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  1. #21
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    --in italia c'è la convinzione,dura a morire, che un uomo possa cambiare i "comportamenti" del popolo ,magistrati.politici e forza pubblica compresi.I comportamenti.da cui si genera il clima sociale è,com' è noto agli studiosi di sociologia,dipendente ,nell'ordine,dai valori(costumi,usi,credenze,religioni),dalle competenze(cosa si è capaci di fare a seguito di istruzione nelle scuole e nelle professioni).
    Quanto sopra fa capire chiaramente che in Italia non si possono mettere d'accordo coloro che non hanno nulla in comune.Bisogna rassegnarsi ed aggiustarsi.

  2. #22
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    sono gli stessi sondaggisti che avevano vaticinato la vittoria di Segolene Royal in francia contro Sarkosy.
    Poi GLI ELETTORI HANNO COMINCIATO A SCAVARE SOTTO LE APPARENZE e la Royal è tornata al suo paesiello a fare la calza.

  3. #23
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    Il Professore si sente un capro espiatorio
    Più che l’alone di successo di Veltroni pesa la stanchezza dell’Unione verso Prodi
    Il dubbio è fastidioso ma inevitabile. Porta a chiedersi se il pellegrinaggio del centrosinistra da Walter Veltroni sia figlio solo della stima per lui, o anche della stanchezza nei confronti di Romano Prodi. In attesa che il sindaco di Roma formalizzi la candidatura a segretario del Pd, non si può non notare che l’Unione sembra avere già archiviato mentalmente il Professore. Alleati che un anno fa avevano affidato al premier il compito di sconfiggere il berlusconismo, oggi mostrano una gran fretta di voltare pagina.
    Non possono provocare la caduta del governo. In compenso, la designazione di Veltroni non esclude una crisi in tempi brevi. Anzi, la tesi di qualcuno è che la implica, e che saremmo già entrati nel dopo-Prodi. La maggioranza tende a consegnare il suo Esecutivo ad un presente già passato; e a scaricare su palazzo Chigi l’insuccesso di un anno carico di frustrazioni e di tensioni, per l’Unione. Più che l’alone di popolarità e di attesa intorno a Veltroni, pesa l’aura di sconfitta cucita addosso al Professore.
    È come se il tanto decantato «fattore c» gli si fosse ritorto contro: una fortuna alla rovescia, usata per dare le colpe di un’intera maggioranza al presidente del Consiglio. E c’è da giurare che per Prodi sia questo l’elemento di maggiore amarezza. La sua prospettiva è di uscire con l’immagine a brandelli; sostituito dal suo vice del 1996; e con un Pd nel quale le primarie potrebbero risultare inutili, e le candidature alternative a Veltroni più o meno coreografiche. L’ansia con la quale Massimo D’Alema e Piero Fassino appoggiano il sindaco capitolino è indicativa: si tratta di dirigenti che fino a qualche settimana fa temevano l’epifania veltroniana. Il prodiano Franco Monaco ritiene «un cattivo servizio al Pd e a Veltroni quello di chi si precipita a dargli sostegno a prescindere...».
    Il fatto che la scelta sarà annunciata mercoledì a Torino, però, è già un indizio. Optando per la città della Fiat e per il nord, il leader in pectore del centrosinistra compie il primo passo nel tentativo disperato di risalire la corrente elettorale sopra il Po. Ma prevedere che a quel punto si tratterà di una marcia trionfale verso l’investitura di ottobre è almeno prematuro. Il tentativo di Veltroni di rassicurare Prodi col colloquio di mercoledì scorso sembra riuscito a metà; sebbene il capo del governo sia irritato più che con il sindaco capitolino, per l’accelerazione decisa dai suoi ministri e alleati.
    Da palazzo Chigi si avverte che il premier non è disposto a fare il capro espiatorio di ds e Margherita. L’idea del «regicidio», seppure al rallentatore, viene respinta come un’eventualità da contrastare con le unghie. Ma i sondaggi, impietosi col governo, anticipano che Veltroni leader significherebbe 4 punti percentuali in più per il centrosinistra. Silvio Berlusconi gongola: a sentir lui, l’Unione si sta rassegnando alle elezioni nel 2008. Ma c’è nel mezzo l’esigenza di una riforma elettorale; e la volontà del Quirinale di non sancire, con la fine prematura della legislatura, il collasso del sistema.
    Massimo Franco



