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Discussione: La TV dei conservatori

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    Predefinito La TV dei conservatori

    Intervista e Ettore Bernabei
    La TVdegli anni '60 per la tutela dei diritti di tutti gli utenti


    a cura di Giulia Pezzella*


    Prima direttore del «Giornale del Mattino», poi de «Il Popolo», Ettore Bernabei è stato direttore generale della Rai dal 1960 al 1974; ha poi fondato ed è stato presidente della società di produzione televisiva Lux Vide.

    Ricordo le lezioni all'Università in cui Paolo Spriano ci raccontava della nascita di «Tribuna politica» e di quando si andava a vedere la trasmissione (registrata) in un bar di corso Vittorio Emanuele, a Roma, perché non aveva la televisione a casa. Soprattutto raccontava lo stupore delle persone nel vederlo lì e nel video. Secondo lui, come secondo molti altri studiosi, la televisione è stata, negli anni Sessanta, uno strumento educativo potentissimo, soprattutto – sosteneva – per la diffusione della lingua italiana. D'altro canto, nel 1960 la Corte Costituzionale aveva sentenziato a favore del monopolio pubblico televisivo, vincolando però la Rai alla garanzia del diritto di accesso per tutti i cittadini.

    Quando lei ha assunto l'incarico di direttore generale della Rai, quale pensava che fosse la funzione della televisione? Quali erano i principi che guidavano la composizione dei palinsesti?
    È un fatto storico e di cronaca che l'unificazione linguistica sia stata favorita dalla diffusione della televisione, ma al di là di questo ci fu anche un'unificazione del modo di sentire, concepire e affrontare la vita civile e quindi di convivere in una società moderna e, dal punto di vista politico, democratica. L'unificazione civile e sociale degli italiani fu operata prima dalla radio e poi – dalla metà degli anni Cinquanta – dalla televisione.
    Io alla Rai fui facilitato dalla situazione politica e sociale dell'Italia di quegli anni. Ero stato indicato come direttore generale dal governo delle "convergenze parallele" (II governo Fanfani). Non era questa un'ingerenza politica ma un dovere dell'esecutivo perché il governo era il concessionario delle trasmissioni telefoniche, radiofoniche e televisive. La Corte Costituzionale aveva ribadito più volte che essendoci la possibilità tecnica di trasmettere solamente su due canali (anche per la ripartizione europea delle bande d'onda) al duopolio si preferiva il monopolio; non essendo possibile soddisfare tutte le richieste dei privati, in particolare dei grandi editori (come Mondadori e Rusconi) che poi – quando la tecnologia e gli accordi internazionali misero a disposizione dell’Italia nuove frequenze – ottennero la licenza di trasmettere negli anni Settanta.
    La Corte Costituzionale, allora, preferì il monopolio al duopolio, affidandolo a una società pubblica quale la Rai. l governo pertanto indicava all'IRI che la società Rai da esso partecipata avrebbe fatto bene a nominarmi come direttore generale. Era la fine del 1960 quando il consiglio di amministrazione mi nominò.

    Divenuta ufficiale la mia nomina sentii il dovere di ringraziare il presidente del consiglio Amintore Fanfani. Gli scrissi una lettera e lui rispose i primi giorni del gennaio 1961 in questo modo:

    «Caro direttore,
    approvando la sua designazione non ho fatto che seguire la mia convinzione maturata in una ormai lunga osservazione delle sue qualità e del suo lavoro. Ora le auguro di ricordare ogni giorno quale alta cattedra ella dirige e quanto numerosi e vari siano gli spiriti che da essa attendono informazioni vere, orientamenti costruttivi, svaghi sereni per divenire uomini e cittadini migliori. Questo ricordo quotidiano la renda solerte e attento, con zelo scrupoloso e intelligenza aperta. Io ho assolto il mio dovere di assicurare alla Rai-tv un direttore probo e capace. Assolva ora ella il suo di dimostrare che il governo ha ben servito l'interesse pubblico. Questo è il mio augurio affettuoso per lei e la sua opera».

