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  1. #31
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    Qui non si crede alle leggi della fisica; non si crede all'impenetrabilità dei corpi e neanche all'evoluzionismo. Qui si sta ancora ad Adamo ed Eva

  2. #32
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    Celebrazioni del 1° maggio/Dai sindacati solamente gli stessi proclami rivolti al passato
    Anche il lavoro necessita di una rivoluzione culturale

    di Gianni Ravaglia

    Nel corso della celebrazione della festa del lavoro ci sarebbe piaciuto ascoltare leader sindacali riportare i dati che l'economista Indur Gokdany, ex delegato Usa presso la commissione Onu sui cambiamenti climatici, ha pubblicato in un libro, la cui sintesi si trova nel sito internet del Cato Institute, centro studi del pensiero libertario americano. Con ricchezza di dati e di tabelle, emerge che, solo grazie a pacifiche rivoluzioni che hanno introdotto, a partire dall'ex Unione Sovietica, gli istituti della democrazia, l'economia capitalistica e la globalizzazione, i lavoratori, nel mondo, hanno conquistato maggior benessere e vivono di più. Dagli anni 60, pur a fronte di un aumento dell'83% della popolazione, la disponibilità di calorie minime per vivere, nei paesi più poveri, è aumentata del 38%. I prezzi degli alimenti si sono ridotti del 75%. La sottonutrizione cronica si è ridotta del 50 %. I popoli costretti a vivere con un euro al giorno, che erano il 16% negli anni 70, sono oggi il 6%. Quelli costretti a vivere con 2 euro al giorno sono passati dal 39% al 18%. La speranza di vita media nel mondo, ai primi del Novecento, era sui 30 anni, oggi è di 67 anni, con punte, in Italia, che superano gli 80 anni. La scuola e la formazione sono di gran lunga più disponibili. Il tasso mondiale di analfabetismo che si aggirava, negli anni 70, sul 46%, oggi è del 18%. Si sono ridotte le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri. I livelli minimi di sussistenza dei paesi poveri sono significativamente cresciuti. Mai, nella storia del mondo, si sono complessivamente registrati tassi di benessere, di salute, di vita, di lavoro, di alfabetismo, di interscambio commerciale e culturale, pari a quelli che viviamo al giorno d'oggi.

    Con ciò non si vuole certo dimenticare che, nel mondo, milioni di uomini soffrono ancora le piaghe della povertà. Ma è ora di denunciare che esse sono figlie di regimi totalitari, comunisti e non, di lotte tribali e religiose tra popoli che non hanno ancora compreso la lezione del liberalismo, della democrazia e della concezione laica dello stato. Valori e istituti, questi, dai quali nascono anche gli anticorpi che servono da antidoto sia nei confronti di logiche capitaliste senza regole che di ogni guerra di religione. Si potrà discutere, allora, se siano più o meno opportuni interventi tesi ad esportare la democrazia nei paesi ove essa è assente. Certo appare miope e senza costrutto l'aiuto ai paesi più poveri se prima, in quegli stessi paesi, non si sono create le condizioni per una convivenza democratica e per la libertà di impresa. Ancora, si potranno discutere incidenza e contromisure indotte dalle variazioni climatiche. Ma, indubbiamente, le scelte migliori non sono quelle tese a fermare lo sviluppo, stante il fatto che solo con più ricerca, più sviluppo e più ricchezza si potranno trovare risorse e innovazioni necessarie per convivere o per ridurre gli effetti del fenomeno.

    Per venire al cortile di casa nostra, la vera rivoluzione culturale sarebbe stata quella di sentire i leader sindacali porsi il problema di invertire, a vantaggio dei lavoratori italiani, il processo di delocalizzazione delle imprese, sollecitando i governi ad aggredire la natura dei maggiori costi che esse debbono sopportare in Italia. A partire da quelli energetici, per passare a quelli di un apparato pubblico, costoso e inefficiente, per arrivare allo smantellamento dei vincoli corporativi che legano la società italiana ad una logica di progressivo declino. Sarebbe stato rivoluzionario sentirli contestare quelle banche italiane che hanno investito miliardi in un'azienda come la Telecom, pur appetibile sul mercato internazionale. Così destinando risorse, accumulate sulla pelle di milioni di piccoli e medi imprenditori e di lavoratori, invece che per dare ossigeno finanziario, consulenza, conoscenze per far crescere quelle stesse imprese e con esse il numero dei loro dipendenti, in un investimento improprio, per fare piacere al capo del governo. Sarebbe stato rivoluzionario se il sindacato, mentre chiede, giustamente, un recupero del potere d'acquisto di salari e stipendi del settore privato, avesse contestato il governo che, prima attua un aumento assurdo delle imposte, per poi utilizzare le maggiori entrate per aumentare gli stipendi del settore pubblico, l'unico che, negli ultimi anni, non ha subito una riduzione del proprio potere d'acquisto.