    22 giugno 2007

  4. #24
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    Giro di Walter

    Scritto da Davide Giacalone

    Una sinistra che creda di salvarsi con un giro di Walter avrebbe perso il senso della realtà. Il collasso politico ha origini serie, non occultabili con la cipria, e quelle che seguono sono le ragioni per cui Veltroni può essere capace di allungare l’agonia, non di avviare una ripartenza. Intato perché, nei sistemi maggioritari, il leader del partito è anche il capo del governo, e non è lecito usare controfigure o dar per finito chi si è appena eletto. Ciò significa che o Prodi è (come fino a qualche settimana fa sostenevano tutti) il capo del partito democratico, o è in procinto ad essere cacciato via, per la seconda volta.


    Ed a proposito di seconde volte, facciamola finita con questa burletta delle primarie. O sono una roba seria, regolamentata e controllata, o diventano parate propagandistiche. E’ già successo che si sia votato per stabilire chi candidare, avendo già deciso che si sarebbe scelto Prodi. Che adesso chiamino al voto per stabilire che il capo è Veltroni, avendolo già scelto, è ridicolo. I partiti sono essenziali, in democrazia, ma è escluso che la loro vita interna preceda la nascita, ed è escluso che contino gli iscritti se sono in due o tre a decidere gli eletti.

    Veltroni è già servito, nel 1998, per coprire il prodicidio e lasciare D’Alema a Palazzo Chigi. Oggi servirebbe ad un riprodicidio, coprendo un D’Alema che s’è mozzato le mani con la lama giustizialista che sgozzò gli avversari. Dato che Prodi non trova la cosa divertente c’è da supporre che opponga resistenza, il che significa, in assenza di maggioranza alternativa, che la legislatura volge all’inoperatività. Nel 2001 Veltroni si sottrasse alla sconfitta elettorale autoconfinandosi in Campidoglio, ed il precedente dovrebbe far riflettere. Mettiamo che il suo fascino, studiato ed artefatto, stordisca gli italiani e gli arrida la vittoria, fidando che in sei mesi sia la destra a farsi del male. Che cambia? Nulla, perché la sua maggioranza sarebbe comunque multicolore ed incapace di governo, Prodi ed i suoi avrebbero da consumare qualche vendetta, D’Alema tornerebbe a veleggiare, affidando le ricche cime Al Consorte.

    Lo squagliamento politico ha a che vedere con la struttura istituzionale, con la subordinazione ad estremismi ed egoismi. Serve riformare le regole, non metterci una pezza.

    Davide Giacalone

    www.davidegiacalone.it

  5. #25
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    "Mastella stima Veltroni ma non aderira' al Pd: 'e' un'idea che non condivido' -dice- e 'non faccio il tifo per nessuno"

    Ansa

  6. #26
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    Citazione Originariamente Scritto da Libero Visualizza Messaggio
    veltroni è un ottimo candidato ...anche alla presidenza del consiglio
    il meglio che la sinistra ha in questo momento

    ma candidarlo ora significa bruciarlo
    grave errore della sinistra
    fra uno o due anni quando si voterà, veltroni sarà come rutelli
    cioè non conterà più nulla
    Concordo...tutte queste grandi manovre stanno solo indebolendo Prodi che oramai,poveretto,viene filato si e no dal Tg1 di Riotta dimostrando,se ce n'era bisogno,che era la stessa operazione di facciata del '96.
    (alla faccia di tutte le sciocchezze lette sul POL in questi anni)
    Veltroni si è salvato solo perchè si è defilato inventandosi Sindaco di Veltronia,la capitale virtuale della Sinistra buonista e di salotto.
    Adesso scende in campo nel mondo reale e sarà costretto a misurarsi con i nemici esterni e,soprattutto,interni...non creda la Sinistra di aver trovato il Principe Azzurro degli Spot elettorali.

    p.s. adesso finalmente si potrà dire e dimostrare che Roma è la Capitale europea peggio amministrata.

