Yagmurlar . Sebnem Ferah
YouTube - ?ebnem ferah-ya?murlar
Matti correva per il sentiero senza badare a sassi e pozzanghere, acqua e ghiaia schizzavano al suo passaggio, i pantaloni di lana coperti di macchie. Nel terrore nulla importava, nemmeno il rischio di cadere. Solo arrivare al sicuro nella palizzata di Herzen, il suo paese.
Non aveva visto venti inverni, Matti il pastore, ma conosceva ogni pianta e animale, i proprietari più ricchi si disputavano i suoi servizi e alla sua famiglia non mancava nulla. Amava il bosco e tutto quello che c’era, per questo aveva fatto facilmente amicizia col vecchio che ci viveva.
Il druido lo chiamavano.
Parlava poco con la gente, raramente si vedeva in paese, ma a lui aveva cominciato a insegnare i suoi segreti, come se fosse normale conversazione, non aveva mai chiesto nulla in cambio.
Poi il mese prima era cominciata, Andreas il falegname si era ammalato per primo. Sembrava una semplice tosse all’inizio, ma non passava, la gola si chiudeva col tempo fino a ridurre il respiro a un fischio stentato, la febbre. Ogni giorno c’era qualche nuovo malato e nessuno era ancora guarito, Katje, la donna delle erbe, non sapeva più che fare. Poco dopo l’inizio Matti aveva fatto per la prima volta il sogno, che ora tornava ogni notte, identico.
Un mese in quella maniera, desiderava il consiglio del suo amico, ma quello non si faceva vedere.
Infine anche suo padre aveva cominciato a tossire, e allora aveva deciso, nonostante la pioggia d’autunno si era addentrato nel bosco, la casa del druido era lontana, in cima a una collina.
Fuori dalla casa non c’erano i cani, ma la porta era aperta, cattivo segno.
Matti era entrato.
Il druido era steso a terra, mezzo vestito, nella spalla sinistra, nuda, era piantato un oggetto con tante punte. Dalla piccola ferita si dipartiva una ragnatela blu di capillari esplosi, scendeva fino a metà del braccio e dall’altra parte si allargava verso il petto, veleno, il suo amico era morto.
Matti non si era chiesto se fosse successo da poco o molto, si era girato e aveva cominciato a correre.
Si fermò solo dopo essere arrivato nella sua camera, in casa.
Per molto tempo rimase steso sul letto ad aspettare che il cuore tornasse normale.
Colpi di tosse dall’altra camera. Ora anche nemici fuori nel bosco, ma chi? Non c’era più nessuno a cui chiedere consiglio, e il sogno lo attendeva appena si fosse addormentato.
Il sogno.. alla fine si era spaventato solo perché non ne aveva mai avuti di così nitidi e non erano mai tornati a tormentarlo per settimane. Però non era brutto, anzi c’erano una bella musica e una bella donna che cantava parole incomprensibili, a tratti la vedeva chiaramente, ma spesso era nascosta dall’acqua come se fosse dietro una cascata, o un velo di lacrime. Sembrava sempre desiderosa di comunicargli qualcosa, ma lui si ritraeva, e se avesse voluto parlargli del pericolo che stavano correndo ? Rimase a pensarci fino all’ora di cena.
Nella stanza a pianterreno la tavola era apparecchiata solo per lui, sua madre sedeva in silenzio davanti al fuoco del camino. La zuppa fatta con la panna acida, pane secco e un uovo, poi l’insalata di cavolo rosso, la birra. Quel che si trova in ogni casa modesta di tutto l’Impero.
“ Papà come sta ? “
Sua madre stava a curarlo tutto il tempo, era solo questione di giorni prima che si ammalasse anche lei.
“ Peggio di ieri. E ho saputo che anche Helena è malata.. “
Helena, la figlia di Katje, il morbo aveva potuto entrare anche in una casa consacrata a Shallya.
Ballava sempre con lui alle feste, qualche volta erano andati assieme a cercare le erbe medicinali.
