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Discussione: 1968

  1. #61
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    Confusissime. I giovani, che erano stati nutriti dal vitalismo rock e beat, volevano soprattutto compiere atti volontaristici: conquistare un ruolo, determinare il proprio domani con un gesto estetico e cretivo. Una sorta di titanismo entusiasta che non aveva ancora assunto i colori decadentisti e nichilisti che ne caratterizzarono i colpi di coda della disperazione esistenziale tipo 77.
    Per farti capire come fosse un vero e proprio crogiuolo di ogni possibilità, il Movimento era sia pacifista che guerrafondaio. Non esistevano precisi luoghi comuni al di là della rivolta contro il bigottismo e l'ipocrisia.
    Ti racconto la storia del mio 68 (anni quattordici). Ero alla sucursale del Giulio Cesare (solo quarte e quinte ginnasio) e il Movimento in autunno aveva lanciato la "rivolta degli studenti medi" che poi divenne un'onda lunga nel primo trimestre dell'anno successivo. Tutta la scuola (parlo di quattro classi, poca cosa) era in subbuglio e tutti vollero partecipare. Sicché andammo nel tempio della contestazione, al Collettivo di Lettere che era già dominato dai rossi. Va chiartito che non solo dicemmo chiaramente che non eravamo rossi ma che il più di noi era qualunquista, la maggororanza dei non qualunquisti era orientata a destra e alcuni si definivano persino democristiani. Fra tutti i "contestatori" della succursale c'era solo un giovane comunista, brillante peraltro, che era guardato con sospetto da tutti e tenuto lontano.
    A Lettere proponemmo l'occupazione della nostra scuola; ci dirottarono all'Unione Donne Italiane (che scoprii essere una mascheratura intelligente della sede del PCI del quartiere); qui non simpatizzammo e allora presi in mano la situazione e proposi di organizzare insieme all'MSI l'occupazione della scuola il 25 aprile per protestare contro quella festività. Non ci furono obiezioni; la cosa non riuscì solo perché la sezione del Msi non era preparata a simili imprese, tutto qui.
    Questo per spiegare come ogni possibilità fosse aperta. Solo poche minoranze ideologizzate e organizzate avevano dei contorni precisi; il resto era humus rivoluzionario.
    Se ti capitasse di leggerti "Biennio rosso" di Scalzone coglieresti un po' di quei sapori e soprattutto come s'incanalò, mortificandosi e divenendo angusto, il flusso del 68 allorquando la minoranza organizzata rossa ebbe il cammino libero. Con il mito delle lotte operaie e la partecipazione all'autunno caldo del 69 coniarono quella che ritennero la "soluzione rivoluzionaria" per dare sbocco al movimento. "Più salario, meno orario!" Questo scadimento programmatico e filosofico, quest'opacizzazione dei colori contrassegnò l'immissione del flusso in un torrentello senza sbocchi.
    Lo stesso Cohn Bendit nel 1988 ammise che la grande occasione del 68 era stata mancata perché i principali quadri, per opposizione al modello dominante (dunque borghese e occidentalista), avevano avuto la pessima idea di rivolgersi a ideologie prefabbricate e a modelli alternativi del tutto improponibili, fallimentari e sbagliati.
    Non ritieni che il '68 "romano" fosse diverso dagli altri, se non altro per la grande presenza nera nelle scuole e nelle università, cosa per esempio non paragonabile a realtà come Torino Milano e Bologna dove il '68 si caratterizzò immediatamente con un colore ben definito?
    Non nobis Domine, non nobis sed nomine Tuo da gloriam

