Da oggi, direi di dedicare questo thread a tutto ciò che accade all'interno del PRC. Inizio con un'intervista al senatore Grassi, del gruppo "Essere Comunisti".
PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA
Le difficoltà del PRC e le sue potenzialità
dalla redazione
15/06/2007
Intervista al senatore Claudio Grassi, coordinatore nazionale di Essere comunisti
Il Partito attraversa una fase di grande difficoltà. I risultati delle elezioni amministrative e il fallimento del sit-in di piazza del Popolo suonano come due grandi campanelli d’allarme per Rifondazione Comunista ed il suo gruppo dirigente. Sei d’accordo?
Penso che qualsiasi persona di buon senso lo debba riconoscere. Tuttavia, per uscire da queste difficoltà non è sufficiente prenderne atto. E’ necessario un approfondimento di analisi e di riflessione, un’autocritica che interroghi il partito, i suoi gruppi dirigenti e, soprattutto, la sua linea politica. Come componente Essere Comunisti abbiamo affrontato un congresso nazionale avvertendo il partito dei rischi in cui sarebbe incorso se avesse dato seguito all’ipotesi di entrare nel governo senza aver contrattato e acquisito alcuni punti di merito e di contenuto avanzati. Non siamo stati ascoltati e Rifondazione Comunista è entrata nel governo senza un patto programmatico che fosse stringente su pochi ed essenziali punti qualificanti (e con l’idea che ci avrebbero pensato i movimenti a spingere a sinistra l’asse del futuro esecutivo). Il risultato è che il governo Prodi, ad un anno dal suo insediamento, ha disatteso pressoché totalmente gli impegni assunti con gli elettori e le aspettative suscitate nel popolo della sinistra.
Le difficoltà di oggi sono anche la conseguenza di un grave errore di interpretazione dei rapporti di forza e di prospettiva commesso negli scorsi mesi dal partito: si è pensato, sottostimando da un lato la distanza strategica esistente tra noi e le forze moderate dell’Unione e dall’altro il peso specifico dell’asse riformista Ds-Margherita, che fosse possibile rovesciare la logica degli anni Novanta e condizionare il timone moderato del governo, rendendolo permeabile alle nostre istanze. Su questa previsione, verificatasi alla prova dei fatti sbagliata, si è costruita la linea politica di Rifondazione Comunista. E quando una linea politica risulta sbagliata, a pagarne in termini elettorali è il partito che l’ha prodotta.
Ma dato che il nostro ruolo nel partito non è quello di stare alla finestra e da lì giudicare l’azione dei compagni, rinfacciando polemicamente l’avverarsi prevedibile dei nostri pronostici, dire questo non è sufficiente.
Detto questo, e ferme rimanendo tutte le nostre valutazioni critiche nei confronti dell'azione sin qui svolta dal governo, dobbiamo anche tener conto del fatto che allo stato attuale, qualunque scenario alternativo sarebbe peggiore per le classi sociali che intendiamo rappresentare. Da ciò discende che il nostro compito non è lavorare perché il governo cada. E’, al contrario, incalzare l’esecutivo affinché persegua una politica estera di pace e, sul piano economico, dia il via ad una fase di tangibile redistribuzione sociale. Politica di pace e di equità sociale: fino ad oggi sono mancate entrambe. Ecco perché la nostra gente ci ha voltato le spalle, esprimendo il suo disagio alle urne con il non voto e l’astensione (che rispetto al 2002 è aumentata del 4% alle Comunali e del 7% alle Provinciali) e in piazza con il corteo di sabato scorso contro il governo. Il nostro partito paga oggi le aspettative disattese di milioni di lavoratori; e paga - per paradosso - il suo essere individuato come forza potenzialmente più avanzata e quindi oggi più ingiustificabilmente complice di politiche moderate e rigoriste.
Si spiegano così anche le difficoltà registrate davanti ai cancelli di Mirafiori. Pur riconoscendo un segno positivo nel fatto che il partito torni, dopo anni, davanti alle grandi fabbriche, non possiamo che analizzare le contestazioni di Torino per quello che sono: l’espressione di un malessere sociale e di un dissenso che non solo il partito non riesce più ad intercettare ma che si rivolta, come dicevo, contro di noi. Fatichiamo a raccogliere, elettoralmente e socialmente, il dissenso sociale, a farci interpreti delle pressanti esigenze del lavoro dipendente e delle fasce più deboli della popolazione. Ma anche - io credo - dell’intellettualità progressista, che in questi ultimi anni ha mostrato una sempre più marcata diffidenza nei nostri confronti.