  7. #27
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    Berlusconi: Veltroni come Prodi
    Anche lui sara' vittima e ostaggio della sinistra estrema
    (ANSA) - ROMA, 22 GIU - Per Berlusconi Veltroni 'fara' la fine di Prodi': 'come lui - ha detto - sara' vittima e ostaggio della sinistra estrema'. 'Per noi e' identico - ha commentato questo pomeriggio il leader della Cdl - perche' al governo del povero Prodi succedera' il povero Veltroni, che fara' la fine di Prodi. Come lui sara' vittima e ostaggio della sinistra estrema'.

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Roma. L’ascesa di Walter Veltroni a Palazzo Chigi, fisicamente, si è consumata già ieri. Per una curiosa coincidenza, infatti, nelle stesse ore in cui i leader della Casa delle libertà salivano al Quirinale, il sindaco di Roma saliva nell’ufficio di Romano Prodi.
    Una visita che non poteva passare inosservata, dopo che Dario Franceschini la sera prima, Massimo D’Alema poche ore dopo (o poche ore prima, volendo, visto che si trattava di una puntata registrata di Ballarò) e da ultimo Piero Fassino, in tarda mattinata, lo avevano tutti più o meno esplicitamente invitato a candidarsi, promettendogli pieno sostegno nella corsa alla segreteria del Pd.
    E così il papa del Campidoglio, dopo il breve colloquio con Prodi e un’apparizione alla presentazione di un libro – dove, a domanda dei giornalisti sulla sua candidatura, ha replicato che non bisognerà “aspettare a lungo” - se ne è andato nella sede dei Ds a parlare con Fassino e D’Alema, ultima tappa del suo personale giro di consultazioni.
    Tra un incontro e l’altro, nel corso della giornata, fioccano dalle agenzie gli inviti a rompere gli indugi.
    E fioccano le dichiarazioni di D’Alema su Veltroni “punto di riferimento forte” e leader “capace di rilanciare un rapporto con l’opinione pubblica”, ma certo chiamato a una scelta “delicata e complessa, che richiede anche delle consultazioni”.
    Detto questo, però, il vicepremier aggiunge: “Non credo che Veltroni lascerà passare troppo tempo”.
    Se poi la sua scelta si rivelasse un diniego, allora per D’Alema “lo scenario sarà più aperto, con più alternative, e si sceglierà in modo democratico”, perché l’importante è che “il processo nasca nel segno della trasparenza e non nel chiuso di una stanza”. Parole che sembrano confermare le ipotesi circolate dopo la prima serie di incontri, giusto due giorni fa, tra D’Alema, Fassino e Veltroni: il sindaco candidato segretario – senza competitori, s’intende, perché lo stesso Francesco Rutelli a candidarsi contro di lui non ci pensa neanche – Franceschini vicesegretario e Fassino vicepremier unico al posto di D’Alema e Rutelli, che resterebbero semplici ministri.
    Uno schema in cui a D’Alema rimarrebbe il ruolo di king maker, confermato forse dall’insolita spontaneità con cui il ministro, a Ballarò, aveva “rivelato” di avere preso un caffè con Veltroni quella stessa mattina. E dalla sua risposta alla domanda, rivoltagli ieri da alcuni cronisti, sull’eventualità che la nascita del Pd porti a un rimpasto:
    “E’ una prerogativa di Prodi”.

