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    Angius andrà nello SDI

  2. #42
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    Predefinito A Sofri il congresso è piaciuto

    I congressi devono assomigliare un po’ all’Iliade, o piuttosto ai riassunti dell’Iliade per l’infanzia, nei quali a ciascuno degli eroi greci e troiani è riservato un capitolo, e in quel capitolo è il campione, e non si può che fare il tifo per lui, anche se si è appena fatto il tifo, nel capitolo precedente, per il suo nemico giurato. Infatti nei congressi c’è una gloria, e a volte un trionfo, per i grandi nomi, uno alla volta, anche se siano reciprocamente ostili e lavorino a farsi le scarpe.
    A decretare gloria e trionfo è la platea dei delegati (e le tribune degli invitati), in questo somigliante ai lettori infantili delle gesta omeriche.
    La platea è infatti la parte più interessante del congresso, affine, nelle sue oscillazioni e nei suoi trasporti, al coro, e anche la parte più misteriosa.
    A Firenze abbiamo saputo molto sulle opinioni dei delegati per via di un questionario, ma niente, per adesso, sull’anagrafe: età, sesso, provenienza, professione.
    Dunque l’ispezione dei delegati era affidata allo scrutinio delle singole fisionomie, e ai gesti d’insieme. La voce dei delegati, tanto più in un congresso che si svolgeva a cose fatte, voto di mozioni e nomina del segretario, è l’applauso, e la sua gamma di modulazioni – fino all’ovazione tutti in piedi, accompagnata da un uuuu-uuuuu.
    Nei tipi di applauso bisogna distinguere specialmente tra l’applauso finale e l’applauso preventivo. Gli applausi intermedi, quelli che intermezzano il discorso, sono meno significativi, perché possono essere eccitati, anche in un’orazione fiacca o fiaccamente seguita, dall’evocazione di un singolo tema sentito. Per esempio, nell’attuale fase, la semplice formula, di per sé ovvia e superflua, “Un partito laico!”, bastava a suscitare un applauso, sintomo fino a poco fa imprevedibile dei guasti dell’offensiva clericale. L’applauso finale è invece il giudizio d’insieme, il voto che la giuria assegna al termine dell’esibizione.
    Più eloquente dell’applauso finale è solo l’applauso preventivo, quello che accoglie l’oratore annunciato.
    A volte non c’è, a volte è di cortesia, ma in alcuni, pochi, casi, è già un’ovazione tutti in piedi, accompagnata da un uuuu-uuuuu.
    E’ il caso di Massimo D’Alema, che, benché passi per scostante nel corpo a corpo e arrogante nel dibattito pubblico, è il vero cuore del partito nel rapporto fra podio e platea: sia detto a suo onore, perché D’Alema, che pure non manca di astuzia, è alieno dalla demagogia, e sa che il piacere vero consiste nel conquistare e trascinare l’uditorio dicendogli le cose che a priori l’uditorio non vorrebbe sentirsi dire.
    Così persone meno inclini alla spontanea confidenza nel rapporto a tu per tu col proprio prossimo, riescono a stabilire una complicità e addirittura un’intimità quando il prossimo fa parte del loro esercito, è seduto sotto di loro, e vuole fondersi e trasfigurarsi per un (lungo) momento in una sola persona.
    Stando così le cose, e custodendo D’Alema la chiave dei cuori del suo partito, è tanto più apprezzabile che si sia impegnato nel progressivo scioglimento di quel partito, ciò che oggi ne fa un garante decisivo del nuovo percorso, ma lo espone domani a riacciuffare in campo più neutro il suo carisma.
    Applausi preliminari dello stesso genere sono stati rivolti a Firenze già il primo giorno ad Anna Finocchiaro e a Pierluigi Bersani. In questo investimento avrà parte il modo in cui ambedue hanno figurato sempre più in televisione, apparendo come buoni campioni di una causa che per lo più in televisione appare compromessa o deformata. Finocchiaro è stata applaudita in modo sperticato e convinto anche prima, durante e alla fine del suo intervento, e non mancherà di leggervi, accanto al proprio merito tenacemente costruito, un merito complementare della platea, e della sua speciale voglia di decidere di fatto la pari opportunità di una donna a un prestigio non vicario. Va a suo favore anche l’evidente emozione iniziale, e l’evidente intenzione di dissimularla. Quando l’ho sentita esordire di brutto con gli ateniesi antichi sono stato in pensiero, come a un esame di maturità, e il pensiero mi è rimasto fino in fondo, quando ha ripreso il filo iniziale della rotta e la deriva. Il fatto è che in italiano la rotta può voler dire la direzione tracciata ma anche la disfatta, e deriva può voler dire la lama che assicura la stabilità della barca e anche la deviazione dalla rotta, e insomma il tragitto era un po’ azzardato. Quanto a me ho un criterio sommario, di confidare nelle metafore di mare, e diffidare di quelle di montagna. Quando rischiai il leninismo, cedetti alle metafore alpine (senza sapere bene dove mettevo i piedi), e invece per tenermene alla larga sguazzavo in acqua salata.
