Bush è un leader forte, che ha guidato l’occidente in una guerra giusta
Benvenuto a un presidente forte, che non avrà paura di restare se stesso fino all’ultimo giorno, e poi sarà la democrazia americana a decidere. Bush ha vinto in Afghanistan e in Iraq, dopo il trauma dell’11 settembre. Ha portato violenza liberatoria e impegno di ricostruzione democratica dove regnava una violenza terroristica che incubava schiavitù per tutti noi. Dopo di lui non ci sarà un presidente americano così folle da riconsegnare al radicalismo islamista armato il governo degli equilibri di forza nel grande medio oriente, dagli altopiani che fanno da corona a Kabul al triangolo sunnita intorno a Baghdad, fino alle minacce prenucleari iraniane che offendono la sicurezza di Israele. Chi lo ha duramente contrastato ha già pagato il prezzo dell’irrilevanza, da Kofi Annan all’ex presidente francese Jacques Chirac. Nonostante le chiacchiere della nuova maggioranza congressuale democratica, le truppe, che un presidente deve avere il coraggio di impegnare quando è in gioco la sicurezza del suo paese e delle sue alleanze, resteranno dove sono finché sarà opportuno, secondo il modello storico coreano se necessario. Questa è la vittoria strategica di George W. Bush e della sua amministrazione, aver reagito dandosi i mezzi imperiali per reagire con un uso democratico decisionista del potere esecutivo, e una simile eredità non cancella gli errori, e il costo di impopolarità di ogni grande impresa, ma li rende pressoché trascurabili. Bush ha tagliato le tasse, e ha governato in tempi di vacche magre una crescita conquistata giorno dopo giorno nei mercati mondiali, così preziosa perché diversa dalla bolla speculativa dell’era Clinton.
La sua America ha impegnato risorse generose nel programma compassionevole di un conservatorismo liberale che trova nell’evoluzione sociale e tecnologica del paese, come ha notato Karl Rove, l’architetto della presidenza, la propria giustificazione. Un giorno gli avversari ortodossi del big government, come gli ideologi pavidi di fronte alle repliche della realtà e della storia, neoconservatori pentiti e realisti troppo stanchi e pigri, capiranno che alla politica di Bush non c’era alcuna alternativa seria.
Ma Bush e il suo magnifico staff hanno avuto anche il coraggio di portare alla Casa Bianca gli embrioni scartati, adottati e cresciuti bambini per una storica photo-opportunity. Hanno tenuto duro sui fondi federali per le staminali embrionali, fino a farsi dare ragione non soltanto dall’umanità ma anche dai progressi della scienza, che non ha bisogno se ben guidata di sacrifici umani. Hanno intaccato il tabù dell’aborto vietando la tortura del feto attraverso la tecnica barbarica della nascita parziale. Hanno punito i secondini sadici di Abu Ghraib. Hanno costruito una Corte Suprema che non si farà dettare le sentenze dall’ultimo numero del New Yorker, e cercherà di fare cultura e costume attraverso una nozione severa del diritto costituzionale. Hanno continuato a cambiare l’America, un processo lungo, quello della right nation, cominciato tanti anni fa, e che è destinato a continuare come una grande ondata di rivoluzione politica, forte delle ragioni profonde della cultura e della fede di un popolo pioniere, anche con (eventuali) future presidenze liberal.
il Foglio




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