    Questo testo fa capire la natura di quei tempi e di quegli uomini. Io mi sentivo in sintonia con i principi ispiratori della lettera di Fanfani e mi attenni naturalmente a quelle direttive. Il risultato pertanto non fu soltanto merito mio. Quella degli anni Sessanta non fu la "televisione di Bernabei" ma la risultante di una nuova classe dirigente espressa da un potere esecutivo che aveva chiesto e ottenuto dalla Rai di istituire una tribuna politica: cioè uno spazio televisivo in cui per la prima volta – nel mondo sviluppato dell'Europa e del Nord America – si concedeva ai rappresentanti di tutte le opposizioni le stesse condizioni concesse ai rappresentanti del governo per esprimere le proprie proposte. Per questo posso dire che fu facile per me predisporre trasmissioni capaci di promuovere non solo l'unificazione della lingua, ma la crescita umana dei telespettatori.

    Lei si occupava dei programmi?
    Andavo negli uffici del telegiornale, andavo in moviola a vedere mentre erano in preparazione le trasmissioni di intrattenimento per valutare se erano valide tecnicamente e artisticamente, ma anche se rispettavano tutti o se offendevano qualcuno.
    La televisione deve rispettare i diritti di tutti gli spettatori. Questo è un principio fondamentale, universalmente valido.

    Sempre la Corte Costituzionale imponeva l'obiettività dell'informazione. Che spazi le venivano dedicati? Quali erano le regole esistenti?
    Il primo telegiornale fu quello delle 20.00, a cui si aggiunse successivamente uno alle 13.00; poi – con i due canali – i TG si raddoppiarono. Oltre al telegiornale c'erano gli approfondimenti e le inchieste, dove il parere delle opposizioni veniva evidenziato non per 'par condicio' ma per presentare una veritiera ed equilibrata fotografia dell'Italia.
    Ma bisogna dire che la televisione non era prevalentemente informativa, perché l’intrattenimento era più diffuso e significativo dell’informazione.
    Non bisogna dimenticare che erano gli anni del famoso miracolo italiano: l'Italia del 1962 fu classificata al quarto posto tra i sette paesi più industrializzati del mondo. La guerra aveva distrutto la maggior parte delle infrastrutture del Paese. Ma un'efficiente cooperazione tra aziende pubbliche e private voluta dai governi del dopoguerra portò a una sorprendente ripresa economica.
    Il boom degli anni Sessanta fu il risultato dello sforzo comune, di tutti quelli che lavoravano nelle officine, negli impieghi, nelle scuole, nei commerci, fossero essi democristiani, comunisti, socialisti o missini.
    Si raggiunse un benessere diffuso ed equamente distribuito con libertà individuali e di gruppo per tutti.
    La televisione contribuì a tutto questo.

    A chi critica, oggi, la tv-spazzatura viene spesso risposto che la qualità peggiora perché è, in un certo senso, vittima del circuito ascolto-pubblicità. Quando lei ha iniziato a dirigere la Rai esisteva, da soli due anni, Carosello. Che peso aveva nelle programmazioni il 'mercato'?
    Un peso limitato a un quarto d’ora al giorno.
    La televisione deve essere fatta per il pubblico e non per gli agenti pubblicitari. La pubblicità può concorrere al supporto finanziario dei programmi, ma non può essere il determinatore dei contenuti.

