Egemonia non sbagli mai: ridimensioni giustamente l'accusa indistinta e generica di totalitarismo verso il maoismo e soprattutto dimostri che Marx di idealista non aveva NIENTE!


Egemonia non sbagli mai: ridimensioni giustamente l'accusa indistinta e generica di totalitarismo verso il maoismo e soprattutto dimostri che Marx di idealista non aveva NIENTE!


Bene!
Finalmente iniziano a uscire delle discussioni in cui si discute su concetti e non su cospirazioni, dietrologie, infiltrazioni e stronzate varie (più o meno vere).
Di solito non intervengo seriamente quando si parla di Preve e di comunitarismo perché solitamente l'intento iniziale è solamente denigratorio.
C'è da dire che Egemonia invece risponde con una lettura marxista delle teorie previane e ciò è bene, INDIPENDENTEMENTE dalla natura delle osservazioni.
Premetto un paio di cose come al solito:
1) Per un Egemonia che ha letto Preve e quindi ne dibatte sui contenuti, ci sono altri 20 che non lo hanno letto e che quindi dibattono sulla sua figura. Ovviamente, appena arriva uno che si può infilare nel campo della discettazione con cognizione di causa, gli altri non possono che ridursi a "tifosi"...che amarezza...
2) Conosco Preve personalmente, trovo i suoi libri interessanti e molti suoi spunti pure. Fortunatamente non mi ritengo un adepto di nessuno in particolare e quindi prendo le sue teorie e ne discuto, con lui e con altri. E conoscendolo posso affermare che è proprio la cosa che vuole Preve: che la gente lo legga e ne discuta, non che lo legga e lo assuma ad assioma.
Ora entriamo nel merito delle tue riflessioni che sono tutt'altro che stupide.
Ovviamente non faccio l'avvocato di Preve, ma mi limito a integrare con ciò che penso ciò che dici.
Il concetto di Comunità è sovrastrutturale? Sì e no. Mi spiego prima che mi si gridi all'eretico. Io credo (non so Preve) che la comunità sia una parola che si può intendere in due maniere differenti. La comunità è sia un bisogno che una forma organizzativa. L'uomo, come animale sociale, necessita di fare comunità, concetto ampio e articolato quanto complesso. Questa necessità io la considererei nè strutturale (in quanto la struttura è determinata dai rapporti di produzione) nè però sovrastrutturale. Se poniamo su un piano bidimensionale struttura e sovrastruttura potremmo creare uno spazio piatto in cui struttura modifica struttura e ottiene dei "feedback" da essa che a loro volta intaccano la fissità strutturale stessa. Il concetto di comunità come necessità lo porrei come un piano ortogonale a questo spazio, in quanto di interseca infilandosi su esso da una prospettiva completamente differente.
Il concetto di comunità come forma invece è chiaramente sovrastrutturale, definito dal tipo di rapporti di produzione, lì non ci piove. Nonostante questo, senza cadere in un idealismo (che soggettivamente non trovo poi così tremebondo perché l'uomo si muove per un gesto eroico o un sentimento irrazionale più che per un ragionamento convincente), possiamo affermare che determinate pre-condizioni di impostazione di comunità possono sicuramente qualificarla come "negativa". Altrimenti si scadrebbe in un relativismo così sfacciato da non poter qualificare come "non desiderabile" la società nazionalsocialista ad esempio.
Fin qui ho integrato un po' di Preve con ciò che penso io. Il concetto di "necessità di comunità" come metastrutturale è un mio pensiero, su cui sto comunque ancora valutando la validità. Dialetticamente. Discutendone anche con voi.
Il resto bene o male esce in "elogio al comunitarismo".
Aggiungo un altro argomento interessante, che Preve espone come cantiere aperto da elaborare, valutare ed eventualmente buttare nella spazzatura. La comunità come concetto astratto è oggi sotto attacco del capitale. Questo lo si capisce analizzando direttamente la struttura. La creazione di un consumatore indistinto è fortemente (per forza di cose) una spinta verso l'atomizzazione e l'individualismo. E tutto ciò, come feedback, sviluppa e alimenta i rapporti di produzione odierni come una sorta di pifferaio magico che ci fa marciare tutti verso il baratro. La domanda che allora ci si pone quale è? Sono due, fondamentalmente: che forma dare ai rapporti di produzione, e in che modo attuare questa modifica.