    L’ultima provvidenziale sconfitta
    Questa, dunque, la conclusione della partita cominciata dopo l’ultima riunione del comitato dei 45.
    Proprio là dove Veltroni aveva subito la sua ultima e forse provvidenziale sconfitta.
    La Margherita, infatti, considerandolo l’unico candidato diessino accettabile, al comitato promotore del Pd si era presentata con una proposta in due punti: formale indicazione di Veltroni come futuro candidato premier e nomina di Franceschini per il più attuale ruolo di segretario.
    Uno schema analogo a quello sostenuto da Goffredo Bettini, fermamente contrario all’elezione diretta del segretario.
    “Sarebbe una corrida tra leader del passato”, aveva ripetuto più volte il senatore diessino, convinto della necessità di “nominare” un segretario del Pd e di indicare subito dopo, sempre attraverso l’assemblea costituente, il futuro candidato premier – evidentemente nella persona di qualcun altro.
    Ma l’opposizione di prodiani e diessini, e dello stesso Prodi, aveva portato il comitato alla scelta dell’elezione diretta del segretario. Da questo scacco è maturata quindi nel sindaco la decisione di contrattaccare.
    Cosa che ha fatto, ancora una volta, d’intesa con la Margherita. Infatti, come ha notato alla riunione di una breve e mestissima segreteria dei Ds, ieri pomeriggio, il fassiniano Maurizio Migliavacca:
    “La Margherita aveva una strategia ed è stata unita”.
    Altri, evidentemente, non avevano una strategia – magari perché ne avevano quattro o cinque – e comunque non sono stati uniti. Dunque non è vero che le invocazioni alla discesa in campo del sindaco di Roma fossero solo un tentativo di metterlo in difficoltà.
    Al contrario, stando alle ricostruzioni più attendibili, sarebbe stato proprio Veltroni a sollecitarle, passando le ore successive a sgranare il rosario delle agenzie, verificando con attenzione numero e consistenza dei suoi sostenitori.
    E così si spiegherebbe anche il suo imperscrutabile silenzio, non interrotto nemmeno dopo la dichiarazione di sostegno pronunciata dal segretario del suo partito.
    E chissà che nella decisione di recarsi subito a Palazzo Chigi non abbia pesato anche il corrispondente, e assai meno enigmatico, silenzio prodiano.
    All’ora in cui questo giornale va in stampa, comunque, non uno degli uomini vicini al presidente del Consiglio si era unito alle lodi di Fassino e D’Alema.

