Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617
Risultati da 161 a 167 di 167
  1. #161
    Meglio meno ma meglio
    Data Registrazione
    23 Feb 2007
    Messaggi
    1,090
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Tyrion Visualizza Messaggio
    Ehi, ma la tua area non sostiene (anche a livello internazionale) una posizione più simile a quella espressa da Sandinista?
    Sandinista dice "uno stato per due popoli", e sul vostro giornale sono sicuro di aver letto: "una federazione socialista per due popoli".
    La rivendicazione classica è la Federazione socialista del Medioriente, ossia la costituzione di Stati autonomi, sovrani e socialisti in un quadro di cooperazione e interscambio economico e commerciale di tutta l'area.
    Cmq, penso che lo slogan in voga nella sinistra (senza aggettivi) dei due Stati per due popoli non sia da scartare nel medio termine, purchè lo si riempia di significato, insistendo sul principio dell'autodeterminazione, della lotta rivoluzionaria, della trasformazione socialista, al di fuori di qualsiasi road map, ingerenza imperialista, guida del processo dall'alto.

    Per rispondere anche a Sandinista sulla questione del negazionismo: la critica non era rivolta a te, ma ad alcuni settori sedicenti di sinistra e antimperialisti che, da quanto leggo in giro, non disdegnano di praticare questo terreno come strumento di lotta politica. Secondo me, l'avallo di certe tesi è del tutto controproducente e da lasciare in blocco alla destra estrema. I comunisti dovrebbero cercare al contrario di stabilire un dialogo con l'ebraismo democratico e progressista, spiegare pazientemente la loro posizione (che dovrebbe essere un po' più articolata dell'antisionismo o del filoarabismo) e coinvolgere gli elementi più avanzati.

  2. #162
    assiduo luceat igne
    Data Registrazione
    20 Feb 2007
    Località
    Brusciano - Terra di Lavoro - Due Sicilie
    Messaggi
    430
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    I comunisti dovrebbero cercare al contrario di stabilire un dialogo con l'ebraismo democratico e progressista, spiegare pazientemente la loro posizione (che dovrebbe essere un po' più articolata dell'antisionismo o del filoarabismo) e coinvolgere gli elementi più avanzati.
    dubito che questa sia una posizione ricollegabile a settori trotskisti, a meno che non ci sia stata un ulteriore evoluzionie in sinistra critica.

  3. #163
    PENULTIMO VALLIGIANO COMUNISTA
    Data Registrazione
    27 May 2006
    Località
    Luino
    Messaggi
    1,095
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    A questo proposito mi torna alla mente un ricordo sul violaverdaceo riguardo alla sede di FI in quel di Cinisello Balsamo(MI)che riporta a caratteri cubitali il nome di un certo A.Gramsci.

  4. #164
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 May 2007
    Messaggi
    372
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Da "comunità" a "nazione"

    Vedo che la discussione, in questi giorni in cui ero assente, si è "spostata" dal ruolo della "comunità" a quello della "nazione" nella costruzione del socialismo. Uso le virgolette perché non so fino a che punto questi termini siano tra loro distinguibili, ma lo slittamento semantico (se mai c'è stato) credo sia di per sé indicativo.

    Come già segnalato in altri interventi, la questione nazionale è sempre stata cruciale nella costruzione del socialismo. A qualcuno potrà sembrare strano, ma questo è successo ben prima della venuta di Costanzo Preve.

    Dovremmo innanzi tutto decidere cosa si intende per nazione. Io mi baso sulla definizione di "nazione" come comunità umana stabile e storicamente formatasi, basata sulla comunanza di territorio, lingua, struttura psichica e vita economica. Questa definizione, che tra l'altro è diventata un mattone fondante dell'antropologia, riassume tutto il peso storico e psicologico che le nazioni hanno sulle masse. E' possibile ignorare questo fatto nella costruzione del socialismo? Ovviamente no. Coloro che pensavano di trascurarlo, e magari esportare modelli di socialismo "in punta di baionetta" (Trotsky e Luxemburg, per esempio) appartengono a una fase del pensiero comunista fondamentalmente superata.

    In ogni caso, per un marxista le questioni nazionali vanno sempre valutate nell'orizzonte strategico più ampio del superamento della fase capitalista. Questo superamento si costruisce passo per passo a partire dalla realtà (cioè da stati e nazioni esistenti), ma non può e non deve arretrare di fronte alla necessità di superare o spazzare via usanze retrograde profondamente insite nelle tradizioni nazionali, e incompatibili con il raggiungimento di una Gemeinwesen (per usare un termine che Preve sembra apprezzare) realmente aperta ed egualitaria.

