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Risultati da 21 a 25 di 25
  1. #21
    roberto m
    Ospite

    Predefinito

    rallegriamoci perchè almeno in Francia i sinistri sono stati sconfitti e quello che avviene in Francia si ripercuote sempre in Italia da 220 anni a questa parte

  2. #22
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    Predefinito Obbligo di vendere

    Roma - Ventuno pagine per costringere Silvio Berlusconi al passo indietro. Ventuno pagine.
    Questa è la lunghezza del progetto di legge Franceschini sul conflitto di interessi uscito lunedì notte dalla commissione Affari costituzionali della Camera presieduta da Luciano Violante.
    Che ha sempre respinto le accuse di «killeraggio» provenienti dalla Cdl.
    Nelle pieghe del provvedimento si celano gli stratagemmi che, di fatto, obbligherebbero il leader della Cdl a dismettere le sue partecipazioni rilevanti nel caso tornasse al governo. Con buona pace della Costituzione.

    Incompatibilità. L’articolo 10 del pdl Franceschini è ormai noto: chi ha un patrimonio superiore a 15 milioni di euro o controlla un’impresa in regime di autorizzazione o di concessione non può essere titolare di cariche di governo. Ma è l’articolo 12 (intitolato Separazione degli interessi) a chiudere il cerchio. L’Autorità di vigilanza sui conflitti di interessi, sentite la Consob e l’Antitrust, deve pronunciarsi sull’incompatibilità e risolvere la questione. Se si opta per il blind trust (definito come trust dove «il fiduciario-trustee ha la più ampia discrezionalità in merito alla consistenza qualitativa dei beni e i beneficiari ne possono avere solo una conoscenza quantitativa»), la nuova Autorità dovrà approvarne anche la legge regolatrice con facoltà di apportare cambiamenti in qualsiasi momento. «All’alienazione - recita il testo - si procede quando si tratta dell’unica misura possibile per evitare il conflitto». La spada di Damocle resta sempre pendente.

    Il caso Berlusconi. Il comma 11 dell’articolo 12 sancisce che il blind trust «ha ad oggetto solo valori mobiliari». E qui inizierebbero i problemi per l’ex premier in caso di ritorno al governo.
    Silvio Berlusconi è proprietario di quattro holding (Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava) che controllano il 61,13% di Fininvest. Quest’ultima, a sua volta, controlla il 35% circa di Mediolanum e di Mediaset nonché il 50,1% di Mondadori e il 100% di Medusa e del Milan.
    Nel blind trust andrebbero le azioni delle Holding Italiana che in quanto tali sono «valori mobiliari». A meno che il titolare della carica di governo non opti per l’alienazione parziale o totale dei propri beni con relativo conferimento a un trust (comma 12 dell’articolo 12). Una vendita che dovrebbe essere effettuata a prezzi di realizzo considerato che per le operazioni di alienazione la legge (comma 15) concede 4 mesi prorogabili di 3 se la «collocazione sul mercato risulti particolarmente difficile». Sette mesi sulle piazze finanziarie sono pochi per l’offerta di una decina di partecipazioni di controllo.

    Vendita coatta. «Il blind trust è un istituto che consente la possibilità di affidare in gestione un bene scambiabile, ossia un bene fungibile come azioni quotate, titoli obbligazionari o quote di fondi di investimenti. Ma se si affidano in gestione azioni che rappresentano un valore economico come quelle di una holding non quotata, è una vendita coatta. E poi, il trust non sarebbe blind, cioè “cieco”, perché l’attività delle imprese controllate dalla holding sarebbe sempre alla luce del sole». Sono sufficienti queste parole di un autorevole esponente di un’autorità di vigilanza per comprendere come Silvio Berlusconi sarebbe fortemente penalizzato dal pdl Franceschini.
    E il Cavaliere ieri a Monza non l’ha mandato a dire: «La proposta di legge è anticostituzionale e antidemocratica. Il solo scopo è far fuori il leader dell’opposizione. Una legge per evitare che il leader dell’opposizione, che ha più del 50% dei voti, sieda al governo».

    Limbo. L’accertamento del conflitto e l’invito all’opzione da parte dell’Authority congelano i diritti di voto del titolare nelle società partecipate (più del 4,99% nelle quotate, più del 20% nelle altre). Queste ultime dovranno convocare entro due mesi l’assemblea straordinaria per la revoca o la conferma degli amministratori. Una sorta di limbo che inciderebbe non poco sulla loro libertà di movimento. Con possibile pregiudizio per i piccoli azionisti.