    Il Foglio

    saluti
    --------------------

    Il “sindaco” alla prova della politica

    Roma. Va bene che un’emozione non s’interrompe, che Giovannona Coscialunga ha fatto molto per il costume nazionale e che, personalmente, lui non è mai stato comunista.
    Ma ecco, ora c’è da immaginare Walter Veltroni alle prese con le dure faccende partitiche prima, e governative, se la sorte assiste, dopo. Oddio, vero che nella sua recente lezione su “Che cos’è la politica”, cita una frase di Eduardo Galeano sull’utopia che sta all’orizzonte, che “per molto che io cammini, mai la raggiungerò”, e dunque si chiede:
    “A che serve l’Utopia? A questo serve: a camminare” – e che il camminare tanto per camminare come niente diventa vagabondaggio: mica molto costruttivo in politica.
    E dunque Walter, dai lunghi orizzonti – persino africani, se ora la più prosaica politica italiana non lo costringerà a rinviare l’annunciato approdo nel continente – come potrà mai essere alle prese con la quotidiana pratica governativa?
    Molti suoi amici alzano le spalle, sorpresi dalla stessa domanda.
    Carlo Leoni, vicepresidente della Camera, diessino romano che ha seguito Mussi nella Sinistra democratica, è uno di questi: “Ma perché, un sindaco che fa? Veltroni passa le giornate a stringere i bulloni. Quando uno demolisce case abusive o campi rom, sceglie. E lui sceglie cento volte al giorno”.
    Perciò chi lo conosce da tempo, come un altro ex diessino, Peppino Caldarola, per quattro anni suo vice all’Unità, spiega che “Walter ha un tratto simile al suo avversario Berlusconi: non è piacionismo, è la genuina sorpresa di scoprire di non piacere a qualcuno. Lui, al contrario di quello che si crede, ha una visione del mondo più compassionevole che solidaristica”.
    E quindi, decide? Caldarola fa due esempi. Uno, piuttosto attuale, viste le cose che ieri ha detto Prodi a Montecitorio: esattamente il racconto di una cena, di molti anni fa, appunto con Caldarola, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh e Veltroni stesso, il quale sostenne con forza, presso l’ospite americano, la candidatura di Gianni De Gennaro a capo della polizia. Fino a quando Freeh chiamò, nel corso di quella stessa cena, l’ambasciatore americano a Roma per chiedergli di intervenire presso Silvio Berlusconi:
    “Noi garantiamo per De Gennaro”.
    Invece, c’è un esempio che risale al tempo del lavoro comune all’Unità.
    Veltroni schierò con forza il giornale per la guerra in Kosovo, Caldarola era assolutamente contrario, tanto da lasciare il partito.
    “La sosteneva come guerra etica, usando un linguaggio simile a quello di Blair. Quando ci siamo rivisti, qualche tempo dopo, lui si avvicinò così: beh, in fondo che diavolo ti ho fatto? Solo una guerra…”.
    “Sa essere pratico e sa cos’è il potere”
    Anche Piero Sansonetti, che oggi dirige Liberazione ha lavorato all’Unità con Veltroni. Ma al contrario di Caldarola, non ha molta fiducia sulle capacità di lavoro pratico del suo ex direttore.
    “Per esempio, pensioni o scalone o salari, beh, non è roba per lui.… Si affida sempre ai suoi consiglieri, di politica non ne sa nulla”.
    Nulla è un po’ esagerato… Sansonetti ride e ripete:
    “Veltroni è un grande leader politico, ma non è che sappia nulla di politica”.
    O forse no, se nella libreria davanti Montecitorio, mentre sceglie coltissimi libri sulla civiltà bizantina, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, mormora: “Veltroni? E’ il più furbo di tutti”.
    Ma pochi minuti dopo, in Transatlantico, ecco Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel pugno, che in giro confida:
    “Con Veltroni la frittata sarebbe fatta”.
    Però il rutelliano Roberto Giachetti, che da settimane va in giro per le piazze italiane – con un furgoncino, benedetto alla partenza dallo stesso sindaco, insiema con una decina di giovanotti volontari – a predicare il verbo democratico assicura: “Sono un suo grande sponsor e non da oggi. Se vai in giro un solo nome senti chiederti dalla gente: il suo. Allora sarebbe da dementi non farlo scendere in campo”.
    Il rapporto con le cose pratiche della politica?
    “Ognuno sceglie il suo metodo. Ma che Veltroni non sia pratico…”.
    Appunto: una favola, secondo molti, quel presunto distratto vagare tra nuvole e musiche.
    Dirigente del Pci (“ma non ero comunista”), direttore dell’Unità, vicepremier, ministro, sindaco. Una sola esperienza brucia sul suo curriculum come una sconfitta: quella di segretario dei Ds.
    Non fu un’esperienza esaltante, lo stesso Veltroni non ne parla volentieri. E allora è il caso di metterlo a fare il segretario del Pd?
    “Lui vuole stare sempre un po’ al di là del suo partito – dice Caldarola – Due mestieri Veltroni non può fare: il sindacalista e il segretario di un partito con una base culturale definita. Ma uno come il Pd, tutto da inventare, per lui sarebbe l’ideale… L’unico problema è che forse arriva troppo tardi. A Walter molte cose si possono rimproverare, a partire da un eccesso di panna montata, ma che stia su una sedia senza esercitare pratica e potere, questa è solo illusione”.

