bene, sono contento che la discussione abbia avuto uno sviluppo, e che abbiate apprezzato l'abbozzo ideale che avevo buttato giù.
continuiamo così tutti insieme, ognuno con il suo contributo personale prezioso.

Per Sandokan:
neanche io condivido del tutto le analisi politiche del Pcl, tuttavia non sono d'accordo con quanto dici su un punto in particolare:
la produttività che deve crescere è un paradigma tutto liberale che non regge alla prova dei fatti. La produttività del lavoro e del capitale nel mondo postindustriale è elevatissima e puntare ad un suo costante aumento significa rincorrere le orme dell'economia informatica e delle nuove tecnologie in un contesto segnato da un paradigma ipersviluppista ( come se oggi il tenore di vita globale della nazione italiana non fosse già altissimo). Il punto non è la produttività in sè per sè , quanto piuttosto la pianificata distribuzione del lavoro nelle aree di reale utilità sociale ...cioé a dire le risorse ci sono e sono immense, soltanto le si dovrebbero utilizzare in forme molto più utili per la società, e questo anche se la produttività complessiva restasse immutata.
Rimanendo nel discorso concorrenziale internazionale,per cui se non aumenti la produttivitò del lavoro, ti aumentanpo i salari e perdi di competitività perché gli imprenditori se ne vanno in Estonia o in Cina, be, francamente questo discorso è semplicemte insostenibile.Quello che una nazione oggi deve fare è difendere sè stessa attraverso forti politiche pubbliche di occupazione, attraverso dazi protettivi, e, in ultima istanza attraverso la conseguente difesa dello Stato sociale.
Non è vero inoltre che non vi sia un problema di redditi commisurati al lavoro. I salari, Sandokan, sono terribilmente bassi in Europa ( e in Italia in primis) rispetto proprio alla produttività del lavoro e questo semplicemente perché i profitti negli anni del neoliberalismo si sono mangiati il 60 % della ricchezza nazionale.
Che la produttività possa crescere ( sempre restando nel paradigma del capitale, quindi in un discorso di pura contingenza...ben inteso) può andare benissimo, ma non bisogna fare della produtività un mito fondante ( com' è nella reotirca di chi non vuole permettere che si elevino i salari a scapito dei profitti) perché è sbagliato vedere la propria nazione come competitiva nel mondo per attirare capitali internazionale e imprenditoria attratta da un costo del lavoro reale ( cioé il rapporto tra salario nominale e produttività del lavoro ) il più basso possibile.
Sono proprio i giornali borghesi che non fanno altro che invocare l'aumento della produttività ( già altissima in assoluto ....che me ne frega che negli Stati Uniti è ancora più alta ) per abbattere i costi del lavoro reale senza toccare di un acca i salari che da vent'anni non fanno che crollare in termini relativi.
Accusare l'Italia di bassa produttivitàè un gioco pericoloso portato avanti dalla borghesia.
Altra cosa è dire che la struttura produttiva italiana andrebbe riorientata con l'azione pubblica verso sfere che accentuino l'indipendenza nazionale ( ricerca enrgetica, media, farmaceutica, spaziale ) e la crescita della nazione come soggetto politico influente. Questo discorso ( sempre nell'ottica realista di breve periodo ) lo posso accettare e condividere.
Ma l'assioma dell'aumento della produttività generale del sistema economico italiano, credimi, è un luogo comune da sfatare.
Sulle nazionalizzazioni non possono essere generalizzate: dipende tutto da come vengono gestite. Chiaro che ve ne sono alcune che storicamente si sono dimostrate rapaci e spoliatrici, ma altrettanto chiaro è che esse possono essere un importante correttivo temporaneo ( in attesa dell'abbatimento del capitale ) al sistema di mercato, e possono salvaguardare importanti pezzi non mercificabili e svendibili dell'economia nazionale.
Ma se ne può parlare con più calma.
In ogni caso, bravo Sandokan, stai aprendo vari spunti economici di grande importanza dei quali è doveroso dibattere