    Va detto che tutto il varo del Pd è stato largamente marinaro, e a parte le barche di Massimo e Fabio e i relativi pettegoli confronti, non si è fatto altro, me compreso, che salutare navigazioni d’altura e confronti in mare aperto eccetera; e che anche la candidata donna abbia preso il largo con la flotta del geniale (spregiudicato, corrotto, pregiudicato) Temistocle in un’aura di corallo rosso, è promettente. (Piuttosto, si può rammaricarsi che il suo accenno alla flotta persiana di Salamina sia stato pressoché l’unica evocazione della questione iraniana nel congresso.)
    Intensa è stata anche l’approvazione per Bersani, in proporzione alla circostanza che non è affatto una donna: ma sembra altrettanto affidabile. Gli applausi preventivi espongono a un rischio, nel caso in cui quelli finali non siano all’altezza. Questa volta non è successo per nessuno. Gli applausi preventivi sono l’indizio più certo del legame fra la platea e il singolo o la singola dirigente. La popolarità presso la platea di partito non coincide necessariamente, e a volte contrasta, con la popolarità con il pubblico fuori dal partito. E’ il caso di Veltroni, che infatti ha tenuto a lungo il proprio intervento su un registro prosaico e argomentato, scaldando lui preliminarmente la platea, e poi, quando ha sentito di averla conquistata con argomenti e tono, l’ha trascinata a piacere proprio e della platea stessa. In questo caso ovazione finale prolungata, in piedi e uuuu eccetera, hanno un peculiare rilievo, trattandosi non di un’investitura nel partito, ma di un’investitura del partito a una competizione da giocare fuori. (Nicola Latorre, non so se per correggere me, ha protestato energicamente contro l’idea dell’investitura: ma l’investitura c’è, anzi ce ne sono parecchie, concomitanti, nei libri di storia si chiama così, la lotta delle investiture). Bisogna dare atto a Veltroni che la gamma di motivi retorici che gli è più consona – quelli della “buona politica” – è venuta molto avanti nel suo discorso, e dopo una risoluta esposizione di argomenti non corrivi: la necessità di rivolgersi “a tutti gli italiani”, la consapevolezza della discontinuità (compresa la battuta spiritosa, e azzardata:
    “Il Partito democratico non è stato deciso a Livorno nel 1921”).
    La platea della relazione di apertura di Piero Fassino era moscia. Gli applausi venivano, ma rari e tiepidi. Del resto il discorso non li cercava, e aveva preso la strada della completezza dei temi, a scapito dell’accensione e della profondità. La fine era stata calorosa, ma per un buon tratto la platea dei delegati restò un enigma per gli osservatori e per se stessa. Era come se non si fosse ancora amalgamata, e i singoli esitassero a farsi vivi, per non fare la figura di quelli che nei concerti sbagliano il momento di battere le mani. Forse i delegati non avevano ancora un’idea di che cosa fosse in realtà il congresso, dal momento che tutti i rischi sembravano già corsi, mozioni votate, segretario anche. Forse erano interdetti, se non per l’ampiezza del PalaMandela, per la spericolatezza della scenografia, al centro della quale la voluta del podio sembrava, come ha visto Vincino, un trampolino olimpionico invernale, dal quale gli oratori dovessero catapultarsi sopra le teste del pubblico, il più lontano possibile, e avere il premio.
    Ancora più intimidatorio era l’enorme braccio di gru, sempre in moto, della giraffa televisiva con in cima la camera, non tanto per la paura di essere ripresi a tradimento – ormai tutti vivono come se fossero ripresi, che è la vera versione del “veluti Deus daretur” - ma per il terrore che rovinasse sugli astanti: con un’angoscia simile a quella che i colossali lampadari di cristallo facevano incombere sugli spettatori delle tragedie barocche.
    Nella prima serata passarono in quella calma un po’ anestetizzata personaggi come Sergio Cofferati, che a sua volta non andò affatto alla ricerca degli effetti forti, ma si tenne al sodo.
    Ancora all’indomani, giorno secondo e cruciale, la platea era psicologicamente incognita, e cominciò a rivelarsi, ma nel modo più singolare, durante gli interventi della mattinata riservati ai capi delle mozioni dissenzienti, Angius e poi Mussi. Fatto sta che i passi più veementi dei loro discorsi, e in particolare quelli che intendevano segnare la divergenza, venivano accolti con applausi via via più calorosi e nient’affatto minoritari, sicché a qualcuno, meno addentro alla fisiologia congressuale, dev’essere venuto il sospetto di una sovversione latente. Tanto più che erano approvazioni convinte, e non solo l’affetto che si voleva mettere nel commiato, minacciato da uno compiuto dall’altro.
