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    Predefinito Bugiardi pure sul TESORETTO

    La quiete pasquale non ha portato gran giovamento alle riflessioni del presidente del Consiglio, prof. Romano Prodi, in tema di politica economica e finanziaria.
    Cercheremo, qui di seguito, di analizzare (e confutare) sistematicamente le sue analisi e le sue proposte, inviate, sotto forma di lettera ai lettori, al "quotidiano partisan" Corriere della Sera.
    Prodi inizia la sua riflessione accorgendosi che le buste paga dei lavoratori dipendenti in Italia sono tra le più basse in Europa. Complimenti per la tempestività! Ma, oltre che a denunciare la cosa, e farfugliare banalità e genericismi, perché il prof. Prodi non chiede a sindacati e imprese se il loro modo di fare contrattazione salariale sia ancora efficiente, per distribuire merito e guadagni di produttività? perché, poi, non chiede a se stesso (come presidente del Consiglio, e quindi come datore di lavoro) perché il suo governo abbia promesso ai dipendenti pubblici (settore protetto della concorrenza e a bassa produttività) più soldi di quanto abbiano ricevuto nel recente contratto i lavoratori metalmeccanici (settore esposto e ad alta produttività)?

    L’ombra di Dossetti
    La seconda sua riflessione, poi, sul divorzio crescente e insopportabile tra remunerazione degli operai e dei loro dirigenti, sa molto di demagogia catto-comunista di matrice dossettiana: le paghe dei manager le determina il mercato, come quelle dei lavoratori. Se queste ultime sono troppo basse, e le prime troppo alte è perché il mercato non funziona: troppi monopoli e oligopoli (banche in primis), troppi sindacati, troppa concertazione, troppa mano pubblica (vedi il contratto del pubblico impiego) nella distribuzione del reddito.
    La solidarietà non c'entra, è una categoria, quest'ultima, che ha poco a che fare con la remunerazione efficiente dei fattori della produzione.
    Ma l'onda demagogica non finisce qui, per Prodi. Ci mette anche l'esplosione dei costi della politica. Bene.
    E se il nostro Presidente, per dare l'esempio, cominciasse a tagliare il suo pletorico governo, di oltre 103-104 membri, record assoluto nella storia repubblicana?
    Cominciano poi, nelle riflessioni pasquali del Presidente, le cose di sua più stretta competenza: spesa pubblica, gettito, deficit, debito.
    Ci dice Prodi che il risanamento è stato portato avanti dal suo governo, con passo accelerato: merito del controllo della spesa e delle maggiori entrate, frutto per una parte fondamentale della progressiva azione contro l'evasione fiscale.
    In cinque righe due falsi: dati alla mano, nella sua finanziaria Prodi non controlla affatto la spesa corrente; il merito del gettito incrementale, poi, ha pochissimo a che fare con la lotta all'evasione (chieda lumi ai tecnici della Banca d'Italia).
    E veniamo al tesoretto: meritata ricompensa di «quanto fatto dai cittadini, dai lavoratori e dalle imprese in questi primi undici mesi di legislatura».
    Tale affermazione del nostro presidente appare semplicemente spudorata, anche se in linea con le menzogne che ci sono state raccontate in questi undici mesi dagli ineffabili Visco e Padoa-Schioppa.
    Mai in economia i risultati di un esercizio finanziario sono il prodotto delle scelte effettuate nello stesso periodo. Le onde, positive o negative, vengono sempre dalle scelte fatte negli anni precedenti e dai relativi andamenti congiunturali. Chi dice il contrario, come hanno fatto Prodi, Visco e Padoa-Schioppa in questi undici mesi, mente sapendo di mentire e merita tutto il nostro disprezzo di economisti e di politici.
    Ma andiamo al succo delle riflessioni prodiane: la divisione in tre parti della ricompensa (alias tesoretto).
    Il 66% a pensionati e disoccupati e a chi non arriva a fine mese. Il restante terzo (33%) alle imprese, agli incentivi, alle infrastrutture, all'innovazione, alle risorse umane e chi più ne ha più ne metta.
    Demagogia, ancora una volta, allo stato puro.
    Cerchiamo di tradurre, impietosamente, il Prodi-pensiero: in realtà i due terzi del maltolto (di cui non dice l'entità) andranno alla controriforma delle pensioni, a coprire, cioè, l'eliminazione del cosiddetto scalone che tanto sta a cuore ai soliti sindacati, più uno spruzzo alle pensioni minime e agli ammortizzatori sociali. L'altro terzo (sempre di un 100 sconosciuto) Prodi lo destina alla riduzione delle tasse sul lavoro, vale a dire alla riduzione del cuneo fiscale alle imprese. Un altro imbroglio. Perché la norma era già prevista dalla finanziaria 2007. Prodi, in sostanza, si rivende un provvedimento già approvato, ancorché non ancora effettivo e con grandi problemi in sede comunitaria. Che faccia tosta!