    Oggi c'è chi rimpiange un po' di 'sana censura'. Nel giugno del 1960, il ministro dello Spettacolo Umberto Tupini annunciò una nuova e drastica censura per tutti quei film con «soggetti scandalosi, negativi per la formazione e la coscienza civile degli italiani». Sotto accusa era il film di Federico Fellini La dolce vita. Cosa era bene e giusto far vedere? Cosa doveva essere assolutamente censurato? Esisteva un settore della produzione televisiva più controllato di altri?
    Mi sembra importante sottolineare una cosa: negli anni Sessanta e Settanta in Rai non c’era censura, ma tutela dei diritti di tutti gli utenti.
    Il grande film La dolce vita faceva vedere la trasgressione, il peccato nelle sue varie forme, ma senza compiacenza o ammiccamenti. Con i mezzi tipici dell’espressione cinematografica riusciva a trasmettere un senso di ripulso per la violazione della legge morale.
    Allora la Rai, in virtù di una convenzione con i produttori e i proprietari delle sale cinematografiche, trasmetteva i film – nati per il grande schermo – solo due anni dopo la loro uscita. Dopo due anni anche la Rai trasmise pertanto La dolce vita, proponendo agli spettatori un dibattito sul film tra vari esperti, rappresentanti di diverse correnti culturali.
    Erano gli anni in cui la gente era abituata a vedere – anche a teatro – le ballerine di fila che portavano una gonna a mezza gamba. E arrivarono sullo schermo televisivo le gemelle Kessler. Le proponemmo con il tutù e la calzamaglia nera, senza gonna. Avevano bellissime gambe, ed erano statuarie come la Venere di Milo. Le loro apparizioni all'interno dello spettacolo televisivo erano frutto di un duro lavoro: provavano i loro sketch per 12 ore al giorno per 5 giorni. E non si muovevano in maniera ammiccante e invitante: facevano vedere come si presenta, con eleganza e signorilità, una bella donna; sicché anche gli uomini presi da desideri umani le guardavano come ideali di bellezza e si contentavano delle loro mogli magari con un po' di cellulite. In un certo senso c’era una filosofia nella raffinatezza delle gambe delle Kessler: la televisione non provocava desideri impossibili; come invece oggi certe regie televisive che occupano l’intero schermo con una natica nuda di una velina in primo piano.
    Le gemelle Kessler non generavano inquietudine, ma un desiderio tranquillo di vita normale.
    E pensare che ho avuto tante proteste per aver tolto loro quella gonna...


    *Dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici, ha lavorato sui temi relativi alla storia elettorale e sull’analisi dei testi legislativi. Collabora con la casa editrice Leonardo International.


    Pubblicato il 29/10/2009


    Intervista e Ettore Bernabei <br/>La TVdegli anni '60 per la tutela dei diritti di tutti gli utenti - Treccani
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    Gemelle Kessler - Dadaumpa
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    Ettore Bernabei, il censore della Rai

    27 luglio 2007


    Se nella storia della Rai volessimo rinvenire un Catone il Censore, dovremmo senza dubbio fare il nome di Ettore Bernabei. Con il suo fare notoriamente austero e intransigente, ha diretto la tv di stato dal 1961 al 1974, mentre oggi è presidente onorario della casa di produzione Lux Vide. E a quanto pare il suo rigorismo etico colpisce ancora, in un presente televisivo difficile che ne ha sempre più bisogno. In un’intervista appena rilasciata a Vanity Fair, infatti, ne dice davvero di tutti i colori:

    “Vallettopoli a quei tempi non avrebbe potuto esserci, perché, allora, c’erano le gemelle Kessler. E dunque le donne in tivù erano professioniste della rivista, cantanti o attrici di talento, non ragazzette improvvisate. Noi cercammo le migliori ballerine d’Europa. Erano eleganti, raffinate, femminili. Facevano sognare senza svelare. La calzamaglia era strategica. Grazia a essa, l’italiano medio dimenticava la cellulite, ma gli restava il dubbio su come fossero davvero le gambe della Kessler. Quindi, poi, tornava sereno dalla moglie cellulitica. La famiglia era salva”.

    Ettore Bernabei è una colonna istituzionale della televisione italiana. Quante volte avrete sentito pronunciare l’espressione ‘la-Rai-di-Bernabei’, a indicare tempi di oscurantismo bacchettone ma al tempo stesso un filo di nostalgia per un’era di tivù perbene e pedagogica. Allora, andavano in onda gli show di qualità con Mina e Walter Chiari, gli sceneggiati in cui recitava Arnoldo Foà e altre meraviglie triturate dal moderno che avanza, dall’avvento della tivù dei ragazzi alla prosa in prima serata. Di questi tempi, invece, Bernabei si sente di coniare una definizione davvero lapidaria sullo stato comatoso del piccolo schermo.

