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Il 28 aprile 1945 il comandante della milanese Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, colonnello Franco Colombo, ha già dato il viatico ai suoi uomini (i suoi “Mutini”, banditi e partigiani di Piemonte e Lombardia se li ricorderanno per anni), consegna loro l’ultima paga e dona la somma restante agli uomini dei reparti delle Brigate Nere e della della Decima Mas che in quei momenti compongono l’autocolonna. Grazie alla confusione i partigiani riescono a catturarlo mentre è in un’auto insieme a Romualdi per parlamentare. Un processo farsa viene istituito sul posto ed, ultima infamia, il comandante Colombo deve sopportare decine di accuse campate in aria lanciate dal “tribunale del popolo”. Rifiuta il cibo che gli viene offerto, e all’annuncio della sua sbrigativa condanna a morte risponde “Finalmente!”; Chiede solo un cappello da sciatore, come quelli delle Brigate Nere. Un partigiano lo procura in cambio di denaro e lui risponde “..è proprio come lo volevo io!”. Lo portano a Lenno (il 28 o il 29 aprile, le fonti non concordano) dove, posto al muro scansa il prete dicendogli “non ho niente di cui pentirmi”. Le mani legate con il fil di ferro, prima che parta la scarica di fucileria si rivolge ai suoi boia in dialetto meneghino: “Andé a cagher! Femm dumá prest !! . non vi posso più vedere… siete dei vigliacchi. Viva il Duce!” Qualche giorno prima ha detto ai suoi mutini: “Ora vado a raggiungere il mio Duce”. I suoi resti sono onorati al Campo 10 del cimitero monumentale di fronte al Comandante Alessandro Pavolini. (Sul Comandante Colombo e la Legione Muti: “Siam fatti così” – ed. Ritter 2002 Milano)




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