    Problemi di digestione
    In conclusione, sembra proprio che l'agnello pasquale non sia stato granché digerito dal nostro Presidente: insincerità, demagogia, spudoratezza, furbizia, ignoranza dell'economia, nessun senso dello Stato.
    Perché, invece di prenderci in giro ancora una volta con linguaggio confuso, atecnico, banale, moralista, pretesco non dice agli italiani di essersi sbagliato con la finanziaria 2007; che il buco non c'era; che non si doveva aumentare ulteriormente la pressione fiscale, dopo i virtuosi e abbondanti gettiti del 2006; e che tutto il di più, oltre 15 miliardi di euro (pari a due punti circa di pressione fiscale) deve essere restituito a famiglie e imprese? Bastavano poche righe, e un po' di onestà politica e intellettuale.
    Ancora una volta, Prodi non ne è capace.

    R.Brunetta su Libero di oggi

    saluti

  2. #2
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    Un tesoretto, quattro prese in giro

    Scritto da Fausto Carioti

    Romano Prodi ha appena spiegato, in una lunga lettera al Corriere della Sera , come intende usare il cosiddetto "tesoretto", ovvero la quota di gettito fiscale superiore alle attese che il governo oggi si trova in mano - a detta dei ministri inaspettatamente, e comunque solo grazie all'azione dell'attuale esecutivo - e può spendere per fare un po' di regalini pelosi agli elettori in coincidenza con la campagna elettorale per le amministrative. In ballo ci sono 10 miliardi di euro, 7,5 dei quali, però, serviranno alla riduzione del deficit. Restano quindi, da usare pronto cassa, 2,5 miliardi. Da dividere in tre parti: «Due di queste tre parti (il 66%)», scrive Prodi, «andranno, in diverse forme, a favore di chi, lavoratore, pensionato o disoccupato, affronta con maggior difficoltà il cammino delle propria esistenza. (...) Il restante terzo (33%) andrà alle imprese e alle politiche per la crescita, lo sviluppo e gli investimenti».

    Si tratta di una enorme presa in giro. Primo motivo: perché il "tesoretto" che Prodi adesso vuole utilizzare a fini clientelari è tutto tranne che imprevisto. Come sa chiunque bazzichi un po' i numeri e i bollettini dell'agenzia delle Entrate. Come già si è scritto qui a novembre, «il gettito fiscale è in crescita forte e costante da prima che Visco e Prodi tornassero al governo e da ben prima che varassero la manovra di luglio. (...) Già nei primi tre mesi del 2006, prima delle elezioni, le entrate tributarie erano aumentate del 7,6% e il gettito Iva era cresciuto dell’8%. Mentre il governo Prodi stava nascendo, le entrate fiscali, trainate dalla ripresa dell’economia e dai provvedimenti firmati dal governo Berlusconi, lievitavano con percentuali a due cifre: a maggio il gettito dei tributi complessivi era cresciuto del 16,3% e quello prodotto dall’Iva del 13,6%. A settembre, quando i tecnici del governo si sono seduti per scrivere la Finanziaria, i dati delle entrate fiscali nei primi sette mesi dell’anno (+12,6% il gettito complessivo, +9,4% il gettito Iva) erano già noti».