Fu in quel momento che ancora decise, la donna del sogno era la sua ultima speranza, per questo badò a non appesantirsi con la cena e subito dopo tornò nella sua camera ad aspettare il sonno.
Era li come sempre con la sua canzone, gli tendeva le braccia attraverso la cortina d’acqua, Matti si sentiva lucido come se fosse ancora sveglio. Cercò di toccarla, vide se stesso affondare nell’acqua, pensando che era solo un sogno si lasciò cadere. All’improvviso la scena era cambiata, si trovava su un sentiero tra colline erbose, ma un ratto gli sbarrava la strada. Grosso come un daino, dall’aspetto feroce, ma sicuramente un ratto, Matti sapeva come trattare gli animali, ci mise poco ad ammansirlo, il topone se ne andò lasciandogli libero il passo. Poco oltre c’era una capanna disabitata, ma piena di utensili come il laboratorio di un erborista, distingueva un paio di erbe medicinali piuttosto comuni. C’era poi una pentola con acqua appena fumante e del muschio giallo che non aveva mai visto prima. Le sue mani raccoglievano il muschio dall’acqua calda e lo strizzavano sulle altre due erbe..
Fu svegliato dalla luce dell’alba, ricordava quasi tutti i particolari del sogno, il muschio giallo, avrebbe potuto riconoscerlo se ne avesse trovato, forse era la cura. Poteva essere folle affidare le proprie speranze a un sogno, ma in quella situazione era l’unica cosa che avesse.
Fece colazione con più appetito del solito, sapendo che poteva essere l’ultima della sua vita, poi preparò i migliori vestiti che aveva. Stivali, mantello di lana, cappellone di feltro, e anche la sua fionda, il bastone e il flauto. Baciò la madre prima di uscire, forse avrebbero trovato anche lui steso da qualche parte con una di quelle cose avvelenate addosso, ma era deciso, senza muschio giallo non sarebbe tornato. Per strada la gente del paese non gli badava, erano tutti assiepati davanti a un’altra casa. Non c’era bisogno di chiedere, il morbo aveva fatto il primo morto. Alla porta della palizzata due guardie armate di lancia si scaldavano con un braciere, i volti coperti da sciarpe, uno tossiva.
Matti si inoltrò nel bosco.
Ci sono persone, come i cacciatori e i boscaioli, che sanno muoversi in silenzio.
Un pastore no, lui deve fare rumore per allontanare la vipera e il lupo, e per farsi trovare dalla bestia smarrita. Matti per la prima volta nella sua vita si rendeva conto di quanto fosse difficile muoversi in un bosco senza fare rumore, rimaneva lontano dai sentieri, ma ugualmente ci sarebbe voluto poco per accorgersi del suo passaggio. Un cacciatore avrebbe potuto trovare tracce, capire se l’assassino del vecchio fosse passato da quelle parti. Matti sapeva distinguere solo le piante, quelle inutili e quelle che curano gli animali, a volte scorgeva un fungo raro e per abitudine si fermava a raccoglierlo. Un malintenzionato avrebbe potuto facilmente seguirlo e accoltellarlo mentre si chinava, poteva essercene più di uno e tra quei rami fitti la sua fionda non sarebbe servita.
Un rumore.
“ Ecco, stanno arrivando.” Pensò Matti stringendo il bastone, qualcosa stava discostando due alberi per farsi strada.
All’inizio vide solo una sagoma luminosa, di un verde più chiaro delle foglie, ma mentre si avvicinava i particolari diventavano visibili, un uomo, la luce sembrava attraversarlo, forse un fantasma. La paura lasciò il posto allo stupore quando riconobbe il viso, era il druido, il suo amico che aveva trovato morto il giorno prima era tornato a camminare tra i vivi.
L’apparizione non disse nulla, gli fece solo segno di seguire, prima di voltarsi e rientrare nella luce oltre i due alberi.