  2. #62
    Alvise
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    Citazione Originariamente Scritto da metapolis Visualizza Messaggio
    Confusissime. I giovani, che erano stati nutriti dal vitalismo rock e beat, volevano soprattutto compiere atti volontaristici: conquistare un ruolo, determinare il proprio domani con un gesto estetico e cretivo. Una sorta di titanismo entusiasta che non aveva ancora assunto i colori decadentisti e nichilisti che ne caratterizzarono i colpi di coda della disperazione esistenziale tipo 77.
    Per farti capire come fosse un vero e proprio crogiuolo di ogni possibilità, il Movimento era sia pacifista che guerrafondaio. Non esistevano precisi luoghi comuni al di là della rivolta contro il bigottismo e l'ipocrisia.
    Ti racconto la storia del mio 68 (anni quattordici). Ero alla sucursale del Giulio Cesare (solo quarte e quinte ginnasio) e il Movimento in autunno aveva lanciato la "rivolta degli studenti medi" che poi divenne un'onda lunga nel primo trimestre dell'anno successivo. Tutta la scuola (parlo di quattro classi, poca cosa) era in subbuglio e tutti vollero partecipare. Sicché andammo nel tempio della contestazione, al Collettivo di Lettere che era già dominato dai rossi. Va chiartito che non solo dicemmo chiaramente che non eravamo rossi ma che il più di noi era qualunquista, la maggororanza dei non qualunquisti era orientata a destra e alcuni si definivano persino democristiani. Fra tutti i "contestatori" della succursale c'era solo un giovane comunista, brillante peraltro, che era guardato con sospetto da tutti e tenuto lontano.
    A Lettere proponemmo l'occupazione della nostra scuola; ci dirottarono all'Unione Donne Italiane (che scoprii essere una mascheratura intelligente della sede del PCI del quartiere); qui non simpatizzammo e allora presi in mano la situazione e proposi di organizzare insieme all'MSI l'occupazione della scuola il 25 aprile per protestare contro quella festività. Non ci furono obiezioni; la cosa non riuscì solo perché la sezione del Msi non era preparata a simili imprese, tutto qui.
    Questo per spiegare come ogni possibilità fosse aperta. Solo poche minoranze ideologizzate e organizzate avevano dei contorni precisi; il resto era humus rivoluzionario.
    Se ti capitasse di leggerti "Biennio rosso" di Scalzone coglieresti un po' di quei sapori e soprattutto come s'incanalò, mortificandosi e divenendo angusto, il flusso del 68 allorquando la minoranza organizzata rossa ebbe il cammino libero. Con il mito delle lotte operaie e la partecipazione all'autunno caldo del 69 coniarono quella che ritennero la "soluzione rivoluzionaria" per dare sbocco al movimento. "Più salario, meno orario!" Questo scadimento programmatico e filosofico, quest'opacizzazione dei colori contrassegnò l'immissione del flusso in un torrentello senza sbocchi.
    Lo stesso Cohn Bendit nel 1988 ammise che la grande occasione del 68 era stata mancata perché i principali quadri, per opposizione al modello dominante (dunque borghese e occidentalista), avevano avuto la pessima idea di rivolgersi a ideologie prefabbricate e a modelli alternativi del tutto improponibili, fallimentari e sbagliati.
    Molto interessante...

  3. #63
    Alvise
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    Citazione Originariamente Scritto da metapolis Visualizza Messaggio
    Scusate, chi di voi aveva l'età delle esperienze nel 1968? Io sì, avevo 14 anni e vi dico che il 1968 fu tutt'altra cosa. La piega che voi immaginate fu presa a partire dal 1969 per la mancanza di capacità d'interpretare il Sessantotto da parte delle sue inadatte "avanguardie". Lo ha ammesso lo stesso Cohn Bendit nell' 88.
    Io sono un prodotto proprio del Sessantotto e con me molti altri.
    Lo spirito del Sessantotto era solare, a differenza della piega che prese in seguito per la mancanza di una centralità che lo polarizzasse.
    Inoltre tutte le forze nazionalrivoluzionarie d'avanguardia, tutte, in quell'epoca erano col Sessantotto.
    E poi, nel 76 ai tempi di Lotta Studentesca definimmo il Sessantotto una rivoluzione tradita.
    Se ora vogliamo divertirci ad attribuire al Sesantotto il ruolo di un nuovo 1789 facciamolo pure: ogni cosa si può dipingere soggettivamente a piacimento. Ma questo significherebbe parlare astrattamente di ciò di cui non si ha sapore e quindi sapienza (la radice è la stessa).
    Domanda banale: ma SE veramente si può parlare di un '68 alternativo, o perlomeno di un '68 che inizia in modo diverso, perché nel giro di un anno muore?