    Autorità costosa. Il pdl Franceschini costa 15 milioni di euro per il triennio 2007-2009. L’ammontare è stanziato per la nuova Authority di vigilanza sui conflitti. I cinque membri (due eletti dalla Camera, due dal Senato e uno di concerto tra i presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama) costeranno 6 milioni nel triennio. Altri 900mila euro vanno alle consulenze, mentre 5,1 milioni sono stanziati per il personale (massimo di 50 assunti e 20 a tempo determinato), mentre 3 milioni sono destinati alle spese di funzionamento. L’Autorità potrà avvalersi di un nucleo ad hoc della Guardia di finanza per sorvegliare i governanti, prerogativa che spetterebbe al Parlamento.
    A buon diritto Maurizio Ronconi (Udc) ha parlato dell’«ennesimo “baraccone”» per creare «nuove clientele» con «nuove assunzioni».

    G.M. De Francesco su il Giornale

    saluti

  3. #23
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    Predefinito Tetto agli spot: la UE...

    ...sbugiarda il governo Prodi

    Paolo Gentiloni potrebbe forse a questo punto prendersela col «destino cinico e baro» come già capitò a un illustre esponente della sinistra, anni fa. O più probabilmente cercare di individuare chi, dai suoi uffici o da quelli che hanno avuto per le mani la cosa, hanno fatto filtrare qualche carta all’esterno. Ma è più che scontato comunque che debba affrettarsi a rispondere nero su bianco alla picconata giuntagli da Bruxelles e che, evidentemente, aveva deciso di tener nascosta.
    Eh, già: non può più tener chiusa nel cassetto la lettera inviatagli a metà dello scorso aprile dal direttore generale della Concorrenza Philip Lowe. Perché il caso ha voluto che giusto ieri, in concomitanza con un’intervista del ministro delle Comunicazioni al Corriere in cui chiede di accelerare i tempi per il varo del suo ddl di riforma della legge Gasparri e difende il tetto del 45% alla pubblicità, sostenendo che«le soglie antitrust si giustificano in tutti i Paesi occidentali dove c’è una minaccia al pluralismo e alla libertà di espressione per un eccesso di concentrazione»,ecco venire alla luce la «missiva di Bruxelles»:
    ovverosia del capo in testa del gabinetto del commissario Viviane Reading.
    In cui, assieme alla richiesta di molti chiarimenti, lo si invita a piantarla di tirare in ballo la Ue a difesa della sua riforma, specie per quel che riguarda proprio il tetto del 45%.
    E questo, intanto perché nella Ue la «posizione dominante» non si applica alle aziende che superano quella quota, ma viene decisa caso per caso.
    Ma ancora e soprattutto in quanto nel suo ddl - dove si fa esplicito riferimento proprio alle direttive Ue - si spaccia come applicabile al mercato pubblicitario tv una norma che invece fa riferimento solo «ai mercati della comunicazione elettronica».
    Insomma, da nessuna parte nelle norme comunitarie, è previsto che ci sia un tetto del 45% per gli spot, oltre i quali si arriva a quella «posizione dominante» che Gentiloni vuole combattere tirando in ballo la libertà di stampa.
    Uno schiaffone pesante per il ministro. E al governo. Cui la lettera di Lowe chiede ulteriori chiarimenti di merito dopo l’avvio della lunga querelle tra Bruxelles e Roma avviata con la contestazione della Gasparri e proseguita tra mille altre incomprensioni.
    Era già accaduto a dicembre scorso, del resto, che Gentiloni entrasse in rotta di collisione con le istituzioni europee: era salito a Strasburgo di soppiatto e aveva cercato di portare l’Europarlamento ad approvare un emendamento che avrebbe parificato spot e telepromozioni, mirando al bersaglio grosso di Mediaset.
    Gli era andata male: l’aula decise, all’opposto (col voto favorevole di Ppe, socialisti e liberali) di seguire le indicazioni della Reading e cioè di lasciare distinti i tempi degli spot da quelli delle telepromozioni.
    La storia, ieri, si è ripetuta: dopo uno scambio di informative tra ottobre e novembre, evidentemente non troppo convincenti, ecco che la direzione generale della concorrenza torna a scrivere a Gentiloni. Gli fa presente che non basta che una azienda raggiunga il 45% di un mercato (nel caso quello pubblicitario) per essere ritenuta «posizione dominante» da combattere. Mette poi in rilievo come i riferimenti «alla direttiva 2002/21/CE - citati nel ddl del ministro - si applicano solo ai mercati delle comunicazioni elettroniche (...) e non comprendono il mercato della pubblicità televisiva». Gli viene suggerito a questo punto, in modo esplicito, di «modificare la formulazione della disposizione in questione, onde evitare di utilizzare termini fuorvianti ed eliminare il riferimento improprio al quadro normativo comunitario».
    E ancora gli si rivolgono osservazioni e richieste di modifica su altre questioni strettamente tecniche.
    Per il ministro delle Comunicazioni una bella doccia fredda. Emersa a sorpresa giusto il giorno in cui aveva bruscamente invitato Berlusconi «ad accettare la sfida della concorrenza e del mercato» senza fare «del vittimismo a orologeria».
    Non dimenticando di inviare un messaggio anche alla sinistra perplessa dal suo ddl: «Nel nostro programma di governo pochi punti erano chiari come la riforma della Gasparri. Se non riuscissimo a mantenere l’impegno rischieremmo uno tsunami da parte dell’elettorato».
    In attesa di verificare se il maremoto ci sarà o meno, il ministro ha intanto a che fare con un bel temporalone proveniente da Bruxelles. Che gli fa sapere di piantarla di cercare di coprirsi le spalle con inesistenti regole comunitarie.