Il pastore attraversò a sua volta il varco, la luce e il druido erano scomparsi, ma c’era davanti a lui un nuovo sentiero, era come se le piante di loro volontà si fossero spostate per tracciare un percorso diretto, senza svolte. Camminò fino a pomeriggio inoltrato mangiando crudi i funghi che aveva raccolto, il suo senso dell’orientamento gli diceva con chiarezza dove quella strada lo avrebbe condotto. Stava tornando alla casa sulla collina, il sentiero terminava proprio ai suoi piedi.
L'ultimo tratto era allo scoperto, non vedeva anima viva, ma sentiva chiaramente di essere osservato, sguardi malvagi, numerosi, eppure troppo meschini per farsi vedere, ora che lui aveva lo spazio per usare la fionda. Sentiva anche di non dover mostrare paura, se avesse corso lo avrebbero aggredito da ogni parte, camminava a passo costante accompagnato dall'immagine di quella cosa piena di punte e di un corpo devastato dal veleno. La porta era spalancata come l'aveva lasciata il giorno prima, se la chiuse alle spalle, mise il paletto e si concesse un respiro.
Ma quel che vide all'interno gli fece dimenticare la paura.
Il corpo del druido non c'era più, ma la sua tunica col cappuccio era ancora per terra, nello stesso punto in cui l'aveva visto, come se fosse evaporato. Sul tavolo di noce massiccio invece stavano due oggetti che prima non c'erano: un falcetto di bronzo e una nocciola, con un foro minuscolo nel guscio, leggera come se fosse vuota.
Erano gli oggetti che Matti avrebbe dovuto ricevere se fosse diventato druido a sua volta, ma la sua istruzione era incompleta, non ne era degno. Eppure il suo maestro li aveva lasciati li per lui. Per la prima volta da quando tutta quella faccenda era iniziata, trovò la forza per piangere.
Kill in the spirit world - Black Sabbath
Quando Mattheus Holtzmann uscì dalla casa, poco prima del tramonto, non era più la stessa persona. Indossava la veste da druido, il volto nascosto dal cappuccio, il falcetto appeso alla doppia cintura di corda, delle cose con cui era entrato aveva tenuto solo il flauto. Dietro la collina, dalla parte opposta rispetto alla strada per Herzen, stava il luogo di potere, una radura aperta, sotto i piedi nudi poteva sentire i sassi disposti a spirale, nascosti dall'erba alta. Sentiva rumori attorno a lui, lo stavano ancora osservando, ma ora erano ancora più numerosi, gli stringevano un cerchio attorno.
Ignorandoli si pose al centro della radura e fissò il sole al tramonto per non pensare, ben presto si sentì invadere dalla forza del bosco che risaliva dai piedi. Si avvicinavano.
Spezzò con i denti il guscio della nocciola, sapore amaro, un intruglio da tenere sotto la lingua mentre ascoltava i battiti del cuore. Dopo alcuni istanti arrivò il colpo di vertigine, gli sembrava di vedere tutta la radura dall'alto, lui stesso al centro e attorno quelle cose che non cercavano più di nascondersi. Coperti di stracci e ferraglie, camminavano su due gambe come uomini, ma i musi erano quelli dei ratti. Denti piccoli e affilati, coltelli crudeli dalle lame smangiate, riusciva a distinguerli tutti in ogni direzione. Due in particolare erano avvolti in bende nere che lasciavano solo una fessura per gli occhi, i lembi svolazzavano nella brezza, la morte camminava con loro.
Mattheus portò alla bocca il flauto e si mise a suonare.
Era un motivo semplice che aveva inventato mentre sorvegliava gli animali al pascolo, ma in quel luogo diventava un incantesimo, la terra e le piante si sollevavano a difenderlo, l'erba si attorcigliava attorno alle gambe di quelle creature, rampicanti spinosi comparsi dal nulla li soffocavano. Squittivano in maniera prima rabbiosa, poi spaventati, i loro proiettili ronzavano attorno a Mattheus senza colpirlo, come se l'aria stessa rifiutasse di lasciarli passare. Lui continuava a suonare senza più preoccuparsi degli assalitori, la sostanza contenuta nella nocciola espandeva i suoi sensi, se la sua preparazione era sufficiente gli avrebbe aperto la strada per l'altro lato delle cose, ma in caso contrario lo avrebbe ucciso. Skaven, era così che li chiamavano, ora statue morte, spezzate, appena distinguibili sotto l'intrico di rovi. Quando vide tutto sparire in un lampo di luce dorata capì di avercela fatta, chiuse gli occhi per un attimo, quando li riaprì era nel bosco dorato, era un druido.
