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Risultati da 101 a 110 di 133
  1. #101
    McFly
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    Speravo avessi letto le mie risposte precedenti e cliccando sui link che avevo segnalato, avessi letto pure le pagine che ti si erano eventualmente aperte, ma vedo che era vana speranza la mia.
    L'unica cosa che mi rimane di fare è chiederti di cercare con Google o Wikipedia la parola "netiquette" impararne a memoria il significato, così poi da essere pronto ad argomentare con me in materia. Fintanto che non fai questo ogni tuo post a riguado ingenera in chi ti legge ilarità e sarcasmo.

  2. #102
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    lucio dillo alla sbarbati che spadolini abbrutì il partito repubblicano, così magari la pianta di reclamarne l'eredità. di cosa era il pci negli anni '80 non ne hai idea.

  3. #103
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    guarda che da spagna 82 a germania 2006 sono passati 28 anni, molti non hanno idea di chi fosse gaetano scirea, pero' uno che nel 2007 infila scirea in ogni discussione secondo me è un po' rincoglionito.

  4. #104
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    sei tu quello allora che ogni volta che ti rivolgi a me mi ricordi cosa facevo nel 1975. Allora non c'era scirea, ma salvadori.

  5. #105
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    Epperforza, Continui A Strafracassare I Maroni Col Pci Degli Anni 80, Ma Pensa A Te Che Sei L'unico Comunista Qua Dentro

  6. #106
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    Citazione Originariamente Scritto da Filippo Strozzi Visualizza Messaggio
    E´ indubbio inoltre che la fondazione del Partito Democratico ha rimescolato le carte della "politica"; tuttavia sulla scena di quello che Berlusconi chiamava un tempo "teatrino", e al quale lui stesso si è mirabilmente adattato con una serie di giravolte da acrobata (ormai settantenne però). Dubito comunque che una persona di normale buon senso capisca qualcosa dei giochetti di queste forze politiche ormai del tutto autoreferenti. L´unica speranza che tale piattume (e pattume) induce è quella di un non lontano "pensionamento" sia di Prodi che di Berlusconi, due guitti assai poco divertenti.
    Quel che si muove dietro le quinte è al momento ancora più confuso; si capisce che si è acuita una certa lotta tra i vari gruppi della GF&GID (Grande Finanza e Grande Industria Decotta), ma i movimenti sono ondivaghi. Del resto, dietro di essi - un po´ in tutta Europa, ma in modo veramente pesante qui da noi - si muove il complesso finanziario-politico statunitense; e anche questo è scosso da contrasti interni, fenomenicamente sempre più evidenti ma non così chiari da consentire l´individuazione degli schieramenti. In questa situazione, chi si pone senza mezzi termini contro destra e sinistra (e senza alcuna propensione per il centro) dovrebbe seguire solo con un occhio le convulsioni di questi teatranti di fronte al "pubblico". Ci si deve sforzare di capire qualcosa in più - ed è certo compito improbo - delle mosse compiute dietro le quinte, soprattutto nelle (fra loro contrastanti) cabine di regia, che sembrano in effetti procedere "a vista", muovendo un po´ a casaccio i vari fili collegati a gambe e braccia dei "pupi" che si agitano sul davanti della scena.
    Certo non sarà sempre facile contenere l´indignazione per una recita tanto scadente; qualche volta non ci si potrà esimere dal lanciare ortaggi e uova marce addosso a questi buffoni che non sanno nemmeno recitare una "sceneggiata"; piangono, si abbracciano, si accoltellano appena appena dietro il sipario, alzano gli occhi al cielo. Il più fatuo e leggero dei "figuranti" parla di vecchiette da assistere, di bambini cui dare una ciotola di riso (perché invece Walter Veltroni non li invita ad uno di quei luculliani ricevimenti dati all´Auditorium di Roma assieme a Romiti, Caltagirone, Geronzi, ecc.?). Tuttavia, ingerendo grandi quantitativi di gastroprotettori, è necessario dedicarsi di meno alle stronzate di questo teatrino pseudopolitico e assai di più ad analisi e previsioni di largo momento. E´ soprattutto necessario resistere agli ansiosi che vogliono avere subito qualcosa da fare, che debbono trovare un´organizzazione in cui inserirsi, che bramano avere dei capi che li guidino ad altre sconfitte umilianti dalle quali uscire "suonati" ed avere così la scusa di "tornare a casa" mogi mogi, elevando alte lamentele.
    Riproporrò sempre, anche soltanto a cinque persone che frequenteranno 'sto forum de Maccaflà, di ricominciare ad usare la testa e soprattutto di proiettarsi in avanti; senz´altro saranno compiuti molti errori, ma è meglio sbagliare che fare i pappagalli. In ogni caso, poniamola così: non offendiamo nessuno che, con un minimo di buona fede, voglia ancora tentare di rinnovare ciò che a mio avviso è completamente scrostato, fradicio, sbriciolato al suo interno. Possiamo magari anche procedere insieme secondo "divergenze parallele".
    Ma adesso, andiamo avanti e lasciamo perdere veramente, e definitivamente, gli arrancanti.

  7. #107
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    Predefinito Scopriamo insieme il pensiero di Gianfranco La Grassa



    Si schiera con il comunismo, e quindi si muove ideologicamente e teoricamente entro il marxismo, fin dal 1953. Già nel 1956 entra in contrasto con le tesi di Togliatti relative alla via italiana al socialismo. Dopo il XX Congresso del PCUS (febbraio dello stesso anno) è in polemica anche con la svolta krusceviana in URSS e con il modo di portare avanti la cosiddetta destalinizzazione - attuata con metodi stalinisti - tutta basata su una personalistica considerazione degli "errori e crimini" di Stalin.


    A partire dal congresso mondiale degli 81 partiti comunisti, tenuto a Mosca nel 1960, si distacca sempre più da posizioni che ritiene neorevisioniste (quelle della gran parte dei vari PC e, in particolare, del PCUS e del PCI) e si avvicina alle posizioni del partito comunista cinese. Dopo la crisi mondiale attraversata nell'ottobre 1962, per la questione dei missili sovietici forniti a Cuba, la sua posizione "antirevisionista" (e antiURSS) si radicalizza. Egli rompe con il PCI nella primavera del 1963. Si avvicina ai movimenti m-l e approfondisce la tematica della polemica tra comunisti cinesi e sovietici (questi ultimi appoggiati dal PCI). Non entra mai nei vari partitini m-l, del tutto insoddisfatto del basso livello teorico delle loro analisi, e di un modo di operare politico estremamente rozzo. E' sempre stato freddo anche verso le correnti operaiste, considerate assai poco marxiste e spesso vagheggianti una rivoluzione troppo simile a quella propugnata nei primi del '900 dagli anarcosindacalisti, da Sorel, ecc. Alla fine degli anni '60 scrive molti articoli di critica teorica e politica del PCI e degli altri partiti comunisti; e assume posizioni sempre più favorevoli al maoismo e alla Rivoluzione culturale cinese. In particolare compie un'analisi delle posizioni dei comunisti italiani, prevedendo con decenni di anticipo la loro deriva verso posizioni di appoggio alla grande borghesia monopolistica; questo in un periodo in cui la critica corrente al PCI, da parte delle frange "extraparlamentari", era al massimo quella di propugnare posizioni piccolo-borghesi. In ogni caso, il grave limite di quel periodo fu comune a quello di tanti antirevisionisti: considerare quell'epoca come caratterizzata dalla ripresa della lotta (primonovecentesca) tra revisionisti (tipo Kautsky) e leninisti.