Qui entra in polemica Preve (a parere mio a volte un po' troppo animosamente, rischiando nei suoi scritti di denigrare senza apprezzare quello che in realtà poi apprezza) con la tradizione comunista novecentesca.
Ma torniamo un secondo alla comunità. Il comunismo non può essere costruito a traino della comunità, questo è indubbio. Tra l'altro Preve dice che anche il comunitarismo ha enormi buchi da colmare, e non è detto che sia possibile.
Resta il fatto che, a prescindere che il comunismo sia l'obiettivo condiviso, cambiano le modalità per farlo.
Io penso che la comunità sia un possibile strumento per ottenere il comunismo, come furono altre forme in passato. In fondo anche il "partito" non è strutturale, neanche un supposto partito-scienza. Idem il "movimento" o altre forme organizzative di transito verso il comunismo. Altrimenti possiamo sostenere che vogliamo organizzare la società sul modello di un partito (visto che si sostiene che Preve voglia costruire il comunismo al traino delle comunità), cosa che è parzialmente avvenuta in URSS.
Personalmente credo che costruire il comunismo partendo da una presa del potere sia destinato al fallimento. Questo perché si sta di nuovo parlando di una sovrastruttura (il potere politico) che vuole gestire ed avere il primato sulla struttura. E infatti dove chi ha raggiunto il potere politico poi si è trovato in una stanza con i "suoi" a guardarsi in faccia e chiedersi un bel che fare grosso come una casa. Con risultati molto discutibili. Purtroppo se non costruiamo l'alternativa nei rapporti di produzione non andiamo da nessuna parte. E' probabile almeno "abbozzare" questa alternativa, e poi dare lo scossone e renderla dominante. Credo, non so, anche perché non vedo altre strade possibili. Se è valida questa ipotesi (che è poi come storicamente si sono mosse le classi dominanti del passato), si può iniziare a pensare al come farlo. Qua faccio una piccola parentesi.
Secondo me un metodo di produzione comunista siamo perfettamente in grado di metterlo in atto. Abbiamo conoscenze, storia, tecnologia sufficienti per fare ciò. Il gap secondo me è nel consumo dei prodotti di un'eventuale produzione comunista. Esiste una possibile alternativa al mercato? Se sì, quale? E come funziona soprattutto. Per ora l'idea di comunità resistente come laboratorio dove provare in piccolo questi quesiti per via sperimentale non lo trovo una cosa stupida. Ma la comunità resistente è mono-classe oppure interclassista? Bella domanda.
Altra micro parentesi: il classismo è una cosa, l'operaismo un'altra. Questo penso sia quasi inutile ribadirlo. Teorie come il trontismo mi paiono fortemente influenzate da una visione soggettiva di una certa società che tra l'altro era pure in moto verso una sua disgregazione strutturale. Fatto sta che non hanno dato la vittoria e oggi appaiono abbastanza campate per aria.
Quindi lasciando da parte l'operaismo, il classismo è una cosa molto più complessa che la liquidazione della borghesia come classe. Ci sono un sacco di fattori, e Preve ne mette in luce qualcuno di quelli solitamente sottovalutati appunto per mettere in guardia a chi sbrigativamente pensa di equiparare la lotta di classe a una semplice proletarizzazione forzata delle masse. Tragico errore foriero di tanta sofferenza (anche gratuita).
Preve se la prende con questa operazione, scadendo secondo me, a volte nell'esagerazione al contrario. Cosa che fa pensare di lui ciò che non pensa: che il patrimonio di lotta del proletariato sia un'esperienza da buttare nel cesso.
A parte che personalmente non butto nel cesso mai niente, come niente "faccio mio" come se fosse un'identità da salvaguardare a colpi di slogan (vedi i vari: antifascisti sempre, non un passo indietro, proletariato unito, falce e martello, cippa lippa, bla bla bla....). Prendo e analizzo la storia per quello che è. La lotta dei borghesi in uscita dal metodo di produzione medioevale è patrimonio anche nostro. Le lotte dei Ciompi a Firenze, di Spartaco a Roma, della servitù egizia pure...Erano proletari? No, però li considero lo stesso.