    Ed in cosa era diverso dal '68 che è seguito? A parte la contestazione verso il sistema, qual'era la differenza essenziale?

  4. #64
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    Citazione Originariamente Scritto da Alvise Visualizza Messaggio
    Domanda banale: ma SE veramente si può parlare di un '68 alternativo, o perlomeno di un '68 che inizia in modo diverso, perché nel giro di un anno muore?

    Ed in cosa era diverso dal '68 che è seguito? A parte la contestazione verso il sistema, qual'era la differenza essenziale?
    Direi che l'humus era comunque confuso e soprattutto che non ci fu nessuno in grado di dare un taglio preciso al tutto; di sottrarre la substantia al suo inesorabile spegnersi in se stessa; insomma di esprimere Regalità Rivoluzionaria.
    Il che si manifestò anche nella differenza essenziale fra la solarità esuberante (ma inconscia, acefala, priva di fissità) del 68 e il suo sbocco in ideologie e schemi di tipo ultratellurico e contemporaneamente in schemi angusti, retrivi e mortificanti quali la lotta di classe e la questione salariale.
    Per sopravvivere a se stesso il Movimento fu portato a commettere una sorta di suicidio iniziatico e di darsi una vita da zombie.
    Ad opera delle sue guide che - in mancanza di meglio - si trovarono ad essere i più brillanti ed esuberanti rappresentanti delle culture retrograde, minoritarie, oniriche e cervellotiche della sinistra estrema.
    Lenin sosteneva che a frenare la rivoluzione fosse il "ritardo dei dirigenti". Al di là del precipuo significato leninista, direi che il "ritardo dei dirigenti" rispetto alla realtà sia la costante di tutto il dopo fascismo, all'estrema sinistra come all'estrema destra; con pochi, davvero pochi, casi che fanno eccezione ma che non riescono a incidere più di tanto perché sono circondati da collaboratori in costante ritardo che, sempre perplessi e dubbiosi, frenano.

  5. #65
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    Citazione Originariamente Scritto da Il Pretoriano Visualizza Messaggio
    Non ritieni che il '68 "romano" fosse diverso dagli altri, se non altro per la grande presenza nera nelle scuole e nelle università, cosa per esempio non paragonabile a realtà come Torino Milano e Bologna dove il '68 si caratterizzò immediatamente con un colore ben definito?
    Sì; anche se c'è tutto il sud, c'è Perugia, c'è la stessa Torino ad andare nella direzione romana se non addirittura meglio. Ma questo è sempre un fatto di etichette, di attribuzioni. La massa sessantottina non si sentiva comunista affatto, da nessuna parte, tranne, forse, dove l'intera società si sentiva già comunista (emilia, marche, toscana). E anche in questi casi al massimo era anarcocomunista, era guerrigliera vietcong. Furono la grande sconfitta del Maggio '68 e la parentesi estiva con i dibattiti organizzativi a produrre la riproposizione in chiave organizzativa e ideologica comunista del Movimento; di un Movimento che, però, divenne molto più esiguo di prima e si divise in lotte intestine tanto stupide quanto accanite.
    A dopare il quadro intervenne l'onda lunga della partecipazione degli studenti medi che vissero, con alcuni mesi di ritardo, in una vera e propria asimmetria con l'università, quello spirito originario che gli universitari avevano già perso.
    Poi il 69 con il famoso "autunno caldo" e con la comune partecipazione di studenti e operai lanciò un nuovo immaginario; ma le presunte "avanguardie" erano marginali rispetto alla classe operaia che mitizzavano e che si rivelò ben presto molto più riformista e amante dell'ordine di quanto i suoi mitizzatori potessero mai immaginare.

 

 
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