    Vengo al caso concreto dell'Italia, su cui si è concentrata la discussione. Pietro dice che Gramsci avrebbe "scritto pagine illuminanti sulla necessita' da parte della classe lavoratrice di riappropriarsi della cultura nazionale e dell'aspetto popolare di essa che ha costituito come dice giustamente Sandokan il fil rouge dell'identita' italiana". Peccato che per Gramsci la cultura "nazionale italiana" fondamentalmente non esistesse, viste anche le modalità di creazione dello stato italiano, che non si basarono per nulla sulla partecipazione delle classi popolari. Non a caso Cavour pronunciò la famosa frase "l'Italia è fatta, facciamo gli italiani".

    Ciò che Gramsci auspicava era la costruzione di una vera cultura "nazional-popolare", basata sulla tradizione e sulle manifestazioni di lotta delle classi subalterne, come punto di rottura della subalternità stessa. Ma tale costruzione non poteva essere opera delle classi subalterne "in quanto tali", perché proprio sulla spontaneità delle masse o sulle manifestazioni prettamente folcloriche si inseriva il populismo fascista: l'opera di costruzione di una cultura popolare egemonica doveva essere compito dei settori elevati di quelle classi (ovvero, principalmente gli operai di fabbrica e i contadini coscienti) con la partecipazione degli intellettuali organici alle classi stesse.

    Siamo insomma ben lontani dall'identificazione dell'idea di "patria" con la nazione esistente, che porta inevitabilmente con sé le vestigia dell'egemonia storica delle classi dominanti. Questo si ricollega a quanto successo in altri scenari. A chi fa notare il richiamo alla "patria" nelle varie rivoluzioni di stampo comunista, o durante la "grande guerra patriottica" dell'Unione Sovietica, faccio notare un particolare non trascurabile: il riferimento non è a una "nazione" storicamente intesa, ma a una "patria" in cui si vuole costruire (o, nel caso dell'URSS, andava difeso) il potere dei lavoratori, ovvero il superamento della nazione pre-rivoluzionaria e della sua tradizione ed economia basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

    Questo è lo stesso ideale di "patria" per cui combattevano i partigiani comunisti. Non basta, come ha fatto Mat Kava, copiare e incollare brani di canzoni ed evidenziare qualche parola qua e là: bisogna anche capirne il senso, anche rispetto al contesto storico. Sulle tracce della resistenza comunista al nazifascismo è partita proprio l'opera di creazione di una cultura nazional-popolare costruita sulla lotta delle classi subalterne, ovvero la strategia disegnata da Gramsci nei suoi quaderni - ciò che poi rese il PCI un partito di massa. La presenza del tricolore nel simbolo del PCI va indubbiamente ricondotta su questo solco.

    Infine, una nota per Sandokan80, secondo cui "in Russia i bolscevichi hanno vinto anche perché erano gli unici a voler far uscire il loro paese da una disastrosa guerra imperialista e unica forza capace di arrestare la disgregazione della Nazione". Ma quale "Nazione"? Faccio notare che nel territorio della Russia zarista vivevano centinaia di nazionalità oppresse. I bolscevichi riuscirono a frenare le spinte secessioniste (su cui sempre cercarono di intervenire le potenze occidentali) non propagandando una romantica idea di "Nazione", ma bensì costruendo un progetto reale di patria socialista internazionale, espressione del potere delle classi lavoratrici (operai e contadini in primis). Attorno a quel progetto di patria si riunirono volontariamente le varie repubbliche socialiste sovietiche, un tempo tenute insieme in un unico impero con la violenza dell'esercito zarista. Il fatto che questo grandioso processo di costruzione di uno stato socialista internazionale venga ridotto ad una "difesa dell'integrità della Nazione" (pure con la "N" maiuscola...) la dice lunga su quanta parte del patrimonio di storia del movimento comunista sia stato distrutto dall'egemonia borghese degli ultimi decenni.