    Purtroppo, nei comizi del primo maggio, di rivoluzione culturale non si è parlato. Il conformismo vetero collettivista ha regnato sovrano. Cosicché, mentre i paesi in via di sviluppo, con le loro rivoluzioni di mercato, cresceranno sempre più, i nostri giovani e i lavoratori, se continueranno ad essere ammaliati dalle idee collettiviste, saranno costretti a pagare, sulla loro pelle, il progressivo impoverimento delle risorse produttive della nazione.

    tratto da http://www.pri.it

  3. #33
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    E c'è questo che scassa i marroni postando tutti gli articoli del PRI (0.01% dell'elettorato)

  4. #34
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    Primo maggio
    Festeggiamo i lavoratori, non i sindacati

    di Carlo Lottieri

    Ogni anno il Primo Maggio è l'occasione per una celebrazione dei sindacati che ci rappresenta le odierne organizzazioni dei lavoratori come un baluardo fondamentale a difesa degli interessi dei più deboli. Il luogocomunismo imperante vorrebbe farci credere che, in assenza della Triplice, gli operai sarebbero alla fame e le loro condizioni di lavoro davvero terribili. Bisogna però prendere atto che tale propaganda è assai inefficace, poiché periodiche indagini demoscopiche ci dicono che il prestigio dei sindacati è sceso ormai a livelli bassissimi: di poco superiore a quello dei politici. Lo stesso numero degli iscritti sarebbe insignificante se non vi fosse l’esercito di complemento dei pensionati, che spesso aderiscono nel momento in cui vengono aiutati a compilare le pratiche previdenziali e poi continuano a farsi trattenere il contributo in maniera inerziale. Da parte loro, i leader sindacali fanno ben poco per promuovere con successo la loro immagine ed è ormai evidente a tutti che la carriera interna al sindacato è solo una scorciatoia formidabile per quanti ambiscano ad alti incarichi istituzionali. Diventare un esponente della Cgil o della Cisl permette infatti di assumere la presidenza della Camera o del Senato, apre la strada a chi voglia diventare sindaco a Bologna o altrove, assicura poltrone da ministro o deputato.

    I veri problemi, però, sono altri. Se garantissero ai loro responsabili posizioni di prestigio, ma al tempo stesso facessero veramente gli interessi dei lavoratori, i sindacati potrebbero anche essere seriamente presi in considerazione. Il guaio è che avviene l’opposto. Cominciamo dalla questione – certo fondamentale – del reddito da lavoro dipendente. La tesi dei sindacalisti è che salari e stipendi crescono grazie alla pressione da loro esercitata sui “padroni”. Ma se tale argomento fosse fondato, cosa dovremmo pensare della Triplice alla luce del fatto che i redditi dei nostri lavoratori (secondo i dati ufficiali) sono in fondo alla classifica europea? Cosa hanno fatto in tutti questi anni Lama e Carniti, Benvenuto e Trentin, Pezzotta e Cofferati?
    In realtà, non esiste alcuna relazione diretta tra l’azione sindacale e il reddito dei lavoratori, tanto è vero che vi sono paesi in cui i sindacati sono deboli e quasi inesistenti mentre i redditi sono alti, e altri paesi – come l’Italia – in cui è vero l’opposto. Questo succede perché i salari sono essenzialmente condizionati da altri fattori: dalla forza effettiva sul mercato degli operai e degli impiegati (qualità del loro lavoro e domanda esistente), dal dinamismo complessivo dell’economia, dall’ammontare degli investimenti.

    Per questa ragione, l’azione dei sindacati indebolisce costantemente le prospettive del lavoro dipendente, dato che essi sono sempre in prima fila quando si tratta di chiedere ulteriore spesa pubblica. Ostacolando la crescita dell’economia nel suo insieme, essi minano la stessa possibilità per i lavoratori di avere un futuro dignitoso. Fossero solo un trampolino di lancio per politici ambiziosi ma non incrementassero la quota di economia e società posta sotto il controllo dello Stato, i sindacati non sarebbero tanto dannosi. La tragedia è che drenano costantemente risorse dall’economia reale al settore pubblico, dai produttori ai parassiti.
    Frenando crescita e innovazione, contribuiscono pure ad aumentare l’insicurezza sui luoghi di lavoro. Invece che continuare a domandare nuove e più severe leggi, invece che moltiplicare le agenzie incaricate di visitare fabbriche e cantieri, i sindacalisti dovrebbero comprendere che più un sistema economico è povero e arretrato, e peggiori sono le condizioni dei lavoratori. È lì la vera questione, ed è lì che bisogna intervenire. Se il sistema produttivo italiano tirasse e se quindi vi fosse una forte offerta di posti all’interno del privato, gli operai italiani sarebbero in condizione di rifiutare i lavori peggiori, più rischiosi, esposti ai maggiori pericoli. Ma siccome l’Italia – dove la spesa pubblica ha superato la soglia del 50% del Pil – è ferma e poiché l’innovazione scarseggia, è quasi fatale che la qualità di tanti lavori sia scadente e gli incidenti siano numerosi.

    La radice del disastro dei nostri sindacati è quindi nel loro essere intrisi di statalismo. Nate nel diciannovesimo secolo come realtà spontanee e nella logica libertaria del mutuo soccorso, le organizzazioni sindacali si sono successivamente politicizzate, diventando strumenti di potere e apparati per la gestione del consenso. Quel che è perfino peggio, esse si sono nutrite di una cultura che in una prima fase ha esaltato la “lotta di classe” e poi ha monopolizzato il diritto a negoziare con il padronato. Così oggi i tre leader sindacali pretendono di parlare a nome di tutti i lavoratori e siglare contratti che vincolano pure chi non ha dato loro alcuna delega.
    Perché questo è il punto. Non avremo sindacati davvero schierati a difesa degli interessi legittimi dei lavoratori fino a quando non avremo sindacati “di mercato” (che agiscono solo su mandato dei loro iscritti), ma burocrazie che hanno espropriato a milioni di persone la facoltà di disporre del diritto a negoziare autonomamente e in piena libertà il loro contratto di lavoro.

    tratto da http://www.opinione.it/

 

 
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