con il risultato di ulteriori stragi.Forse si aspettavano una condanna più plateale
A questo punto la condanna più plateale sarebbe servita solo ad aumentare il numero di morti.
CIAO![]()
con il risultato di ulteriori stragi.Forse si aspettavano una condanna più plateale
A questo punto la condanna più plateale sarebbe servita solo ad aumentare il numero di morti.
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Bhe, in effetti s'è accontentato... Magari voleva godere...


La verità deve esere difesa tutta, non solo il pezzettino che fa comodo.


Infatti il vescovo si è giustamente risentito. Poi ha giustamente difeso la verità della dignità umana, conannando l'Olocausto con la sua presenza. Si è comportato cristianamente.
Certo è paradossale come io ad un passo dal vetero-cattolicesimo difendo molto più di voi le gerarchie cattolico-romane, i movimenti cattolico-romani, i preti, i vescovi, ... mentre sia qui che su CR non vedo altro che critiche serrate. Sembra quasi che voi siato più cattolici del papa![]()
...
Pace & bene.




Santa Sede e Yad Vashem
La storia smentisce la leggenda nera su Pio XII
ROMA, lunedì, 16 aprile 2007 (ZENIT.org).- Le proteste del Nunzio apostolico in Israele, monsignor Antonio Franco, per la didascalia offensiva con cui viene presentato il Pontefice Pio XII nel Museo Yad Vashem di Gerusalemme, l’eventuale assenza alla annuale commemorazione della Shoah, l’impegno delle autorità israeliane a rivedere la didascalia, e il ripensamento del Nunzio, sono notizie che hanno interessato i mass media a livello mondiale.
Per cercare di capire quanto le accuse contro Pio XII possano essere storicamente comprovate, o se si tratta invece di una “leggenda nera” troppo a lungo ripetuta, ZENIT ha intervistato il professor Matteo Luigi Napolitano, Professore Associato di Storia delle Relazioni Internazionali dell’Università degli Studi del Molise.
Il Professor Matteo Luigi Napolitano è delegato del Pontificio Comitato di Scienze Storiche presso l’International Committee for the History of the Second World War, autore di numerosissimi volumi, tra cui "Pio XII tra guerra e pace" (Roma, 2002), "Il Papa che salvò gli Ebrei" (con Andrea Tornielli, Casale Monferrato, 2004), "Angelo Giuseppe Roncalli/Giovanni XXIII" (Milano 2004), "Pacelli Roncalli e i battesimi della Shoah" (con Andrea Tornielli, Casale Monferrato, 2005).
Il docente ha pubblicato anche diversi saggi di storia diplomatica e delle relazioni internazionali, fra i quali "Reassessing Italy’s Postwar Choices" (1995), "Trieste 1948: un problema diplomatico e nazionale"(1998), "Pio e il XII e il Nazismo" (2001), "La Santa Sede e la Germania nazista" (2003).
Come succede ormai sempre più spesso, quando i rapporti tra Vaticano e Israele, e tra ebrei e cattolici, subiscono una qualche turbativa, la figura di Pio XII è sempre al centro delle polemiche.
Non ha fatto eccezione l’ultima crisi diplomatica tra la Santa Sede e lo Stato ebraico. Alcuni visitatori a Yad Vashem avevano già fatto notare, due anni fa, alla nunziatura apostolica in Israele la presenza nel Museo di un’effige di Pio XII accompagnata da una lunga didascalia redatta in ebraico, che recita:
«La reazione di Pio XII all'uccisione degli ebrei durante l'Olocausto è una questione controversa – si legge – . Nel 1933, quando era Segretario di Stato vaticano, si attivò per ottenere un Concordato con il regime tedesco per preservare i diritti della Chiesa in Germania, anche se ciò significò riconoscere il regime razzista nazista. Quando fu eletto Papa nel 1939, accantonò una lettera contro il razzismo e l'antisemitismo preparata dal suo predecessore”.
“Anche quando notizie sull'uccisione degli ebrei raggiunsero il Vaticano, il Papa non protestò né verbalmente né per iscritto – continua la didascalia –. Nel dicembre 1942, si astenne dal firmare la dichiarazione degli Alleati che condannava lo sterminio degli ebrei”.
“Quando ebrei furono deportati da Roma ad Auschwitz, il Papa non intervenne – si legge di seguito –. Il Papa mantenne una posizione neutrale per tutta la guerra, con l'eccezione degli appelli ai governanti di Ungheria e Slovacchia verso la fine. Il suo silenzio e la mancanza di linee guida costrinsero il clero d'Europa a decidere per proprio conto come reagire”.
