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    Post Raccolta articoli di Gianfranco La Grassa

    UNA NUOVA MANOVRA PER IL POTERE di G. La Grassa

    E’ ormai siglato il patto di nascita del secondo (per quota di mercato e primo come capitalizzazione) supercolosso finanziario in Italia. Si prevedeva la fusione tra Unicredit (Profumo) e Capitalia (Geronzi), tanto che si parlava di Unitalia; invece si tratterà nella sostanza di una incorporazione della banca romana da parte di quella milanese, e si dice che l’Istituto finanziario continuerà a chiamarsi Unicredit (nuovo). L’ad della Capitalia, Arpe, ha dunque perso la sua battaglia per mantenere indipendente la banca e si dimetterà con, si vocifera, una favolosa buonuscita; con la quale, sempre stando alle voci, si sposterà a Londra lanciando una sua società di “private equity”.
    E’ ben noto che Profumo (messosi pubblicamente in mostra mentre andava a votare Prodi nelle “famose” primarie pre-elezioni) ha chiare simpatie per i Ds, nella loro parte più moderata, cioè di fatto per D’Alema (Profumo, da uomo concreto del potere economico, sa bene che quest’ultimo è un moderato, un sostanziale filoamericano, anche se si lancia attualmente in molti minuetti per confondere le idee ai gonzi di sinistra). A questo punto, come ho spesso sostenuto in passato, tutto il gioco interno ai “poteri forti” si svolge avendo come longa manus politica il centrosinistra. L’Intesa-San Paolo (Bazoli con il suo ad Passera) ha come “scherani” di governo i prodiani, il nuovo Unicredit ha i Ds con particolare riferimento a D’Alema (ma credo anche a Fassino, che non ha una sua autentica personalità autonoma). Sembra un po’ preoccupato Veltroni, che in passato aveva molto “flirtato” con Geronzi e che, di fronte al fatto che il quartier generale della nuova banca sarà certamente a Milano, ha manifestato il suo disappunto perché nella Capitale dovrebbe pur esserci “un insediamento bancario importante” (che era appunto, fino ad ieri, quello della Capitalia).

    Non vi è dubbio che Intesa-San Paolo e nuovo Unicredit saranno probabilmente competitori, rappresentando l’uno il contrappeso dell’altro (Profumo-diesse, quindi, come contraltare a Bazoli-prodiani). Tuttavia, le due banche sembrano chiaramente orientate, per il momento, al compromesso; un po’ come due pugili di pari forza che, nelle prime riprese, si studiano e non si lanciano in scriteriati attacchi. Sintomo di questa prudenza è proprio il fatto che Geronzi, il meno vicino agli ambienti economico-finanziari che si rappresentano politicamente nel centrosinistra, abbia nominato Costamagna come consulente per le strategie relative a quella che sembrava una fusione e che è una incorporazione (in cui comunque Geronzi si ritaglierà un qualche potere, sembra in attesa di essere nominato, forse, al vertice di Mediobanca).
    Per chi non lo ricordasse, Costamagna è un ex uomo di vertice della Goldman Sachs (quella che ha piazzato un altro suo ex al governatorato della Banca d’Italia), molto legato a Bazoli e dunque vicino a Prodi; si è a suo tempo chiacchierato ampiamente sul fatto che Costamagna e Tononi (anche quest’ultimo un recentissimo ex della Goldman e attuale viceministro dell’economia) fossero i reali autori del cosiddetto piano Rovati (in realtà del Governo e del Premier in primo luogo), con cui si era tentato molti mesi fa di mettere le mani sulla Telecom tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Se Geronzi – dopo il ben noto aspro scontro con l’“indipendentista” Arpe (che ha evidentemente perso), nomina un simile personaggio, gradito a Bazoli, per i suoi “interessi strategici” – mi sembra ovvio dedurne, tenuto conto che nel nuovo Unicredit l’ex presidente della Capitalia è in posizione secondaria rispetto a Profumo, che la banca appena nata vuole riequilibrare i suoi poteri (in Italia) rispetto alla Intesa-San Paolo, ma senza, almeno per il momento, entrare in frizione troppo diretta con essa.

    L’interesse dell’operazione che si profila non finisce qui. Intanto, un altro sintomo indiretto e “strano”. Ennio Doris, al vertice di Mediolanum, istituto finanziario legato al gruppo Fininvest (Berlusconi), si è detto tifoso ed entusiasta della nuova “fusione” (in effetti, incorporazione). Inoltre, i gruppi francesi che fanno capo a Vincent Bolloré (che vanta la sua amicizia con Sarkozy) e a Tarak Ben Ammar (considerato “amico” di Berlusconi) – pur mostrandosi circospetti e facendo intendere chiaramente che la nuova operazione non deve turbare gli attuali equilibri in Mediobanca e Generali (pur se il presidente francese di quest’ultima, Bernheim, è stato da pochi mesi nominato vicepresidente dell’Intesa-San Paolo) – l’hanno di fatto avallata, e sembrano dunque preparati a ricoprire sul suolo italiano un ruolo non secondario nel futuro “risiko” che potrebbe aprirsi fra qualche tempo (molto dipenderà anche da come evolveranno gli equilibri politici italiani).