    Da il Foglio

    saluti

  9. #29
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    Il “sindaco” alla prova della politica

    Roma. Va bene che un’emozione non s’interrompe, che Giovannona Coscialunga ha fatto molto per il costume nazionale e che, personalmente, lui non è mai stato comunista.
    Ma ecco, ora c’è da immaginare Walter Veltroni alle prese con le dure faccende partitiche prima, e governative, se la sorte assiste, dopo. Oddio, vero che nella sua recente lezione su “Che cos’è la politica”, cita una frase di Eduardo Galeano sull’utopia che sta all’orizzonte, che “per molto che io cammini, mai la raggiungerò”, e dunque si chiede:
    “A che serve l’Utopia? A questo serve: a camminare” – e che il camminare tanto per camminare come niente diventa vagabondaggio: mica molto costruttivo in politica.
    E dunque Walter, dai lunghi orizzonti – persino africani, se ora la più prosaica politica italiana non lo costringerà a rinviare l’annunciato approdo nel continente – come potrà mai essere alle prese con la quotidiana pratica governativa?
    Molti suoi amici alzano le spalle, sorpresi dalla stessa domanda.
    Carlo Leoni, vicepresidente della Camera, diessino romano che ha seguito Mussi nella Sinistra democratica, è uno di questi: “Ma perché, un sindaco che fa? Veltroni passa le giornate a stringere i bulloni. Quando uno demolisce case abusive o campi rom, sceglie. E lui sceglie cento volte al giorno”.
    Perciò chi lo conosce da tempo, come un altro ex diessino, Peppino Caldarola, per quattro anni suo vice all’Unità, spiega che “Walter ha un tratto simile al suo avversario Berlusconi: non è piacionismo, è la genuina sorpresa di scoprire di non piacere a qualcuno. Lui, al contrario di quello che si crede, ha una visione del mondo più compassionevole che solidaristica”.
    E quindi, decide? Caldarola fa due esempi. Uno, piuttosto attuale, viste le cose che ieri ha detto Prodi a Montecitorio: esattamente il racconto di una cena, di molti anni fa, appunto con Caldarola, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh e Veltroni stesso, il quale sostenne con forza, presso l’ospite americano, la candidatura di Gianni De Gennaro a capo della polizia. Fino a quando Freeh chiamò, nel corso di quella stessa cena, l’ambasciatore americano a Roma per chiedergli di intervenire presso Silvio Berlusconi:
    “Noi garantiamo per De Gennaro”.
    Invece, c’è un esempio che risale al tempo del lavoro comune all’Unità.
    Veltroni schierò con forza il giornale per la guerra in Kosovo, Caldarola era assolutamente contrario, tanto da lasciare il partito.
    “La sosteneva come guerra etica, usando un linguaggio simile a quello di Blair. Quando ci siamo rivisti, qualche tempo dopo, lui si avvicinò così: beh, in fondo che diavolo ti ho fatto? Solo una guerra…”.
    “Sa essere pratico e sa cos’è il potere”
    Anche Piero Sansonetti, che oggi dirige Liberazione ha lavorato all’Unità con Veltroni. Ma al contrario di Caldarola, non ha molta fiducia sulle capacità di lavoro pratico del suo ex direttore.
    “Per esempio, pensioni o scalone o salari, beh, non è roba per lui.… Si affida sempre ai suoi consiglieri, di politica non ne sa nulla”.
    Nulla è un po’ esagerato… Sansonetti ride e ripete:
    “Veltroni è un grande leader politico, ma non è che sappia nulla di politica”.
    O forse no, se nella libreria davanti Montecitorio, mentre sceglie coltissimi libri sulla civiltà bizantina, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, mormora: “Veltroni? E’ il più furbo di tutti”.
    Ma pochi minuti dopo, in Transatlantico, ecco Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel pugno, che in giro confida:
    “Con Veltroni la frittata sarebbe fatta”.
    Però il rutelliano Roberto Giachetti, che da settimane va in giro per le piazze italiane – con un furgoncino, benedetto alla partenza dallo stesso sindaco, insiema con una decina di giovanotti volontari – a predicare il verbo democratico assicura: “Sono un suo grande sponsor e non da oggi. Se vai in giro un solo nome senti chiederti dalla gente: il suo. Allora sarebbe da dementi non farlo scendere in campo”.
    Il rapporto con le cose pratiche della politica?
    “Ognuno sceglie il suo metodo. Ma che Veltroni non sia pratico…”.
    Appunto: una favola, secondo molti, quel presunto distratto vagare tra nuvole e musiche.
    Dirigente del Pci (“ma non ero comunista”), direttore dell’Unità, vicepremier, ministro, sindaco. Una sola esperienza brucia sul suo curriculum come una sconfitta: quella di segretario dei Ds.
    Non fu un’esperienza esaltante, lo stesso Veltroni non ne parla volentieri. E allora è il caso di metterlo a fare il segretario del Pd?
    “Lui vuole stare sempre un po’ al di là del suo partito – dice Caldarola – Due mestieri Veltroni non può fare: il sindacalista e il segretario di un partito con una base culturale definita. Ma uno come il Pd, tutto da inventare, per lui sarebbe l’ideale… L’unico problema è che forse arriva troppo tardi. A Walter molte cose si possono rimproverare, a partire da un eccesso di panna montata, ma che stia su una sedia senza esercitare pratica e potere, questa è solo illusione”.