  5. #165
    Omia Patria si bella e perduta
    Data Registrazione
    14 Apr 2006
    Località
    Contro l'Unione Europea prigione dei Popoli Per un'Europa di Nazioni libere, eguali e sovrane!
    Messaggi
    4,649
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Egemonia Visualizza Messaggio
    Vedo che la discussione, in questi giorni in cui ero assente, si è "spostata" dal ruolo della "comunità" a quello della "nazione" nella costruzione del socialismo. Uso le virgolette perché non so fino a che punto questi termini siano tra loro distinguibili, ma lo slittamento semantico (se mai c'è stato) credo sia di per sé indicativo.
    La Nazione è un tipo particolare di comunità, la comunità di tutti i cittadini definita come fai più avanti.

    Come già segnalato in altri interventi, la questione nazionale è sempre stata cruciale nella costruzione del socialismo. A qualcuno potrà sembrare strano, ma questo è successo ben prima della venuta di Costanzo Preve.
    Giusto e Preve sottolinea in più passi come la rinuncia alla questione nazionale portata avanti da molti ambienti comunisti costituisca l'abbandono definitivo di una parte importante della propria storia.

    Dovremmo innanzi tutto decidere cosa si intende per nazione. Io mi baso sulla definizione di "nazione" come comunità umana stabile e storicamente formatasi, basata sulla comunanza di territorio, lingua, struttura psichica e vita economica. Questa definizione, che tra l'altro è diventata un mattone fondante dell'antropologia, riassume tutto il peso storico e psicologico che le nazioni hanno sulle masse. E' possibile ignorare questo fatto nella costruzione del socialismo? Ovviamente no. Coloro che pensavano di trascurarlo, e magari esportare modelli di socialismo "in punta di baionetta" (Trotsky e Luxemburg, per esempio) appartengono a una fase del pensiero comunista fondamentalmente superata.
    Questo capoverso è da incorniciare

    In ogni caso, per un marxista le questioni nazionali vanno sempre valutate nell'orizzonte strategico più ampio del superamento della fase capitalista. Questo superamento si costruisce passo per passo a partire dalla realtà (cioè da stati e nazioni esistenti), ma non può e non deve arretrare di fronte alla necessità di superare o spazzare via usanze retrograde profondamente insite nelle tradizioni nazionali, e incompatibili con il raggiungimento di una Gemeinwesen (per usare un termine che Preve sembra apprezzare) realmente aperta ed egualitaria.
    Incorniciamo pure questo

    Vengo al caso concreto dell'Italia, su cui si è concentrata la discussione. Pietro dice che Gramsci avrebbe "scritto pagine illuminanti sulla necessita' da parte della classe lavoratrice di riappropriarsi della cultura nazionale e dell'aspetto popolare di essa che ha costituito come dice giustamente Sandokan il fil rouge dell'identita' italiana". Peccato che per Gramsci la cultura "nazionale italiana" fondamentalmente non esistesse, viste anche le modalità di creazione dello stato italiano, che non si basarono per nulla sulla partecipazione delle classi popolari. Non a caso Cavour pronunciò la famosa frase "l'Italia è fatta, facciamo gli italiani".

    Ciò che Gramsci auspicava era la costruzione di una vera cultura "nazional-popolare", basata sulla tradizione e sulle manifestazioni di lotta delle classi subalterne, come punto di rottura della subalternità stessa. Ma tale costruzione non poteva essere opera delle classi subalterne "in quanto tali", perché proprio sulla spontaneità delle masse o sulle manifestazioni prettamente folcloriche si inseriva il populismo fascista: l'opera di costruzione di una cultura popolare egemonica doveva essere compito dei settori elevati di quelle classi (ovvero, principalmente gli operai di fabbrica e i contadini coscienti) con la partecipazione degli intellettuali organici alle classi stesse.
    Allora questa è la tua personale interpretazione di Gramsci?

    Siamo insomma ben lontani dall'identificazione dell'idea di "patria" con la nazione esistente, che porta inevitabilmente con sé le vestigia dell'egemonia storica delle classi dominanti. Questo si ricollega a quanto successo in altri scenari. A chi fa notare il richiamo alla "patria" nelle varie rivoluzioni di stampo comunista, o durante la "grande guerra patriottica" dell'Unione Sovietica, faccio notare un particolare non trascurabile: il riferimento non è a una "nazione" storicamente intesa, ma a una "patria" in cui si vuole costruire (o, nel caso dell'URSS, andava difeso) il potere dei lavoratori, ovvero il superamento della nazione pre-rivoluzionaria e della sua tradizione ed economia basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