    In definitiva, si profila all’orizzonte un gioco con almeno tre attori di primo piano. Due sono chiaramente proiettati, nella sfera politica, verso i settori moderati del centrosinistra, con attrito tra un Prodi, che sviluppa tutte le sue solite, e “parrocchiali”, trame per restare a galla pur inviso alla stragrande maggioranza degli italiani; e altri “cavalli di razza” (in realtà brocchi) che si accalcano per la successione (D’Alema, Rutelli, Veltroni e chissà quanti sono quelli che scenderanno in pista alla fin fine). Un centro di potere sembra invece collegarsi a settori di destra, in specie alla sua parte ancora predominante, quella berlusconiana. Non è però detto che, in futuro, tale centro farà sempre riferimento allo “sciocchino di Arcore”, anche perché potrebbe entrare nel “ring”, dal “di fuori” dell’Italia, un “pugile” di maggior peso che ha come riferimento politico il nuovo presidente francese; si potrà pensare di Sarkozy quello che si vuole, ma penso mi si concederà facilmente che ha una consistenza politica incomparabilmente superiore a quella di un “Berlusca”.
    Si tratta di un gioco tutto da seguire, perché è anche da questo che dipenderanno gli sviluppi politici in Italia; comunque molto di più che non da quei quattro “sciamannati” che recitano sul palcoscenico del teatrino politico, e che tutti i cretini di sinistra stanno a guardare; per fortuna sembra proprio che aumenti la disaffezione per questo quadro politico (complessivo), disaffezione che i mascalzoni, sempre di sinistra, bollano come “qualunquismo”. Speriamo si diffonda e affondi questo porcile specifico di un paese degradato come il nostro. Lo ripeterò continuamente in tutte le salse: degradato soprattutto dalla sinistra (in particolare da quella che si autoproclama radicale) con il suo “politicamente corretto” buonista e permissivista. Quindi, viva il “qualunquismo” (come mera fase transitoria).

    21 maggio

  2. #2
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    TUTTO S’INTORBIDA SEMPRE PIU’ di G. La Grassa

    Partirò, com’è spesso mia abitudine, da lontano, dal 1993-4, subito dopo l’annientamento del vecchio regime DC-PSI ad opera dell’operazione detta “mani pulite”, patrocinata da non ben individuati ambienti economico-politici americani e da quelli italiani invece ben noti, guidati dall’allora loro “capo”, l’Avvocato. Tutti sembrano aver dimenticato come è entrato in politica direttamente Berlusconi, dopo aver tentato di patrocinare a sua volta un gruppo politico che sapesse raccogliere l’elettorato “disperso” democristiano e socialista. Berlusconi appoggiò pienamente il patto Maroni-Segni (verso la fine del 1993) che sembrava poter lanciare il nuovo “soggetto politico”, patto immediatamente “sfiduciato” da Bossi che fece “saltare il piatto”. A questo punto Berlusconi diede tempo pochissimi mesi per nuove iniziative, chiarendo che altrimenti sarebbe sceso direttamente in campo lui; e così fu.
    Perché tutto ciò accadde? Perché i post-piciisti (guidati da Occhetto, che straparlava di “gioiosa macchina da guerra”) – nell’euforia di essere riusciti a scampare alla sorte comune degli altri partiti “comunisti” dopo il “crollo del Muro”, divenendo il punto di riferimento dei suddetti ambienti americani e dell’establishment italiano guidato da Agnelli – avevano fatto esplicita promessa di espropriare Berlusconi nel caso avessero vinto, cosa della quale, con quel po’ po’ di forze economico-finanziarie alle spalle, erano sicuri (ecco i risultati del “delirio di onnipotenza” in cui cadono gli stupidi del tipo dei post-piciisti, scampati alla “triste sorte” grazie ai loro reiterati tradimenti da servi quali erano e sono).
    Berlusconi, dunque, entrò in politica per difendere i suoi interessi di imprenditore. E questo suo carattere, malgrado il vero o finto “amore” per la politica esploso negli anni successivi, permane tuttora. Tuttavia, i post-piciisti, alleatisi con alcuni democristiani sfuggiti a “mani pulite” tradendo anch’essi il loro passato, hanno dato vita ad un mostruoso impasto neocattocomunista, talmente “incollato con lo sputo” che, per resistere, ha dovuto puntare tutte le carte sull’antiberlusconismo. Ecco allora che – grazie anche a pessimi clown e giornalisti, del tutto adatti ai cervelli di quel ceto “piccolo-borghese” che è divenuto l’ossatura dei diesse e della Margherita – per dodici anni siamo stati bombardati dal “conflitto d’interessi”, dallo strapotere mediatico e dall’incipiente affermazione totalitaria del fascismo di Berlusconi, dall’“estero che ci guarda” e ci deride per le figuracce di questo personaggio. Così abbiamo oggi il peggior governo di tutti i tempi, un governo meschino e ridicolo, con individui “piccoli piccoli” che si danno arie di “professionisti” e sono la caricatura dei già non eccelsi politici degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. Abbiamo un Premier che è servo, ma uomo di potere e pieno di “conflitti di interesse” pur senza aver mai posseduto un’impresa, né aver mai avuto capacità di guida di una qualsiasi istituzione; basti vedere le pessime figure rimediate come presidente dell’IRI e della Commissione Europea (e lasciamo perdere la nefandezza di questi organismi della Europa sedicente unita).
    Non c’era nessun fascismo alle porte, nessun totalitarismo mediatico e nemmeno le conclamate leggi ad personam; semplicemente, come già detto, abbiamo un ex premier (che ha perso le elezioni senza chiamare le squadracce a sostegno del suo potere) e un capo dell’opposizione, che pensa soltanto a difendere i suoi interessi e quelli dell’azienda destinata ai figli. Proprio per questo, l’unico obiettivo che in definitiva si prefigge è di uscire dalla politica senza ulteriori danni. Ed è sempre per questo che ha individuato il suo principale nemico, e pericolo, in Prodi e negli ambienti finanziari che muovono quest’ultimo. Adesso, il suo Giornale – e anche la Mediolanum Holding che fa capo a Fininvest – non si dimostrano sfavorevoli all’ultima manovra del potere finanziario, il Nuovo Unicredit, che pure ha come riferimento politico determinati ambienti di centrosinistra, ma non prodiani. Del resto, la nuova manovra di potere (economico ma con precisi riflessi molto più complessivi) è per il momento bilanciata e controllata (“a zona”) da parti della finanza francese vicine al nuovo presidente della Repubblica, nonché da quel Tarak Ben Ammar che si dice sia “amico” di Berlusconi (diciamo che ci sono insomma dati interessi comuni).
    Stiamo però attenti che, intanto, gli ambienti di centrosinistra stanno conquistando tutti i posti di governo e sottogoverno possibili; vogliono occupare tutta la RAI e anche qui si sono inventati il nuovo pericolo “berlusconiano”: l’acquisto di Endemol da parte di Mediaset. Una ulteriore forzatura. Endemol, tramite il solito gioco delle “scatole cinesi”, è in mano a tre soggetti, un terzo per ciascuno. E gli altri due soggetti, oltre a Mediaset, sono una società di John De Mol, ideatore e già proprietario di Endemol, e un fondo finanziario che appartiene alla Goldman, enorme concentrazione finanziaria americana, che abbiamo visto mettere le mani su una parte non indifferente del potere in Italia, ma giocando soprattutto tramite Intesa-San Paolo (dunque Bazoli, il maître di Prodi). Certo, la Goldman è capace di giochi bipartisan – come fa negli stessi USA, avendo piazzato uomini in posti cruciali sia nella passata Amministrazione Clinton che in quella di Bush – ma comunque non è certo una “appendice” di Mediaset.
    Questi furfanti di sinistra occupano tutto l’occupabile – avendo ricevuto 24000 voti in più alla Camera e 250000 in meno al Senato – e continuano a “gridare al lupo” (berlusconiano) per fare i loro porci comodi, aiutati dai clown e giornalisti di cui sopra (con l’aggiunta di scrittorucoli e registucoli cinematografici, e buffoni vari del genere), oltre che dai veri “poteri forti” (forti almeno qui, in questo povero paese di “provincia” che è la solita Italietta di sempre). Non scordiamoci inoltre che Bazoli, cattolico, non fa parte della finanza vaticana; anzi la contrasta (come si è visto in occasione della defenestrazione di Fazio). Bene, diranno i soliti laici coglioni. Niente affatto, perché la finanza vaticana (che è un apparato di potere capitalistico come qualsiasi altro) è in chiaro attrito, e non da poco tempo, con quella predominante statunitense. E il “cattolico” Bazoli (con il suo maggiordomo Prodi, anch’esso “cattolico”) è stato fino ad ora, e probabilmente continuerà ad essere, in stretta combutta con la suddetta Goldman e con altre grandi banche USA. Adesso, con il nuovo Unicredit, si potrebbe profilare un contrasto – in Italia intendo dire – che per il momento resta però “in latenza”. Il centrosinistra, sempre cementandosi con l’antiberlusconismo, tenta di mantenere gli equilibri (così utili al potere) tra prodiani e diessini (una parte), che sono, in ultima analisi, gli equilibri tra Intesa-San Paolo e nuovo Unicredit. Potranno durare? Riusciranno a combinare le cose in modo da ottenere anche il tacito assenso-consenso di Berlusconi con una adeguata “buona uscita”?
    Non facciamo al momento previsioni. Accontentiamoci di dire apertamente che ci stanno raccontando tante favolette, e ancor di più ne racconteranno nei prossimi mesi e anni, prima di scatenare, eventualmente, la resa dei conti decisiva. Ma solo eventualmente; tempi e modi dipendono dalle e(in)voluzioni del nostro quadro politico, dal lento o più veloce marcire della situazione economico-politica italiana, dall’andamento di questa meschina Unione Europea, dalla più o meno prossima entrata in una nuova epoca policentrica (e per merito di chi vi si entrerà? Soprattutto della Russia e/o della Cina e/o di qualche altro paese?). Per il momento, mi dispiace doverlo dire (anzi ripetere): c’è da augurarsi la crescita di un profondo disgusto popolare per queste forze politiche italiane: di destra, di centro, di sinistra, di sopra e di sotto, ecc. Lo schifo dovrà essere assolutamente generale e veramente bipartisan. E’ necessario, intanto, che il popolo lo provi e ne ricavi una nausea crescente con ritmo esponenziale.