Al partito chiediamo un’assunzione forte di responsabilità e uno scatto in avanti, resi ancora più difficili ma sempre più necessari dal contesto assai problematico nel quale ci troviamo: con Confindustria ed il complesso dei poteri forti permanentemente in procinto di costruire un’alternativa tecnica o di larghe intese al governo dell’Unione (senza più l’ingombro - è ovvio - delle forze della sinistra d’alternativa) e con il rapporto coi movimenti (anche quelli che sono sfilati sabato scorso a Roma) in grave difficoltà.
Lo scatto in avanti è però possibile soltanto sulla base di un’analisi onesta dell’operato del governo in questi primi dodici mesi. Un’analisi che non può non tenere conto che le politiche promosse sin qui da Prodi si collocano in una linea di forte continuità con gli esecutivi di centro-sinistra degli anni Novanta. Se è vero che una crisi di governo visibilmente promossa dal nostro partito sarebbe un errore - nella misura in cui mostrerebbe di riconsegnare il Paese a forze non democratiche che non tarderebbero ad intensificare una fase di massacro sociale per milioni di famiglie di lavoratori - è altrettanto vero che rischiamo realmente, se continuiamo su questa strada, un’ulteriore sconfitta elettorale. Una sconfitta dell’Unione ma anche, e segnatamente (per le ragioni che prima ricordavamo), di Rifondazione Comunista. E' assolutamente indispensabile e urgente un cambiamento di rotta. E questo, voglio sottolinearlo, non solo nell'interesse del Prc, ma per le sorti stesse dell'intera coalizione.
Tornando a sabato scorso, Rifondazione Comunista ha fatto male a separarsi dal corteo di piazza Esedra?
L'errore più grave lo ha fatto chi ha voluto dividere il movimento, costruendo una piattaforma politica che non poteva essere condivisa da numerose forze politiche, associazioni, organizzazioni sindacali e movimenti. Si poteva dare vita ad una manifestazione oceanica ponendo come comune denominatore la lotta contro la politica di guerra del governo di Bush, e poi ognuno poteva parteciparvi con le proprie parole d'ordine. E' invece prevalsa un'altra linea. Considero ciò un fatto negativo, che in futuro dovremo cercare di evitare. Infatti il corteo, che pure ha avuto una buona partecipazione, non ha raggiunto le dimensioni che, in un recente passato, hanno avuto appuntamenti analoghi e il sit- in non è stato percepito dal partito come un appuntamento mobilitante. Ciò significa che come Rifondazione dovevamo lavorare con più tenacia per scongiurare la separazione e la spaccatura prodottasi all’interno del movimento. E comunque non dovrà più capitare che una parte del movimento ci costringa a rinunciare (dichiarando espressamente che il nostro partito sarebbe stato ospite indesiderato) alla nostra collocazione naturale nel cuore delle lotte e delle mobilitazioni, quand’anche esse acquistino un valore di critica alle politiche del governo.
Appunto, il governo. Il suo operato chiama in causa la necessità che la sinistra d’alternativa si attrezzi per fare fronte comune alle pulsioni liberiste di gran parte della maggioranza. Come si costruisce l’unità della sinistra d’alternativa?
Lo andiamo dicendo da anni e negli ultimi mesi con maggiore insistenza, visto l’affermarsi sempre più nitido dell’urgenza a cui facevi riferimento. Noi abbiamo sempre combattuto l’idea per la quale alle difficoltà strutturali di Rifondazione Comunista si dovesse rispondere con l’affossamento della sua autonomia politica e con la costruzione di un nuovo soggetto meno connotato sul piano ideale e più leggero sul piano organizzativo. In questi anni quell’idea si è chiamata con molti nomi e si è ipotizzata con molte formule. Ed è evidente che la nascita del partito democratico e la contestuale fuoriuscita del gruppo di Sinistra democratica rende teoricamente più consistente un’operazione di questo tipo.
La novità che segnalo è questa: se fino allo scorso congresso la maggioranza del nostro Partito - anche con il varo del progetto della Sinistra Europea - pareva investire compattamente sull’ipotesi di un progressivo superamento di Rifondazione Comunista -, oggi il quadro è mutato e, a fronte di una parte di quella maggioranza che continua ad insistervi ( non più con la Sinistra Europea ma con un progetto che punta a costruire un partito unico della sinistra), vi è una forza consistente, dentro la maggioranza e diffusamente nel corpo del partito, che sostiene a chiare lettere l’irrinunciabilità all’esistenza e al ruolo del nostro partito in qualunque processo aggregativo a sinistra. Sono paradigmatici due avvenimenti: il primo è l’esito della Conferenza d’Organizzazione di Carrara, e cioè l’investimento nell’unità delle forze della sinistra e, al contempo ed in funzione di essa, il rafforzamento dell’autonomia e dell’identità del Prc. Il secondo è il forum promosso da Liberazione con il segretario Franco Giordano nel quale alla richiesta di “maggiore coraggio” nel processo di semplificazione politico-organizzativa a sinistra formulata dal direttore del quotidiano, il segretario del partito ha risposto seccamente che la linea di Rifondazione Comunista è un’altra.
