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  1. #21
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    Numerosi scrittori, inoltre, hanno raffigurato la situazione dei Territori duosiciliani "dopo" che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all'amministrazione duosiciliana le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie a causa dell'aggressione savoiarda. Il fatto più spregevole è che tali menzogne sono obbligatoriamente insegnate come storia ufficiale ai nostri figli, i quali si formano in un culto che, non solo non è il nostro, ma è stato creato proprio contro di noi Duosiciliani.
    Avvenuta la conquista di tutta la penisola, la prima cosa che i piemontesi fecero fu quella di impossessarsi di tutte le riserve di denaro nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca Nazionale degli Stati Sardi (privata) divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia (sempre privata), così com'è ancora oggi. La Banca d'Italia è, infatti, allo stato attuale, di proprietà dell'ICCRI, Banca San Paolo - IMI, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Banca di Roma, Unicredito.
    A seguito dell'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell'oro, invece, attraverso apposite manovre piano piano passò nelle casse piemontesi. Eppure, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia (sempre di proprietà privata), risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva. Evidentemente quest'oro aveva preso altre vie. Esso, infatti, fu utilizzato per la costituzione di imprese al nord tramite il finanziamento operato da banche, subito costituite per l'occasione, che allora erano socie della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino............



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  2. #22
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    Le sottrazioni operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretata già dal 1863 il corso forzoso, in altre parole la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d'Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).
    Solo con la conquista delle Due Sicilie, dunque, con il denaro sottrattogli e con il sacrificio di questo fu possibile impostare "dopo" un programma di riforme che permisero la nascita delle industrie e delle infrastrutture nel Nord dell'Italia. Ovviamente, per permettere lo sviluppo delle loro nascenti industrie, il Piemonte eliminò non solo la concorrenza delle industrie duosiciliane, ma coprì negli anni successivi con prodotti delle nuove aziende piemontesi e lombarde tutto il mercato interno in una situazione di monopolio. Per ottenere questo, gli occupanti attuarono nei territori conquistati varie azioni, che in sostanza furono quelle di decretare nuove misure doganali nelle Due Sicilie, particolarmente gravi per le industrie siderurgiche e meccaniche. Poi sottrassero al Sud tutte le commesse militari e ferroviarie e impoverirono i capitali duosiciliani con un maggior drenaggio fiscale, utilizzando le risorse così ricavate esclusivamente nell'area lombardo-piemontese. Numerosissime ricchezze, inoltre, furono rapinate per uso personale dagli invasori, che distrussero volutamente numerosi opifici, come ad esempio a Mongiana ed a Pietrarsa.
    L'economia dell'Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché, da dopo l'unità e a tutt'oggi, il suo centro propulsore gravitò solo al Nord, ma anche perché fu imposto dal Piemonte, che non aveva nulla da perdere, una politica di libero scambio che stroncò le industrie duosiciliane non ancora completamente affermatesi.
    Il governo imposto dai piemontesi in tutta la penisola conquistata era eletto da un parlamento composto di una minoranza borghese che escludeva la quasi totalità degli abitanti. Anche dopo le riforme volute dalla sinistra, solo il 9% aveva diritto al voto e di questa percentuale facevano parte solo le classi agiate che imposero tasse, pubblica sicurezza, codice civile e penale, scuole e amministrazione esclusivamente a favore dei propri interessi....



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  3. #23
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    L'impossessamento di tutta la penisola italiana scatenò, di conseguenza, le mire affaristiche della borghesia dominante, che, sconvolgendo tutti i valori sociali preesistenti, provocò forti tensioni sociali particolarmente nelle Due Sicilie, dove, infatti, le terre demaniali divennero proprietà privata, originando i latifondi dai quali i contadini furono scacciati, causando per di più la distruzione della rilevante produzione agricola. Circa 600 milioni di lire di allora, raccolta con la vendita delle terre demaniali, quasi tutta la riserva liquida degli abitanti duosiciliani, fu trasferita nelle casse del Piemonte. In tal modo la borghesia dell'ex Regno delle Due Sicilie, diventato nel 1861 una provincia del nuovo Stato unitario, si precluse definitivamente la via dello sviluppo economico, convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida che era già stata con lungimiranza contrastata dall'accorta amministrazione dei Borbone, i quali avevano intuito che non solo non vi poteva essere progresso con la sola agricoltura, ma che tale progresso andava costruito accortamente e senza sconvolgimenti sociali. Tale cieca borghesia, infatti, spinse alla fame ed alla disoccupazione i contadini che, privati delle terre, non poterono più usufruire degli usi civici, per mezzo dei quali era consentito a tutti di avere una sicura economia domestica.
    L'occupazione militare piemontese provocò, conseguentemente, una violenta e diffusa guerriglia di resistenza contro quello che era considerato a tutti gli effetti un esercito straniero, e contro i "galantuomini" collaborazionisti dei nuovi governanti. Gli occupanti, allora, per poter conservare i nuovi territori conquistati, attuarono una feroce repressione contro la popolazione civile e contro la sua economia. Le atrocità commesse dai piemontesi e dai loro collaborazionisti, particolarmente nel periodo del cosiddetto "brigantaggio", possono sembrare mostruose e incredibili, ma in parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d'inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e nella varia documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.......