Ora che lo vedeva poteva capire il motivo del nome, la luce non proveniva da un punto preciso, ma sembrava diffondersi dall'aria e dava quella tinta agli alberi dagli alti fusti e le foglie simili a quelle dell'edera. Vedeva in lontananza una sorgente d'acqua fumante, avrebbe voluto andare a specchiarsi, perchè sapeva che nell'altro lato le cose e le persone cambiano forma, anche il falcetto appeso alla sua cintura sembrava più lungo e pesante. Ma non osava abbassare lo sguardo o uscire dal sentiero, perchè non aveva una guida e temeva di perdere la strada se non fosse rimasto concentrato sul suo scopo.
Senza staccare il flauto dalle labbra iniziò a suonare la canzone del sogno, quella della donna che lo aveva chiamato per mostrargli la cura, e suonando si incamminò, lo sguardo fisso avanti, sperando che il bosco capisse la sua richiesta e lo portasse al posto dove cresce il muschio giallo.
Passava tra gli alberi senza fermare lo sguardo sui particolari per non perdere la concentrazione, eppure poteva percepire che qualcosa non era come doveva. C'erano ombre fonde, in certi punti sembravano grumi di tenebra solida, attaccati ai tronchi come una malattia. Con tutti i suoi sforzi per rimanere concentrato sulla canzone, non poteva fare a meno di notare le foglie accartocciate dove la tenebra era penetrata, sentiva un male all'opera, di cui il morbo e gli Skaven erano solo un riflesso materiale. Sentiva che quel male non gli avrebbe permesso facilmente di trovare la cura.
Quando il sentiero si allargò e vide in lontananza una luce diversa capì di essere arrivato dove voleva, e non si stupì di trovare la strada sbarrata. Erano in tre, alti, deformi oltre ogni dire, avevano un solo occhio, un corno contorto in mezzo alla fronte, grandi spade spezzate, arrugginite. Vedendolo si avvicinarono blaterando frasi insensate, eccitati come se avessero incontrato un amico, Si allargavano per circondarlo. Mattheus non aveva fatto tutta quella strada per rinunciare, lasciò cadere il flauto e portò la mano all'oggetto pesante che gli pendeva dalla cintura. Quello che nel mondo reale era un falcetto di bronzo qui era una spada, dall'elsa d'oro e la lama di cristallo, scheggiata come selce, un fuoco verde bruciava al suo interno, una luce calda che si diffuse in lui riempiendolo di sicurezza.
Chiamò il vento della magia di giada e questo lo sollevò in alto, solidificandosi in una colonna sotto i suoi piedi, ma subito la tenebra vi si avviluppò come una scala a chiocciola permettendo ai mostri di salire in fila. Mattheus li attese tenendo la spada alta sulla testa. Anche il primo ad arrivare in cima era pronto a vibrare lo stesso tipo di fendente, le lame s'incontrarono nel taglio di fuoco e pietre, ma l'arma dell'abominio non resse l'urto e si spezzò, mentre la spada di cristallo continuava la sua corsa fino ad aprire in due la testa dell'aggressore.
.. Ma come faceva a sapere il nome di quella mossa ? ..
Non c'era tempo di pensarci, liberò la lama e la portò indietro, bassa e orizzontale scambiando la posizione delle gambe. Quando il secondo mostro tentò lo stesso taglio, Mattheus si spostò in diagonale lasciando che lo slancio dell'avversario lo portasse sul filo della sua spada, era come colpire sacchi di carne flaccida senza ossa.