Una linea che - se confermata: stiamo parlando infatti di un processo ancora in divenire e denso di contraddizioni - investe sulla fortissima richiesta di unità che percorre il nostro popolo (che ci chiede concretamente di unire le forze per imprimere una svolta nell’operato del governo, per fermare le privatizzazioni, la controriforma delle pensioni, la guerra e una politica di subalternità all’Alleanza atlantica) e tenta di trovare risposte sul piano programmatico e dei contenuti. Si tratta di coordinarsi - come si è fatto giovedì scorso al teatro Capranica e, al pomeriggio, con la importante iniziativa di Roma pienamente riuscita della nostra area - a partire dalle tante battaglie concrete per la pace ed i diritti che in questi anni hanno visto il nostro partito a fianco dell’intero arco delle forze politiche e sociali della sinistra d’alternativa.
Hai citato Liberazione e il forum con il segretario. In quell’occasione Giordano ha mostrato di non avere apprezzato il “reportage” di Angela Nocioni su Cuba...
Il segretario non è l’unico a non avere apprezzato. All’articolo su Cuba, nemmeno velatamente infarcito di pregiudizi anti-cubani ed anti-comunisti, ha fatto seguito un secondo articolo di un altro giornalista di Liberazione, Massimo Cavallini, un terzo reportage di Angela Nocioni sul Venezuela e soprattutto una risposta sprezzante di Sansonetti ad un bellissimo articolo scritto da Samir Amin ed altri. Proprio perché ritengo che il diritto di cronaca e di informazione sia quanto di più sacrosanto e inviolabile esista, contesto il tono ed il merito di questi articoli. Che non fanno informazione ma disinformazione, che non danno conto di eventi e fatti di cronaca ma li stravolgono. E mi ferisce, irrita ed imbarazza che ciò avvenga sulle pagine del giornale del partito, evidentemente come conseguenza di una linea politica ed editoriale ben precisa, che fortunatamente non coincide - come ha avuto il coraggio di dire lo stesso responsabile Esteri del partito, Fabio Amato - con quella del Prc. Fortunatamente le tantissime lettere che sono state pubblicate in questi giorni confermano che i lettori del giornale, i simpatizzanti e militanti di Rifondazione Comunista amano Cuba e la difendono, anche dagli attacchi del quotidiano del partito. La vogliono anche criticare quando è necessario, ma rimanendo dalla stessa parte della barricata. Osservo che quanto successo pone un problema di fondo: la questione del rapporto tra il partito e il suo quotidiano, poiché la giusta e necessaria autonomia non si trasformi, come è avvenuto in questo caso, in assunzione di una linea totalmente contrastante con quella del Partito.
Parlando della sinistra d’alternativa, hai prima messo in evidenza come l’attuale maggioranza del partito stia abbandonando le velleità di superare il Prc. Però sabato e domenica si svolgerà a Roma l’ennesima iniziativa costituente della Sezione Italiana della Sinistra Europea, soggetto che Essere Comunisti ha sempre individuato come un fattuale pericolo per il mantenimento ed il rafforzamento del partito e, contestualmente, lo strumento attraverso cui si affermava l’idea di un raggruppamento di forze alternativo al nostro partito...
Questo è vero. Ti rispondo articolando le valutazioni. Da un lato per riaffermare che il progetto della Sinistra Europea continua a non convincerci per due ordini di motivi: in primo luogo per come si è costituito a livello europeo, dividendo anziché unire le forze che si collocano in Europa a sinistra delle socialdemocrazie. Siamo di fronte ad un sostanziale fallimento, basta pensare che in Francia, paese europeo nel quale il Partito comunista francese è stato uno dei più strenui sostenitori della Sinistra Europea, alle elezioni presidenziali la sinistra di alternativa si è presentata divisa, con sei candidature, raccogliendo consensi insignificanti! Ed in secondo luogo perché, in Italia, esso ha di fatto e per lungo tempo ristretto l’orizzonte della sinistra d’alternativa a pochi soggetti, tenendo fuori cioè tutte quelle soggettività politiche e di movimento (la vecchia sinistra Ds, per citarne soltanto una) non interessate al progetto stesso. Queste valutazioni (che sosteniamo sin dall’avvio del processo di costruzione della rete della Sinistra Europea) mantengono per certi versi ancora oggi la loro intrinseca validità. In altri termini: anche oggi in Italia la Sinistra Europea è inefficace sul piano dell’aggregazione della sinistra d’alternativa.