    L’impressione fu allora che una platea apparentemente fredda, cui era annunciata universalmente una fusione fredda, avesse voglia di scaldarsi e anzi di infiammarsi, volesse insomma la sua parte in una cosa “storica”. E se i voti erano già stati assegnati, bisognava pur dire qualcosa di forte, sulla laicità, sulla memoria degli antenati, sul precariato, sulla famiglia socialista e così via. In realtà quegli applausi ancora contenuti, ma distribuiti senza dosaggi tattici e calcoli di corrente, volevano dire (alla lettera: glielo volevano dire) che davvero non c’era bisogno, se si volessero pensare e rivendicare quelle cose, di andarsene. Intanto, dopo i dissidenti – trattati con mille effusioni, altro che tradizione comunista –veniva Veltroni, e la platea trovava pane per i suoi denti, e non si sarebbe fermata più. Ve la facciamo vedere noi la fusione fredda. Ai dissidenti, separatisti o attendisti, andavano o gli appelli pieni di rimpianto e gli appuntamenti, o le cortesi ma franche ratifiche di Chiamparino o Cofferati: quando c’è una svolta, c’è sempre qualcuno che resta fermo. Mussi del resto ha detto sobriamente così: “Noi ci fermiamo qui”, e qualcuno ci ha sentito un’eco dell’“hic manebimus optime”, mentre si trattava più probabilmente del Lutero di “Hier stehe ich, ich kann nicht anders” (che finiva con l’invocazione: “Dio mi aiuti, amen”).
    Ora io so che i congressi, per la loro intima teatralità, inchiodano gli attori alle loro parti, e spesso proprio in questo sta il loro pathos, ma non ho potuto fare a meno di desiderare che Mussi, e se non lui, che ha troppi baffi per non guardarsi dal melodramma, Katia Zanotti (uso Katia Zanotti come un modo di dire, benché sia una creatura in carne e ossa e capelli rossi) salisse sul palco e dicesse: “E’ troppo, non ce la facciamo più, grazie, non andiamo più via”. Pensate che cosa sarebbe successo in quel congresso. Peccato. Perché la gente non fa una cosa meravigliosa – e ragionevole, per giunta? (Vai a spiegare a una delegata afghana, o a uno africano, le ragioni della separazione, alla luce di parole e gesti congressuali: l’unico che avrebbe potuto capirlo era un brasiliano. Ma un brasiliano si sarebbe messo a ballare se fosse arrivato il contrordine.)
    A proposito di parole: nei congressi le parole sono decisive, ma non certo per la loro significatività.
    L’obiezione – “parlano parlano e non dicono niente” - quanto ai congressi è fuori luogo.
    Alla fine, si calcolerà che circa l’87 per cento delle parole dette sarà stato superfluo, quanto al contenuto. In verità anche nei congressi ci sono discorsi che badano alle cose, in genere di delegati meno noti, di un imprenditore pugliese del fotovoltaico, di un giovane uomo gay e una giovane donna lesbica che parlano e scrivono insieme, oppure di Giorgio Ruffolo e di Alfredo Reichlin, di Massimo Livi Bacci e Faia Koofi e Cesare Damiano e Gianni Cuperlo. Ma le parole dei congressi hanno un altro fine. Se no, basterebbe aspettare di leggerne gli Atti. Ma tutti sanno che i volumi di Atti congressuali sono illeggibili, e si ravvivano solo nelle parentesi in corsivo.
    Vivi applausi. Vive disapprovazioni. La sala applaude in piedi. Tafferugli nella galleria. I delegati delle 21 condizioni escono dalla sala cantando l’Internazionale. I delegati unitari restano nella sala cantando l’Internazionale. Entra Berlusconi. Esce Gianna Malisani. Eccetera.)
    Dicevo di Sergio Cofferati, che ha parlato la prima sera, più o meno all’ora di cena, molto tranquillamente (come Bassolino, all’ora di pranzo del giorno dopo: e Chiamparino ha addirittura rinunciato). Nell’indice di eroi omerici del congresso ds Cofferati ha un posto speciale. Perché poteva essere l’Achille di questa impresa, e lo fu quel famoso giorno in bilico sulla folla del Circo Massimo, e invece scelse di vivere. Corse un rischio enorme –diventare un capopopolo di professione, una disgrazia senza riparo – e invece scese da lì e si rifece una vita. Senza scomparire: quello è quasi altrettanto facile. Un Celestino V l’abbiamo avuto, prima Papa poi monaco. Cofferati non è passato dal Circo a una grotta: fa, per ora, il sindaco di Bologna, che non è poco, ma lascia avere una vita. Claudio Martini, un altro che tiene alla vita, compresa la propria, ha dato un buon consiglio ai congressisti, quanto al rapporto con la continuità e la tradizione: andate a vedere la mostra di Piero della Francesca, a Monterchi Sansepolcro e Arezzo. E volete dire che un congresso così non è una bella cosa?
    C’era perfino un fioraio appostato alla fine di ogni intervento di signora, per consegnarle a bruciapelo un mazzo di fiori.
    Le signore lo guardavano incredule, Livia Turco ha cercato invano di sfuggirgli. Perfino Barbara Pollastrini si è rassegnata a prenderli.
    Se son rose, fioriranno.