    da il Giornale del 8 maggio

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Blind trust? Inutile e...

    ...incostituzionale

    «Il blind trust non è strumento utile a disciplinare il conflitto di interessi».
    L’ex presidente della Corte costituzionale, Vincenzo Caianiello, lo scrisse a chiare lettere ben cinque anni fa. In un parere pro veritate depositato alla commissione Affari costituzionali della Camera nel corso di un’audizione il 28 gennaio 2002, il giurista, scomparso nell’aprile di quello stesso anno, mise in discussione la validità dell’affidamento in «gestione cieca» come strumento di separazione degli interessi privati da quelli pubblici.
    L’inidoneità può essere motivata sotto diversi punti di vista.
    In primo luogo, quello normativo. Se negli Stati Uniti con l’Ethics in government Act del 1978 è diventato quasi una regola a diversi livelli dell’amministrazione, lo stesso non può dirsi in Italia dove «non manca un regime ordinario e diffuso sulle incompatibilità».
    Vi è poi una peculiarità di questo istituto: esso concerne beni mobiliari o che possano essere facilmente convertiti in beni mobiliari di modo che il fiduciario (trustee) possa reinvestirli agevolmente senza che il proprietario venga a conoscenza dei settori nei quali è stato impiegato.
    «Non è casuale - aggiunge l’ex presidente della Consulta - che la legislazione negli Usa abbia imposto il blind trust in alternativa a una dichiarazione avente i caratteri della “denuncia finanziaria”». Insomma, è uno strumento di prevenzione alla radice dei conflitti.
    Ben diversa è la «gestione cieca» di imprese, soprattutto se di notevoli dimensioni.
    «È comunque alla luce del sole - precisa - e l’interessato può conoscerne condizioni e assetti contingenti». Costringere Silvio Berlusconi al blind trust, quindi, non eliminerebbe il potenziale conflitto.
    Vi sono poi i poteri di alienazione concessi al trustee dalla normativa internazionale che riguarda i trust (e ora anche dal pdl Franceschini). In questo modo, conclude il presidente emerito, non si «tiene conto del valore aggiunto che la dinamica dell’impresa serba in sé, né delle esigenze di continuità e salvaguardia degli assetti strutturali di essa», nonché
    «dell’incompatibilità costituzionale di qualsivoglia fenomeno di vendita coattiva».
    L’espropriazione è infatti consentita dall’articolo 43 della Costituzione solo per motivi di interesse generale.
    Nel corso dell’audizione del 2002, Caianiello aveva anche messo in discussione altri aspetti normativi che si possono ritrovare nel pdl Franceschini.
    Per quanto riguarda l’incompatibilità,«chi verte in una condizione di benessere economico non è destinatario di un veto costituzionale che gli impedisca l'esercizio di funzioni di governo».
    Allo stesso modo, l’istituzione di un’Authority che vigili sui conflitti di interesse del governo è «un intruso» che rompe il vincolo fiduciario tra Parlamento ed esecutivo.
    Analoghe considerazioni erano state esplicitate mercoledì scorso dal presidente della Consob, Lamberto Cardia.
    La facoltà di alienazione del trustee o l’obbligo di vendita delle partecipazioni in trust potrebbero colpire la «titolarità del diritto di proprietà», aveva detto sollevando dubbi di legittimità costituzionale.
    Senza tener conto che l’obbligo di vendita potrebbe non realizzare al meglio il valore dei beni ceduti.
    L’origine «estera» dell’istituto creerebbe problemi di individuazione delle responsabilità in caso di mala gestione. Cardia aveva tuttavia lasciato aperto uno spiraglio all’ipotesi di «cieca gestione senza obbligo di dismissione» fissando regole precise per casi-limite come le adesioni agli aumenti di capitale.