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  4. #24
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    I piemontesi compirono, inoltre, numerosissime crudeltà anche nei confronti dei prigionieri di guerra duosiciliani stipati come bestie in campi di concentramento di proposito allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Nel lager di Finestrelle i prigionieri duosiciliani venivano eliminati nella calce viva. Il trattamento in questi campi fu, dunque, disumano e fu attuato contro gente colpevole solo di aver difeso la propria Patria e di aver tenuto fede ad un giuramento. Tutto questo in spregio totale alle condizioni di capitolazioni firmate dagli stessi ufficiali piemontesi.
    Mai, nella loro storia lunga oltre 700 anni, le Terre Napoletane e quelle Siciliane avevano subito una così atroce invasione e tutto questo causò anche l'inizio di una massiccia emigrazione che raggiunse ben presto il carattere di una diaspora che continua ancora oggi. Un fenomeno che, prima dell'invasione piemontese, non esisteva nelle Due Sicilie, ma che era invece particolarmente rilevante nelle regioni settentrionali della penisola dove la disoccupazione era un fatto endemico. Numerosissimi settentrionali, infatti, emigravano proprio nelle Due Sicilie per trovarvi lavoro.
    Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non poterono trovare altro sbocco per sopravvivere che nell'emigrazione, favorita interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Molisani, Campani, Lucani, Pugliesi e Siciliani dovettero partire per terre lontane, spesso non sapendo nemmeno quale fosse la loro destinazione finale, verso un mondo del tutto ignoto. In quelle terre lontane e ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtù mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, con la loro Patria nel cuore e che i figli dei figli oggi hanno quasi dimenticato, perché sono diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani.
    Anche in questa loro diaspora, circa 23 milioni d'emigranti a tutt'oggi, molto più grande di quella tanto conosciuta degli ebrei, sono stati sfruttati dai piemontesi, che utilizzarono i loro risparmi, inviati dagli stessi emigrati per aiutare le loro famiglie d'origine, risparmi che, salvarono le esauste finanze dello Stato "italiano" e andarono a finanziare le nascenti industrie delle aree lombarde, piemontesi e liguri. Tali industrie poi, con la vendita dei loro prodotti al "Sud", vi hanno ricavato altri guadagni, mentre l'ex Reame si andava impoverendo sempre più, perdendo via via anche i suoi figli migliori, i più intraprendenti, costretti ad emigrare in tutto il mondo.
    Ben più deleteria fu poi l'emigrazione che iniziò a partire dalla seconda metà del 1950, che, depauperando il Sud di quanto ancora restava dell'antica società, ha dissolto e trasformato in quelli che sono rimasti, attraverso la scuola, partiti politici e mezzi d'informazione, le tradizioni più caratteristiche e la propria identità, che si è andata omologando ai nuovi comportamenti globalizzanti dei consumi....



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  5. #25
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    CONSIDERAZIONI FINALI


    La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell'esercito, nella magistratura, nell'alto clero (fatta salva gran parte dell'episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: «addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell'epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali».
    Dopo il 1860 non ci fu soltanto un popolo in lotta contro un esercito aggressore, come nel 1799, ma una guerra civile tra gli strati popolari e la minoranza collaborazionista, tutta proveniente dalle classi alte. I piemontesi, come ha giustamente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: «vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l'azione sovversiva della massoneria, l'adesione dei "galantuomini" del Sud, i veri criminali briganti. Se non avessero avuto questo consenso fondamentale, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad attaccarci. Se un popolo, infatti, insieme alla sua classe dirigente (o almeno con una parte consistente di essa) ha veramente voglia di resistere, non c'è repressione che tenga, anche se la vittoria piemontese sul campo era stata ottenuta soprattutto grazie ad una schiacciante superiorità di mezzi materiali e ad un'ottima organizzazione bellica frutto dell'esperienza delle varie guerre precedenti. All'eliminazione della "classe dirigente borbonica" contribuì, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l'aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell'illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Attraverso di essa, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadronì di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, i sostenitori dei "galantuomini". A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la "classe dirigente borbonica" legalmente allontanata da ogni carica istituzionale.....