    Adriano Sofri su il Foglio di oggi

    saluti

  3. #43
    Hanno assassinato Calipari
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    Ma Sofri non e' quello che...

  4. #44
    Con Il Popolo Palestinese
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    IL DOMANI APPARTIENE A NOI
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj Visualizza Messaggio
    Ma Sofri non e' quello che...
    E tu sei quello che fa finta di cascare dalle nuvole.
    Non lo sai che Ferrara è favorevole alla grazia a Sofri come lo sono tutti quelli di FI?
    Io ovviamente sono contrario e reputo scandaloso che ad un assassino venga pure permesso di scrivere su un giornale,che sono ben lieto di non comprare mai.

  5. #45
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    Citazione Originariamente Scritto da BOY74 Visualizza Messaggio
    E tu sei quello che fa finta di cascare dalle nuvole.
    Non lo sai che Ferrara è favorevole alla grazia a Sofri come lo sono tutti quelli di FI?
    Io ovviamente sono contrario e reputo scandaloso che ad un assassino venga pure permesso di scrivere su un giornale,che sono ben lieto di non comprare mai.
    ------------------------------
    E chi avrebbe ammazzato Sofri?

  6. #46
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    Predefinito Le doglie del parto

    La costituente del Partito democratico, lanciata dai congressi di Ds e Margherita, raccoglie, almeno in queste prime giornate, più difficoltà che entusiasmo.
    Oltre alla defezione di Fabio Mussi, più o meno prevista, è giunta ieri anche quella di Gavino Angius, per certi versi significativa perché esprime il dissenso di un’area che si era effettivamente impegnata nella definizione di una prospettiva riformista dei Ds e che era più integrata nel gruppo dirigente fondamentale del partito.
    D’altra parte se si guarda alle principali rappresentanze sociali di riferimento si vede che anche lì l’idea del Partito democratico fatica ad affermarsi: tra i dirigenti diessini della Cgil la maggior parte ha sostenuto le tesi delle opposizioni interne e il segretario Guglielmo Epifani ha rifiutato di schierarsi.
    Meno appariscente e più silenziosa, esiste anche una diaspora moderata, cui ha dato voce Gerardo Bianco, l’ex segretario del Ppi che ha deciso anche lui di non partecipare alla costituente del Pd.
    Forse è anche per frenare questa emorragia, meno vistosa di quella che soffrono i Ds ma che potrebbe avere effetti elettorali consistenti, che i dirigenti della Margherita, da Franco Marini a Francesco Rutelli, hanno aperto una nuova prospettiva, dicendosi interessati a nuove alleanze per le prossime elezioni, più aperte ai moderati (e quindi chiuse all’estrema sinistra).
    Pur rappresentando un’evoluzione importante e coraggiosa del sistema politico, il Partito democratico vede oggi prevalere spinte centrifughe.
    Capita così quando manca un’idea politica forte, che non può consistere soltanto nella pur apprezzabile costruzione unitaria.