    Nel 1970-71 si reca a Parigi dove segue la scuola althusseriana e, in particolare, le lezioni di Charles Bettelheim su Calcul économique et formes de propriété (titolo del libro uscito l'anno precedente). Al rientro in Italia scrive su varie riviste, fra cui quella teorica del PCI "Critica marxista", sostenendo tesi tendenzialmente althusseriane ma con particolarità sue proprie. In ogni caso, per alcuni anni si dedica ad un lavoro interpretativo, solo in parte anche filologico, intorno al pensiero di Marx, nella convinzione di poterne ripristinare le coordinate fondamentali ormai profondamente alterate dal dominio dello storicismo nel marxismo italiano; ma comunque non segue nemmeno altri pensatori marxisti italiani, e porta avanti la sua opera ricostruttiva in parziale solitudine. I primi tre libri pubblicati (vedi Bibliografia) appartengono a questa fase.

    L'apparente ricostruzione, in realtà una interpretazione fuori corrente nell'ambito del marxismo italiano, riprende comunque temi althusseriani (e bettelheimiani) che sono anche tipici della polemica maoista contro il presunto neorevisionismo della stragrande maggioranza del movimento comunista internazionale. L'obiettivo principale è la radicale critica del "socialismo reale", ormai considerato una società a fondamentale capitalismo di Stato; in ogni caso, una società in cui la sedicente "costruzione del socialismo" era data per completamente e irreversibilmente fallita. Tra la seconda metà degli anni '70 e la prima degli anni '80 alterna studi e riflessioni sul capitalismo, in particolare sul concetto di modo di produzione capitalistico, e sulla cosiddetta natura (struttura sociale) del "socialismo reale". Dopo l'ascesa al potere di Gorbaciov in URSS nel 1985, mentre la maggior parte dei comunisti e marxisti pensa ad una svolta nel senso di una ripresa della costruzione socialistica (ma nella "democrazia"), egli produce un'analisi della situazione in Unione Sovietica sostenendo che Gorbaciov avrebbe assolto la funzione di liquidatore del campo socialista; e così fu infatti con il crollo del 1989, con successiva dissoluzione dell'URSS nel 1991.

    Nei primi anni '80, collabora con un gruppo di lavoro teorico, il cui capofila è Ludovico Geymonat, e di cui fanno parte Francesco Leonetti e Aurelio Macchioro, oltre ad altri studiosi marxisti. Assieme ad altri è autore di uno dei quattro volumi - quello intitolato Lavoro, scienza, potere - pubblicati da questo gruppo di lavoro in una collana Feltrinelli diretta dal suddetto Geymonat. L'iniziativa si esaurisce praticamente nel 1982, ma l'anno successivo La Grassa fonda, assieme ad un'altra decina di studiosi marxisti, il Centro Studi di Materialismo Storico (CSMS) con sede a Milano. Il centro cura una collana edita da Franco Angeli (MIlano), in cui saranno pubblicati molti volumi fino ai primi anni novanta. Durante questo periodo, La Grassa matura una prima svolta che lo conduce alle tesi del capitalismo lavorativo (titolo anche di un volume edito nel 1990 e 1991, scritto assieme al suo compianto allievo Marco Bonzio). Tali tesi risentono ancora, parzialmente, dell'althusserismo, e di una rilettura, però nettamente critica, di Raniero Panzieri, autore marxista dei primi anni sessanta e uno dei fondatori del cosiddetto operaismo (fenomeno soprattutto italiano). L'attenzione dell'autore si concentra sul processo di lavoro, sulle tecnologie e la divisione tecnica del lavoro, che comanderebbe quella sociale, ecc. Tutti i volumi scritti tra la metà degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, sono uno sviluppo ed elaborazione sempre più complessa delle tesi in questione.

    Sciolto praticamente il CSMS verso il 1993-94, La Grassa inizia un fruttuoso sodalizio con il filosofo torinese Costanzo Preve e lavora in stretto contatto con il Punto Rosso di Milano, associazione culturale vicina a Rifondazione comunista, con la quale, per alcuni anni, vengono organizzati a giugno-luglio delle importanti conferenze-seminario a Carrara, dove i due studiosi impostano molti dei loro lavori, sia scritti in comune che individualmente; e non soltanto scritti teorici ma anche di congiuntura politico-socio-economica. Escono in particolare una serie di volumi con la casa editrice Vangelista (Milano), o editi dallo stesso Punto Rosso. Va maturando una netta svolta nel suo pensiero, che si concretizzerà nei due volumi pubblicati nel 1996: Lezioni sul capitalismo, Clueb (Bologna) e La fine di una teoria, Unicopli (Milano), scritto con Costanzo Preve.

    Dal 1996 inizia una fase nuova del suo pensiero, piuttosto radicalmente diversa da quelle precedenti, di cui elabora una complessa e reiterata (auto)critica, che è nel contempo critica radicale della quasi totalità delle posizioni ancora legate, pur da esili fili, al marxismo; posizioni che insistono sul processo di lavoro e le nuove tecnologie, sulla fine del lavoro o la sua trasformazione in lavoro (prevalentemente) cognitivo, sulla ripresa di tematiche marxiste relative al presunto general intellect, ecc. Si ritorna, innanzitutto, all'indicazione di Marx (Glosse a Wagner), secondo cui il soggetto della sua analisi è la merce e non il processo di lavoro, per cui i rapporti sociali di produzione non sono certo quelli centrati sull'organizzazione e tecnologie dei processi lavorativi. Si va però ben oltre, criticando la concezione del marxismo tradizionale, secondo cui nel modo di produzione capitalistico esistono tendenze ad esso intrinseche che urgono in direzione della sua trasformazione con transizione verso il socialismo e comunismo; tendenze provocate sia da precisi sviluppi delle forze produttive materiali sia dalla formazione del soggetto della trasformazione in questione (che, in Marx, è il lavoratore collettivo cooperativo "dall'ingegnere all'ultimo manovale", e che, nel marxismo successivo, diventerà la classe operaia di fabbrica).