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  6. #26
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    Contemporaneamente, primissima operazione delle "autorità", fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una serissima e autorevolissima opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere "antiborbonico", poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla».
    L'opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all'invasione piemontese, perché tale resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell'astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l'occupazione piemontese.
    La resistenza duosiciliana, definita "brigantaggio", è stato analizzata e variamente spiegata, volendo dimostrare da una parte che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari duosiciliani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799, dall'altra che essa era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti "galantuomini", che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, sfociando poi nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerata una componente di tutto l'insieme, è evidente dai fatti che tutto un popolo ha lottato contro l'invasione di un esercito considerato straniero e contro i traditori collaborazionisti per lunghissimi anni. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito duosiciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Numerosi furono anche legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza duosiciliana. Il "brigantaggio", in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura quasi millenaria. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, ma purtroppo quando ormai il Regno delle Due Sicilie non aveva più i suoi gangli vitali. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima che avesse avuto luogo l'invasione piemontese.....



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  7. #27
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    La resistenza duosiciliana iniziò con piccoli episodi isolati, e quindi non coordinati, nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco dei garibaldini provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldini, ripristinando i simboli duosiciliani e i legittimi poteri nei vari paesi dell'entroterra. La resistenza divenne più consistente subito dopo l'occupazione piemontese e ad essa parteciparono migliaia di soldati duosiciliani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un'altra bandiera e persone d'ogni settore sociale. Divenne, poi, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell'anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo che si sollevò, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti che dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all'informazione a mezzo stampa, mediante la quale era deformata qualsiasi notizia al fine di presentare la resistenza duosiciliana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli stessi invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l'insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.
    Prima dell'invasione, l'ultima calata di barbari nel Sud della penisola italiana, della cosiddetta "Unità d'Italia" non se n'era mai sentita l'esigenza tra le restanti popolazioni italiane, né esistono documentazioni o pubblicazioni di alcun genere che parlano di "spirito nazionale" antecedente ai "fatti risorgimentali". L'idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare efficace e fu soltanto un movimento di pochi, soprattutto di massoni "borghesi", cioè legati soltanto ad interessi materiali. L'"ideale" del cosiddetto "risorgimento", propagandato dai settari, era, in effetti, un'esigenza dei territori del Nord dell'Italia, che, oltre ad essere governati ancora in modo feudale, erano occupati da potenze straniere. Il colmo era poi dato dal Piemonte, governato dai Savoia che erano francesi, e che, proprio loro, dicevano di voler "liberare l'Italia dagli stranieri"....

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  8. #28
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    Il marchese Villamarina fu l'anello che legò la dinastia sabauda alle mire della massoneria e di essa la rese serva fino a portarla sotto le ali di Cavour, servo a sua volta degli inglesi. Ai Savoia, in ogni modo, non interessava niente della libertà degli Italiani, a loro interessava solo ingrandire i propri possedimenti, sfruttando per i propri interessi gli stessi Italiani, che costrinsero con perversione a combattere tra loro. Che fosse una guerra di conquista, e non un progetto di ideale unità, non v'è alcun dubbio se solo si osserva il modo di governare dei nuovi "padroni", che mirarono unicamente a saccheggiare tutte le ricchezze del Reame con l'interessato sostegno dalla borghesia lombardo-piemontese.
    Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, infatti, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali e mondiali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord. La classe politica meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall'inizio dell'occupazione, governi che pur definendosi "italiani", hanno curato solo gli interessi delle lobby del cosiddetto "triangolo industriale", le quali mantengono eterna la "questione meridionale" per lucrarne gli appalti, mentre i ciechi politici meridionali, accontentandosi di lucrarne i voti elettorali, sono diventati i loro servi sciocchi.
    Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d'aggressione contro altre nazioni. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che l'hanno assalita con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell'Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale fatta instancabilmente dai vertici dello Stato "italiano", i Duosiciliani sono ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali e con luoghi comuni sui "meridionali".
    Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi, si può senza dubbio affermare che proprio con il cosiddetto "risorgimento", a causa dell'aggressività della sua natura, si originò quel processo politico, che, passando attraverso continue guerre, per lo più suggestivamente etichettate, ebbe il suo culmine nel fascismo, che disfece con la sua fine tutta la penisola italiana, prima del "risorgimento" così ricca di valori, nella sciatta repubblica in cui oggi viviamo. Una repubblica che, mentre da una parte rinnega il fascismo, dall'altra esalta contraddittoriamente il "risorgimento" che ne fu in sostanza la matrice.


    Antonio Pagano
    (dal libro "DUE SICILIE, 1830 - 1880" di Antonio Pagano)

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