Mentre la schifezza cadeva in due pezzi continuò il suo movimento lasciandosi cadere oltre l'orlo della colonna, sperava così di sfuggire al terzo, che però dall'alto si tuffò su di lui con un gran balzo cercando di fenderlo a mezz'aria. Mattheus dovette ruotare su se stesso in volo per parare in uno scoppio di scintille, poi proseguire la rotazione per toccare terra in piedi, in guardia, come anche il suo avversario a poca distanza.
Foglie morte fluttuavano nel'aria tra loro.
Oh se avesse potuto portare anche nel mondo reale tutta quella lucidità, quella leggerezza, che grande eroe sarebbe stato.
L'abominio caricò con la spada alzata come i primi due, ma all'ultimo momento ribaltò la lama in un taglio basso per spezzare la gamba destra di Mattheus, questo per salvarsi dovette buttarsi in una caduta a capriola, passando sopra la lama incrostata del suo nemico e finendo oltre in ginocchio. Con quella cosa alle spalle. Se si fosse rialzato il nemico lo avrebbe decapitato, invece girò su se stesso rimanendo basso, facendo perno sul ginocchio, ed eseguì una spazzata rasoterra che colse le caviglie della creatura mandandola a terra di schiena, i moncherini delle gambe emettevano getti di un liquido fetido, gelatinoso. Mattheus si spostò rapidamente per non essere toccato da quella schifezza infetta e finalmente si alzò per finire la cosa. Questa rimaneva a terra supina e lo fissava col suo occhio coperto di cataratta.
" Druiduccio, sei bravo. "
" Sai parlare ?.. "
La creatura deforme non rispose e continuò il suo discorso.
" Un druido difende le forze della vita, vero ? Ma anche noi ne facciamo parte. Le paludi da cui vengo brulicano di vita anche più del tuo bosco, la putrefazione di uno è il nutrimento di molti, ci hai mai pensato ? "
" Non è un buon motivo per affrettare la morte di quell'uno, prima che abbia raggiunto il suo tempo. "
La risposta fu preceduta da una risata fischiante.
" E perchè no? Vita e morte sono una cosa sola, una non può esistere senza l'altra, come la luce ha bisogno delle tenebre ! "
" Vita e luce non hanno bisogno di altro per esistere, la morte e le tenebre invece sono solo la loro assenza, non esistono veramente. "
" Come no, guarda la tenebra come aderisce agli alberi, come li abbellisce, toccala prima di dire che non esiste. Noi siamo qui, ormai facciamo parte del bosco, devi accettarci, devi toller..gràà.."
Mattheus annoiato da quel discorso gli aveva infilato la spada in bocca, fino a sentirla affondare nella terra oltre la testa di quel coso, la sua rabbia si riversava attraverso la lama di cristallo come un fuoco smeraldino, bruciava la carcassa sotto di lui, si estendeva in ogni direzione fino a risalire le radici degli alberi e raggiungere ogni singolo grumo infetto. Senza nemmeno sapere come, stava risanando il bosco, con la sua vita, capiva chiaramente che il tempo della sua esistenza materiale si sarebbe accorciato di molto a causa di quel che stava facendo.
Ma a cosa serve la vita di un druido, se non a proteggere il bosco ?
" Io non devo nulla. "
In un crepaccio lambito dalla luce dell'alba Mattheus raccoglieva il muschio giallo aiutandosi col falcetto. Grazie alle due cime del Lavarein, visibili in lontananza, aveva potuto orientarsi, sapeva dove si trovava e anche se il suo vigore giovanile era perduto per sempre, sapeva di poter arrivare a casa per il tramonto, con la cura.
In una casa diroccata, tra pietre abbandonate ai rampicanti, una gabbia da uccelli sta appoggiata su una mensola di legno fradicio. Rinchiusa in questa gabbia la dea Isha soffiò nella scodella che aveva riempito con le sue lacrime, dissolvendo la scena che fino a quel momento aveva osservato. Nonostante la sua eterna prigionia si concesse un sorriso.




Rispondi Citando