----non si possono tagliare

Il ministro Bersani a margine del congresso della Confartigianato, dove è stato duramente contestato dagli artigiani, ha dichiarato in una intervista televisiva che le tasse non si possono ridurre perché il gigantesco debito che affligge l'Italia comporta un'enorme spesa per interessi.
L'affermazione del ministro si presta a qualche commento.
Anzitutto, il debito è enorme da molti anni.
Anche il governo Berlusconi ereditò una ingente spesa per interessi passivi dai precedenti governi di sinistra: nel 2001 essa ammontava a 78.764 milioni di euro, il 13,11% delle spese totali delle amministrazioni pubbliche.
Tuttavia, il governo della Casa delle libertà, lungi dal perseguire una politica di iperfiscalità, ridusse, anche se non di quanto molti di noi avrebbero voluto, le tasse. "Malgrado ciò", lasciammo, come ormai riconosciuto da tutti, i conti pubblici in ordine, la disoccupazione quasi dimezzata (il tasso scese dal 10,1% al 6,1%), l'occupazione cresciuta a livelli senza precedenti (per la prima volta nella storia d'Italia il numero degli occupati nel 2006 è arrivato a quasi 23 milioni) e l'economia in ripresa, dopo i cinque anni di ristagno che avevano colpito tutti i Paesi della zona dell'euro.
Non è, quindi, l'alta spesa per interessi la causa della gragnola di tasse che il governo Prodi ci ha scaricato addosso.
Gli interessi sul debito pubblico erano di gran lunga maggiori nel 2001 che non nel 2006, e questo sia in termini assoluti (78.764 milioni di euro invece che 67.552), sia in percentuale alle spese pubbliche totali (13,11% nel 2001, 9,06% nel 2006).
Come risulta evidente da queste cifre, non è la spesa per interessi quella che è cresciuta di più nell'ultimo quinquennio; infatti, la sua incidenza sulle spese totali è diminuita.
Il fatto è che, come il ministro Bersani dovrebbe sapere, il governo di cui fa parte non è soltanto il governo delle contraddizioni, delle proibizioni e delle tasse, è anche un governo scialacquatore.
Malgrado il blocco di tutti gli investimenti infrastrutturali, la chiusura dei cantieri, la totale mancanza di riforme e il taglio alle spese essenziali dello Stato (i vigili del fuoco per potere comprare la benzina sono stati invitati dal ministro degli Interni a non pagare gli affitti e le Forze Armate, specie l'Esercito, sono costrette a non reclutare), è riuscito a far superare alle spese pubbliche il 50% del prodotto interno lordo, un livello che non veniva raggiunto dal 1998.
In un solo anno, il governo Prodi è riuscito a far fare all'Italia un salto all'indietro di quasi dieci anni: siamo tornati ad essere un Paese tartassato, che non investe per il suo futuro, dove lo Stato latita persino laddove la sua presenza è essenziale, dove il governo invece di mettere mano alle grandi riforme necessarie al Paese interferisce nell'economia e dove manca del tutto una cultura dello sviluppo economico.
Una prova? Questo governo è composto da politici che erano al governo anche molti anni addietro quando in Italia vigevano le restrizioni valutarie. La tesi ispiratrice di quelle restrizioni era che chi porta capitali fuori dal Paese lo impoverisce, ne riduce la capacità produttiva, è un traditore della Patria.
Non so se ricordate gli anni bui in cui persino il semplice possesso di valuta straniera era un reato, l'uso all'estero della carta di credito era consentito solo a pochissimi autorizzati e la "fuga di capitali" denunziata con toni apocalittici.
Io non ho mai condiviso quel punto di vista, che ho sempre considerato liberticida e privo di senso. Tuttavia, non ho mai disconosciuto che l'uscita di capitali dall'Italia riduca le nostre possibilità di crescita, così come, d'altro canto, l'ingresso di capitali esteri in Italia accresce la nostra capacità produttiva e fa aumentare il nostro potenziale di sviluppo.
Il governo Prodi, invece, è ispirato dall'opposta, insensata convinzione: si danno a manifestazioni di esultanza quando un'impresa italiana ne acquista una all'estero e fanno di tutto per difendere l'«italianità» delle nostre imprese, impedendo agli stranieri di investire in Italia.
Tanto per dare un'idea, lo stock degli investimenti americani in Italia è di 30 miliardi di dollari, contro i 60 miliardi in Francia, per non parlare dei 450 in Inghilterra.
Ora, dovrebbe essere evidente anche a chi è digiuno di economia che, quando un'impresa italiana ne acquista una estera, porta capitali fuori dall'Italia, investendoli all'estero, e riduce la nostra capacità di produzione e di crescita. Quando, invece, gli stranieri acquistano un'impresa italiana, portano capitali in Italia, investono nel nostro Paese, e fanno aumentare la nostra capacità di produrre e di crescere.
Mi sembra ovvio che questo governo sia, consapevolmente o meno, contrario allo sviluppo dell'economia italiana.
La cosa è ampiamente confermata dal blocco degli investimenti in infrastrutture, essenziali per la crescita economica, dall'aumento dissennato ed iniquo delle tasse, che penalizza il lavoro, il risparmio e l'investimento, e dall'esplosione delle spese pubbliche improduttive a scapito di quelle essenziali.
Se il ministro Bersani pensa che, per rimediare a tutto ciò, basti consentire l'acquisto dell'aspirina al supermercato o la possibilità di tagliarsi i capelli il lunedì, non farebbe male a rivolgersi ad un alienista.

Antonio Martino su libero di oggi

saluti