    21 maggio

  3. #3
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    SIAMO ALLA FRUTTA? di G. La Grassa


    O forse invece al liquorino finale? Come al solito, i sintomi della malattia che ci attanaglia non indicano i tempi e il decorso precisi della stessa. In ogni caso, quel che so è che quando, ormai due-tre anni fa, rilevavo con chiarezza come la “sinistra” (nelle sue varie sfumature) fosse il cancro di questa italietta, mi si accusava di esagerare, di non capire il “terribile” pericolo rappresentato dal “fascista” Berlusconi. Sapevo benissimo che la “destra” è squallida, culturalmente rozza e arretrata, con un personale politico raffazzonato e del tutto approssimativo. Ero però perfettamente consapevole che la sinistra è qualcosa di molto peggiore; ormai rappresenta la “morte” di questo organismo che è il paese Italia. Ovviamente, non lo è in se stessa, bensì come personale di servizio di precisi gruppi “affettuosamente” indicati come “poteri forti” o “piccolo establishment”, ecc. Sono le classi dirigenti economiche attuali – a partire dalle due grosse concentrazioni finanziarie formatesi negli ultimi mesi e giorni (Intesa-San Paolo e nuovo Unicredit), con l’aggiunta di settori industriali ultramaturi e certo non funzionali allo sviluppo e alla potenza futuri di un qualsiasi sistema-paese – a rappresentare la più estesa devastazione, e il sostanziale impoverimento, della nostra società (impoverimento non solo materiale, ma soprattutto culturale e in quanto disfacimento progressivo del suo tessuto civile). Tuttavia, nella sfera politica, le cellule cancerogene, che si infiltrano in ogni dove nel corpo della nostra popolazione provocando la metastasi, sono prodotte proprio dal “ceto professionale” di sinistra, da queste persone totalmente incapaci di un qualsiasi lavoro utile e per di più meschine, vili, senza scrupoli né valori, membri di vere gang in lotta sorda fra loro.