Un testo che non poteva non suscitare alcune osservazioni che il Vaticano ha sottoposto al Governo israeliano in via assai riservata già nel 2005, per il tramite dell’allora Nunzio apostolico monsignor Pietro Sambi.
In quell’occasione Yad Vashem aveva risposto di esser lieto di esaminare la condotta di Pio XII nella Shoah qualora il Vaticano avesse accettato di aprire i suoi archivi ai ricercatori dell’istituto ebraico.
Il caso è diventato di pubblico dominio il 3 aprile 2007, quando il nuovo Nunzio apostolico in Israele, monsignor Antonio Franco, ha scritto una lettera in cui rinnovava le sue riserve nei confronti del testo descrittivo di papa Pacelli, esprimendo altresì il suo personale disagio nell’“andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato”.
Il Nunzio aveva poi fatto sapere a Yad Vashem che, in mancanza di una modifica della didascalia o della pura e semplice rimozione della foto, egli sarebbe stato costretto a disertare la cerimonia di commemorazione delle vittime della Shoah, prevista per domenica 15 aprile. La risposta di Yad Vashem è stata quindi pubblicata dai giornali israeliani.
La diatriba fra il Nunzio e Yad Vashem si è poi trasformata in crisi diplomatica quando il Ministero degli Esteri israeliano è intervenuto direttamente nella vicenda, rilasciando all’agenzia di stampa ANSA, tramite un portavoce, le seguenti dichiarazioni: “La cerimonia allo Yad Vashem ha il fine di onorare la memoria delle vittime della Shoah, l'evento più traumatico nella storia degli ebrei e tra i più traumatici nella storia dell'umanità. Circa la partecipazione a questa cerimonia ognuno si comporti come la sua coscienza gli suggerisce”.
Con una dichiarazione rilasciata sempre all’ANSA la mattina del 15 aprile, monsignor Franco ha chiuso l’incidente diplomatico annunciando la sua presenza alla commemorazione di Yad Vashem. Il Nunzio ha motivato la sua decisione dichiarando di aver ricevuto una lettera del Presidente dello Yad Vashem, Avner Shalev, contenente la promessa “di riconsiderare il modo in cui Papa Pio XII è presentato” nella didascalia incriminata.
“Poiché la mia azione – ha proseguito il Nunzio – non era intesa a dissociarmi dalle celebrazioni ma a richiamare l'attenzione sul modo in cui il Papa è presentato, il mio scopo è stato raggiunto”. Per cui non vi erano, ad avviso di monsignor Franco, “motivi per tenere aperta questa tensione”.
Perché la Santa Sede considera non vero quanto scritto nella didascalia su Pio XII?
Il professor Napolitano sostiene che bisogna analizzare la didascalia e dividerla secondo i diversi “filoni” di accusa.
“Col Concordato Pacelli riconobbe il Nazismo”
Napolitano: In realtà un Concordato non nasce quasi mai da comunione di intenti. Nasce anzi sempre, questo tipo di accordo, dalla necessità di porre dei "paletti", dei freni all'azione dello Stato nella vita della Chiesa. Concordare le discordanze, è questo lo scopo. Tutti i Concordati degli ultimi duecento anni lo dimostrano. Si potrebbe stare del tempo a citare esempi che smentiscono l'affermazione secondo cui i Concordati nascono da una comunione d'intenti. Non è così nel 1929 (e infatti l'intero negoziato per i Patti Lateranensi lo dimostra); non è così nel 1933 (e lo dimostrano sia il negoziato sia gli eventi successivi).
Dire che è un fatto che la Chiesa firma dei Concordati con le dittature non aiuta molto nel districare la matassa. Facciamo l'esempio del Concordato tedesco, perché è quello su cui si appuntano le accuse contro Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, che fu uno degli artefici di quel Concordato. Firmato con il Terzo Reich il 20 luglio 1933, esso fu il frutto di un regolare negoziato, impegnativo, che è tutto consultabile in Vaticano; un negoziato che tutto sta a dimostrare fuorché che il Vaticano si fa prono al nazismo e suo complice.
Se facciamo un passo indietro volgendoci alla letteratura "laica" (nella fattispecie del libro di Jacques Nobécourt), Le Vicaire et l'Histoire (Il Vicario e la storia, chiaro riferimento all'opera drammaturgica di Rolf Hochhuth), troveremo indicazioni interessanti ai nostri fini:
«Un richiamo si impone - scrive Nobécourt (p. 151) -. L'arrivo al potere del nazionalsocialismo non irrompe nella storia come la brusca trasformazione che, da un giorno all'altro, spinge il Male assoluto in luogo del Bene assoluto. Il 30 gennaio 1933 non fu avvertito all'epoca come la cesura indiscutibile tra le due guerre. L'Europa assistette alla trasformazione nazista della Germania ad occhi chiusi, camminando su delle sabbie mobili vieppiù vischiose».