    da il Giornale del 8 maggio

    saluti

  5. #25
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    Predefinito Una vendetta della sinistra

    Sandro Bondi chiede «maggiore equilibrio», Antonio Di Pietro risponde che «una cosa è essere moderati, altro è comportarsi da fessi».
    Due battute, quelle del coordinatore azzurro e del ministro delle Infrastrutture, che danno conto dell’ennesima giornata di muro contro muro sul conflitto d’interessi, conclusasi a sera con il via libera al provvedimento (seppure stralciando la questione dell’ineleggibilità) da parte della commissione Affari costituzionali della Camera.
    Con la consueta posizione oltranzista della sinistra radicale e con la Lega che, dopo giorni di studiato silenzio, decide per una timida difesa del Cavaliere.
    Insieme a Bondi, pure il suo vice Fabrizio Cicchitto parla di «fuoco contro Berlusconi» e attacca il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni e tutta la Margherita per quella che a suo avviso è una legge ad personam.
    Secondo Cicchitto, infatti, ora che «il gruppo dirigente dei Dl si sta rendendo conto del guaio in cui si è cacciato con il Pd» se la prendono con Forza Italia che «è un grande partito di centro» ritenendo che «lì sia per loro il pericolo». Di «soluzione vergognosa» e «indegna di una democrazia» parla anche il segretario del Pri Francesco Nucara, secondo il quale il ddl «dimostra che la sinistra italiana è più arretrata persino di quella francese».
    E pure per il segretario della Dc per le Autonomie Gianfranco Rotondi «lo scopo del ddl è punire Mediaset sul mercato e Berlusconi sul piano politico».
    Alza le barricate anche An, per bocca dei due predecessori di Gentiloni. Secondo il presidente della commissione di Vigilanza Rai Mario Landolfi, infatti, nell’intervista di ieri al Corriere della Sera il ministro delle Comunicazioni
    «confessa candidamente che la vera motivazione sottesa al disegno di legge di controriforma del sistema radiotelevisivo è di natura politica».
    «Quel che è veramente in gioco - aggiunge - non è un interesse generale ma la sopravvivenza stessa della coalizione di governo. Non si spiegherebbe altrimenti l’evocazione nell’intervista dello tsunami elettorale che si abbatterebbe sul centrosinistra in caso di mancata approvazione del provvedimento».
    Attacca pure Maurizio Gasparri che parla di «legge vendetta» che non fa altro che «rivitalizzare il centrodestra e Berlusconi».
    Più ne parlano, aggiunge l’esponente di An, più «dimostrano la loro ottusa ostinazione».
    Critica pure l’Udc. Con il portavoce del partito Michele Vietti secondo cui «questa legge è dichiaratamente rivolta a impedire a Berlusconi di fare politica e ricoprire incarichi di governo».
    Dopo giorni di prudenza, ieri anche la Lega si è detta molto per perplessa.
    «Il provvedimento così come è stato formulato - spiega il vicecapogruppo del Carroccio alla Camera Roberto Cota - non va bene. È una legge in aperta violazione della proprietà privata. Null’altro che un manifesto elettorale del centrosinistra, un provvedimento pensato e studiato contro Berlusconi».
    Oltre a quella di Di Pietro (convinto che il blind trust «non è sufficiente), dal governo si alza anche la voce di Paolo Ferrero che polemizza con l’opposizione.
    «Quando i poteri forti invocano la piazza contro i poteri legalmente costituiti - dice il ministro della Solidarietà sociale - c’è la puzza di populismo anni Venti». Ben più cauto, invece, il titolare della Giustizia Clemente Mastella per il quale il conflitto d’interessi «è un problema che va risolto» ma «con il consenso delle opposizioni».

    da il Gionale del 8 maggio

    saluti

 

 
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