Simile (con dei distinguo) il discorso sulle lotte di emancipazione proletaria. Sono state lotte che non hanno modificato i rapporti di produzione ad oggi, quindi sono da considerare alla prova empirica come non intermodali (quindi rivoluzionarie), ma hanno covato in loro molti semi fecondi. Da qui in avanti non so come andare avanti però.
La classe lavoratrice ha dimostrato di smuoversi solo in momenti di crisi del capitale e che, risolta la crisi, si limita a scelte rivendicative. Alla fin fine questo sistema va bene ai lavoratori, sta a noi proporne uno più appetibile. Ma l'abbiamo noi uno più appetibile? Forse in testa, ma all'atto pratico?
sono questi nodi di uno spessore mica da poco, almeno per me.
PS: Su Stalin e il "totalitarismo" sono d'accordo con l'impostazione di Egemonia. D'accordo anche di lasciarla fuori dal topic.




Fin qui, concordo, anche se non avrei messo in neretto "ovviamente"...
Sicuramente non dobbiamo esser noi a dire alla Comunità come dev'essere (altrimenti non avrebbe senso contestare l'esportazione dei "diritti umani" di Bush), ma è la Comunità stessa che deve emanciparsi e scegliere per se stessa le regole. Gli Individui, ovvio, hanno un peso equilibrato all'interno di questa Comunità, non dimentichiamoceli (non cadiamo nell'errore comunitarismo contro individualismo, perché la Comunità è nulla senza l'Individuo). Detto questo, bisognerebbe lavorare anche sul rispetto tra le singole Comunità, che, assieme, andrebbero a formare quella Comunità Umana solidale e comunitaria che aneliamo.Faccio notare che Marx, non essendo idealista, non si azzarda a dire COME sia fatta questa comunità umana, perché il modo di sentire, pensare, vivere degli uomini è strettamente legato ai rapporti di produzione che plasmano la società. Nessuno può dire come sarà quest'ultima dopo la riappropriazione del lavoro da parte dei lavoratori.
Tutto ciò non può prescindere dal mutamento dei rapporti di produzione, in quanto le nostre forze non potrebbero mai riuscire a cambiare un bel niente all'interno del sistema capitalistico.
Guarda, non mi preoccuperebbe se il comunismo che stiamo cercando di elaborare fosse lontano da Marx o da altri teorici del passato. Sarei però interessatissimo a sapere da dove trai questa conclusione sula pensiero di Preve. A me sembra che ad ogni piè sospinto, anche lui non faccia che richiamare l'attenzione sul legame solidale e comunitario assente all'interno delle nostre società opulente occidentali. Da qui bisogna partire per scardinare il sistema, sia che si pensi ad un partito guida leninista, sia che si pensi ad un movimento popolare comunista - comunitarista -. Io credo che il rapporto con l'altro da sé sia necessario (ma non sufficiente, ovvio) per scardinare il sistema oligarchico italiano, per esempio.Da ciò che ho letto di Preve, mi pare di capire che lui considera invece la "Gemeinwesen" come una sorta di DNA di ogni comunità umana già esistente: se c'è una comunità di qualche tipo, significa che essa va salvaguardata dal nemico mortale (il capitalismo) e che il "comunismo" previano va fondato al suo traino. Questo tipo di "comunismo", che necessariamente assume una forma prettamente anticapitalista e tendenzialmente reazionaria, è ben lontano da Marx.
A me piacerebbe sapere dove lo avrebbe scritto anche "arcanamente"...Come ho già scritto diverse volte, considero la liquidazione dell'esperienza del movimento dei lavoratori un effetto inevitabile dell'invettiva previana. Che lui lo scriva chiaramente o no, cambia poco.
Ho chiesto di sapere da quali accuse dovrei "difendere" l'opera del governo sovietico ai tempi di Stalin... e ottengo questa risposta. Molto marxista, direi. (Comunque vorrei evitare di discuterne qui in coda, eventualmente meglio un thread a parte)Ecco, sì, meglio parlarne altrove, semmai, perché mi piace discutere più del presente che del passato, sul forum.
