











Si scusate me ne sono accorto ora non mi ricordo ora dove ho letto qui sul forum che Zani fosse più giovane.


io dico solo che è ora di finirla coi partiti del 2%


Ora serve una nuova "potenza" a sinistra
Rina Gagliardi
L'ex Pci al passo d'addio
Bertinotti evoca Epinay
Ora serve una nuova"potenza"a sinistra
Rina Gagliardi
E' vero che l'idea di una "nuova Epinay" si affaccia con una certa frequenza nel dibattito politico italiano, da almeno vent'anni a questa parte. Ma il richiamo che ne ha fatto l'altro ieri il presidente della Camera non è apparso, nient'affatto, né ripetitivo né rituale. Il fatto è che la politica italiana, nel tentativo di rispondere alla sua crisi, sta attraversando una fase di fortissima dinamica. Tra pochi giorni, verranno celebrati i congressi di scioglimento dei Ds e della Margherita, cioè dei due maggiori partiti che compongono l'attuale maggioranza di governo, e prenderà ufficialmente il via il percorso di nascita del Partito Democratico: un battesimo notoriamente travagliato, un parto difficile, un'impresa che, a giudicare dai sondaggi pubblicati ieri dal "Corriere", non sembra per ora suscitare alcun entusiasmo elettorale. E, tuttavia, un evento oramai - pare - irreversibile, destinato a terremotare l'intera scena nazionale. L'intuizione-provocazione di Bertinotti - che ricorda il vecchio gioco infantile del "tutto a monte" e rilancia l'idea di un'altra strada - si colloca dunque in questo snodo al tempo stesso fluido e pesante. Per la prima volta - ecco la novità - una "Epinay italiana" ha dalla sua non certo tutte ma molte condizioni di fattibilità: è già diventata un'istanza matura, perfino un bisogno della politica italiana, Nel momento in cui (un po' per eutanasia un po' per ineluttabilità di percorso) scompare dalla geografia delle forze in campo una formazione che, nel suo nome e nella sua identità, si richiama alla sinistra e alla storia del movimento operaio, nel momento in cui si chiude davvero il lungo ciclo storico del Pci e dei suoi riottosi eredi (avviato dalla famosa eo famigerata svolta della Bolognina), alla sinistra e alle sinistre oggi esistenti, variamente sparse e diversamente nominate, si pone un problema nuovo: non più resistere, ma esistere. Esistere, cioè, come forza di massa, capace di svolgere un ruolo significativo, e primario, nella società, nella cultura e nella politica nazionale. Esistere, insomma, al di là dei recinti e delle identità consolidate. Sul "se", sul "come" e sul "che cosa" questo processo possa prodursi, e produrre un risultato positivo, ogni discorso si fa naturalmente molto difficile.
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Intanto, Epinay serve a proporre non un modello da copiare, ma una forte analogia metodologica: uno scatto della soggettività che testimonia, come dicevamo, la fattibilità di un processo. Inutili altri paralleli: tra l'Italia del 2007 e la Francia del giugno 1971 (quando nel corso del congresso che si tenne ad Epinay-sur-Seine il Partito Socialista Francese rinacque su basi di massa e Francois Mitterrand ne conquistò la leadership) le differenze sono macroscopiche. Ozioso, anche, e certamente un po'meccanico, domandarsi se esiste e chi potrebbe essere il nuovo Mitterrand italico: se un processo di tipo nuovo, a sinistra, si mettesse davvero in moto, prima o poi esso troverebbe il suo o i suoi leader. Il tema ineludibile è davvero un altro: possono le sinistre italiane rassegnarsi ad essere mere forze di complemento, "figlie di un dio minore", insomma componenti minoritarie o residuali o di "nicchia" della politica italiana? La nostra risposta, in tutta evidenza, è No: un Paese privo di una sinistra politica incidente, ridotto ad una dialettica sostanzialmente bipartitica tra due poli centristi, uno un po' più progressista uno un po' più di destra (come vorrebbero i promotori del referendum Guzzetta), è un paese - prima di ogni altra cosa - "a bassa intensità democratica", dove la politica tendenzialmente muore, anche come vaga speranza. Ma, se è vero che l'esito (incombente) dell'americanizzazione va contrastato in ogni modo e anzi battuto, se l'ipotesi di una "sinistra larga" si pone come una necessità politica primaria, se, insomma, Epinay ci offre un buon esempio storico, che cosa ne consegue dal punto di vista del "che fare"?