    Questo è lo stesso ideale di "patria" per cui combattevano i partigiani comunisti. Non basta, come ha fatto Mat Kava, copiare e incollare brani di canzoni ed evidenziare qualche parola qua e là: bisogna anche capirne il senso, anche rispetto al contesto storico. Sulle tracce della resistenza comunista al nazifascismo è partita proprio l'opera di creazione di una cultura nazional-popolare costruita sulla lotta delle classi subalterne, ovvero la strategia disegnata da Gramsci nei suoi quaderni - ciò che poi rese il PCI un partito di massa. La presenza del tricolore nel simbolo del PCI va indubbiamente ricondotta su questo solco.
    Le nazioni non sono qualcosa di dato una volta per tutte, ma evolvono nel corso della storia e sono costruzioni umane.... ovviamente le lotte di liberazione nazionale partono dall'identità nazionale esistente per trasformarla in una certa direzione. Chi combattà durante la Resistenza combattè per liberare il paese dai nazi-fascisti e per costruire un paese migliore.

    Infine, una nota per Sandokan80, secondo cui "in Russia i bolscevichi hanno vinto anche perché erano gli unici a voler far uscire il loro paese da una disastrosa guerra imperialista e unica forza capace di arrestare la disgregazione della Nazione". Ma quale "Nazione"? Faccio notare che nel territorio della Russia zarista vivevano centinaia di nazionalità oppresse. I bolscevichi riuscirono a frenare le spinte secessioniste (su cui sempre cercarono di intervenire le potenze occidentali) non propagandando una romantica idea di "Nazione", ma bensì costruendo un progetto reale di patria socialista internazionale, espressione del potere delle classi lavoratrici (operai e contadini in primis). Attorno a quel progetto di patria si riunirono volontariamente le varie repubbliche socialiste sovietiche, un tempo tenute insieme in un unico impero con la violenza dell'esercito zarista. Il fatto che questo grandioso processo di costruzione di uno stato socialista internazionale venga ridotto ad una "difesa dell'integrità della Nazione" (pure con la "N" maiuscola...) la dice lunga su quanta parte del patrimonio di storia del movimento comunista sia stato distrutto dall'egemonia borghese degli ultimi decenni

    La Rivoluzione russa fu un processo storico nato in ambito grande russo e infatti nella prima fase della rivoluzione le altre nazionalità andarono ognuna per la loro strada (finlandesi, ucraini, popoli del caucaso o transiberiani). Solo in un secondo momento alcune di queste nazioni vennero riconquistate alla causa socialista e l'Unione Sovietica decise di darsi una costituzione federale in cui ogni repubblica aveva il diritto alla separazione se lo desiderava. In proposito è interessante andarsi a rivedere i dibattiti dell'epoca.
    Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro nella Rivoluzione russa oltre alla lotta per il socialismo ci fu ANCHE (lo scrivo in maiuscolo) una componente di lotta contro la disgregazione della Nazione russa.

    Dirlo non è una dimostrazione della forza dell'egemonia borghese, ma constatazione di un dato di fatto. Non capisco le tue conclusioni.

    Tra l'altro negli ultimi decenni le classi egemoni in Italia hanno adottato la linea di favorire l'americanizzazione del nostro paese e lo svuotamento della sua sovranità nazionale...... tutte cose poco compatibili con la vecchia idea borghese di Nazione.

  6. #166
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 May 2007
    Messaggi
    372
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    Allora questa è la tua personale interpretazione di Gramsci?
    Direi di sì, ma credo ci sia ben poco da "interpretare". Gramsci evidenzia che il "folclore" (termine che lui utilizza con accezione negativa) è formato principalmente da "cascami" della cultura egemone, rispecchia la subalternità delle classi che lo producono, e nella sua frammentarietà, incoerenza e arretratezza non può ambire a diventare cultura "nazionale". D'altra parte gli intellettuali italiani avevano avuto una produzione fondamentalmente... intellettualistica, e come tale assai lontana dai sentimenti e dalla vita delle masse - e quindi a sua volta inadatta a rappresentare una cultura "nazionale".

    La creazione di una cultura "nazional-popolare" in grado di contrastare l'egemonia borghese diventa quindi il compito primario degli intellettuali organici alla classe lavoratrice, e delle parti coscienti di quest'ultima.

    In quale punto la mia "interpretazione" è opinabile?