    Proseguendo nella critica, e nell'indicazione della necessità del superamento, del marxismo, egli arriverà a proporre la possibile ricostruzione di un nuovo schema teorico, al momento non sistematico, incentrato sul concetto di conflitto strategico (tra dominanti soprattutto), che prenderebbe il posto del classico concetto marxista (e marxiano) di proprietà (privata) dei mezzi di produzione. A questa fase, tuttora in sviluppo, appartengono le ultime pubblicazioni e, in particolare, Il capitalismo oggi, così come lo scritto sugli "agenti strategici" che si trova tra gli "scritti recenti" e che è uscito in volumetto - Gli agenti strategici della trasformazione (dentro e contro il capitale) - con la Giovane talpa di Milano nel gennaio 2005. Con la stessa casa editrice ha pubblicato nella primavera del 2005 Il conflitto strategico, testo che riassume ed esplicita le sue nuove tesi.

    Le sue tesi sono state sviluppate e sintetizzate ulteriormente negli ultimi due testi (vedi anche bibliografia), che rappresentano un po' la summa dell'elaborazione teorica degli ultimi anni: Gli strateghi del capitale, Manifestolibri; e La teoria come pratica (politica), Società Editrice Apuana; entrambi usciti nel gennaio del 2006

    Nel corso del 2006 ha collaborato ampiamente al blog ripensaremarx.splinder.com e al sito ripensaremarx.it con articoli sull'attualità economica e politica italiana e internazionale. Rielaborando questi testi in una prospettiva più generale, ma sempre legata alla fase odierna (sociale e geopolitica), ha pubblicato in ottobre, con la Editricermes (Potenza), il volume Il gioco degli specchi, contenente aspre critiche sia alla destra che alla sinistra (soprattutto, ma non solo, italiane). Sul sito e sul blog sono pure uscite polemiche e discussioni intorno a tesi varie (sue e di altri), che gli hanno permesso di continuare ad approfondire la sua linea di ricerca in vista di ulteriori corposi lavori, che dovrebbero contenere nuovi approfondimenti dei temi trattati negli ultimi volumi teorici (ad es. quella edito dalla Manifestolibri).

    http://www.lagrassagianfranco.com/pensiero.htm

  8. #108
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  9. #109
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    Direi che è molto interessante seguire le giravolte della Musa dello Strozzino.

    Oggi ci parla di Telecom.

    Naturalmente è tutta un'operazione ordita da Prodi per contro della Grande Finanza Americana.

    E indovinnate cosa mi cita il nostro marxista uscito dal PCI nel 1956 in polemica con la destanilizzazione di Krusciov? IL GIORNALE DI BERLUSCONI.

    Appare chiaro anche ai più ottusi che tutti tutti questi signorini vengono infiltrati nella sinistra da parte dei poteri forti FININVEST-P2-COSANOSTRA per cercare di decomporla a tutto vantaggio dei medesimi poteri forti FININVEST-P2-COSANOSTRA.

    Guardate la parte che ho segnato in neretto che tira il sunto della situazone a detta del nostro ideologo dello Strozzi.



    lunedì, 30 aprile 2007

    ITALIANITA´ E MERCATO: LE DUE GRANDI BUFALE di G. La Grassa



    Sembra infine conclusa la telenovela della Telecom; il che non esclude ulteriori novità e magari, fra qualche anno, qualche altra "spiritosa invensiòn" da parte di un capitalismo sempre più imbroglione e parassitario. Comunque, questa conclusione piace soprattutto al capitale finanziario che si situa nei dintorni di Intesa (Bazoli) con le sue servili propaggini governative guidate al momento dal "maggiordomo" Prodi.

    Vediamo la situazione formale. Telecom era controllata da Olimpia (Pirelli-Tronchetti 80% e Benetton 20%) con il 18% del capitale azionario dell´azienda telefonica. Adesso, dopo il perfezionamento della compravendita, Olimpia si trasformerà in Telco che sarà sempre il gruppo di controllo della Telecom con il 23,6% delle azioni (al 18% di Olimpia si aggiungono le quote di Mediobanca e Generali che fanno parte degli acquirenti). A questo punto Telco avrà i seguenti azionisti: la spagnola Telefonica (che due-tre mesi fa era stata ostacolata dal Governo Prodi nei suoi contatti per acquistare o comunque "partecipare" ampiamente Telecom) con il 42,3% azionario. Questo è interessante: la spagnola accetta la quota di minoranza dopo che, appunto, il Governo si era opposto a che si accordasse direttamente con Tronchetti. Telefonica accetta inoltre di avere nella governance solo 2 posti su 15 (c´è chi parla di 3 su 19). Non è riportato con chiarezza sui giornali, ma ho sentito al TG3 che entro tre anni gli spagnoli hanno facoltà di andarsene. A me pare proprio - a meno di non credere ad un´impresa dedita alla beneficenza dopo che la "politica" italiana (su "suggerimento" dei padroni finanziari) le aveva impedito di concludere una sua autonoma trattativa con la Telecom - che Telefonica speri solo di avere eventualmente fra qualche anno una buona uscita superiore ai 2,82 euro per azione che sborserà oggi. Per il momento, ha avanzato la richiesta di nominare amministratore delegato della Telecom Marco De Benedetti (figlio del più noto "Ingegnere"), che lo era già stato all´epoca di Gnutti e Colaninno e in questo momento è alto dirigente (per la sezione europea) del Carlyle Group, un nome che è tutto un programma (di finanza americana fortemente collegata alla politica e alla ricerca e industria militari, ecc.).

    La maggioranza della Telco spetta alla cordata detta italiana: Generali (28,1%), Mediobanca 10,7%), Intesa (10,7%; non ci si lasci ingannare dalle percentuali; questa banca è la vera vincitrice per il momento), Benetton (8,2%). Si lascia intendere che, nei prossimi anni, potrebbero essere ammessi nell´Olimpo dei controllori di Telecom Colaninno e magari perfino la Fininvest (Berlusconi). Questa è l´acciughina - non so se reale o sventolata per raggiro - che, assieme al più corposo affievolirsi delle manovre giudiziarie contro il leader dell´opposizione, fanno presagire il tentativo di ammorbidirlo sempre più (gli ultimi suoi "giri di valzer" non sono stati tanto leggeri e mascherati) in modo da lasciar infine spazio all´operazione di "raggruppamento al centro" (con qualche appendice di sinistra per controllare meglio l´opposizione sociale, in particolare sindacale), che la nostra GFeID insegue da quando Berlusconi le rovinò i piani entrando in politica dopo l´annientamento giudiziario del vecchio regime DC-PSI ("mani pulite"); e anche su questo si può scrivere molto, ma molto ne ho già scritto e comunque questa non è la sede adatta.