Preve ne parla in un'altra maniera in Elogio del Comunitarismo. Se proprio ti interessa, cerco di postarti qualche estratto, visto che di leggere il libro non ne hai voglia.A proposito di totalitarismo, chiarisco che il termine mi è indigesto perché fortemente ideologico borghese, costruito per equiparare Stalin e Hitler (e Mao) e in questo modo nascondere ogni differenza. Altro modo per liquidare la storia del movimento dei lavoratori, in particolare di una delle sue epoche fondamentali.


Rispondo ai messaggi precedenti. Scusate la lunghezza...
Palvesario, se ho ben inteso, pone il concetto di "comunità" come ortogonale a struttura e sovrastruttura: mentre il bisogno di comunità è innato nell'uomo in quanto animale sociale, struttura e sovrastruttura possono modificarsi vicendevolmente con dei "feedback" che non pongono in discussione il concetto e l'esistenza stessa di "comunità".
Io non colgo questa ortogonalità. Si può intanto rilevare che senza aggregazioni umane non esisterebbero neppure rapporti di produzione e sovrastrutture associate. Il fatto che l'uomo sia un animale sociale è alla base della sua stessa esistenza, e insito in tutti gli sviluppi della storia umana.
Il concetto "astratto" di "comunità umana" mi sembra così... astratto da essere vuoto se slegato dalle forme materiali/organizzative che esso assume nella realtà. Ma proprio in queste forme materiali, e nella coscienza di sé delle comunità, si misura la dialettica storica. Lo stesso capitalismo è una delle forme di organizzazione assunte dalle comunità umane, ed è diventata quella principale sulla spinta della rivoluzione industriale.
Si può forse evidenziare che oggi, assieme ai capitali, anche il governo degli stati si é talmente concentrato in poche mani ed organismi da far nascere ampie "comunità" di persone che subiscono decisioni prese "all'esterno". Questo scenario non nasce certo oggi, ma la "resistenza" che le comunità possono offrire a questo meccanismo non è di per sé un fattore di stampo comunista. Qui serve una breve digressione.
I "feedback" citati da Palvesario rappresentano la dialettica tra struttura e sovrastruttura: una volta nata, la sovrastruttura diventa essa stessa una forza storica, che cerca di sopravvivere al mutamento dei rapporti di produzione che la generarono in prima istanza. Gramsci approfondisce l'argomento rilevando che la sovrastruttura diventa tanto più forte quanto più le classi dominanti sono egemoniche: da qui le ben note analisi sulle trincee e casematte che rafforzano lo stato nei paesi a capitalismo avanzato, e il concetto della "rivoluzione passiva" che, pur introducendo cambiamenti oggettivi nei modi e rapporti di produzione, preserva saldamente il potere nelle mani delle classi che dirigono (con l'autorevolezza riconosciuta) e dominano (con la forza dello stato) le masse.
In questo quadro il termine "comunità" mi appare un sinonimo (magari in scala ridotta) del termine "società civile", che ben lungi dall'essere un terreno neutro o da conquistare è proprio il campo di battaglia in cui le classi egemoni piazzano le loro fortificazioni, ovvero costruiscono il consenso. Il fatto che il capitalismo moderno tenda, nei paesi occidentali, a trasformare le comunità in masse di individui-consumatori non rappresenta un attacco al "concetto astratto di comunità": non vuole mettere in dubbio la socialità umana, ma "semplicemente" plasmarne le forme materiali in modo che esse risultino più vantaggiose per le classi dominanti (sia in termini economici che di appoggio ideologico). Questo tipo di mutamento è occorso molte volte nella storia, ed è diretta conseguenza del cambiamento dei modi e rapporti di produzione. Oggi, nel mondo occidentale terziarizzato e post-keynesiano, il fatto che le masse non abbiano "resistito" né posto in discussione l'egemonia delle classi dominanti rende questo processo un chiaro esempio di "rivoluzione passiva" gramsciana.
Da questa digressione dovrebbe apparire chiaro che un appello alla "resistenza e autodeterminazione comunitaria" che non consideri questi aspetti profondamente contraddittori può avere senso soltanto in situazioni limite (mi vengono in mente i vari movimenti "no MOSE", "no Dal Molin", "no TAV" ecc), e comunque tenderà a mantenere in sé (se non rafforzare) i pilastri su cui il capitalismo può sostenersi (magari in veste "riformistica"). Si rischia insomma di predicare un "ritorno" verso un modello comunitario che è a sua volta prodotto dell'egemonia capitalista in una precedente configurazione dei rapporti di produzione, e talmente introiettato da essere indistinguibile senza opportuni strumenti di analisi di classe.