    Basta adesso con il pericolo Berlusconi; questo è solo il prodotto, non la causa del degrado italiano. Se il popolo italiano è rimbecillito, frastornato, intaccato da questo cancro prodotto dalla sinistra, è logico che la risposta è altrettanto degenerata e povera di contenuti culturali e ideali. Berlusconi è questa risposta meschina e tipica di “uomini medi” cioè mediocri, di cui è per la massima parte costituito (per il momento) il popolo italiano. Tale produzione di mediocrità è stata ampiamente favorita proprio dall’inutile, e anzi dannosa, attività dei fannulloni e viscidi politici di sinistra. Questo è il “corpo estraneo” che deve intanto essere estirpato; basta “pannicelli caldi”, occorre il bisturi. Prima di ulteriori rigurgiti cancerogeni come la famosa operazione “mani pulite”, che ha posto le premesse di tutto il peggio avvenuto in Italia dal 1945 – predominio del capitale finanziario e industriale più arretrato e parassitario, che si è servito del ceto professionale di sinistra per i suoi sporchissimi affari in grado di affondare il paese – sarebbe intanto necessario ripulire l’organismo dalla metastasi, inoculando alte dosi di curativi chemioterapici. Visto il disastro procurato da questo Governo, gli ambienti cancerogeni sono all’opera – coadiuvati dai suddetti “poteri forti” che puntano a “un nuovo centrismo”, con l’aggiunta di tecnici (vedi Mario Monti) e aiutati dai settori della destra antiberlusconiana (tipo Casini e quei forti interessi immobiliari che vi stanno dietro) – per fregare una volta di più il popolo italiano degli “uomini medi”.

    Una volta tanto debbo dare ragione, non in tutto sia chiaro, a quel tontolone del leghista Castelli. L’intervista al Corriere di D’Alema – questo individuo sopravvalutato, di intelligenza “a bassa intensità”, che fin dai suoi vent’anni (a Pisa) non ha svolto altro che mene politiche con grande sprezzo per ogni valore e ideale – non rappresenta affatto una lucida presa d’atto della situazione attuale, che non è per nulla simile a quella del 1992-93, pur se per certi versi è perfino peggiore a causa proprio di quelle vicende giudiziarie che alimentarono il suddetto cancro di “sinistra”. L’intervista in questione è un avvertimento minaccioso (“mafioso”) a chi non vuol piegarsi alle nuove manovre dei “poteri forti”, pronte ad abbandonare, se necessario, anche Prodi, ma senza consentire un ritorno di Berlusconi che è in gran parte disomogeneo – fin da quel lontano 1993 – rispetto ai loro progetti di predominio assoluto atto a succhiare, a loro favore, ogni risorsa del paese. Egli non lo è non certamente per motivi ideali, ma solo per i suoi personali affaracci; tuttavia è, oggettivamente, una trave messa di traverso sul cammino delle “cavallette” che vogliono divorare tutto il possibile (come si vede dagli incredibili balletti intorno allo striminzito “tesoretto”; nonché dalle ancora più incredibili “liberalizzazioni” di Bersani che colpiscono i piccoli per favorire i grandi: concentrazioni finanziarie e sistema della cooperative, asse portante del cancro in atto).
    D’Alema minaccia; tutto rincuorato dalla nascita del nuovo Unicredit che fa da contrappeso a Intesa-San Paolo, il “potere forte” che finora si è politicamente basato su Prodi. Non si fidi troppo, quest’ultimo, dell’“amico” Bazoli. Sappiamo bene come sono gli “uomini d’affari”: possono mollare il loro servitore attuale se ciò è reso necessario da nuovi equilibri di potere, se cioè avvertono di non possedere le forze sufficienti ad imporre i loro diktat e si rendono conto che è dunque meglio giungere ad un compromesso. Quest’ultimo è ora perseguito lungo la linea fissata dai recenti quattro giorni di seminario, organizzati a Milano dalla Rcs e dalla Bocconi: neocentrismo, appunto, nuovo leaderato tecnico a Monti e “gara” (im)politica tra Rutelli, Veltroni, D’Alema e qualche altro “galletto”, messi alla frusta per dimostrare chi è il migliore. D’Alema ci prova con la minaccia di ri-scatenare la magistratura amica in un “rodeo” giudiziario che rinnovi i nefasti del 1992-93. Non sarà tanto facile, perché il giochetto rischia di essere scoperto e stucchevole – e “il nostro” ha molti nemici all’interno della sua stessa gang – ma intanto prova a minacciare, perché è l’unica risorsa che ha assieme alla sua arroganza da uomo mediocrissimo qual è, e tuttavia scambiato per un genio, per il successore di Togliatti (siamo veramente in una indicibile situazione di imbecillità, incultura, totale assenza di memoria storica, che lascia senza fiato).
    Per fregare meglio i sinistri, magari quelli in buona fede, fa finta di essere anche un po’ autonomo rispetto agli americani (e agli israeliani). In realtà, tenta di resistere al governo (che sia Prodi o un altro, purché manovrato sempre dalle stesse bande) fino all’autunno del 2008, fino alle nuove elezioni presidenziali negli USA; e poi spera che vinca un tipo alla “Clinton”, di cui poter essere nuovamente “fedele” sicario come nel 1999 con l’aggressione alla Jugoslavia.