    “Negli ultimi 25 anni, ovunque, si è tentato di fare una Tv analgesica, priva di contenuti perché distraesse il pubblico e non disturbasse il manovratore. L’assurdità è che i reality che dovevano essere degli ansiolitici sono risultati delle droghe e, come le droghe, in una prima fase esaltano e poi deludono. Infatti la loro stagione è miseramente fallita. Tra la spettacolarizzazione di tragedie come quelle di Erba e Cogne e il Grande Fratello boccio comunque il Grande Fratello. Perché è una truffa doppia. Prima si dà a intendere che è possibile trascorrere sei mesi della propria vita a cianciare e a stropicciarsi su un divano senza lavorare. Secondo: si fa credere che sia tutto spontaneo, mentre si tratta di uno sceneggiato di decima categoria, scritto e interpretato da dilettanti che si improvvisano attori o da attori falliti”.

    Che gli diano del bigotto non gli importa, perché è orgoglioso di non aver mai rinunciato alla sue idee e a una convinzione di fondo: quello che la televisione possa essere un mezzo straordinario per trasmettere dei valori. Eppure, anche la sua missione di sorvegliante speciale del costume catodico è presto giunta al capolinea.
    Quasi in coincidenza con la fine del monopolio Rai, Bernabei è diventato il manager di un’altra impresa pubblica, l’Italstat e poi, invece di andare in pensione, a settant’anni, si è reinventato come produttore.
    La sua prestigiosa Lux Vide, in cui lavorano in prima linea i figli Matilde e Luca, ha continuato a sfornare fiction storiche, in accordo con l’antico mito dell’edutainment, ma anche prodotti rassicuranti per famiglie, come il fortunato Don Matteo. E ora c’è un nuovo investimento di qualità nel suo orizzonte professionale, un prodotto di ottima fattura con un cast internazionale e i nostri Alessio Boni e Violante Placido a rappresentare la recitazione italiana: Guerra e Pace.

    “Io non sono tipo da rimpianti. Però, fare un Guerra e Pace è un desiderio che covavo da tempo. Anche perché, quando stavo alla Rai, ne facemmo uno, molto brutto: ho voluto rimediare, per non far torto alla grandezza di Tolstoj”.

    E, tra i progetti in lavorazione, c’è anche un ambizioso remake di Pinocchio, che si propone di onorare l’eccellente versione di Comencini:

    “Si dovrebbe iniziare a girare tra un paio di mesi. Purtroppo non potrò avere Fiorello, a cui avevamo chiesto di interpretare Geppetto. Non ha accettato più che altro per rispetto verso il fratello Beppe. Ha detto che in famiglia un attore c’è ed è lui”.


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  4. #4
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    Sinceramente non ho alcuna nostalgia della TV di Bernabei. Lui è stato rappresentativo dell'Italia anni '60 con una TV didascalica, pedagogica, molto codina in tutto e francamente mi stupisce sentirlo disquisire di gemelle Kessler quando all'epoca si censurava la canzone sanremese "Tua" e le cosce della ballerina Arnova.

    Bernabei è ancor oggi fautore di una TV assai bigotta e iperreligiosa: le sue fiction su argomenti biblici sono bruttissime e risibili (non che le altre siano meglio), e il sesso ancora un tabù spaventoso mai superato.

    Andava bene allora forse, con Fanfani e una DC preminente....ma è passata subito, fortunatamente. Io penso che oggi una influenza bernabaica sia fruibile solo dai meno acculturati del pianeta Italia.
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
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    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio
    Sinceramente non ho alcuna nostalgia della TV di Bernabei. Lui è stato rappresentativo dell'Italia anni '60 con una TV didascalica, pedagogica, molto codina in tutto e francamente mi stupisce sentirlo disquisire di gemelle Kessler quando all'epoca si censurava la canzone sanremese "Tua" e le cosce della ballerina Arnova.