    Nel gruppo italiano, la quota azionaria maggiore è quella delle Generali, ma solo nominalmente tale società deterrà nella Telco un potere superiore alle altre italiane. Interessanti, in effetti, le dichiarazioni di Bernheim - presidente francese della società assicurativa, recentemente nominato vicepresidente della Intesa-San Paolo (chiaro il gioco, no?) - che qualcuno ha paragonato ad una "pistola fumante", quindi ad una quasi "flagranza di delitto". Tale presidente transalpino ha rivelato di aver recentemente parlato con Padoa-Schioppa e di avergli assicurato la disponibilità dell´Istituto "se c´è un interesse nazionale, per tutelare l´italianità di Telecom. Spero anche che lei [il suddetto ministro] abbia lo stesso interesse perché le Generali restino italiane, se malauguratamente ci fosse da difendere anche la loro italianità". Un francese così preoccupato dell´italianità sia di Telecom che di Generali è credibile tanto quanto ci avesse raccontato di aver partecipato ad un party di "extraterrestri". E ha addirittura aggiunto di aver manifestato contrarietà al decreto Bersani - non a tutto, esclusivamente a quella parte che aveva liberalizzato i mandati agenziali - perché, secondo lui, favorirebbero le assicurazioni Axa (francesi). In serata sono arrivate le solite "puntuali smentite" di Padoa-Schioppa e le precisazioni di Bernheim (che non ha però smentito nulla di essenziale), alle quali può credere solo un imbecille. E´ in ogni caso del tutto evidente che il francese Presidente (Generali) e Vicepresidente (Intesa-San Paolo) si sta dimostrando una buona pedina del gioco di Bazoli-Passera (Intesa); e quindi "cinguetta" con l´attuale Governo servo di quella finanza.



    Vogliamo, sia pure come semplici ipotesi iniziali, trarre qualche conclusione dall´affaire? Innanzitutto, la paventata e sbandierata vendita all´At&t (e all´American Movil) si rivela una pura manovra di Tronchetti per sfuggire alla morsa governativa, tesa a favorire Intesa & C. - intenzionata a comprargli per due soldi la Telecom - minacciando anche, con il famoso piano Rovati e le pressioni dell´Authority, di scorporare la rete fissa (e banda larga, TV via cavo ecc.) onde svalorizzare l´azienda. Certamente, Tronchetti non poteva pensare di recuperare quanto speso (4,2 euro ad azione nell´acquisto da Gnutti-Colaninno), ma comunque riceve il prezzo su cui non voleva più arretrare. Egli non aveva affatto il coraggio di opporsi recisamente ai piani di Intesa-Governo, ma voleva non essere proprio stracciato. Nulla esclude che l´At&t fosse a conoscenza di qualcosa, perché si è ritirata senza tante storie. Rilevo, di passaggio, che il suddetto scorporo della rete fissa è sempre in campo e servirà ancora per qualche nuova manovra cui assisteremo in futuro.

    Tornando al presente, è più che probabile che Telefonica - dato che l´establishment italiano non ce l´avrebbe fatta a tirare fuori subito tanti soldi - funzioni soprattutto da supporto dell´operazione detta "di difesa dell´italianità". A parte i possibili futuri vantaggi economici per l´azienda spagnola (uscire eventualmente entro tre anni con qualche plusvalenza), ci sono grandi probabilità, pur se non si è certo agito alla luce del Sole, di connivenze tra i governi italiano e spagnolo, con chissà quali partecipazioni agli utili per Telefonica e forse altre imprese (finanziarie) al momento non visibili (probabilmente non lo saranno mai). Certamente, non è credibile che una azienda - dopo che il governo italiano (per conto della grande finanza che lo indirizza) le ha impedito di stipulare direttamente con Tronchetti accordi più stringenti - accetti di partecipare alla Telecom in posizione subordinata (42% nella Telco, società di controllo della telefonica italiana, e 2-3 membri della governance su 15-19, a parte questa richiesta in merito all´ad, che vedremo come andrà a finire). Una cosa è chiarissima: non c´è alcun piano industriale dietro l´acquisizione di Telecom. La Telefonica, anche ammesso, come sembra, che sia una azienda "tecnologicamente sana e avanzata", non apporterà un bel nulla. Quanto alla cordata italiana - banche, assicurazioni, Benetton (Autostrade e maglieria) che del resto è rimasta "dentro" per favorire Intesa e Governo, non far tirare loro fuori altri soldi per essere liquidata, nella speranza di ottenere in futuro maggiore indulgenza per le operazioni con la Abertis (spagnola non a caso) o altre - non ha alcuna esperienza né avanzamento tecnico-scientifico nello specifico campo delle telecomunicazioni. C´è all´orizzonte la Fininvest (cioè Mediaset), ma scommetto che si tratta di quegli orizzonti che restano sempre alla stessa distanza man mano che ci si incammina verso di loro; e poi, è veramente un´azienda tecnologicamente avanzata? Lasciamo perdere!



    Da quanto detto fin qui, si capisce nettamente che tutto il discorso intorno al mercato è una vera, colossale, bufala. Il gioco è stato, com´è sempre, politico. Solo che alcuni dell´opposizione vorrebbero far credere che è stato condotto dal governo Prodi, che questi è il "grande manovratore". Altra presa in giro. Il gioco è politico nel senso che le grandi concentrazioni finanziarie - o anche le industrie (del resto subordinate alla finanza) di settori dell´epoca che fu - non si attengono alle regole che gli economisti, scadenti guitti imbonitori vendutisi ai dominanti, raccontano sui giornali dell´establishment. E´ la GFeID a fare le regole, ma le fa mediante il "potere" politico che controlla al 100% (in quest´ambito non conta la proprietà azionaria, ci sono ben altri sistemi di controllo, più nascosti e più seri, persuasivi e pervasivi). Quando i politici ricoprono un complesso reticolo di posticini importanti e lucrosi in varie società, o possiedono essi stessi certe società mediante mogli, parenti, semplici "amici" e fiduciari, "consiglieri personali", ecc., non possono non funzionare al servizio dei grandi interessi finanziari e/o di industrie decotte, altrimenti fanno una brutta fine (o impiccati sotto qualche ponte o "suicidati" in qualche desolata brughiera; o come minimo implicati in scandaletti vari, con una magistratura molto severa in certi casi).

    Oltre al mercato, l´altra grande bufala è quella dell´italianità. Non a caso essa è stata tirata in ballo dai membri della GFeID, e dal loro personale di servizio politico (di sinistra), a fasi alterne. Il problema è che dietro l´Intesa (in quanto punta dell´iceberg di una galassia di altri poteri finanziari) funzionano pezzi importanti della finanza americana tipo la solita Goldman o la Carlyle, ecc. Ma non è che altri pezzi di quella stessa finanza stiano fermi; è tutto un movimento che, di volta in volta, vede aperte aggressioni e pesanti pressioni tra gruppi vari (anche per mettere i loro uomini in posti chiave delle istituzioni di dati paesi da controllare) e poi nuove trattative per giungere a compromessi, ma possibilmente da posizioni di maggior forza. Troppo spesso si fa l´errore di considerare certi paesi come qualcosa di unitario. Ad es. gli USA sono sempre trattati quale paese preminente e superpotenza imperialistica. Il che è vero in un certo senso, guardando all´"essenza" del problema. Tuttavia, anche gli "accidenti" sono di interesse altissimo, quasi quanto le "essenze". La Goldman e la Carlyle sono ovviamente collegate agli USA, e la loro storia è intessuta di rapporti (di pressione lobbistica) bipartisan con amministrazioni democratiche e repubblicane di quel paese. Tuttavia, i loro interessi non si identificano con quelli USA; anche perché non si identificano nemmeno fra loro, che sono, di volta in volta, alleate o nemiche, sfruttando la potenza del loro paese e nel contempo intrallazzando con vari altri paesi per ottenere utili e cointeressenze non sempre apprezzate dal Governo in quel momento in carica nel loro paese; e soprattutto non apprezzate dai loro concorrenti che influenzano sia altri pezzi dell´establishment statunitense sia altri governi o partiti politici in varie parti del mondo, stabilendo le loro molteplici influenze mediante alleanze varie, intervallate però da scontri e lotte acute, con i gruppi dominanti finanziario-industriali di questi altri paesi, gruppi a loro volta in conflitto fra loro. Ecc. ecc.

    Se consideriamo che vi sono alcune centinaia di grandi imprese finanziarie e industriali statunitensi in alleanza-lotta fra loro - e le grandissime, enormi, concentrazioni finanziarie sono almeno 10-15, forse anche più - si capisce bene quanto è complicato seguire il loro gioco attorcigliato e cangiante. Ad es., "mani pulite", in quanto manovra di ricambio del regime DC-PSI in Italia - dopo il crollo del muro e la dissoluzione dell´URSS (prima non ci si poteva nemmeno pensare) - è stata condotta da precisi gruppi finanziario-industriali italiani, ma dietro input di influenti "ambienti" sia finanziari che politici statunitensi (ma non per conto degli USA in quanto paese complessivo). Se Berlusconi ha potuto avere successo quale granello di sabbia nei disegni di coloro che volevano cambiare regime in Italia, ciò è stato solo in parte dovuto a condizioni interne: gruppi economico-politici scontenti dell´operazione ed elettorato DC-PSI disorientato e incazzato. E´ ovvio che qualche aiuto, e non dei minori, gli è venuto da "altri ambienti" americani. Questa è la politica strettamente intrecciata all´economia, alla faccia del "libero mercato"!



    Con ogni probabilità, la questione Telecom non è chiusa, pur se Tronchetti ne esce definitivamente. Tuttavia, è stato compiuto un passo verso quella "dittatura finanziaria" di cui ho parlato spesso nel blog. Il gruppo più pericoloso per la sedicente "democrazia" italiana è quello che fa capo all´Intesa & C. con il suo referente politico nell´attuale Governo. Tutti i pasticci e pasticcetti che stanno combinando le sinistre "alternative", in fase di scomposizione e ricomposizione a pezzi e bocconi, servono a disorientare i critici del capitalismo fissando la loro attenzione sul palcoscenico, dove si sta svolgendo una recita della peggior specie, mentre i veri giochi si fanno altrove. Questa la colpa di una simile sinistra: alcuni sono in buona fede, ma allora non capiscono più nulla di ciò che afferrava perfino un qualsiasi piciista marxistoide degli anni ´50 e ´60; altri sono semplicemente degli emeriti figli di puttana, solo interessati alla "melina" mediante cui conquistano minimi poteri e prebende anche le ultime ruote del carro di una politica gangsteristica come quella italiana ("siamo nella Chicago degli anni venti" ha detto recentemente l´ex presidente della Telecom, uomo che se ne intende!).

    I principali gruppi di "sinistra" sperano di poter ricostituire una sorta di centrosinistra - dopo l´ormai probabilissima "riclassificazione", cioè sconquasso, del centrodestra - abbastanza simile a quello che ha guidato per tanti decenni il nostro paese. Torneremo sul problema. Qui ricordo solo che la situazione è del tutto differente. Negli anni ´60 vi fu il grande boom italiano e la trasformazione del paese da agrario-industriale a industriale-agrario fino a diventare una delle prime (sesta-settima) potenza economica mondiale. Si svilupparono i settori d´avanguardia della "rivoluzione fordista", con l´auto in testa. Per di più, il sistema mondiale era bloccato in una situazione di equilibrio tra le due superpotenze; primo e secondo mondo conobbero un periodo di sostanziale pace - salvo l´Ungheria nel 1956 e la Cecoslovacchia nel 1968, sommovimenti schiacciati con relativa facilità - mentre tutto il caos si "riversò" nel terzo mondo, terreno di confronto/scontro tra le superpotenze e di grandi movimenti di liberazione nazionale.

    Oggi esiste una sola superpotenza, ma proprio tale fatto sta portando il mondo ad una situazione di disordine globale. In termini storici (che non sono quelli della nostra vita biologica) è sempre più vicina - questa non è soltanto una mia previsione - l´entrata in una nuova epoca policentrica, dove lo scontro (non necessariamente nelle stesse forme del `900) tra più paesi capitalistici, divenuti "grandi potenze", sarà sempre più acuto e avvierà sconvolgimenti profondi anche nelle aree avanzate del sistema capitalistico. L´Italia, al di là delle "ripresine" (profetizzate ogni anno), cui spera ogni anno di agganciarsi, basa il suo sviluppo (stentato) sui tentativi di rilancio di vecchi settori della passata rivoluzione industriale (ancora l´auto, ecc.), mentre è sempre più in affanno in quelli nuovi e praticamente nullo nell´ambito della ricerca scientifico-tecnica d´avanguardia. Quanto al potere, necessario a mantenere un minimo di proprie sfere di influenza, grandi risate dovrebbero seppellire i nostri politici, in particolare i nostri ministri degli esteri. Si sta cercando di trovare - con tatticuzze diverse che cercano di annusare i cambiamenti possibili delle strategie imperiali del paese che ci comanda - un posto di aurea mediocrità (e di nicchia) nella sfera d´influenza di quest´ultimo.

    E´ sicuro che l´oro diverrà argento poi alluminio e piombo e infine fango. Forse passerà ancora qualche anno poiché i processi storici sono vischiosi e le nuove potenze, in grado di instaurare un autentico policentrismo, sono ancora in gestazione faticosa. Tuttavia, il nostro declino sembra ben assicurato. Avremo ancora convulsioni politiche come quelle, ridicole, cui stiamo assistendo a sinistra e a destra. Nasceranno però infine, nei tempi dovuti, quelle forze che ho indicato come rivoluzionarie dentro e contro il capitale. Comunque, non anticipiamo; seguiamo il decorso dei processi passin passino.



    30 aprile



    PS Come altre volte, si pubblica qui sotto un articolo di Porro su Il Giornale, estremamente preciso nell´indicare la sintesi dell´affaire Telecom. In particolare, si comprende bene che se quest´ultimo fosse stato condotto secondo le regole del "libero mercato" (esistenti solo nell´ideologia dei liberisti, cui appartiene certo anche Porro), Alierta (capo della Telefonica) sarebbe un puro "pirla". E´ ovvio che dietro ci stanno patti segreti (e scellerati) non conosciuti dai "poveri mortali" come noi. Tutto l´articolo, al di là della suddetta ideologia, è da leggere con attenzione. Ben sapendo che molti sono dei cattivi lettori, mi permetto di citare le ultime venti righe dell´articolo (che non lo riassumono, sia chiaro):

    "Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un´intervista sosteneva che c´era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli `amici di´. Il presidente delle Generali, dall´alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l´italianità di Telecom (soddisfare la volontà del Governo, diciamo noi) e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato".

    Come ho rilevato nel mio scritto, l´opposizione cerca di far credere che Prodi diriga le varie operazioni di cui è semplice esecutore ("maggiordomo") per conto di Intesa e dintorni con, dietro, pezzi da novanta della finanza americana del tipo di quelli da me citati. A parte questa "timidezza" (da filoamericano), Porro scrive il suo articolo con estrema chiarezza (basta una piccola chiave di decodificazione, ma proprio piccola). Che dire del resto dei sinistri (se ne è avuto un assaggio nel dibattito, tenuto da Ferrara, tra Giavazzi e Brancaccio, uno dei tipici sinistri d´oggi). Non capiscono un accidenti di strategia e, non so se in buona fede, fanno finta di credere che questa "bella operazione" ha difeso l´italianità (e, naturalmente, i "posti di lavoro"). Che la Telecom sia in mano - e continuerà ad esserlo con "questi" acquirenti - di gente che non capisce nulla di telecomunicazioni, uno dei settori non certo irrilevanti della moderna rivoluzione industriale, non interessa nulla a simili sinistri del piffero. Veramente, la sinistra sta sempre più dimostrando, nelle sue varie anime, di essere una malattia mortale per questo paese. Andrebbe semplicemente annientata, non esiste ormai altra via di uscita. Per ricominciare, sarebbe indispensabile disinfestarla in modo integrale, senza residui.



    Ecco chi ci guadagna dall'affare Telecom (fonte Il Giornale)
    di Nicola Porro

    Prendete un vostro amico facoltoso, ma un po' frescone. Portatelo ad un concessionario della Porsche. Fategli vedere il modello che a voi piace: colore, optional, e tipo di impianto radio. Non lesinate su nulla, e non contrattate sul prezzo. Ditegli che non potrà mai guidarla. E poi fategli prendere il libretto di assegni per staccare un check con molti zeri. Uscite con la Carrera comprata con i soldi del vostro amico, fate accomodare la vostra fidanzata nel posto accanto, e l'amico piazzatelo nelle due poltroncine dietro con le gambe un po' rattrappite. Difficile immaginare una situazione più improbabile.

    Eppure la finanza italiana ha provato che compratori di Porsche a totale beneficio di altri esistono. Eccome. Senza scomodare Milton Friedman, verrebbe comodo dire che il nostro capitalismo è pieno zeppo di pasti a sbafo. La vicenda Telecom fa al caso nostro. Gli spagnoli di Telefonica hanno preso il loro libretto di assegni e hanno staccato un check da 2,3 miliardi di euro per comprarsi il 42,3% di una finanziaria, Telco, che al suo interno ha un quarto del capitale Telecom. Gli italiani hanno più o meno messo 900 milioni di euro, invece, per essere maggioranza assoluta di Telco. In più gli italiani hanno detto ai cuginetti: «Ueh, il porschino lo guidiamo noi». Neanche il Ranzani da Cantù sarebbe così esplicito: agli spagnoli solo due consiglieri su 19; presidente e amministratore delegato di Telecom di nomina italiana. E non è finita. Gli avvocati si sono inventati due azioni di tipo diverso: quelle piene di diritti verranno acquistate dagli italiani con una valorizzazione di circa 2,6 euro. E quelle di serie B (senza prelazione e con scarso potere in termini di decisioni di vertice) vengono comprate dagli spagnoli, ma a tre euro. Ricapitoliamo: gli spagnoli comprano una fetta di Telecom pagandola un prezzo unitario superiore agli italiani, ma per contare di meno.

    Ma non è ancora finita: gli spagnoli non pensassero mica di fare i conquistadores a via Negri. In fondo hanno comprato il 42,3 per cento di una finanziaria (Telco) che ha il 23,6 per cento di Telecom, mica si sono portati a casa tutto. E dunque Telecom è esplicitamente libera di poter fare accordi industriali in giro per il mondo anche con operatori che non siamo Telefonica. Difficile però accreditare la tesi secondo la quale Cesar Alierta, il numero uno di Telefonica, sia un incapace di intendere e di volere: è un signore che si occupa di 200 milioni di clienti in giro per il mondo e su un fatturato da 51 miliardi tira fuori un margine lordo di 21. Insomma i suoi calcoli fino ad oggi ha dimostrato di saperli fare bene.

    C'è qualcosa che non ci stanno raccontando. I termini dell'accordo, fino a prova contraria sono come ve li abbiamo appena descritti. Ma c'è una variabile politica che potrebbe rimettere le cose al posto giusto e spiegarci così l'arcano spagnolo. Intanto una considerazione di merito. L'esecutivo, molto interessato alle sorti di Telecom, sponsorizzando l'operazione così come si è conclusa ha «comprato tempo». Anche quel frescone dell'amico del porschista capirebbe che Telecom Italia non può avere un assetto azionario stabile imperniato su Telefonica paralizzata con le due braccia legate dietro alla schiena ed una pattuglia di banche che va d'accordo su poco. La soluzione trovata è temporanea. Intanto ci si è liberati di Marco Tronchetti: un proprietario per la verità piuttosto scomodo per la politica perché si era messo in testa di vendere la Telecom a chi gli piaceva e paresse. Si può così riportare a Roma il pallino del controllo di Telecom. È questa la golden share degli spagnoli. Alierta, molto introdotto con il leader spagnolo Zapatero, sa bene che Prodi proprio in Spagna ha ottenuto per l'Enel la possibilità di fare un grande acquisto che si chiama Endesa. Grazie all'aiuto di Zapatero, l'Enel ha conquistato Endesa fino a quel momento destinata ai tedeschi di Eon. Siano pure di serie B le azioni degli spagnoli, al momento opportuno daranno i loro frutti: come minimo una posizione speciale in Brasile dove Telefonica e Telecom si contendono il primato nei cellulari.

    A ciò si aggiungano i signori Benetton che grazie alla loro permanenza nella trappola Telecom hanno permesso al fronte italiano di avere la maggioranza e di avere uno straccio di socio italiano che non sia una banca. E anche in questo caso c'è qualche strada che porta a Madrid: quella della fusione della società Autostrade, controllata dai Benetton, con gli spagnoli di Abertis fatta fallire proprio dal governo Prodi. Insomma su ben altre basi si può oggi riprendere il dossier. Prodi non aveva la palla di vetro, poche settimane fa, quando in un'intervista sosteneva che c'era la possibilità di un socio europeo per Telecom. E Alierta non è un frescone che paga di più per contare di meno. Entrambi sanno che il film girato fino a ieri è una farsa. I giochi veri partono ora. E in questo gioco di relazioni incrociate quel che conta non sono i quattrini del mercato ma gli «amici di».

    Il presidente delle Generali, dall'alto della sua storia di grandi poteri, si è permesso nei giorni scorsi di codificare questo principio, dicendo: Generali (contro gli interessi immediati dei suoi azionisti, diciamo noi) farà la sua parte nel mantenere l'italianità di Telecom (soddisfare le volontà del governo, diciamo noi), e si aspetta (dal governo, se no da chi?) che altrettanto venga fatto se la sua indipendenza venisse messa in discussione (una scalata da parte di uno straniero?). Bernheim sa bene da consumato politico e da abile assicuratore che la sua partecipazione in Telecom è il giusto premio per una polizza stipulata con il governo Prodi. Bel mercato.

  10. #110
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    questi signorini infiltrati nella sinistra da parte dei poteri forti FININVEST-P2-COSANOSTRA per cercare di decomporla a tutto vantaggio dei medesimi poteri forti FININVEST-P2-COSANOSTRA.
    Sposto qui un messaggio che avevo inserito ieri su un altro thread, ma a cui non c'è stato seguito. Vediamo se riesci a smetterla di fare il Torquemada e
    cominci a ragionare. Dici sempre che Prodi è un professore di economia che ha scritto libri, anche La Grassa è un professore di economia che di libri ne ha scritti a occhio mi pare più di Prodi. Quindi almeno a livello intellettuale si combattono ad armi pari.
    Ecco comunque il testo che ti avevo inviato ieri:

    "Esiste come tu dici un blocco oligarchico Finivest-P2 (Massoneria deviata)- Cosa Nostra, che hai ripetutamente evocato e di cui mi ritieni un agente provocatore su 'sto forum!
    Ma dal 2001 al 2005 ho fatto anch' io la battaglia per cacciarlo dal potere e l' ho- insieme a tutti gli altri dell' Unione- vinta (con 25.000 voti in più alla Camera e 250.000 in meno al Senato), perchè la legge elettorale della CdL si è ritorta contro di essa. Oggi quel blocco oligarchico è diviso, in crisi. Meglio così scuramente.
    Ma avvicinandosi la scadenza fatale della decisione da prendere circa lo scioglimento del MRE per la sua confluenza in PD, ho cominciato a riflettere se questa confluenza sia la scelta più giusta.
    Mi sono servito ahimè di fonti "impure", che a mio parere contenevano però informazioni interessanti della situazione attuale rispetto ad alcuni problemi importanti, da riproporre senza condividere peraltro l' ideologia dei gruppi che le diffondono. Tali informazioni purtroppo mai o quasi dalle fonti "pure" emergevano.
    In sintesi sono arrivato a queste conclusioni.
    Esiste senz' altro un blocco oligarchico Fininvest-P2 (Massoneria deviata)- Cosa Nostra con cui non si deve assolutamente collaborare e che si deve continuare a contrastare; però esiste anche un' altra oligarchia (benchè conflittuale al suo interno come dimostra la vicenda Telecom) che- in breve- è quella che si raccoglie attorno al patto di sindacato della RCS. Esso presenta stretti collegamenti con i grandi gruppi finanziari di oltreoceano (si chiamino Goldman&Sachs o Morgan Stanely). Quest' ultima oligarchia oggi è decisamente vincente ed ha il suo personale politico di riferimento formato, peraltro, da ex-dirigenti o ex-consulenti della Goldman&Sachs.
    Non sono fantasticherie. E' la realtà.
    La cosa essenziale è capire se questa oligarchia ed il suo personale politico di riferimento stiano facendo veramente gli interessi dell' Italia o badino più che altro a concludere (come quegli altri) con il maggior vantaggio i propri affari e se eventualmente i loro buoni affari siano un vantaggio per l' Italia. Molti dubbi in proposito mi sono nati consultando le fonti ahimè "impure".
    Tu rispondi che non è vero niente e che è tutto un complotto nazi-marxista.
    A mio parere invece i problemi della sovranità e dell' indipendenza nazionali, e delle capacità dell' attuale classe dirigente per lo sviluppo del Paese sono più che mai problemi veri e non invenzioni complottistiche. Certo sarebbe bello se il MRE potesse avere il 51% alle elezioni, lo auspico, ma non sarà così, per cui ritengo che prima di sciogliersi nel PD senza poi contarci niente o quasi come componente repubblicana (la storia dei repubblicani nei DS sta lì a dimostrarlo), il MRE dovrebbe molto meglio valutare se non sia più opportuno restare sì legato allo schieramento che ha vinto le ultime elezioni, mantenendo una sua posizione di collaborazione ed al tempo stesso di autonomia.
    Non ne faccio quindi questione di poltrone.
    Mi sembrano tutte considerazioni sensate queste.
    Ad ogni modo, da ora in poi mi servirò sempre di fonti "pure" , per dimostrarti come ormai perfino da esse cominci a trapelare qualcosa rispetto ai problemi che ho trattato.
    Ecco allora il contenuto della prima fonte, "la Stampa" che spero considererai "pura".

    STAMPA 30 APRILE 2006
    Tronchetti Provera: "Contro di me un'alleanza tra finanza e politica"