    Per capire come mai questa Italia sia la cenerentola di una Europa, pur essa in pappe, bisogna rifarsi alla storia del secondo dopoguerra, in particolare dagli anni ’70 in poi. E’ necessario afferrare che cos’è stata la tanto decantata diversità del PCI; in un certo senso, già dalla segreteria di Togliatti, ma con uno scatto decisivo con quella Berlinguer, che si spostò nettamente verso l’occidente capitalistico avanzato. E’ da lì che comincia a prendere forma il cancro in questione. Prima o poi non sarà inutile ripercorrere la storia dei “tradimenti” del PCI, della sua degenerazione da comunismo a piciismo e infine a “sinistra”, la forza politica che, nella storia del ‘900, è stata sinonimo di abiura, di rinnegamento di ogni valore, pur di assicurarsi il potere derivante dall’essere una importante “carta di ricambio” del predominio capitalistico, che si muove “abilmente” tra reazione e presunto riformismo, tra conservazione e “progresso”, in ultima analisi ove occorra: tra fascismo e socialdemocrazia (la “sinistra”). In Italia, nemmeno quest’ultima abbiamo avuto, bensì – essendo un paese ultracattolico (nella sola forma) e papista – quel terribile impasto politico-ideologico detto “cattocomunismo”; e che non è né l’una cosa né l’altra, ma soltanto il cancro, ormai in metastasi, di cui ho qui parlato. O si ricorre presto alla sua asportazione chirurgica, o morremo fra non moltissimo.
    Si tenga però conto di un ulteriore problema. Come sopra rilevato, Berlusconi ha a lungo rappresentato – proprio perseguendo i suoi personali interessi – un ostacolo oggettivo alle mene della GFeID e della sua rappresentanza politica di sinistra. Oggi non è più così. D’Alema prevede, come minaccia, una nuova possibile ondata giudiziaria. Tuttavia, è difficile adesso dire se questa “pistola puntata” non sia scarica, almeno a metà. L’intenzione dei “poteri forti” – anche guardando alle ultime manovre finanziarie che vedono in pista, sia pura in secondaria posizione, ambienti francesi e altri “non nemici” di Berlusconi che, con la sua Mediolanum e il Giornale, non manifesta d’altronde al momento troppa contrarietà rispetto alla nascita del nuovo Unicredit – sembra essere quella di favorire una “dolce uscita” del leader di Forza Italia. E’ troppo presto per trarre conclusioni definitive, ma comunque “in campana”; le gang (economiche e politiche) sono all’opera!

    23 maggio

  4. #4
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    ADESSO LO SCOPRONO: LA (NON) POLITICA E’ ALLO SFASCIO

    E’ da molto tempo che questo blog segnala la profonda crisi della politica in Italia, vedendo con un po’ di simpatia, sia pure come fase transitoria, il montare del cosiddetto qualunquismo, che non ha nulla a che vedere con l’Uomo Qualunque, movimento che ebbe una breve fortuna nell’immediato dopoguerra. Oggi il termine significa solo che non se ne può più di questi ignobili quaquaraqua, di scarsissimo valore e intelligenza, che della politica hanno fatto una professione per guadagnare fior di quattrini da puri parassiti, perché non sanno fare un qualsiasi altro lavoro utile e produttivo. Più che di crisi della politica, bisogna quindi parlare di una sana “crisi di rigetto” di un corpo estraneo che si rivela sempre più patogeno.
    Sbaglia Berlusconi quando afferma che la crisi della politica è inventata dalla sinistra per cercare di coinvolgere nel suo fallimento l’intero schieramento dei partiti di ogni colore. In pochissimi hanno ormai fiducia in uno qualsiasi di questi ultimi; e tale sfiducia sembra ben ripartita tra destra e sinistra. Berlusconi ha avuto cinque anni per governare, con una maggioranza che sulla carta era cospicua, ma non ha combinato pressoché nulla. E’ inutile che cerchi di dimostrare che le imposte erano diminuite, che aveva inciso sul mercato del lavoro. In realtà, lasciando perdere i contenuti di queste vanterie – per noi, la flessibilità del lavoro è un disvalore, e la diminuzione della fiscalità è “neutra” se non si dice qual è in realtà la strategia per rilanciare il sistema-paese (basta con le spontanee virtù dell’aumento della domanda e degli investimenti, a parte che la riduzione di imposte non provoca di per sé tale aumento) – il fatto è che non vi è stato alcun effettivo risultato su questi fronti. Berlusconi può addurre la scusa di essere stato frenato dallo statalismo di AN, dal democristianismo subdolo dell’UDC, dalla ridicola smania federalista della Lega. Ma si tratta di scuse balorde, perché non fanno altro che mettere in luce, appunto, la crisi della politica, in quanto i vari partiti pensano solo al proprio elettorato e agli emolumenti e privilegi dei propri dirigenti e apparato. Dell’insieme del paese se ne fottono: tutti, al gran completo.