    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    La Rivoluzione russa fu un processo storico nato in ambito grande russo e infatti nella prima fase della rivoluzione le altre nazionalità andarono ognuna per la loro strada (finlandesi, ucraini, popoli del caucaso o transiberiani). Solo in un secondo momento alcune di queste nazioni vennero riconquistate alla causa socialista e l'Unione Sovietica decise di darsi una costituzione federale in cui ogni repubblica aveva il diritto alla separazione se lo desiderava.
    Il fatto che la rivoluzione russa nascesse in un contesto "grande russo" non cambia, anzi evidenza maggiormente ciò che sostengo. I bolscevichi cercarono di superare assai rapidamente questa caratterizzazione "grande russa", che era percepita come un residuo della russificazione zarista e quindi dell'oppressione dei popoli che essa comportava. Lo stesso Lenin, già nel 1914, scriveva che la grande russia era giustamente chiamata una "prigione di popoli", e che era compito della socialdemocrazia creare una nuova patria rispettosa dei diritti di tutte le nazionalità già presenti nel suo territorio, o a rischio di essere soggiogate (riferimento: "Della fierezza nazionale dei grandi russi"). Anche più tardi, nel 1922, uno strisciante nazionalismo grande-russo sopravviveva nel partito, e rischiava di minare i difficili rapporti con le nazionalità un tempo sottomesse che si muovevano in direzioni "socialnazionaliste" (riferimento: "Sulla questione delle nazionalità o della 'autonomizzazione'"). Ma nel frattempo, la parità delle diverse popolazioni e nazionalità, e la loro adesione volontaria alla Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa, fu inserita anche nella costituzione del 1918 (art. 8). Questo stesso modello fu poi esteso a tutta l'URSS, con l'unione delle altre repubbliche sovietiche nate nel territorio dell'ex impero zarista.

    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro nella Rivoluzione russa oltre alla lotta per il socialismo ci fu ANCHE (lo scrivo in maiuscolo) una componente di lotta contro la disgregazione della Nazione russa. Dirlo non è una dimostrazione della forza dell'egemonia borghese, ma constatazione di un dato di fatto. Non capisco le tue conclusioni.
    Spero di aver spiegato perché questo punto di vista sulla centralità dell'ideale nazionale russo (o peggio, grande russo) è profondamente errato.

    Per il resto, il fatto che si ricorra a presunti motivi di identità o integrità nazionale per "motivare" il successo della rivoluzione del '17, è a mio parere un risultato dell'egemonia borghese in questo senso: si sminuisce la rivoluzione come risultato di un faticoso processo di presa di coscienza della classe lavoratrice che costruisce la propria patria, e si esalta la difesa di un ideale nazionale più o meno romantico. In altre parole si rimpiazza il marxismo con l'idealismo.

    Citazione Originariamente Scritto da Sandokan80 Visualizza Messaggio
    Tra l'altro negli ultimi decenni le classi egemoni in Italia hanno adottato la linea di favorire l'americanizzazione del nostro paese e lo svuotamento della sua sovranità nazionale...... tutte cose poco compatibili con la vecchia idea borghese di Nazione.
    La "vecchia" idea borghese di nazione ha avuto un senso in una determinata fase evolutiva dei rapporti di produzione. Da allora la situazione è cambiata, e il concetto gramsciano di "rivoluzione passiva" spiega perché i profondi rivolgimenti nel tessuto produttivo e sociale non abbiano intaccato il potere delle classi dominanti. Aiuta anche a capire quanto poco di "rivoluzionario" si celi nei modelli sorpassati. Ma questo è stato oggetto di un mio precedente contributo.

    Voglio comunque sottolineare (di nuovo) che il fatto che il capitalismo moderno porti con sé l'omologazione di marca statunitense, e metta in discussione le "vecchie" idee di nazione, non è un buon motivo per schierarsi in loro difesa, rischiando di diventare reazionari anziché marxisti. A chi agita lo spettro dell'"americanizzazione" come fonte di tutti i mali consiglio la lettura delle pagine gramsciane sul modello taylorista/fordista, contrapposto al vetusto modello europeo basato su classi parassitarie che soffocavano lo sviluppo produttivo e sociale.