    Marco Tronchetti Provera, presidente Pirelli
    "L'Ue benedice Telecom-Telefonica" ARMANDO ZENI
    TEODORO CHIARELLI, INVIATO A PORTOFINO (GENOVA)
    Telecom nell’orbita degli spagnoli e delle banche. Pirelli che si lecca le ferite e ricomincia da pneumatici, immobiliare, ambiente e fotonica. Il grande sogno delle telecomunicazioni che si frantuma. Un disegno anche di potere che si dissolve. Dopo sei anni vissuti pericolosamente è finita l’era Tronchetti? Lui, il presidente della Pirelli, quel Marco Tronchetti Provera che avrebbe dovuto rinverdire l’epopea di charme e di glamour dell’Avvocato Agnelli, fa spallucce nel suo completo blu da regata griffato "Kauris III" e sorseggiando acqua minerale dalla terrazza dello Splendido di Portofino regala una metafora di impronta marinara: "Mi sono trovato di notte vicino agli scogli e con il motore in avaria, ma il timone era in mani salde". E’ un Tronchetti indubbiamente rilassato, il volto abbronzato grazie alla giornata trascorsa a regatare, ma ancora battagliero e orgoglioso. "Mi hanno fatto pagare la mia autonomia. Ma io voglio continuare a fare l’imprenditore e a battermi per l’autonomia degli imprenditori dalla politica. Della politica ho rispetto, ma dalla politica pretendo rispetto". Ecco la sua verità.
    La vicenda Telecom per lei è conclusa. Si sente uno sconfitto?
    "E perché? A settembre si è interrotto un cammino dopo un lungo e faticoso lavoro con tanta brava gente. Abbiamo riorganizzato un gruppo che era controllato con un sistema di scatole cinesi in testa a Olivetti, Telecom, Tim. Ora il gruppo ha sopra due aziende industriali come Pirelli e Benetton e sotto la sola Telecom, avendo sviluppato tecnologie importanti. Siamo passati da 390 mila a 6,7 milioni di clienti nella banda larga e siamo la società europea che ha fatto più investimenti: il 17% del fatturato".
    Eppure dicono che lei governa grazie alle scatole cinesi e che ha gestito male l’azienda.
    "La menzogna, quando è costruita ad arte, porta alla superficialità anche commentatori da cui ci si aspetterebbe un maggior approfondimento e che invece si sono fatti cassa di risonanza di slogan falsi. Abbiamo fatto gli investimenti più alti d’Europa e ci si accusa di aver sacrificato gli investimenti ai dividendi. Telecom ha una tecnologia così scadente che c’è stata la fila di aziende interessate a rilevarla. Ancora oggi è la società con i migliori risultati in Europa. I debiti, prima dell’acquisizione di Tim, sono passati da 43 a 29 miliardi. E si è comprata la totalità di Tim. Non mi sembra una gestione disastrosa".
    E le scatole cinesi?
    "La Mtp è una società familiare, poi c’è Camfin, quotata, che fattura un miliardo ed è stata fondata nel 1904, poi c’è la Pirelli che fattura 5 miliardi. Tutto questo mi sembra ben poco cinese. Da quando sono entrato in Pirelli ho fatto sei fusioni sempre per accorciare la catena di controllo. Credo di essere il recordman in Italia per accorciamento delle catene. E poi finiamola: io penso di aver gestito aziende nella mia vita non per il numero delle azioni, ma per i risultati che ho conseguito. E sono tutte aziende leader nei loro settori, con i risultati migliori e le tecnologie migliori".
    Ma perché sei anni fa è entrato in Telecom?
    "Perché Pirelli aveva una forte liquidità e una forte competenza tecnologica nel momento in cui Internet andava verso la banda larga. Credevo, e lo penso ancora, che avremmo potuto valorizzare Telecom e che il prezzo pagato, 8,15 volte l’Ebitda, fosse congruo. Poi c’è stato l’11 settembre e inoltre sul mercato sono arrivati Skype e Google e tutto si è complicato".
    Pentito della scelta fatta?
    "No. Se il cammino non fosse stato interrotto, il valore dell’operazione sarebbe emerso. Anche nonostante i 12 miliardi di svalutazioni effettuate per un asset senza valore che abbia trovato subito dopo l’acquisizione. Siamo riusciti a dare produttività e tecnologie. E a sviluppare internazionalmente l’azienda. In Brasile siamo passati da 5,3 milioni a 25,4 milioni di clienti. Gli accessi di banda larga in Italia sono passati da 390 mila a 6,7 milioni".
    E poi che cosa è successo. A che cosa è dovuto il cortocircuito che l’ha portata a essere dipinto come una sorta di nemico pubblico dopo anni di osanna e incensamenti?
    "Aziende come Telecom, anche in altri Paesi, non vedono al loro vertice imprenditori privati. Io rappresentavo un’anomalia. Un industriale che non viveva il sistema relazionale con l’asse politico-burocratico. Io ho affrontato Telecom come se fosse la Pirelli. Ho pensato agli uomini, alle tecnologie, ai conti. Ho pagato la mia autonomia".
    Forse doveva invitare D’Alema in barca.
    "Forse. Certo è che pezzi di potere politico-mediatico si sono mossi in modo convergente con pezzi del sistema finanziario forse per riportare Telecom in ambito controllabile. La privatizzazione di Telecom non è mai entrata nella cultura di un certo mondo pubblico. Quella privatizzazione è un po’ come il bipolarismo: è stata fatta per necessità, non per convinzione".
    E ora i suoi rapporti con Prodi e il governo?
    "Non so. Se mi chiedono se ce l’ho con qualcuno, rispondo: no. Non ho mai pensato di fare qualcosa contro qualcuno o con l’aiuto di qualcuno".
    Qualche problemino lo ha avuto anche con le banche, o almeno con alcune.
    "Diciamo che con il sistema bancario c’è stato in passato qualche momento di turbolenza. Forse anche perché da parte mia non c’è stata una comunicazione fluida".
    Dicono che lei sia arrogante e presuntuoso.
    "Non posso valutare, ma credo che le persone che mi conoscono, con le quali lavoro e vivo possano dare una valutazione diversa. Certo, non sono portato per un certo sistema relazionale. Io il weekend lo trascorro con moglie e figli. Non frequento... E per gestire aziende come Telecom forse bisognava".
    Perché a un certo punto ha gettato la spugna?
    "Non userei questo termine. Comunque bisogna essere realistici e, viste le condizioni, bisognava valorizzare l’investimento di Pirelli. Certo, se fossero riuscite le operazioni con Murdoch e Telefonica per Pirelli e la stessa Telecom sarebbe stato diverso".
    Lei ha detto: "Volevano farmi fare la fine di Rizzoli".
    "E’ vero. Quando c’è una critica sempre più diffusa, che scivola nella calunnia e ti dipinge in un certo modo, sembra diventare legittimo anche uno scippo".
    Ha temuto anche un attacco in Pirelli, che le portassero la guerra in casa?
    "Sì, a un certo punto c’è stata questa preoccupazione"
    Quando ha capito che si poteva arrivare a una soluzione?
    "Quando abbiamo visto che continuavamo a ricevere manifestazioni di interesse per la nostra quota Telecom. E badi bene: non ho mai voluto aprire un’asta. Allora, piano piano, i vari interessi hanno cominciato a convergere per creare le condizioni per uscire dall’empasse".
    A chi si deve il contributo maggiore fra i soggetti italiani intervenuti?
    "Fare nomi è antipatico".
    Sì, ma è interessante.
    "Galateri, Bazoli, Geronzi e Passera".
    Cosa pensa di Mediobanca?
    "Oggi ha diverse anime. Ma è ingeneroso giudicare gli attuali vertici avendo un precedente come Enrico Cuccia. Uomini come lui ne nascono uno ogni cento anni. Forse".
    Cosa farà Pirelli dei 3,3 miliardi di euro incassati?
    "Investirà nei suoi settori di competenza. Abbiamo grossi progetti. Uno a Settimo Torinese dove investiremo decine di milioni per un nuovo modernissimo stabilimento di pneumatici. Abbiamo anche tante idee. Vedremo. E con quello che avanza comprerò azioni Telefonica".
    Venderà l’1,36% di Telecom che restano in portafoglio a Pirelli?
    "Vedremo. Non abbiamo ancora deciso".
    Come descrive questo nostro Paese ai suoi figli?
    "E’ un Paese pieno di opportunità e con tanta gente per bene. E’ un Paese complesso. Se si esce dalla confusione, se si ritorna al giusto rispetto per i diversi ruoli - politica, istituzioni, imprese - ce la si può fare. Non ho nessuna intenzione di abbandonare l’Italia, se è questo che vuole sapere".
    Pensa di dover ricucire con la politica?
    "Penso di dover fare il mio mestiere di imprenditore e continuerò a battermi per l’autonomia dell’impresa. Io rispetto tutti, pretendo rispetto. E dire che pensavo di aver un buon rapporto con la politica. Non ho capito proprio niente".

 

 
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