    Vi è invece da ribadire che la causa più profonda del male che attanaglia la sfera politica italiana si colloca certamente a sinistra, anche se però ha ormai contagiato irreversibilmente l’intero arco delle forze in campo. Tutto nasce sempre da “mani pulite”, operazione sporchissima e pericolosa (e se ne vedono ora i risultati deleteri) di ricambio di regime (DC-PSI) patrocinato dal parassitario establishment italiano (la GFeID: grande finanza e industria decotta) su input degli ambienti finanziario-politici americani (almeno alcuni ed evidentemente rilevanti). Tale cambio è stato affidato ai rinnegati dell’ex PCI, pensando che sarebbero stati, come sono in effetti stati, servi fedeli e manovrabili sotto la minaccia (la spada di Damocle) di far la stessa fine dei loro “correligionari” su scala mondiale. Non si era tenuto conto che l’elettorato DC-PSI, in massima parte, non avrebbe seguito i piciisti, con al seguito (come nelle vecchie “Repubbliche popolari” dell’est) alcuni modesti partiti ex democristiani e socialisti; una larga area di popolazione italiana ha dunque accettato l’entrata in campo di Berlusconi, che si sentiva minacciato direttamente nei suoi interessi di grande imprenditore.
    A questo punto, fallita l’operazione “indolore” di ricambio regime, ci si è trovati con un personale politico costituito di miserabili cinici, profittatori, attaccati ai soldi e al potere; dei rinnegati nel senso più proprio della parola. Gentaglia capace solo di mene e manovre “da corridoio”, senza valori e ideali, senza nemmeno una idea in testa che non fosse quella di crearsi l’immagine sufficiente ad attirare i gonzi e la gentucola dei mille lavori inutili – con l’aggiunta di spostati e disadattati dei movimenti, in genere figli di papà e sottoproletari violenti, accomunati dallo spinello, dalla musica assordante, dallo sproloquio senza capo né coda (leggere i loro siti per credere) – onde creare un impasto che infettasse il paese e lo costringesse alla resa nel più completo caos creato dall’implosione di tutti i servizi pubblici – ferrovie, sanità, poste, strade, ecc. – e dall’immigrazione selvaggia, dal più generale disfacimento del tessuto sociale.
    Come si poteva nascondere questa azione distruttiva senza essere immediatamente smascherati? Attribuendo – grazie al controllo di giornali, editoria, scuola, istituti culturali, agenzie di informazione e “formazione” (cioè istupidimento) della “gente”, pagati dall’establishment di cui sopra e pieni zeppi di un ceto intellettuale “progressista”, aduso al “politicamente corretto” e …..a intascare bei quattrini sparando cazzate su qualsiasi argomento possibile e immaginabile – ogni male al “cavaliere nero” e alle sue TV. Da quattordici anni, giornalisti e intellettuali decerebrati (e clown vari) ci stonano la testa con l’imminente avvento del fascismo, che ha vinto a suo tempo in Italia in un biennio (e il nazismo in Germania in forse meno; e lo stesso dicasi per il salazarismo, il franchismo, il peronismo, ecc.). Non avendo nessuna idea programmatica in testa, non sapendo proprio che fare – ed essendo divisi su ogni scelta come lo possono essere liberisti e statalisti riunitisi solo per occupare tutti i posti governativi e sottogovernativi possibili – non hanno trovato di meglio che fissare la loro linea politica in un solo punto: “votateci perché altrimenti vanno sù gli altri”. Hanno scritto oltre 280 pagine di demenziale programma (in cui, appunto, c’era tutto e il contrario di tutto), poi lo hanno ridotto ai 12 “punticini” di Prodi. In realtà, l’unico punto era quello appena detto: attenti al lupo, se noi andiamo a casa arriva il babau.
    E’ del tutto ovvio che la politica degenerasse. In realtà, però, è un’illusione ottica. Non è la politica a sbriciolarsi, è l’assenza di qualsiasi idea politica, e il vuoto assoluto di programmi, è la semplice smania di durare, di favorire i propri amici finanziari (Prodi la SanIntesa, D’Alema l’Unicredit Group), di dare soldini agli industriali decotti che brontolano e sono sempre scontenti; questo è ciò che si vive come degrado ormai insopportabile. Il tutto per tenere ben stretti i pugni sui cordoni della spesa statale; e così avvantaggiarsi, in potere e in appannaggi propri (ma “legali”, ben si sa!), mettendo pesantemente le mani nelle tasche dei cittadini, attingendo a più non posso dalla ricchezza che altri producono ed essi sperperano. E senza far nulla di utile, nessun servizio in miglioramento, anzi tutti in peggioramento: un disfacimento sociale progressivo e in accelerazione.
    Ma ancora, dicono i sondaggi, tiene abbastanza la fiducia nel Presdelarep. Egli è protetto dalla legge e si deve stare attenti a come se ne parla. Quindi, affermiamo “ufficialmente” che è una veramente “brava persona” (come del resto lo sono gli “italiani: brava gente”). Soltanto che ci sembra un po’ soporifero, assopisce il pubblico come fanno le mamme con i loro bimbi intonando una ninna nanna. Le ninne nanne sono dolci e carezzevoli e fanno senz’altro bene ai bambini; guai però se questi, poveretti, si svegliano con l’Orco accanto. Tutto il bene della ninna nanna sfuma e va in veleno ed in incubo. E’ quello che auguriamo al popolo italiano. L’Orco della politica – cioè della non politica, del puro arraffa arraffa dei sedicenti politici – l’hanno infine sentito arrivare. Adesso si sveglino anche dalle ninne nanne; abbiano un soprassalto, e controllino se in casa hanno qualche forcone, altrimenti …... provvedano in qualche modo.