    G.F. su il Foglio

    saluti

  7. #47
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    Il ds Grillini annuncia ad Affari: "Al 70% non entrerò nel partito democratico". Il piano è quello di fondare i Libdem anti-Teodem
    Venerdí 27.04.2007

    La dead line è il congresso dell'Arcigay, in programma dall'11 al 13 maggio. "In quella occasione annuncerò, assieme ad altri, l'intenzione di dar vita a un movimento politico di natura libertaria capace di raccogliere le forze, le energie e il contributo di tutti coloro che, in questi anni, si sono battuti per i diritti civili nel nostro paese", afferma il deputato Ds Franco Grillini, che si avvia così a non entrare nel partito democratico e a fondare il movimento dei Libdem, pensato in contrapposizione al movimento dei Teodem. Grillini spiega le caratteristiche del movimento ad Aprileonline, anche se, contattato da Affari, dichiara che al momento "la possibilità di non entrare nel Pd è del 70%".

  8. #48
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    La lezione francese
    Il Partito democratico scopre di perdere consensi a sinistra

    Non deve stupire che il "democratico" Francesco Rutelli ostenti una preferenza per la socialista Ségolène Royal, quando il moderato Bayrou si è ben guardato di sbilanciarsi nel ballottaggio per le presidenziali francesi.

    Bayrou, lo spiega lo stesso Rutelli in una intervista al "Corriere della Sera", ha un elettorato che comprende un 25% che si definisce di "sinistra", un 41%, di "destra" e la percentuale restante di "centro". La sua partita l'ha giocata, se vuole avere un peso domani, gli conviene restare alla finestra. A contrario di Bayrou, Rutelli la sua partita inizia a giocarla ora ed ha un punto chiaro in mente: alleato con i socialisti, ma non intruppato nel Pse. Il che rappresenta un problema per i Ds che vogliono sì formare il partito democratico, ma temono una diaspora a sinistra più grave di quella che appare. E già quello che appare della diaspora - una trentina di parlamentari, personalità del vertice del partito, un ministro, un capogruppo storico al Senato -non si può definire poco. Se Rutelli avesse pure detto che non sosteneva la Royal nemmeno al ballottaggio, apriti cielo. Anche perché tutti ci ricordiamo della simpatia di Rutelli per Sarkozy ministro degli Interni.

    Allora il leader della Margherita, ammesso che davvero preferisca la Royal al gaullista Sarkozy, deve aprire a sinistra, perché è a sinistra che il nascituro Partito democratico rischia di apparire scoperto. E se nelle prossime amministrative la minoranza fuoriuscita dai Ds avesse un risultato elettorale tale da evidenziare una perdita di voti di Fassino, ecco che l'intero progetto avallato dai due congressi potrebbe subire una battuta di arresto grave.

    Ovviamente una rincorsa a sinistra non esclude una perdita di consensi al centro: e coloro che invece ambivano ad un partito democratico davvero distante dal socialismo, che condividevano la strategia di Bayrou, per intenderci, è possibile siano già preoccupati da questa china.

    Perché hai voglia a sostenere che la Royal e Bayrou si devono mettere d'accordo, quando è già chiaro che l'accordo non c'è stato e che il Partito democratico non è un secondo, ma è un terzo fra socialisti europei e conservatori, in Francia, come in Inghilterra, come in Germania. Possibile che in Italia riesca a soppiantare la bandiera socialista o addirittura ad accorparla? Qualche dubbio Fassino e Rutelli dovranno pure cominciare ad averlo.