Questo per quanto riguarda il "nostro" mondo occidentale. In altri contesti, le forme comunitarie che "resistono" al capitalismo possono addirittura essere espressione dell'egemonia di classi feudali o teocratiche, nemici acerrimi del comunismo (chiedetelo ai comunisti iraniani che si allearono con i mujaheddin per la rivoluzione, e finirono perseguitati e massacrati).
E' in questi atteggiamenti tendenzialmente reazionari (perché cercano di rimandare indietro le lancette della storia) che il pensiero di Preve offre un appiglio per ideologie destroidi di varia natura: tali ideologie, nelle loro connotazioni anticapitaliste, non auspicano un marxiano superamento, ma una velleitaria "distruzione" del capitalismo in quanto omologatore e rovina di strutture e sovrastrutture ritenute "connaturate" alle comunità/popoli/nazioni di riferimento.
Il comunismo, e il socialismo prima, non possono che essere costruiti a partire dagli uomini di oggi, e quindi dalle comunità umane esistenti. MA questo progetto deve tenere conto delle pesanti contraddizioni fin qui elencate, che impediscono un reale superamento dello status quo. Il partito comunista è stata una risposta a tutto questo: una organizzazione di persone coscienti, una palestra di pensiero e azione per discutere, formarsi, organizzare interventi e guadagnare consenso sul campo di battaglia (la società civile, o se volete la comunità) senza "perdersi" nell'ideologia dominante.
Il partito non può confondersi con (o sciogliersi ne) la comunità (o società civile), perchè altrimenti il progetto rivoluzionario di lungo termine verrebbe dissolto nel "pensiero comune", ovvero nell'egemonia di classe che lo pervade. La dialettica tra partito tendenzialmente rivoluzionario e comunità/società tendenzialmente conservatrice va ovviamente saputa gestire, e qui entrano in gioco le doti politiche (che non sono innate, ma vanno studiate - per questo i "partiti di una volta" avevano le scuole per i quadri).
Mi pare che si consideri il partito come una entità monolitica e mummificata. In realtà la sua forma è cambiata nel corso della storia, proprio in virtù del fatto che si tratta di uno strumento che deve essere ottimizzato in base al lavoro da svolgere (ovvero alla realtà su cui intervenire). Lo stesso dibattito sulla forma del partito è sempre stato molto acceso: dal partito di intellettuali (Marx) a quello dei rivoluzionari di professione (Lenin) a quello di massa come intellettuale collettivo contrapposto all'egemonia borghese (Gramsci-Togliatti)... al "partito leggero" (Bertinotti). Ci sono stati indubbiamente degenerazioni ed errori, ma non vedo quale forma organizzativa potrebbe esserne immune.
Peraltro non nego che forme di organizzazione diverse dal partito siano possibili (anche se, a mio parere, nella sostanza finirebbero per essere dei partiti con altro nome). Ma per ora mi limito a osservare che, al di là dei limiti intrinseci della "comunità" come entità del cambiamento, tutte le forme finora proposte di "superamento" del "partito pesante" (dal "partito leggero" al "movimento dei movimenti") hanno sostanzialmente fallito. Non è un caso che a sinistra del PD, pur con tutti i limiti, si torni a parlare di "partito pesante".
Concludo con alcune osservazioni sparse.
Palvesario dice che "l'uomo si muove per un gesto eroico o un sentimento irrazionale più che per un ragionamento convincente". Non sono d'accordo, e non ricordo casi nella storia che confermino questa tesi e abbiano avuto qualche rilevanza. Anche nazismo e fascismo (che Toglietti definì brillantemente come "regimi reazionari di massa") creavano consenso offrendo un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, che "razionalmente" li seguiva. Crearono, è vero, anche il culto della "bella morte" e del gesto eroico, e lo propagandarono come motivo fondante del loro successo - ma ciò che assicurò loro un posto nella storia era ben altro. Volendo stare a sinistra, gli unici esaltatori del "gesto esemplare" furono anarchici e blanquisti, che com'è noto non hanno mai avuto ruoli fondamentali nella storia (con la parziale eccezione, per una parte dei primi, della "Guerra civil" spagnola).