    24 maggio

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    VIVA VIVA IL “GRANDE LUCA” di G. La Grassa
    (27 maggio)
    LCdM vuol scendere nell’agone politico. I politici, salvo alcuni (non però troppo pochi), mugugnano perché quella professione bisogna saperla praticare, bisogna essere del mestiere. In linea di principio, invece, non c’è nulla di male se uno, che sappia fare qualcosa di produttivo, si prefigge di sostituire dei mestieranti, incapaci e maneggioni. I nostri politici sono solo furbastri, parolai; vogliono intascare un po’ di soldi, ottenuti taglieggiando i comuni cittadini che lavorano, e godere del potere e di innumerevoli privilegi. Quindi, se in campo entrasse qualcuno in grado di mandarli a casa, ben venga. Il problema vero è: per che fare?
    Intanto, non mi sembra che LCdM abbia mai esercitato la funzione del vero imprenditore, di quelli che contribuiscono alle strategie della loro azienda. Forse curerà l’immagine, come il suo padre (“spirituale”), ma quanto ad avere effettive funzioni utili alla produzione, manifesterei molti dubbi. Del resto, il suddetto suo padre “spirituale” non aveva intenzione di entrare direttamente in politica; la condizionava assai meglio dall’esterno. Ma oggi, evidentemente, ciò non è più sufficiente per una classe dirigente economica largamente deficitaria in fatto di intelligenza strategico-produttiva; oggi bisogna succhiare più direttamente le risorse del paese, quindi ci si deve “sporcare le mani” nel politicantismo.
    Questi industrialotti – sissignore, anche “quelli della Fiat” non sono molto più che industrialotti – non hanno grande fantasia e perseguono ancora, dopo quasi quindici anni da “mani pulite”, l’obiettivo di un nuovo regime centrista; con piccole, minime, torsioni a sinistra, per meglio fregare la “vile plebaglia” (non sono io a pensarla tale, sia chiaro!), che deve solo limitarsi a lavorare e ad appoggiare partiti e sindacati, putridi apparati di Stato che fanno tutto il possibile per tenerli buoni e, quando non vi riescono, ottenere almeno il risultato di smussare e incanalare la loro rabbia per insabbiarla.
    I meschini e inetti gruppi grande-imprenditoriali italiani hanno effettuato questo tentativo fin dall’inizio, dal 1993, ma hanno intravisto nuove possibilità con le elezioni dell’anno scorso. Due-tre mesi prima delle stesse, il centro-destra appariva in caduta libera; e, al suo interno, FI era data nettamente sotto il 20%, mentre si pensava ad una UDC verso il 10%. Finalmente era arrivato il momento di applicare la vecchia parola d’ordine della “rivoluzione culturale cinese”: “bastona il can che annega”. Il “cane” era Berlusconi; sembrava ormai possibile assestargli la spallata definitiva. L’8 marzo, in “pompa magna”, Mieli verga l’editoriale del Corriere con cui si invita a votare il centro-sinistra; un editoriale approvato dall’intero patto di sindacato della Rcs, il cosiddetto piccolo establishment (ivi compreso quel Tronchetti, che ha successivamente preso delle belle “musate” dal Governo Prodi). Una volta regolati i conti con Berlusconi, si sarebbe poi visto come liquidare le sedicenti “estreme”, in particolare la sinistra denominata radicale.
    Le elezioni, con grande scorno di sinistri, finanzieri e industriali (Mieli, come già Scalfari, porta “sfiga” a coloro per cui si schiera), finirono in sostanziale pareggio, con FI al 23-24 % e l’UDC rimasta sostanzialmente al palo, comunque assolutamente non in grado di sostituire Rifondazione & C. E’ passato un anno, sul quale sorvoliamo, durante il quale, in ogni caso, i “tifosi” industrial-finanziari del centrosinistra, a partire proprio dall’ingrato LCdM, hanno avuto un sacco di favori tra prepensionamenti, rottamazione e chissà cos’altro ancora (nel mentre si metteva in cantiere un bell’aumento dell’imposizione fiscale e tante finte liberalizzazioni per colpire la piccola impresa e il lavoro autonomo dei vari settori, e avere così le risorse per fare “regali agli amici”, corrompere questo e quello, ecc. ).
    Adesso, il tempo stringe. Casini sta facendo tutto il possibile per scompaginare il centrodestra, pure AN e la Lega ci mettono del loro per sfasciare il “baraccone”. A sinistra, Rifondazione – dopo la crisi di Governo seguita agli “scazzi” sulla politica estera – ha preso una tale paura di dover andare a casa e perdere tutti gli appannaggi del (piccolo) potere, da servi dei servi, che è sufficientemente mansueta; deve brontolare un po’, e così pure i “comunisti italiani” e i verdi, per non perdere completamente la presa su quella data quota di elettorato, ma sta dimostrando la validità del detto popolare: “can che abbaia non morde”. Bertinotti, sempre in abito scuro (anche quando va a letto?), pur attaccato da LCdM alla recente riunione della Confindustria quale residuo preistorico, è andato ad abbracciarlo alla fine del discorso e si dice telefoni spesso al braccio destro di Luca. Non si sa come andranno le elezioni amministrative odierne, ma in ogni caso è necessario sbrigarsi e portare un affondo per una “nuova politica”.
    Ecco allora che LCdM scopre anche lui la crisi del sistema politico nostrano, e perfino che destra e sinistra non sono affatto molto differenti nella percezione della “gente”; per lo meno non differenti nei disastri che combinano e nella pochezza e corruzione dell’azione condotta. Solo che per LCdM il fatto che i termini destra e sinistra hanno fatto il loro tempo significa solo che …..bisogna ricostituire il centro (un progetto “nuovo nuovo”). Non quindi spazzare via e destra e sinistra, bensì prendere un pezzo (moderato) dell’una, un pezzo (moderato) dell’altra, tagliare via le “ali estreme” (prive di “cultura moderna e industriale”), e rifare un bel regime che rinnovi gli (in)fausti di quello vecchio. Alla faccia di questo nuovo “genio politico”! Come pirla (detto “affettuosamente”), non ci bastava già il “berlusca”?
    Poiché siamo al “rinnovamento” – ideato nella quattro o cinque giorni del seminario milanese organizzato poco tempo fa dalla Bocconi e dalla Rcs – ci sono già fior di tecnici “nominati” (sulla carta) futuri ministri; i giornali scrivono di personaggi “nuovissimi”: Monti (l’Enzo Biagi dell’economia per la piattezza del suo dire soporifero), Giavazzi, Ichino. Non parliamo dei politici che manifestano entusiasmo per i progetti montezemoliani: Casini (con i bei settori di immobiliaristi alle spalle), Veltroni (rimasto orfano della Capitalia) e, udite udite, Alemanno, quello della destra “sociale” (probabilmente denominata così perché favorevole alla socializzazione delle perdite imprenditoriali, socializzazione nell’odierna forma, già ricordata, dei prepensionamenti, rottamazioni, e quant’altro). Che combriccola di persone per bene e soprattutto nuovissime, mai sentite nominare prima! Non c’è dubbio che questa accozzaglia bipartisan assicura il superamento del binomio destr/sinistr. E’ tuttavia lecito avanzare serie perplessità (eufemismo) sul fatto che tale superamento vada nella direzione della freschezza e novità chieste da chi manifesta ormai un disprezzo assoluto verso questa politica. Ma tant’è! Qui sta tutto il “genio” e la “creatività” di LCdM. Tenuto conto di come ha guidato la Confindustria (e anche la Fiat), si poteva sperare in qualcosa di più? Mah!