    Bernabei è ancor oggi fautore di una TV assai bigotta e iperreligiosa: le sue fiction su argomenti biblici sono bruttissime e risibili (non che le altre siano meglio), e il sesso ancora un tabù spaventoso mai superato.

    Andava bene allora forse, con Fanfani e una DC preminente....ma è passata subito, fortunatamente. Io penso che oggi una influenza bernabaica sia fruibile solo dai meno acculturati del pianeta Italia.
    Preferisco la tv di Bernabei a quella dei reality e delle ballerine seminude dei nostri giorni che eccitano gli istinti più bassi dei telespettatori.
    Ultima modifica di AgnusDei; 28-02-10 alle 13:27
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da camicianera90 Visualizza Messaggio
    Preferisco la tv di Bernabei a quella dei reality e delle ballerine seminude dei nostri giorni che eccitano gli istinti più bassi dei telespettatori.
    Ma quali bassi istinti? Il sesso è talmente inflazionato in TV che ormai le ballerine non suscitano proprio nulla. La gente è anestetizzata.

    negli anni 60 invece erano tutti affamati neri e bastava un minuscolo particolare per eccitare a dismisura. E del resto è proprio il proibito che scatena ogni fantasia più ardita.

    Ho un vago ricordo di quando bambinetta seppi della censura alla canzone "Tua"....essendo una piccola ingenua (ma molto attenta) non ne capivo il perchè pur intuendo un'atmosfera di piccante peccamonosità....poi successivamente me ne interessai e ne lessi le parole (ovviamente oggi da educandato) che avevano scatenato un tale scandalo.....e questo mi focalizzò l'attenzione su cosa potesse voler significare di tanto osceno il cantare "Tua tra le braccia tue per morir così..." ...

    Ergo....quella censura scatenò molte più fantasie di quanto avrebbe potuto fare un "ignore" totale.
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  7. #7
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    Le avventure di Pinocchio (1972)
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  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio
    Ma quali bassi istinti? Il sesso è talmente inflazionato in TV che ormai le ballerine non suscitano proprio nulla. La gente è anestetizzata.

    negli anni 60 invece erano tutti affamati neri e bastava un minuscolo particolare per eccitare a dismisura. E del resto è proprio il proibito che scatena ogni fantasia più ardita.

    Ho un vago ricordo di quando bambinetta seppi della censura alla canzone "Tua"....essendo una piccola ingenua (ma molto attenta) non ne capivo il perchè pur intuendo un'atmosfera di piccante peccamonosità....poi successivamente me ne interessai e ne lessi le parole (ovviamente oggi da educandato) che avevano scatenato un tale scandalo.....e questo mi focalizzò l'attenzione su cosa potesse voler significare di tanto osceno il cantare "Tua tra le braccia tue per morir così..." ...

    Ergo....quella censura scatenò molte più fantasie di quanto avrebbe potuto fare un "ignore" totale.
    Vorresti dire che le pudiche kessler sortiscono su noi maschietti lo stesso effetto di ballerine con il tanga :mmm: ?
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  9. #9
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    Predefinito Rif: La TV dei conservatori

    Non ho l'età per poter esprimere un giudizio complessivo sulla RAI degli anni '60, sulla TV di Bernabei. Sono decisamente troppo giovane, troppo staccato da quegli anni. Ma di fronte alla schifo di oggi, ai reality sciocchi e stucchevoli, ai programmi idioti, bhè, lasciatemelo dire: un tv educativa, controllata, in una parola conservatrice, appare decisamente più consona e preferibile.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da FalcoConservatore Visualizza Messaggio
    Non ho l'età per poter esprimere un giudizio complessivo sulla RAI degli anni '60, sulla TV di Bernabei. Sono decisamente troppo giovane, troppo staccato da quegli anni. Ma di fronte alla schifo di oggi, ai reality sciocchi e stucchevoli, ai programmi idioti, bhè, lasciatemelo dire: un tv educativa, controllata, in una parola conservatrice, appare decisamente più consona e preferibile.
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