In tale questione e in tale ottica occorre dunque collocare il Concordato.
Nobécourt ci racconta che quando von Papen viene inviato a Roma per negoziare l'accordo con il Vaticano, egli porta con sé dei progetti di Concordato risalenti al 1922 e al 1924. Sono testi molto favorevoli alla Chiesa cattolica, concepiti da una Germania non ancora nazista: quella Germania poi nota sotto il nome di Repubblica di Weimar. Questi testi non soddisfano Hitler, ma lui è appena arrivato al potere e il consenso dei Cattolici gli serve. Quindi deve in un certo senso far buon viso.
«I vantaggi per la Germania di un Concordato "tollerante" con la Chiesa sono evidenti: in termini di guadagno dell'opinione pubblica cattolica (di cui una parte ahinoi! ingrossa le file naziste) e quindi di crescita della base di consenso. L'altro vantaggio sta nel sistema costituzionale che Hitler ha modificato. Non serve più un difficile negoziato tra le forze politiche nel Reichstag per venire incontro ai desiderata della Chiesa. Hitler stesso ha, dopo le nuove elezioni del marzo, i pieni poteri per negoziare grazie all'ampia delega del Reichstag.
Insomma, sin dall'inizio, gli ostacoli che avevano impedito la missione di monsignor Pacelli in Germania erano rimossi da Hitler il quale, su trentatré articoli del Concordato, ne accettava ventuno della versione vaticana. Fu posta una sola condizione: l'esclusione dei preti dalla vita politica. Ma la scuola confessionale era mantenuta. La Chiesa raramente aveva visto un concordato così vantaggioso, e così rispettoso dei suoi diritti» (Nobécourt, 157).
E qui vengono le valutazioni sugli uomini.
Per Nobécourt da un lato von Papen è il futile e incapace statista che nutre illusioni sulla durata del Concordato. Dall'altro il Vaticano e Pacelli non si fanno molte illusioni che un Concordato così vantaggioso sia destinato a durare (Nobécourt, 158).
Quali dunque le ragioni della firma del Concordato? A nostro avviso va anzitutto rilevato un dato alquanto singolare: per quanto paradossale sia, l'interpretazione estremista data da alcuni critici di Pacelli e del Concordato è assai simile a quella nazista. Hitler dice che grazie al Concordato è stata data alla Germania una possibilità di creare un'atmosfera di fiducia per combattere il giudaismo internazionale.
Il quotidiano nazista Völkischer Beobachter scrive che con il Concordato si è avverato «il riconoscimento dello Stato nazionalsocialista da parte della Chiesa cattolica». E scrive Rosenberg dalla prigione di Norimberga: «Il Concordato doveva soprattutto contribuire ad abbattere il muro innalzato intorno alla Germania dal boicottaggio morale e politico di cui essa era oggetto nella vita internazionale».
Ma fu lo stesso Pacelli a spiegare che cos'era il Concordato al Ministro inglese in Vaticano, in una conversazione del 19 agosto 1933. Sia libero ognuno di formarsi una propria opinione su queste parole del ministro inglese in Vaticano:
«Il Cardinale Pacelli ha deplorato la condotta del Governo tedesco sul suo territorio, la persecuzione degli ebrei, il modo di agire nei confronti degli oppositori politici, il regno dal terrore a cui è sottomessa tutta la nazione. Ho detto a Sua Eminenza che avevo inteso esprimere, in Italia e altrove, l'opinione che questi avvenimenti non erano che manifestazioni di uno spirito rivoluzionario. Col tempo, colla responsabilità del potere, Hitler sarebbe tornato alla normalità, avrebbe temperato lo zelo dei suoi partigiani e ripreso i metodi più normali di governo. Il Cardinale rispose con insistenza che non vedeva alcuna ragione perché la politica interna del governo tedesco dovesse subirà alcuna modifica».