    Siccome si tratta di numeri che tutti gli addetti ai lavori conoscono, pochi giorni fa lo stesso identico ragionamento è apparso in un editoriale di Luca Ricolfi pubblicato sulla Stampa :

    Le entrate tributarie, al netto delle una tantum della Finanziaria 2006, erano cresciute in modo imprevisto già nel primo trimestre del 2006, e nel resto dell’anno - ossia dopo l’insediamento del governo Prodi - non sono cresciute a un ritmo più rapido che nel primo trimestre. Se il confronto viene fatto con il 2005, l’accelerazione post-elezioni è minima: da +7,9% a +8,6%. Se il confronto viene fatto con il 2004 (il gettito 2005 ha un profilo temporale anomalo), l’accelerazione post-elezioni è addirittura negativa, nel senso che le entrate rallentano la loro corsa dopo le elezioni (da +11,6% a +7,8%). In breve, l’extra-gettito di cui ora si dà mostra di stupirsi, era perfettamente visibile già a metà dell’anno scorso, ai tempi della due diligence e del Dpef, ed era largamente consolidato in autunno, ai tempi del dibattito sulla Finanziaria.

    Se l'esistenza del tesoretto era ampiamente prevista già un anno fa e il governo ha fatto finta di nulla, è solo per motivazioni politiche. Avessero ammesso l'esistenza di un gettito fiscale in forte ripresa, Romano Prodi, Vincenzo Visco e gli altri esponenti del governo e dell'Unione avrebbero dovuto riconoscere che Berlusconi aveva lasciato conti pubblici assai più in ordine ed un'economia assai più pimpante di quanto il centrosinistra avesse detto sino ad allora. In sostanza, avrebbero dovuto ammettere di aver basato la loro campagna elettorale su una serie di dati falsi. E questo non si fa. Così i ministri hanno scelto di insistere con le invenzioni (seconda presa in giro) per non rendere un riconoscimento postumo a Berlusconi.

    Non solo. Aver gridato al buco nei conti pubblici anche quando non ce ne era bisogno ha dato al governo (terza presa in giro) il pretesto di calare una mazzata fiscale sulle teste dei contribuenti. "Deus vult", Dio lo vuole: dobbiamo risanare i conti pubblici disastrati lasciati da Berlusconi e Tremonti, non abbiamo alternative. Invece le alternative c'erano, e la scelta che è stata presa è stata solo politica, non certo contabile. Risultato: il varo di una manovra da 35 miliardi, composta per il 70 per cento da nuove entrate, e pressione fiscale nell'anno 2007 al 47,7%, vicina ai massimi storici, quando solo due anni prima era del 44,4%. L'unico ruolo che il governo Prodi ha avuto nell'aumento del gettito fiscale, dunque, non è aver dato impulso all'economia - come provano a farci credere a sinistra, smentiti dai fatti che indicano il gettito Iva in crescita già da un anno - ma aver aumentato le imposte nel 2007.

    Quarta presa in giro, la redistribuzione del tesoretto. Prima hanno tolto i soldi alle famiglie , ora promettono di restituirli e pretendono di essere applauditi. Ma l'operazione non è a costo zero per il contribuente, tutt'altro. Perché grazie alla manovra che ha giustificato con un allarme infondato, il governo si è potuto permettere di aumentare le sue spesucce clientelari. In altre parole, solo una parte di quello che hanno pagato le famiglie torna indietro. In più adesso il governo, a poche settimane dalle elezioni amministrative, può usare quei soldi come meglio crede, e cioè redistribuirli nel modo che ritiene politicamente più efficace in vista del voto.

