri del disciolto esercito borbonico. Dunque soldati del re ancora in armi, malgrado il " tutti a casa", che segue fatalmente ad ogni definitivo tracollo militare. Essi sono capi amati e rispettati, e perché no temuti, ma sempre per libera scelta da parte di tutti gli altri componenti. La scelta, trattandosi di formazioni volontarie, ricade sempre, e non può essere altrimenti, sui più abili, determinati e coraggiosi.

    Lo spontaneismo che si osserva nella strutturazione delle bande non significa assolutamente anarchia. Come ogni vero gruppo di combattimento che si rispetti, in esse regna una ferrea disciplina militare, cosa d'altronde più che logica in quanto ne va della sopravvivenza stessa dei componenti.
    Disciplina e organizzazione militare più che efficienti, come hanno riconosciuto rigorosi storici, che non si può certo accusare di essere corrivi al fascino del "mito sudista". Dell'esistenza di questa rigida disciplina ne sono prova le pagine del diario scritto dal Sergente Romano, alias Pasquale Domenico Romano, Primo Sergente ed Alfiere nella I Compagnia del V Reggimento di linea borbonico. Uno dei migliori capibanda, che
    scorrazza con i suoi 500 uomini a cavallo nelle pianure pugliesi.

    Gli stessi storici sono stati costretti ad ammettere che la tanto vituperata "ferocia sanguinaria" dei cosiddetti briganti è dovuta alle piccole bande di malfattori, che vivono come parassite ai margini delle grandi bande
    legittimiste. Formate per lo più da delinquenti comuni, approfittano del caos di quei tempi burrascosi per meglio perpetrare i loro delitti, ammantandoli di una falsa coloritura politica.
    Le razzie, i saccheggi, le uccisioni e i sequestri compiuti anche dalle bande legittimiste rispondono quasi sempre alle tragiche necessità della guerriglia e dell'autofinanziamento.
    Il segreto del successo per cui i ribelli tengono per così lungo tempo in scacco notevoli forze avversarie sta nella perfetta conoscenza del terreno, nella loro straordinaria mobilità, nella copertura, che spesso rasenta la complicità, delle popolazioni. Non solo le montagne e i boschi, luoghi naturalmente elettivi per ogni forma di guerriglia, sono teatro delle loro gesta. Anche in campo aperto, come le vasti distese della Puglia, i legittimisti dimostrano un buona padronanza della tattica militare, tanto da impegnare in combattimenti frontali interi reparti della cavalleria sabauda, tra i quali i lancieri di Montecelio e i Cavalleggeri di Saluzzo.

    La carta decisiva e vincente della mobilità fa sì che il combattente legittimista viva praticamente sempre in marcia. Spesso egli, per più giorni, forma un tutt'unico con la propria cavalcatura, bardata con la doppia bisaccia, in cui trovano posto i pochi viveri e le preziose munizioni. Non è eccezionale per le bande percorrere senza soste, in solo dodici ore e di notte, anche 50 miglia su terreno impervio. Se al frugale
    desinare e al poco riposo, aggiungiamo il clima inclemente e rigido, che nella stagione invernale investe le zone montuose interne del Meridione, ci si rende conto quale tempra di uomini fossero i combattenti filo-borbonici.
    E si capisce del perché fosse necessario anche una dura disciplina e la presenza di un capo carismatico, riconosciuto spontaneamente per tale da tutti, per superare, senza gli inevitabili sbandamenti e diserzioni, i molti momenti di stanchezza e di sconforto. Ma soprattutto si capisce quale genuina idealità animasse il grosso delle formazioni ribelli.
    La flessibilità del numero degli elementi formanti una banda è un'altra caratteristica degna di menzione. Al nucleo originario, che costituisce lo zoccolo duro della resistenza, si aggrega nella stagione propizia,
    soprattutto nei primissimi anni successivi al 1860, altra gente, contadini quasi sempre, che fanno bravamente la loro guerra contro i nemici di re Francesco.

    Malgrado le inevitabili rivalità esistenti tra di loro, non sono poche le volte in cui diverse bande si concentrano in un'unica grossa forza da battaglia per colpire più duramente il nemico. Raggiunto lo scopo, ci si disperde rapidamente, riformando i gruppi originari. Normalmente la tecnica di combattimento è quella di sempre della guerriglia. Imboscate, attacco ai fianchi di colonne in marcia, rapide incursioni con ancor più rapide ritirate sulle montagne.
    Come tutti i combattenti irregolari i legittimisti non hanno una vera e propria divisa, anche se qualcuno indossa ancora orgogliosamente qualche vecchio e lacero capo della divisa dell'ex reggimento borbonico in cui ha militato. Quasi tutti però portano il cappello nero a larghe tese ornato da un nastro rosso. I capibanda più famosi ostentano sul petto le onorificenze concesse dal sovrano borbonico in esilio. Anche le bandiere di combattimento sono le più diverse e fantasiose. Accanto all'immancabile ed amata bianca bandiera gigliata, sventolano colorati stendardi con diafane figure di santi protettori e di bellissime madonne.
    Nella sudista guerra per bande anche la fede va in battaglia.

    Orazio Ferrara
    (Tratto dal libro dello stesso autore Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della
    borbonica guerra per bande - Centro Studi I Dioscuri, 1997, vincitore 2°
    posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini
    di Firenze Edizione 1997)
    -------------
    L'autore:
    Orazio Ferrara, è nato a Pantelleria (1948), vive a Sarno in provincia di Salerno. Scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi Parole sudiste, d'amore e altre ancora (1978), Storie Sarnesi (1993), Paputi un mito antico (1994), Arcaiche radici e diafane presenze (1995), Un capitano d'industria nella Valle del Sarno (1995), Il mito negato (1996), Sarno guida alla città
    (1996, con altri autori), Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della borbonica guerra per bande (1997, vincitore 2° posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini di Firenze Ed. 1997), Il Celeste Patrono della Gente di Mare. San Francesco da Paola (1997), L'antica terra murata della città di Sarno: San Matteo (1998), I Signori del mare. Appunti per una storia delle antiche marinerie (1998), Un ragazzo di piazza Croce.
    Contributo per un processo di beatificazione (2003). E' redattore dei periodici locali La Voce ed Eventi, collabora a diverse riviste e giornali a diffusione nazionale, tra cui L'Alfiere, il mensile Storia del Novecento e la bilingue Santini & Similia. Dirige il Centro Studi di Storia, Archeologia e Araldica I Diòscuri.

 

 

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