Riguardo l'impossibilità di costruire il comunismo tramite una "presa del potere", non credo di aver capito. Lo stato è lo strumento di dominio di classe per eccellenza. Se la borghesia perde la sua forza, è inevitabile che lo stato passi nelle mani di un'altra classe (auspicabilmente quella dei lavoratori). E a quel punto sarà comunque necessario avere un progetto, specie considerando la possibilità di usare la forza dello stato per cambiare i rapporti di produzione secondo un orientamento socialista. Quando questo avvenne nella russia post-rivoluzionaria, le difficoltà emersero concretamente - ma non capisco come si sarebbero potute evitare (se non rinunciando alla prospettiva di cambiare realmente la storia). Una situazione per molti versi simile la vediamo oggi nel Venezuela di Chavez.
Sul fatto che "la classe lavoratrice ha dimostrato di smuoversi solo in momenti di crisi del capitale e che, risolta la crisi, si limita a scelte rivendicative". Bisogna ricordare che la classe lavoratrice parte da una situazione estremamente svantaggiata: non ha coscienza di sé, non è egemone, non è ai comandi nei rapporti di produzione. La borghesia si trovò in una situazione esattamente opposta, e dunque assai più vantaggiosa, quando rovesciò un feudalesimo ormai putrescente. E' perfettamente naturale che una situazione del genere si possa cambiare solo in concomitanza con una crisi del capitalismo - crisi a cui esso peraltro è periodicamente condannato (specie con lo scatenamento dei suoi spiriti più animaleschi, dopo il crollo dell'URSS). E' anche prevedibile che se la crisi viene superata prima di una perdita dell'egemonia, il capitalismo riesce a rimettersi in sella, magari su posizioni un po' più scomode (almeno all'inizio). Ma oggi non siamo forse in una situazione di crisi del capitale, che ha bisogno della guerra permanente per sostenersi? E i comunisti sono pronti a dirigere in modo costruttivo il crescente malcontento, spesso assai miope, delle masse? Non esiste forse il rischio concreto che tale malcontento venga intercettato da una destra reazionaria e estremamente pericolosa? (Ma questo è un altro discorso)
Ultima risposta per Outis: non è questione di non aver "voglia" di leggere Preve, è semplicemente questione di averlo messo molto in coda tra gli argomenti da approfondire, visto che quello che ho già letto mi ha colpito assai negativamente per i motivi che ho esposto (avendo tempo e soldi limitati, uno dovrà pur darsi delle priorità nelle letture, no?). Agli altri quesiti che poni credo di aver risposto qui o nei precedenti interventi.




L'idea previana di comunità è quella di un insieme aperto, dinamico e non legato a categorie metafisiche e statiche come l'etnia o la tradizione idealisticamente intesa.
Paradossalmente ciò che viene contestato spesso in questo aspetto a Preve è comune in sistemi sociali che sono considerati capisaldi comunitari dalla sinistra radicale. Prendo il caso strafamoso a tutti del neozapatismo dell'EZLN che tra l'altro dopo la svolta della Terza Dichiarazione della Selva Lacandona è piuttosto impregnato dell'aspetto indio della comunità e dunque venato di quella etnicità che come si diceva in Preve manca. Certo la comunità neozapatista di Marcos, Tacho, Moises e di tutti gli indios del Chiapas insorgente sono comunità reali e non solo filosofico-teoriche, ciò non toglie che il modello neozapatista sia considerato da tanti compagni come uno dei fari odierni della politica sociale.
Eppure ecco il paradosso: Preve è reazionario e Marcos (che tra l'altro è un ladinos quindi nemmeno indio) un rivoluzionario per l'immaginario collettivo, e nessuno si è mai messo a sindacare sul fatto che Marcos editi in Italia per Mondadori oltre che per Feltrinelli.
C'è troppo ideologismo (e dunque idealismo) e poca teoria scientifica marxiana a volte nelle considerazioni di chi si vuole inserire nella dialettica marxista e comunista.