    L'idea di usare quei soldi nel modo più corretto nei confronti del contribuente, e cioè abbassando le tasse, non li sfiora nemmeno. Perché meno tasse uguale meno gettito, e cioè meno spesa pubblica con copertura già garantita e meno mance pre-elettorali. Certo, si tratta di interventi che sono finanziati con un giro di vite fiscale, ovvero con il rallentamento dell'economia e l'ennesima riduzione della competitività. Ma questo è un governo che campa alla giornata, e la politica dell'aumento delle imposte riesce a soddisfare sia le pulsioni dirigiste e socialiste diffuse nella maggioranza, sia la disperata necessità del governo di sostenere una campagna elettorale perenne, facendosela pagare con i soldi degli elettori.

  3. #3
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    Accade in Parlamento: Intervento durante il dibattito del 1° agosto/Provvedimento che trova la sua copertura fondamentale in un aumento del deficit
    Si aggira un fantasma chiamato "tesoretto"

    "Tesoretto": intervento al Senato, 1° agosto 2007.

    di Antonio Del Pennino

    Colleghi Senatori, l'oggetto di cui stiamo discutendo è un fantasma. Quel "tesoretto" che la maggioranza si appresta a ripartire, in effetti, come ha detto lucidamente Mario Draghi, non esiste.

    Siamo, infatti, in presenza di un provvedimento che trova la sua copertura sostanziale nell'aumento del deficit: in violazione dello spirito, ancor prima che della forma, degli accordi di Maastricht. So bene che il Governo ha presentato una sua ipotesi di copertura. Ma lo schema è visibilmente incongruo. L'onere indicato, in termini di saldo netto da finanziare, è pari a 4.131 milioni di euro. Una cifra esattamente pari all'extragettito accertato in sede di bilancio di assestamento, ridotto delle maggiori spese, nel frattempo maturate. Sconcerta, innanzitutto, la simmetria delle cifre: 4.131 milioni di miglioramento del saldo; 4.131 milioni di maggiori spese. Si è quindi raschiato il fondo del barile, senza alcuna preoccupazione per le eventuali ulteriori spese che, da qui alla fine dell'anno, dovessero maturare.

    E aggiungo che la spesa effettiva del decreto legge in termini di indebitamento netto, il parametro che vale ai fini di Maastricht, è di gran lunga superiore: pari a 5,6 miliardi di euro .

    Si dice che la manovra è comunque giusta. Premia istanze sociali che eurocrati, dal cuore di pietra, non riescono nemmeno a concepire. Qui c'è un'altra vistosa contraddizione. L'aumento dei minimi pensionistici costa soltanto 900 milioni di euro: pari ad appena il 16 per cento del costo complessivo del provvedimento. Il resto si sparge in una miriade di rivoli. Vogliamo forse discutere, tanto per dire a caso, dell'Istituto Nazionale per studi ed esperienze di architettura navale cui si elargisce un chip di 5 milioni di euro?

    La verità è che le pensioni sono solo una ciliegina sulla torta. La parte più consistente del provvedimento è solo conseguenza del patteggiamento tra le diverse componenti di questa variegata maggioranza.

    Non ci sarebbe nulla di male, se le risorse fossero sufficienti. Ma la loro inadeguatezza risulta evidente dalla struttura stessa del decreto legge. La maggior parte delle spese – il 64 per cento del totale – sono coperte solo sul 2007. Tra queste: i contratti di servizio per le imprese pubbliche, gli investimenti per la rete delle FFSS, dell'ANAS, dell'ENAV e di Poste italiane.

    Non ci sembra un criterio razionale.

    Esso impedisce ogni visione programmatica di medio periodo e costringe ciascuno di questi soggetti a vivere alla giornata. Questo significa che per gli anni successivi si dovrà provvedere con legge finanziaria, dando copertura a quegli 11,3 miliardi di euro previsti dal tendenziale a "legislazione vigente", ma non a "politiche invariate". Terminologia che rischia di occultare una parte della maggiore spesa che non è di carattere discrezionale – per quest'ultima occorreranno altri 10 miliardi – ma definita e certa ancor prima del varo della prossima legge finanziaria.

    Tutto ciò dimostra un'indifferenza ai richiami della ragionevolezza e delle compatibilità finanziarie. Né si può essere certi che questo sia l'ultimo tributo da pagare. Domani sorgeranno altre necessità e sarà difficile resistere alla tentazione di replicare un pericoloso precedente.

    Nel DPEF il Ministro dell'Economia aveva enunciato un principio assolutamente condivisibile. "E' auspicabile – è detto nel documento – che il valore della spesa primaria diventi un punto di riferimento nella discussione Parlamentare sul presente Documento di Programmazione Economica – Finanziaria". In sostanza il Governo chiedeva al Parlamento di rispettare la linea del Piave costituita da un tetto di spesa primaria complessiva di "circa 700 miliardi di euro, pari al 45,3 per cento del PIL". All'interno di questo contesto avrebbero dovuto essere trovate le risorse per finanziare circa 21 miliardi di euro di spesa ulteriore. Il che era ed è possibile solo con tagli corrispondenti.

    L'impostazione, secondo i repubblicani, è corretta. Peccato sia il Governo a disattenderla. Se nel 2007 non si è riusciti a rimodulare la spesa per 5,6 miliardi di euro, come sarà possibile tentare, per il 2008, un'operazione che è quattro volte tanto? Con questo decreto quindi il Governo sta mettendo a dura prova la sua credibilità. Ha dovuto incassare i rimproveri della Commissione europea e francamente inopportuna appare ogni analogia con il caso francese.

    In quel caso l'allentamento dei vincoli finanziari è logica conseguenza di una terapia – shock rivolta ad accelerare il ritmo di crescita di quell'economia. Nel caso italiano è solo frutto dell'impotenza decisionale e delle contraddizioni della maggioranza.

    Ma soprattutto il Governo ha negato le premesse del suo disegno di politica finanziaria per il 2008, ancor prima che la Legge finanziaria sia stata presentata in Parlamento.

    Non riusciamo, pertanto, a comprendere come si potrà far fronte alle nuove esigenze, se non facendo ricorso ad un ulteriore aumento della pressione fiscale. Una misura odiosa, che già ha suscitato reazioni durissime da parte di tutti i contribuenti onesti che vorrebbero una contropartita adeguata in termini di servizi e prestazioni.

    Alla fine il Ministro dell'Economia, anche non volendo come del resto ha fatto finora, sarà costretto a cedere ed assecondare questo disegno.

    E' questo il labirinto in cui il Governo si sta cacciando. Forse inconsapevolmente. Più probabilmente insistendo nel riproporre quella doppiezza culturale, ancor prima che politica, che ne ha finora caratterizzato il respiro. Anche se il fallimento di questa strategia è ormai evidente.

    La speranza è che le forze ragionevoli della maggioranza facciano, al più presto, sentire alta e forte la loro voce, per arrestare una deriva rovinosa.

    tratto da http://www.pri.it/1%20Agosto%20Inter...vTesoretto.htm

  4. #4
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    Predefinito Posso solo lasciare....

    ....la parola ai "coglioni".

    saluti

  5. #5
    Mannysta
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    sono fonti affidabili?

  6. #6
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    Citazione Originariamente Scritto da Leader Visualizza Messaggio
    sono fonti affidabili?
    Se si ritiene affidabile Repubblica che, a riguardo della contestazione del Gufo a Vicenza, cambiò i titoli on line nel giro di venti minuti descrivendo quelli che prima aveva definito "una trentina di contestatori" con "alcuni giovani", lo è certamente anche Libero e soprattutto il Dott. Brunetta.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Leader Visualizza Messaggio
    sono fonti affidabili?
    ------------------------------------
    Hai nome, cognome e indirizzo del senatore che ha parlato.
    Datti da fare...invece di fare il "coglione", berlusconianamente parlando.

 

 

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