    Non si può d’altronde uscire da questo mefitico ambiente politico, assai più scadente e non meno corrotto di quello della prima Repubblica, fino a quando non si modifica completamente la classe dirigente economico-finanziaria. Non si tratta di pretendere che i capitalisti, gli imprenditori, vestano i panni di San Martino. E’ ora di finirla con le “balle” sulla funzione sociale dell’impresa, sull’etica degli affari. E’ talmente disgustoso questo “buonismo” degli ipocriti (al 90% di sinistra, sono loro i più coglioni e/o i più furfanti e bugiardi) da far venir voglia di vedere all’opera una nutrita schiera di brechtiani Mackie Messer, di affamatori del popolo. Perfino i vecchi comunisti “mangiabambini” dell’era staliniana sollevano in me ondate di nostalgia. Che bello sarebbe vedere stormi di vampiri calare rapidamente su carnose e robuste lavoratrici per addentare le loro giugulari. Non mi sento per nulla soddisfatto nel pensare soltanto che il profitto capitalistico è pluslavoro (in forma di valore) estorto agli operai. E’ troppo asettico e indolore; è del tutto “scientifico”, cioè grigio e banale. I capitalisti non possono essere dei meschini “Monsù Travet”, dei contabili del “soldino”. I capitalisti debbono essere come il macellaio di Adam Smith che per il suo egoistico interesse (profitto) ti fornisce la “buona carne”; ovviamente ipocrita anche il sedicente fondatore dell’ancor più sedicente “scienza economica”, dato che il macellaio ti dà carne adulterata, di allevamento in batteria, piena zeppa di estrogeni e veleni vari.
    Eppure, tutto è meglio di questa massa di imbonitori, arraffa-arraffa, magliari della nostra GFeID (grande finanza e industria decotta) e dei loro rappresentanti politici: di destra, di sinistra, e ancor peggiori quelli dell’agognato (dai vari LCdM) centro. Se non è per adesso (un adesso assai lungo) all’ordine del giorno nessuna società della “cooperazione tra produttori”, dell’armonia intersoggettiva, ecc., almeno che ci sia una vera classe dirigente preparata a fare il suo mestiere. Invece di raccontare menzogne della più consunta e sfibrata ideologia sulla competizione nel mercato globale, utili solo a favorire il predominio dei paesi (o del paese) che hanno dato impulso sia alla ricerca scientifico-tecnica con ricadute in tutti i settori oggi di punta, sia alla susseguente potenza “bellica” (in senso assai lato, non come pura capacità guerresca), è necessario attribuire forza a tali settori (in Italia, in questi ultimi, esistono quasi solo ENI e Finmeccanica, qualche dubbio ho sull’Enel); ed è indispensabile rifare la UE, ridare fiato all’unione di alcuni paesi europei che si mettano decisamente sulla strada del potenziamento delle nuove branche e delle capacità “belliche” (non guerresche!).
    E sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: se dico che in Italia – ma non necessariamente in altri paesi – darei ampio appoggio ad imprese “pubbliche” quali sono ENI e Finmeccanica, non è certo per questo loro regime proprietario. Non ho alcuna predisposizione per il falso socialismo di Stato alla Lassalle, altra ideologia d’accatto di tutti gli orridi rimasugli “comunisti” avanzati, rancidi quant’altri mai. Sono favorevole – in mancanza di altre prospettive più allettanti – alle imprese (e di grandi dimensioni, senza fingere politiche antitrust atte solo ad indebolirle per favorire gli interessi di altri paesi, tipo gli USA) attive nei settori di eccellenza, quelli della nuova “rivoluzione industriale”, della nuova ondata innovativa di prodotto, della nuova “distruzione creatrice”. Sarebbe stato più che positivo se fosse uscita di scena la Fiat, se fossero rimaste al palo le grandi concentrazioni parassitarie e costosissime dell’apparato bancario; così ci saremmo liberati dalla tutela e sudditanza rispetto alla GFeID, e avremmo dato una forte scossa al sistema-Italia, in modo da porre in risalto la micragnosità e la povertà strategica di questa misera (non in fatto di soldi) casta imprenditoriale italiana e delle sue propaggini politiche.
    Che le aziende di punta siano “pubbliche” o “private” è questione in fondo formale. Anche perché le “pubbliche”, nella sostanza, sono semplicemente public companies, imprese in cui predomina l’apparato manageriale. Si tratta quindi di appurare se questo apparato ha o meno capacità strategiche; e non solo in riferimento alla singola impresa che controlla. Bisogna accertarsi se, oggettivamente (nessuno chiede a nessuno di agire “per il bene generale”), tali imprese sono in grado di suscitare le potenzialità del sistema nel suo complesso o se invece, come sembrano al momento essere le imprese italiane “pubbliche” sopra citate, si tratta di “oasi” abbastanza indipendenti e non ben integrate nel tessuto economico complessivo del paese. Ma affinché vi sia l’integrazione, è senz’altro necessario un adatto quadro politico, costituito da strutture organizzative capaci di attuare una politica forte e abile. Ancora una volta ribadisco che non si chiede a queste ultime di essere votate al “bene comune” (basta con queste “palle” mostruose), ma solo di avere l’energia sufficiente a dare impulso, proprio per conseguire un proprio successo e vedere accettata la loro leadership, ai nuovi settori e alla suddetta potenza “bellica” in senso lato.
    Per tali motivi, non per la proprietà pubblica o privata, è da affermare che oggi in Italia non vi sono forze, economiche e politiche, tese a suscitare le energie necessarie. In ciò è il limite anche di ENI e Finmeccnica (delle loro direzioni strategiche); pensano agli affari propri (e questo va benissimo) senza però quel minimo di ampiezza di vedute che consenta loro di capire come, limitandosi agli avvilenti compromessi con la GFeID e i suoi rappresentanti politici (di destra, di sinistra e di centro), non si vada da nessuna parte. Potranno anche fare grandi affari, ma sarà sempre labile e posta sulla sabbia la loro potenza industriale. Non si può lasciare la “parte politica” alla Intesa-San Paolo o al nuovo Unicredit; e nemmeno all’ineffabile LCdM (con i suoi adepti al seguito). Occorre essere molto “rapaci” e grifagni, molto rudi e “sgarbati”, in specie nella nuova fase storica in cui si sta entrando. Per il momento, chi è capace in Italia di ondate innovative nei settori di eccellenza si sta troppo disinteressando di politica, e lascia fare ai meschini e ai maneggioni che ci condurranno in un cul di sacco.
    Quanto a coloro che fingono di stare dalla parte degli sfruttati e oppressi, sono degli emeriti imbroglioni e “figli di p….”, tesi ad amministrare il (piccolo) consenso elettorale per arraffare il miserabile potere (e i soldi) che spetta ai servi dei servi (vedi Rifondazione & C.). E’ senz’altro indispensabile spazzare via l’intero quadro politico italiano: al gran completo, ivi compreso il “progetto centrista” dei vari LCdM. Ci sarà qualcuno in grado di farlo? Mi sembra che si possa essere moderatamente pessimisti in Europa e quasi catastrofisti in Italia. Come sarebbe bello essere smentiti!

 

 

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