  7. #167
    email non funzionante
    Data Registrazione
    10 May 2007
    Messaggi
    69
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Egemonia Visualizza Messaggio
    Direi di sì, ma credo ci sia ben poco da "interpretare". Gramsci evidenzia che il "folclore" (termine che lui utilizza con accezione negativa) è formato principalmente da "cascami" della cultura egemone, rispecchia la subalternità delle classi che lo producono, e nella sua frammentarietà, incoerenza e arretratezza non può ambire a diventare cultura "nazionale". D'altra parte gli intellettuali italiani avevano avuto una produzione fondamentalmente... intellettualistica, e come tale assai lontana dai sentimenti e dalla vita delle masse - e quindi a sua volta inadatta a rappresentare una cultura "nazionale".

    La creazione di una cultura "nazional-popolare" in grado di contrastare l'egemonia borghese diventa quindi il compito primario degli intellettuali organici alla classe lavoratrice, e delle parti coscienti di quest'ultima.

    In quale punto la mia "interpretazione" è opinabile?



    Il fatto che la rivoluzione russa nascesse in un contesto "grande russo" non cambia, anzi evidenza maggiormente ciò che sostengo. I bolscevichi cercarono di superare assai rapidamente questa caratterizzazione "grande russa", che era percepita come un residuo della russificazione zarista e quindi dell'oppressione dei popoli che essa comportava. Lo stesso Lenin, già nel 1914, scriveva che la grande russia era giustamente chiamata una "prigione di popoli", e che era compito della socialdemocrazia creare una nuova patria rispettosa dei diritti di tutte le nazionalità già presenti nel suo territorio, o a rischio di essere soggiogate (riferimento: "Della fierezza nazionale dei grandi russi"). Anche più tardi, nel 1922, uno strisciante nazionalismo grande-russo sopravviveva nel partito, e rischiava di minare i difficili rapporti con le nazionalità un tempo sottomesse che si muovevano in direzioni "socialnazionaliste" (riferimento: "Sulla questione delle nazionalità o della 'autonomizzazione'"). Ma nel frattempo, la parità delle diverse popolazioni e nazionalità, e la loro adesione volontaria alla Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa, fu inserita anche nella costituzione del 1918 (art. 8). Questo stesso modello fu poi esteso a tutta l'URSS, con l'unione delle altre repubbliche sovietiche nate nel territorio dell'ex impero zarista.



    Spero di aver spiegato perché questo punto di vista sulla centralità dell'ideale nazionale russo (o peggio, grande russo) è profondamente errato.

    Per il resto, il fatto che si ricorra a presunti motivi di identità o integrità nazionale per "motivare" il successo della rivoluzione del '17, è a mio parere un risultato dell'egemonia borghese in questo senso: si sminuisce la rivoluzione come risultato di un faticoso processo di presa di coscienza della classe lavoratrice che costruisce la propria patria, e si esalta la difesa di un ideale nazionale più o meno romantico. In altre parole si rimpiazza il marxismo con l'idealismo.



    La "vecchia" idea borghese di nazione ha avuto un senso in una determinata fase evolutiva dei rapporti di produzione. Da allora la situazione è cambiata, e il concetto gramsciano di "rivoluzione passiva" spiega perché i profondi rivolgimenti nel tessuto produttivo e sociale non abbiano intaccato il potere delle classi dominanti. Aiuta anche a capire quanto poco di "rivoluzionario" si celi nei modelli sorpassati. Ma questo è stato oggetto di un mio precedente contributo.

    Voglio comunque sottolineare (di nuovo) che il fatto che il capitalismo moderno porti con sé l'omologazione di marca statunitense, e metta in discussione le "vecchie" idee di nazione, non è un buon motivo per schierarsi in loro difesa, rischiando di diventare reazionari anziché marxisti. A chi agita lo spettro dell'"americanizzazione" come fonte di tutti i mali consiglio la lettura delle pagine gramsciane sul modello taylorista/fordista, contrapposto al vetusto modello europeo basato su classi parassitarie che soffocavano lo sviluppo produttivo e sociale.

    Mi trovosempre sullo stesse posizioni di Egemonia; quoto tutto...!

 

 
Pagina 17 di 17 PrimaPrima ... 71617

Discussioni Simili

  1. Il compagno Fassino al compagno Mantino: HAI ROTTO I COGLIONI!!!
    Di Tizius MCMLXVI nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 10-01-09, 11:06
  2. Compagno compagno fregatura assicurata
    Di Folgore nel forum Fondoscala
    Risposte: 45
    Ultimo Messaggio: 15-10-07, 21:48
  3. [Preve a Roma] Seminario di C. Preve sul Comunitarismo
    Di Outis nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 31-01-07, 00:37
  4. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 28-01-07, 13:54

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito