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Egemonia
Direi di sì, ma credo ci sia ben poco da "interpretare". Gramsci evidenzia che il "folclore" (termine che lui utilizza con accezione negativa) è formato principalmente da "cascami" della cultura egemone, rispecchia la subalternità delle classi che lo producono, e nella sua frammentarietà, incoerenza e arretratezza non può ambire a diventare cultura "nazionale". D'altra parte gli intellettuali italiani avevano avuto una produzione fondamentalmente... intellettualistica, e come tale assai lontana dai sentimenti e dalla vita delle masse - e quindi a sua volta inadatta a rappresentare una cultura "nazionale".
La creazione di una cultura "nazional-popolare" in grado di contrastare l'egemonia borghese diventa quindi il compito primario degli intellettuali organici alla classe lavoratrice, e delle parti coscienti di quest'ultima.
In quale punto la mia "interpretazione" è opinabile?
Il fatto che la rivoluzione russa nascesse in un contesto "grande russo" non cambia, anzi evidenza maggiormente ciò che sostengo. I bolscevichi cercarono di superare assai rapidamente questa caratterizzazione "grande russa", che era percepita come un residuo della russificazione zarista e quindi dell'oppressione dei popoli che essa comportava. Lo stesso Lenin, già nel 1914, scriveva che la grande russia era giustamente chiamata una "prigione di popoli", e che era compito della socialdemocrazia creare una nuova patria rispettosa dei diritti di tutte le nazionalità già presenti nel suo territorio, o a rischio di essere soggiogate (riferimento: "Della fierezza nazionale dei grandi russi"). Anche più tardi, nel 1922, uno strisciante nazionalismo grande-russo sopravviveva nel partito, e rischiava di minare i difficili rapporti con le nazionalità un tempo sottomesse che si muovevano in direzioni "socialnazionaliste" (riferimento: "Sulla questione delle nazionalità o della 'autonomizzazione'"). Ma nel frattempo, la parità delle diverse popolazioni e nazionalità, e la loro adesione volontaria alla Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa, fu inserita anche nella costituzione del 1918 (art. 8). Questo stesso modello fu poi esteso a tutta l'URSS, con l'unione delle altre repubbliche sovietiche nate nel territorio dell'ex impero zarista.
Spero di aver spiegato perché questo punto di vista sulla centralità dell'ideale nazionale russo (o peggio, grande russo) è profondamente errato.
Per il resto, il fatto che si ricorra a presunti motivi di identità o integrità nazionale per "motivare" il successo della rivoluzione del '17, è a mio parere un risultato dell'egemonia borghese in questo senso: si sminuisce la rivoluzione come risultato di un faticoso processo di presa di coscienza della classe lavoratrice che costruisce la propria patria, e si esalta la difesa di un ideale nazionale più o meno romantico. In altre parole si rimpiazza il marxismo con l'idealismo.
La "vecchia" idea borghese di nazione ha avuto un senso in una determinata fase evolutiva dei rapporti di produzione. Da allora la situazione è cambiata, e il concetto gramsciano di "rivoluzione passiva" spiega perché i profondi rivolgimenti nel tessuto produttivo e sociale non abbiano intaccato il potere delle classi dominanti. Aiuta anche a capire quanto poco di "rivoluzionario" si celi nei modelli sorpassati. Ma questo è stato oggetto di un mio precedente contributo.
Voglio comunque sottolineare (di nuovo) che il fatto che il capitalismo moderno porti con sé l'omologazione di marca statunitense, e metta in discussione le "vecchie" idee di nazione, non è un buon motivo per schierarsi in loro difesa, rischiando di diventare reazionari anziché marxisti. A chi agita lo spettro dell'"americanizzazione" come fonte di tutti i mali consiglio la lettura delle pagine gramsciane sul modello taylorista/fordista, contrapposto al vetusto modello europeo basato su classi parassitarie che soffocavano lo sviluppo produttivo e sociale.