Tuttavia a ciò si aggiunge un fatto, che spiega come ciò che penso sulla sinistra d’alternativa non sia in contraddizione con la presa d’atto - che tu esplicitavi nella domanda - della persistenza del progetto della Sinistra Europea. Il fatto è che la Sinistra Europea di oggi, proprio a causa della indisponibilità di moltissimi soggetti potenzialmente interessati (dalla Sinistra democratica alla Fiom, dall’Arci ai Comunisti italiani e ai Verdi), non è più il soggetto che qualcuno pensava di fare due anni fa. Il contesto è completamente cambiato e le condizioni in cui prende il via oggi la Sinistra Europea hanno grandemente depotenziato le aspettative e la portata dell’impresa. Oggi quel progetto che si poteva ipotizzare portasse al superamento dell'autonomia di una forza politica comunista organizzata, si configura come un assemblaggio di sigle, per di più di non rilevantissimo impatto di massa, già tutte (e indipendentemente dalla Sinistra Europea) vicine se non addirittura organiche a Rifondazione Comunista. La montagna ha partorito il topolino. E oggi il topolino - ad essere chiari - non è in grado (e, per quanto attiene al grosso del partito e del suo gruppo dirigente nonchè a gran parte dei suoi promotori, non intende) di sciogliere Rifondazione Comunista.
Da quello che dici emerge una nuova sintonia - tanto nel giudizio sul governo quanto sulle prospettive del partito in rapporto alla sinistra d’alternativa - con la maggioranza del Partito. Si è aperta una fase nuova nella dialettica interna
Non è questa la situazione. Non sono certamente scomparse le differenze che si sono manifestate in questi anni sul piano politico, sul piano internazionale e sulla valutazione della nostra storia.
E' quindi importante che la nostra area continui a produrre una sua iniziativa e a portare un suo autonomo contributo. A questo devono servirci le nostre tavole rotonde sul territorio che vanno moltiplicate, la nostra nuova rivista, stiamo ristampando il primo numero poiché è andato esaurito in pochi giorni, il sito www.esserecomunisti.it, e la newsletter. Infine sarà di straordinaria importanza la nostra festa nazionale che faremo a Gubbio dal 29 agosto al 2 settembre, non solo perché vi parteciperanno ospiti importantissimi, a partire dai massimi dirigenti del nostro partito, ma perché vi terremo il nostro seminario nazionale per mettere a fuoco la nostra linea politica.
Detto questo possiamo dire che, a partire dalla linea politica, si sta verificando uno “scongelamento” delle posizioni interne di Rifondazione che fa bene al partito. Non c’è nessun tatticismo in questo. Stiamo verificando che le critiche che noi abbiamo avanzato in questi mesi alla maggioranza sui due versanti dell’atteggiamento nei confronti del governo e delle prospettive di medio-lungo periodo (con il rischio che noi abbiamo individuato di una progressiva diluizione dell’identità comunista) hanno colto nel segno e hanno indotto sin qui la maggioranza - non senza scossoni e forti contraddizioni interne - ad un ripensamento critico. Quando il segretario Giordano afferma che i nostri gruppi parlamentari saranno indisponibili a votare una controriforma delle pensioni simile a quella che si sta profilando nel dibattito politico in seno al governo, afferma una verità sacrosanta e fissa un punto di non ritorno pienamente condivisibile. Ma, sul piano generale, la Conferenza d’Organizzazione ha permesso che si iniziasse a creare su molte altre questioni un clima di confronto e di ascolto costruttivo. Permangono valutazioni differenti, ma il punto di rilievo è che si sta tentando di produrre una sintesi. Una sintesi che, su temi cruciali, ci pare vada in una direzione diversa da quella praticata negli anni passati che ha portato alla balcanizzazione del partito e all'allontanamento di molti compagni. E’ chiaro che non è ancora sufficiente, perché - come dicevo prima - il partito attraversa una fase molto difficile, dalla quale si esce soltanto accentuando gli elementi positivi che in questi mesi si sono prodotti nella linea politica: maggiore critica ed autonomia sul terreno del governo, impegno per la sinistra d’alternativa a partire dal rafforzamento della Rifondazione Comunista.
La nostra componente sta affrontando questa fase così delicata con un atteggiamento che le è sempre stato proprio: grande determinazione nella lotta politica, nel confronto delle idee, ma anche grande lealtà e senso di appartenenza nei confronti del partito. Ecco perché, contrariamente a quanto era avvenuto al Congresso di Venezia, noi abbiamo valutato molto positivamente la conferenza di Carrara, nella quale ci si è potuti confrontare non su documenti contrapposti, ma su documenti emendabili. Bisogna continuare su questa strada. Ne ha bisogno Rifondazione Comunista e il suo futuro.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=16346




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