«Queste riflessioni sul tristo comportamento della Germania portarono il Cardinale a spiegare il modo in cui aveva firmato un Concordato con gente del genere. Una rivoltella, egli disse, gli era stata puntata alla tempia ed egli non aveva avuto scelta. Il governo tedesco gli aveva offerto delle concessioni e queste concessioni, bisogna ammetterlo, erano più ampie di quelle che avrebbe accettato qualsiasi governo tedesco anteriore; egli doveva scegliere tra un accordo sulle grandi linee e l'eliminazione virtuale della Chiesa cattolica dal Reich…Egli desiderava farmi conoscere i fatti perché io sono in grado di apprezzare il dilemma del Vaticano. “La Chiesa, proseguì egli [Pacelli], non doveva forgiare un asse politico. Essa si situava al di fuori dell'arena politica. Ma era in gioco la salvezza spirituale di venti milioni di anime cattoliche in Germania; era la prima e invero l'unica considerazione. Se il Governo alleato violasse il Concordato - ed è certo che lo farà - il Vaticano disporrebbe di un trattato come base di protesta”. “In tutti i modi, aggiunse il Cardinale con un sorriso, i tedeschi non violerebbero probabilmente tutti gli articoli del Concordato allo stesso tempo”». (Il Ministro inglese in Vaticano, Ivone Kirkpatrick, al Ministro degli esteri Vansittart, 19 agosto 1933, Documents on British Foreign Policy, Second Series, vol. V, p. 524).
Non si può allora non concordare con le parole di Nobécourt (che fra l'altro riproduce integralmente nel suo libro il documento appena citato, cfr. pp. 343-344), il quale ha scritto:
«Per il Segretario di Stato [Pacelli], il Concordato rappresentava il risultato più inatteso di una decina d'anni di vani negoziati condotti con gli uomini politici socialisti o membri del Centro. In dottrina, la Santa Sede non firmava questo accordo con un regime ma con una nazione; le clausole dovevano in ogni caso sopravvivere all'hitlerismo» (Nobécourt, p. 161).
Il polso della situazione del tempo ce lo dà anche il Time del 17 luglio 1933 (uscito quindi quasi contemporaneamente alla conclusione del Concordato):
«Gran parte degli osservatori tedeschi di cose di Chiesa sembrava sentire che lo Stato nazista avesse ceduto abbastanza a Roma per evitare una guerra aperta con un nemico potenzialmente pericoloso».
Era dunque il nazismo che col Concordato aveva ceduto al Vaticano. E non viceversa. Questa la temperie degli eventi visti con gli occhi dei contemporanei di Pacelli.
Ma che il Concordato sia un accordo concluso dal Vaticano non col Governo nazista ma con lo Stato tedesco viene dimostrato dal fatto che tale accordo non scompare con la caduta del regime hitleriano. Infatti il Concordato del 1933:
a) Viene esplicitamente riconosciuto in vigore nello scambio di note del 16 e 17 luglio 1956 tra Santa Sede e Repubblica Federale tedesca, relativo all'interpretazione dell'articolo 26 del predetto Concordato.
b) Viene ricordato come una delle basi per il Concordato tra Santa Sede e il Land Niedersachsen (26 febbraio 1965, primo alinea del preambolo).
c) Viene esplicitamente riconosciuto vigente dal primo dei due accordi tra Santa Sede e Land bavarese firmati il 2 settembre 1966 (articolo 2).
d) Viene esplicitamente riconosciuto vigente nell'accordo tra la Santa Sede e il Saarland (12 novembre 1969, terzo alinea del preambolo e articolo 1).
e) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato nell'accordo tra Santa Sede e Land bavarese (17 settembre 1970, articolo 2; e articolo 2 del protocollo finale).
f) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato nella Convenzione tra Santa Sede e Saarland (12 febbraio 1985, preambolo e protocollo addizionale, paragrafo IV).
g) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'accordo tra Santa Sede, Sassonia-Anhalt, Brandeburgo e Stato libero di Sassonia (13 aprile 1994, preambolo).
h) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'Accordo tra Santa Sede, Brandeburgo e Sassonia (4 maggio 1994, preambolo).
i) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'Accordo tra Santa Sede e Turingia (14 giugno 1994, preambolo).
l) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dell'Accordo tra Santa Sede e la Città libera e Anseatica di Amburgo, il Land Meclemburgo-Pomerania Anteriore e il Land Schleswig-Holstein (22 settembre 1994, preambolo).
m) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato nell'Accordo tra Santa Sede e Sassonia (2 luglio 1996, preambolo, primo "considerando", art. 13 secondo comma, che richiama esplicitamente il valore dell'art. 14 "del Concordato tra la Santa Sede e il Reich germanico del 20 luglio 1933"; lo stesso accade nel protocollo finale).
n) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'Accordo tra Santa Sede e Turingia (11 giugno 1997, preambolo, articolo 5 comma 2).
o) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'Accordo fra Santa Sede e Meclemburgo-Pomerania (15 settembre 1997), al cui ultimo "considerando" del preambolo si legge che «resta in vigore il Concordato fra la Santa Sede ed il Reich Germanico del 20 luglio 1933».
p) Viene esplicitamente riconosciuto vigente e richiamato dall'Accordo tra Santa Sede e Sassonia-Anhalt (15 gennaio 1998), il cui terzo "considerando" dichiara «vigente il Concordato fra la Santa Sede e il Reich germanico del 20 luglio 1933».
Se il Concordato fosse stato considerato prova di una complicità nazi-vaticana, esso sarebbe stato giudicato estinto con la "debellatio" della Germania nazista nel 1945, esattamente come accadde ai patti nazi-sovietici del 1939 (anche se Stalin voleva chiaramente mantenere la parte di Polonia conquistata grazie a quei patti!).
Nel caso di questi accordi, soprattutto di quello del 29 settembre 1939, erano i due governi tedesco e sovietico a dire che il loro accordo sarebbe stato «il solido fondamento per il progressivo sviluppo di relazioni amichevoli tra i due popoli». La natura politica (e ideologica) prevaleva su quella giuridica e squisitamente inter-statuale. Cessato di esistere il nazismo e sul finire della guerra, i patti furono considerati nulli.
Se il Concordato non fosse stato un atto così vantaggioso per la Santa Sede e, per così dire, la carta fondamentale dei rapporti Stato-Chiesa in Germania, esso si sarebbe estinto da un pezzo. E invece no! Quel Concordato siglato nel 1933 da Pio XI con i plenipotenziari del Presidente del Reich Hindenburg fu tenuto in vita non solo da Pio XII (che è dire un'ovvietà, dato che Pacelli ne fu uno degli artefici da Segretario di Stato di Pio XI), ma anche da Giovanni XXIII, da Paolo VI, da Giovanni Paolo I e da Giovanni Paolo II. Tutti questi Papi da un lato, e la Germania e i suoi Länder dall'altro, riconobbero sempre valide le clausole del Concordato del 1933, applicandole nei casi di specie insieme a nuovi accordi.
Pertanto, chi sostiene che il Concordato del 1933 fu il caposaldo della complicità vaticana col nazismo, e processa Pio XI e Pio XII per questo motivo, dovrebbe poi aprire un processo "postumo" contro i successori di Pio XII, "rei" di aver tenuto in vita quel Concordato. E naturalmente dovrebbe processare anche tutti i "governi" tedeschi (a partire da Adenauer in poi, fino a giungere ai governi di sinistra; per non parlare dei Länder) che in tutto questo tempo hanno riconosciuto vigente quel Concordato.
Chi chiamare allora per primo sul banco degli imputati per questo "delitto" di "complicità postuma" con Pio XII? "Giovanni il Papa buono", "Karol il grande", o un Premier tedesco a caso, magari un socialdemocratico o un post-comunista?
«Quando fu eletto Papa nel 1939, accantonò una lettera contro il razzismo e l'antisemitismo preparata dal suo predecessore».
Napolitano: L’Enciclica sull’“Unità del genere umano” è un’Enciclica mancata a causa della morte di Pio XI, che avrebbe dovuto approvarla in una redazione finale che non ci fu mai a causa della morte sopravvenuta. I risultati delle recenti ricerche su questo tema ci dicono quanto segue: ogni indagine fatta in campo storiografico non è altro che una «senza esito su un’Enciclica incompiuta» il testo dell’Enciclica era ancora in bozze, in lingue diverse, una francese, una inglese e una tedesca. Mancò il tempo di armonizzare le varie versioni in una sola, quella finale.
Quando Giovanni XXIII menzionò questa vicenda, in una lettera riservata del 6 febbraio 1959 (pubblicata da L'Osservatore Romano tre giorni dopo), egli ricordò che giustamente il manoscritto meritava «di essere tenuto in riserbo da ogni sguardo di profana indiscrezione».
Che è fuorviante, trattando di questo argomento, forzare la differenza fra due Papi, Pio XI e Pio XII, forzando un’inesistente opposizione tra i due. E’ stato scritto: «Pio XI ha negoziato quanto Pio XII. Pio XII ha protestato quanto Pio XI». Che non è anormale che l’Enciclica incompiuta sia rimasta negli archivi. Che non è anormale (anzi parrebbe anormale il contrario!) che le bozze di lavoro dell’Enciclica di un Papa defunto non si trasformino in un’Enciclica del Papa che gli succede.
«Anche quando notizie sull'uccisione degli ebrei raggiunsero il Vaticano, il Papa non protestò né verbalmente né per iscritto. Nel dicembre 1942, si astenne dal firmare la dichiarazione degli Alleati che condannava lo sterminio degli ebrei»
Una protesta può assumere varie forme. Le forme verbali e scritte sono quelle ordinarie: non sempre quelle più efficaci ma comunque, come vedremo, forme in cui anche il Papa fece conoscere il suo pensiero.
Nella storia contemporanea, inoltre, si sa poi che da una protesta papale “sic et simpliciter” non c’è mai da sperare. Gli appelli di Giovanni Paolo II contro le guerre e i genocidi del nostro tempo sono caduti ripetutamente nel vuoto, e questo in un’era che per certi versi è molto più democratica di quella dei contemporanei di Pio XII.
Chi riponga pertanto eccessiva fiducia nell’illusorio potere terapeutico della parola del Papa, non di rado rivela una concezione assai poco “laica” del ruolo del Papato nel mondo contemporaneo, perché finge di credere che nel capo della Chiesa cattolica risieda il potere terapeutico di por termine a tutti i mali del mondo, di risanare tutte le ferite e di condurre prodigiosamente l’umanità a un mondo migliore.
Non solo Hitler, ma anche Churchill, Rooosevelt e Stalin non attribuivano alla parola di Pio XII un tale potere salvifico. La sollecitavano di continuo per i loro scopi di guerra; salvo dimenticarsene quando il Papa avrebbe potuto essere ascoltato sul nuovo ordine mondiale che sarebbe uscito dalla guerra.
Ciò detto, la più efficace forma di protesta che la Santa Sede poté mettere in atto fu di cercare di mantenere assieme la rete delle diocesi e delle nunziature, fortemente compromessa dalla spartizione nazi-sovietica della Polonia (essendo stata chiusa la nunziatura a Varsavia, essendo proibito al nunzio in Germania di estendere la sua circoscrizione alla parte tedesca della Polonia occupata, ed essendo anche fuggito il Cardinale Primate di Polonia), al fine di acquisire il maggior numero di informazioni e di garantire una assistenza alle vittime dei nazisti e in generale della guerra.
L’altra efficace forma di protesta del Vaticano è stata quella di istituire e tenere in piena efficienza l’Ufficio informazioni per i dispersi e le vittime della guerra, che funzionò ininterrottamente per tutto il periodo bellico.
Si accusa poi Pio XII di non aver firmato la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942, ma si omette di ricordare che il radiomessaggio natalizio del Papa, pronunciato appena sette giorni dopo, fu accolto nei paesi alleati con somma soddisfazione (come dimostrano i documenti e anche i giornali dell’epoca, ad esempio l’edizione natalizia del New York Times).
Il “bagno di accuse” su Pio XII è anche inquinato da un altro elemento, sempre ignorato. Come ha sottolineato Richard Breitman, che ha studiato le carte dei servizi segreti americani del tempo, il 17 dicembre 1942 gli Alleati emanarono la dichiarazione contro lo sterminio degli ebrei, ma poi decisero di non darvi corso, decidendo di concentrarsi sulla vittoria finale e non sulla Soluzione Finale; e respingendo le continue richieste di ebrei americani e inglesi di bombardare le linee di comunicazione che portavano ai Lager. In secondo luogo, è un dato di fatto che tutta la documentazione su cui poggiava la dichiarazione alleata del 17 dicembre 1942 restò rigorosamente segreta.
Ma ecco la considerazione di Breitman, che ci appare decisiva per capire come mai (a parte la rigorosa neutralità del Vaticano) sarebbe stato improduttivo per il Vaticano non aderire alla dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942: «Nessuna azione occidentale – ha scritto Breitman – avrebbe potuto riuscire quasi a fermare l'Olocausto, ma il Foreign Office e il Dipartimento di Stato in generale decisero di agire come se la Dichiarazione Alleata del 17 dicembre 1942 significasse meno di niente, quasi fosse una mossa in un'errata direzione, che essi dovevano correggere» (Richard Breitman, Official Secrets, p. 229).
Di fronte a queste inoppugnabili conclusioni documentarie, che valore avrebbe avuto un’adesione del Vaticano alla dichiarazione interalleata? Non si conferma, anche per gli esiti e le reazioni che essa sortì nei paesi democratici, che fu più efficace la scelta di Pio XII di pronunciare un radiomessaggio il 24 dicembre 1942, quel discorso che rappresenta un modello di nuovo ordine internazionale fondato sulla pace, sulla tolleranza e sulla collaborazione fra i popoli e gli Stati?
«Quando ebrei furono deportati da Roma ad Auschwitz, il Papa non intervenne. Il Papa mantenne una posizione neutrale per tutta la guerra, con l'eccezione degli appelli ai governanti di Ungheria e Slovacchia verso la fine. Il suo silenzio e la mancanza di linee guida costrinsero il clero d'Europa a decidere per proprio conto come reagire».
Molto si è scritto sulla deportazione degli ebrei romani. Pio XII fece convocare l’ambasciatore nazista dal Cardinale Segretario di Stato Maglione, quello stesso 16 ottobre 1943, pregandolo di intervenire presso i nazisti onde far cessare immediatamente le deportazioni, e prospettando una protesta in caso contrario, affidandosi alla Provvidenza per le conseguenze che questa protesta avrebbe avuto. Tale intervento pose fine alla razzia. L’esatto svolgimento degli eventi è stato reso noto dai documenti vaticani, mentre quelli tedeschi ne tacciono. L’ambasciatore tedesco aveva infatti chiesto a Maglione di non riferire a Berlino di quel duro colloquio del 16 ottobre 1943, e ciò spiega perché gli archivi tedeschi non ne contengono traccia.
E’ anche documentato che la maggioranza degli ebrei romani fu salvata e trovò rifugio in Vaticano e in vari altri luoghi religiosi della Capitale.
La posizione di Yad Vashem lascia insoluto un problema: come mai gli ebrei contemporanei di Pio XII, che ebbero occasione di contatti col Vaticano e con la Chiesa cattolica, sono latori di un’interpretazione addirittura opposta a quella delle autorità israeliane e di molti ebrei di oggi? Come mai questo scollamento culturale? Che cosa legava gli ebrei di allora alla Chiesa cattolica, in un modo tale da considerare senza mezzi termini Pio XII il salvatore di tante vite ebraiche? Qual è l’intento ultimo degli ebrei di oggi, di una generazione che non ha vissuto la Shoah, nei confronti della memoria di Pio XII?
Si dirà che gli ebrei di oggi hanno di fronte a loro una documentazione non accessibile agli ebrei di ieri, e che pone il ruolo di Papa Pacelli nella Shoah in una luce diversa e assai più controversa. Ammesso e non concesso che la documentazione porti in tale direzione, la conclusione per Yad Vashem è assai più molesta delle premesse da cui si parte.
“Oscurando” la memoria storica degli ebrei sopravvissuti alla Shoah in favore di Pio XII, Yad Vashem rischia di venir meno alla sua stessa ragione di vita: tener desta la memoria della Shoah attraverso le dirette testimonianze dei superstiti, che non possono essere valutate con due pesi e due misure, ma opportunamente collocate in un quadro di riferimento, ossia in quel filone di storia orale di cui Yad Vashem è assai ricco e che, fra l’altro, informa di sé anche le istruttorie relative al riconoscimento del titolo di “Giusto tra le nazioni”.
Non a caso, proprio in occasione dell’uscita del suo libro sui “Giusti”, il grande storico ebreo britannico Martin Gilbert ha tracciato un bilancio assai positivo dell’azione della Chiesa cattolica e di Papa Pio XII. Non è, questo libro, basato anche sui documenti tratti dall’Archivio di Yad Vashem?
Fonte: Zenit


Lo Yad Vashem assicura che la didascalia su Pio XII verrà cambiata
Rientra la protesta del Nunzio apostolico in Israele
GERUSALEMME/ROMA, domenica, 15 aprile 2007 (ZENIT.org).- Con una dichiarazione rilasciata giovedì 12 aprile al Servizio Informazioni Religiose (SIR), agenzia stampa della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), monsignor Antonio Franco, Nunzio Apostolico in Israele, aveva annunciato la sua “dolorosa rinuncia” alle annuali celebrazioni della Giornata della memoria che si svolgeranno al museo dello Yad Vashem a Gerusalemme.
La causa di questa assenza era dovuta al fatto che nella settima sala dello Yad Vashem, c’è un pannello in cui a fianco della foto del Pontefice Pio XII è inserita una didascalia che indica Papa Pacelli come responsabile del “silenzio” e “dell’assenza di linee guida” per denunciare la Shoah.
Monsignor Franco ha scritto una lettera al direttorato dello Yad Vashem nella quale affermava: “Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato [...] Forse si potrebbe togliere la foto o cambiare la didascalia. Ma certamente il Papa non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto da fonti storiche”.
La foto di Pio XII è stata esposta per la prima volta con l’apertura del nuovo museo Yad Vashem nel 2005 e già allora il precedente Nunzio, monsignor Pietro Sambi, aveva chiesto che fosse modificata la didascalia.
Le dichiarazioni del Nunzio hanno suscitato una vasta eco sulla stampa a livello internazionale. Tuttavia, domenica 15 aprile, monsignor Antonio Franco ha dichiarato all’ANSA di essere ritornato sulla decisione dopo aver ricevuto una lettera del Presidente dello Yad Vashem, Avner Shalev, con la promessa “di riconsiderare il modo in cui Papa Pio XII è presentato”.
“Poiché la mia azione non era intesa a dissociarmi dalle celebrazioni ma a richiamare l'attenzione sul modo in cui il Papa è presentato, il mio scopo è stato raggiunto”, ha rilevato il Nunzio in Israele, ed ha aggiunto “non ho motivi per tenere aperta questa tensione” e perciò “parteciperò alla cerimonia”.
Intervistato da ZENIT padre Peter Gumpel, relatore nella causa di beatificazione di Pio XII e considerato tra coloro che conoscono più a fondo la storia delle relazioni tra la Santa Sede e la Germania negli anni 1930-1950, ha affermato: “Bisogna considerare che Pio XII conta su milioni di persone che lo stimano e lo venerano, anche tra gli ebrei, e che considerano offensivo e contrario ai fatti storici quanto scritto e riportato nella didascalia in questione”.
“Inoltre – ha precisato il sacerdote gesuita – , allo Yad Vashem la grande maggioranza dei Giusti è di religione cattolica. C’è una vastissima rappresentanza di sacerdoti, religiose e religiosi, molti dei quali hanno perso la vita per salvare gli ebrei”.
“Ed è quantomai evidente e dimostrato dalle stesse fonti ebraiche – ha sottolineato padre Gumpel – che è stato proprio l’allora Cardinale Eugenio Pacelli e poi Pontefice Pio XII a mettere in piedi e gestire una rete di assistenza per proteggere e salvare gli ebrei perseguitati. La bibliografia pubblicata a tal proposito è vastissima”.
Secondo Padre Gumpel, che conosce bene, per storia personale e per decenni di studio, le vicende di quegli anni, “quanto riportato nella didascalia non corrisponde a verità”.
I critici di Pio XII affermano che i sostenitori del Pontefice sono apologeti e non storici. Di fronte a questa accusa padre Gumpel, ha risposto: “Ci sono tanti noti e famosi storici, molti dei quali ebrei, che hanno dimostrato la bontà di quanto fatto da Pio XII. Tra questi citerei sir Marin Gilbert, Michael Burleigh, David Dalin, che non mi sembrano affatto degli apologeti”.
“E che dire di Golda Meir, di Albert Einstein, di Israel Zolli, di tutti i dirigenti delle maggiori associazioni ebraiche mondiali che hanno ringraziato Pio XII alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sono tutti apologeti?”, ha continuato.
“Per non parlare dei Direttori dei giornali ebraici pubblicati durante la Seconda Guerra Mondiale in gran parte del mondo. Anche loro indicarono il Pontefice Pio XII come la luce che si opponeva al nazismo. Anche loro sono apologeti?”, si è domandato ancora.
In merito alle accuse contro Pio XII, il padre gesuita ha rilevato che “si tratta sempre degli stessi argomenti, i quali vengono ripetuti senza aggiungere un solo fatto storico a sostegno. I critici di Pio XII si citano reciprocamente, ed evitano sistematicamente tutta la parte storica di fonte ebraica in sostegno di Papa Pacelli”.
Per quanto riguarda il presunto silenzio di Pio XII di fronte alla razzia nazista avvenuta nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, padre Gumpel ha detto a ZENIT che “è ormai evidente anche ai più scettici, che il Papa era giunto a conclusione che ogni denuncia pubblica avrebbe portato più sofferenze e più morti, per questo decise di salvare quanti più ebrei possibile con l’opera segreta di apertura dei conventi e assistenza ai perseguitati”.
“Comunque – ha continuato il padre gesuita – come ha raccontato anche Michael Tagliacozzo, il Pontefice e la Santa Sede, furono i soli a provare di fermare i nazisti e a tentare di salvare quanti più ebrei possibile”.
Gumpel ha ricordato che Enzo Forcella, che partecipò attivamente alla Resistenza, nel libro “La Resistenza in convento” (Einaudi 1999) racconta che il 16 ottobre del 1943 i dirigenti dei gruppi antifascisti del Comitato di Liberazione nazionale (Cln) si riunirono a Roma, ma “a nessuno venne in mente di formulare una protesta a nome delle forze antifasciste” e neanche “la stampa clandestina si dimostrò più sensibile”.
Per quanto riguarda poi le accuse secondo cui la Santa Sede avrebbe nascosto e fatto fuggire criminali nazisti, padre Gumpel è stato perentorio: “E’ ben noto, e i documenti parlano chiaro in proposito, Pacelli era considerato dai nazisti il nemico numero uno. Tanto è che lo stesso Pontefice Pio XII fornì documenti importati al processo di Norimberga dove i criminali nazisti vennero processati”.
Fonte: Zenit