Un partito unico della sinistra, della sinistra tout court, non è proponibile e sotto molti punti di vista non è neppure auspicabile: nel caso peggiore, sarebbe lo scimmiottamento del Pd e realizzerebbe la sua "fusione a freddo" di ceti politici per larga parte logori; nel caso migliore, finirebbe con l'essere un cartello elettorale, un contenitore di esperienze, culture e "corpi" attivi, tra di loro diversi e lontani. Insomma, la sinistra italiana è un universo plurale, non solo per appartenenze ideologiche - ci sono i comunisti, i socialisti, i democratici, i radicali, i riformisti, ma ci sono anche le donne e gli uomini di partito e i senza-partito, coloro che militano nei movimenti e nella società civile e coloro che concentrano la loro militanza nell'attività istituzionale. Nessuna di queste identità può essere annullata per atti volontaristici, o affogata per scorciatoie organizzativistiche o, semplicemente sommata alle altre. Eppure, tutte queste soggettività, restando ciascuna se stessa, potrebbero unirsi, non banalmente "unificarsi", dentro un'unica impresa politica, alla quale spetterebbero "soltanto" alcune funzioni politiche generali: come la rappresentanza delle scelte politiche e strategiche comuni, che sono cioè (o possono diventare) patrimonio condiviso da tutti; come la titolarità istituzionale; come il riferimento organizzativo centrale, e così via. Si può pensare, per la sinistra, a un processo politico di tale "unità del molteplice", nutrito di autonomie e di diversità, e però capace di intervenire non solo sulla piccola ma sulla grande scala? In verità, è già successo, nell'esperienza del "movimento dei movimenti": una rete articolata di soggettività, non solo orizzontalmente separate, ma diverse nel rapporto stesso con il fare e il trasformare, che è riuscita a diventare, a tratti, un'unica grande potenza politica. In verità, negli anni '70 i sindacati metalmeccanici tentarono - e per qualche tempo con successo - una strada unitaria che non solo non annullava le "sigle" originarie, ma prefigurava una connessione originale con la propria base: l'Flm, Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, aveva come proprio riferimento non solo la Fiom, la Fim e la Uilm, ma la rete dei consigli di fabbrica - e poi di zona - in una dialettica di autonomie verticali e territoriali che costituì una straordinaria pratica di democrazia. In verità, è la teoria della complessità a spiegarci che il riduzionismo è una chiave obsoleta di lettura della realtà: un intero non è la semplice somma quantitativa delle parti che lo compongono, ma il risultato di connessioni che scattano a diversi livelli di aggregazione, e che quindi rendono ogni parte "irriducibile" l'una all'altra. Vale per i nostri corpi, che non sono una massa sia pure ordinata di cellule, e perfino per la nostra identità individuale, che, ferma restando l'unità dell'Io o della Coscienza, non è mai unica, ma dispiegata in mille figurazioni. Perché non potrebbe valere per la politica?
Certo, per la politica - in crisi - non è facile superare le antinomie di cui è storicamente prigioniera - tra unità e differenza, tra sintesi e parzialità, tra "ordine" e "disordine". E non è facile, tra tutte le rifondazioni a cui metter mano, rinunciare al principio classico della rappresentanza, senza mettere a repentaglio l'idea stessa del far politica, e della sua efficacia. Eppure, bisognerà pur affrontarla, questa sfida. Nessuna Epinay ci potrà salvare, o semplicemente tornare buona, se non sarà capace di essere soprattutto un "nuovo inizio".
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