A luta continua




Merlino non basta fare l'apologia per avere ragione..come abbiamo fatto notare io e Sandi ..Egemonia parte da presupposti errati non avendo evidentemente letto una riga di Preve per arrivare e non poteva essere altrimenti a esiti completamente sbagliati..insomma è come fare la critica ad un quadro vedendolo capovolto....non ne puo' uscire un granche'...


Forse c'è stato un malinteso, che voglio subito chiarire. Io non ho accusato Preve di idolatrare coscientemente delle comunità umane comunque esse siano, purché di stampo anticapitalista. So benissimo che lui auspica la realizzazione della comunità umana (Gemeinwesen) che è aperta, dinamica, orientata alla realizzazione dell'individuo ecc.
Il problema è che questa Gemeinweisen, dal punto di vista marxista, non è un punto di partenza, ma di arrivo. E' la condizione umana derivante dalla riappropriazione del lavoro da parte dei lavoratori, e la sua trasformazione da simbolo di sfruttamento a strumento di elevazione collettiva dal bisogno. E' una condizione che la socializzazione del lavoro, seppur alienato dal capitalismo, ha reso immaginabile già ai tempi della rivoluzione industriale, e che il comunismo mira a raggiungere nella sua pienezza. Ricordo di aver letto che Engels propose di usare il termine Gemeinwesen come sinonimo di comunismo realizzato, ma Marx era in disaccordo perché questo avrebbe rischiato di sminuire il duro processo materiale (dittatura del proletariato, necessità di gestire la transizione anche con la violenza, ecc) che avrebbe condotto ad esso, dando quindi adito a letture utopistiche del pensiero marxiano.
Nel mio ultimo contributo contesto l'idea che questa Gemeinwesen possa essere ritenuta "immanente" nelle comunità umane. E per farlo ho attinto dal patrimonio di analisi comunista (almeno per la parte che conosco), che ritengo assai più esauriente dell'approccio previano (almeno per la parte che ho letto, e che ritrovo nei vostri interventi su questo forum).
Ringrazio Pietro per avere introdotto il termine Gemeinschaft, perché esso aiuta a chiarire il punto della questione. Nel mio contributo sostengo che se si dice, come fa Palvesario, che "la comunità sia un possibile strumento per ottenere il comunismo" si sta inevitabilmente parlando di Gemeinschaft (società reale), ovvero la declinazione che una data comunità di esseri umani ha assunto nel processo dialettico storico, con tutte le contraddizioni che ciò comporta (che spero di aver evidenziato). Ma l'analisi scientifica e la gestione di queste contraddizioni è proprio il cuore dell'esperienza comunista, dal 1848 in poi. Non basta introdurre il termine Gemeinwesen per cambiare la situazione: questa è solo una "rivoluzione teorica" (per citare Marx), ovvero un cambiamento delle parole che non cambia la realtà del problema (e introduce confusione).
Per concludere, si è fatto l'esempio degli indios del Chiapas. Un parallelo tra occidente imperialista a capitalismo maturo (anzi, putrescente) e società indie colonizzate mi sembra abbastanza arduo. Mi è capitato di discutere con uno studioso di origine india, simpatizzante dell'EZLN, e l'idea che ho avuto è che la società tradizionale india (che è ancora viva e vegeta) è per molti aspetti egualitaria, democratica e partecipativa (al contrario della nostra), e che i mezzi di produzione sono estremamente arretrati (al contrario dei nostri). Questo cosa implica? Sicuramente implica che il socialismo va costruito in modo diverso in contesti diversi, ma questo credo lo si sia capito almeno da Lenin in poi. Per definire quale sia il "Che fare", in ogni caso, è necessaria una analisi marxista del reale.
E' proprio su questa base che, qui ed ora, ritengo indispensabile il modello del partito (con ogni adeguamento del caso, tutto da discutere) per la costruzione di un progetto rivoluzionario che abbia qualche speranza di successo - e ritengo velleitario (e tendenzialmente reazionario) un progetto basato su un ipotetico ideale "comunitario" e antipartitico. Ovviamente potrei sbagliarmi, e sono ben disposto a farmi correggere da una analisi marxista del reale che sostenga adeguatamente il contrario.