    La grande idea di mettere insieme riformatori socialisti e riformatori cattolici non prevedeva di trovarsi un raggruppamento socialista alla sua sinistra, magari spostato - come è chiaro dai toni sostenuti da Boselli al congresso dello Sdi - su posizioni più radicali, tali per l'appunto da indebolire i Ds. In realtà chi rilegga la storia del nostro paese, si ricorderà l'esperienza del Partito socialista unificato di Saragat e Nenni, che ebbe prima una scissione a sinistra, il Psiup, poi una coabitazione fra due segreterie distinte, poi una nuova separazione. E lì davvero le distanze erano minime, la desinenza politica comune e pure tutto ciò non fu sufficiente. Chi può dire che il Partito democratico possa avere migliore fortuna? Noi gliela auguriamo volentieri, ma non ci scommetteremmo.

    Anche perché a rendere più complicate le cose c'è il referendum. Qualche esponente del governo si è preoccupato di dire che il sostegno al referendum metterebbe in crisi il Partito democratico. La ragione di questa affermazione sta nel fatto che il Partito democratico dovrebbe essere un elemento di rafforzamento del governo, che invece il referendum metterebbe in crisi. Tanto è vero che Prodi ha cercato perfino un accordo con Bossi sulla legge elettorale nel suo desiderio di evitare la consultazione popolare. Se invece ci si arrivasse, il governo finirebbe, per la rivolta dei più piccoli del centrosinistra e per l'ordine sparso in cui si muovono gli esponenti dei due partiti. Non sarebbe la prima volta che un desiderio razionalizzatore della vita politica italiana, un disegno di buon senso, come quello che il Partito democratico esprime, venisse travolto dalla più forti pulsioni del caos che si annidano in una società complessa come la nostra, che ha dimostrato di patire il regime bipolaristico e ancora di più patirebbe quello bipartitico. E anche all'opposizione si vive una primavera di passione, come dimostrano le spaccature in Veneto.

    L'amara beffa di chi, partito per andare nel Nord America, approderebbe invece nell'America del Sud. Un rischio che stiamo correndo.

    Roma, 27 aprile 2007

    tratto da http://www.pri.it

  9. #49
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    Citazione Originariamente Scritto da Dottor Zoidberg Visualizza Messaggio
    Il ds Grillini annuncia ad Affari: "Al 70% non entrerò nel partito democratico". Il piano è quello di fondare i Libdem anti-Teodem
    Venerdí 27.04.2007

    La dead line è il congresso dell'Arcigay, in programma dall'11 al 13 maggio. "In quella occasione annuncerò, assieme ad altri, l'intenzione di dar vita a un movimento politico di natura libertaria capace di raccogliere le forze, le energie e il contributo di tutti coloro che, in questi anni, si sono battuti per i diritti civili nel nostro paese", afferma il deputato Ds Franco Grillini, che si avvia così a non entrare nel partito democratico e a fondare il movimento dei Libdem, pensato in contrapposizione al movimento dei Teodem. Grillini spiega le caratteristiche del movimento ad Aprileonline, anche se, contattato da Affari, dichiara che al momento "la possibilità di non entrare nel Pd è del 70%".
    onestamente non penso ke per essere lib dem o libertari basti essere a favore dell'ampliamneto dei diritti civili, staremo a vedere pneso farebbe meglio ad andare con lo SDI

  10. #50
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    Il ds Grillini annuncia ad Affari: "Al 70% non entrerò nel partito democratico". Il piano è quello di fondare i Libdem anti-Teodem
    Venerdí 27.04.2007

    La dead line è il congresso dell'Arcigay, in programma dall'11 al 13 maggio. "In quella occasione annuncerò, assieme ad altri, l'intenzione di dar vita a un movimento politico di natura libertaria capace di raccogliere le forze, le energie e il contributo di tutti coloro che, in questi anni, si sono battuti per i diritti civili nel nostro paese", afferma il deputato Ds Franco Grillini, che si avvia così a non entrare nel partito democratico e a fondare il movimento dei Libdem, pensato in contrapposizione al movimento dei Teodem. Grillini spiega le caratteristiche del movimento ad Aprileonline, anche se, contattato da Affari, dichiara che al momento "la possibilità di non entrare nel Pd è del 70%".
    ------------------------
    Non mi dire che, con quella faccia da sbarazzino, non sai che i neo-dem stanno tirando un lungo sospiro di sollievo alla notizia della decisione presa dall'arci-gay Grillini.
    Suvvia, ragazzi: al CENTRO c'è tanto di quel posto ancora libero!!!!

    saluti

 

 
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