    Da il Foglio

    saluti
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    La Cdl legge l’inizio di Veltroni….

    …come la fine di Prodi

    Roma. Silvio Berlusconi dice che “nella probabile indicazione di Walter Veltroni alla guida del Partito democratico c’è la consapevolezza che la situazione attuale danneggia la maggioranza”.
    E nel centrodestra s’immagina che intorno a Veltroni possa stringersi una trappola o un’aspettativa più forte delle sue possibilità.
    Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, ha un consiglio per il sindaco di Roma: “Walter, rinuncia. Non accettare di fare il segretario del Pd, verresti travolto con il governo”.
    Detto questo, “chapeau, perché dimostrerebbe molto coraggio”,
    Veltroni, se alla fine accoglierà le offerte degli alleati e vincerà la gara (scontata?) per la leadership. Prosegue Bondi:
    “Da anni sostengo che Veltroni è l’unico candidato per un Pd che non voglia morire prima di nascere. E che il progetto dei democratici, data la quasi totale mancanza d’identità politica, è un vestito cucito sulle sue misure”.
    Per Bondi, Berlusconi non ha motivo di preoccuparsi della novità che può prodursi nel centrosinistra:
    “Si ritroverebbe a competere con il tipo di uomo-immagine evanescente che la sinistra ha cercato d’identificare in Berlusconi,
    il quale invece ha avuto un progetto di modernizzazione tremendamente serio”.
    Il finiano Maurizio Gasparri è della stessa idea ed evoca la categoria della “predestinazione”:
    “Veltroni sarebbe un perfetto dvd alla guida di un progetto fallito”.
    Quanto alle conseguenze sull’opposizione,
    “è sbagliato seguire meccanicamente le mosse degli avversari. Può darsi che un giorno lo sfidante di Veltroni sarà Gianfranco Fini, ma nulla nel centrodestra può prescindere da Berlusconi, il solo che abbia un contatto reale con il sentimento profondo del paese”.
    Resta la prospettiva di un centrosinistra più unitario di ieri.
    “Ecco perché, se oggi esistesse già un partito unico dei moderati, non avremmo problemi a opporre la nostra osmosi alla cosmesi veltroniana”.
    Sarà il Cav. – pensa Gasparri – “come alfiere o come king maker, a dettare le condizioni del rinnovamento e del ricambio nell’opposizione”.
    Alessandro Campi, direttore scientifico della fondazione finiana Farefuturo, è invece certo che
    “ci saranno ripercussioni nel centrodestra. La soluzione Veltroni esprime una crisi profonda del prodismo, ma potrà rappresentare una grande innovazione oltre i confini naturali della sinistra”. Bisogna attrezzarsi alla novità.
    “Difficile rimanere indifferenti, non vedo un candidato dell’opposizione capace di reggere lo scontro. Berlusconi ha la forza dei numeri e della popolarità, ma non quella dell’anagrafe”.
    Gianfranco Fini da mesi cerca di stabilire un rapporto con Veltroni, per esempio sul referendum per il bipartitismo.
    “La simmetria c’è, i due discendono dalla fine delle tradizioni totalitarie fascista e comunista. Tuttavia – obietta Campi – messi l’uno di fronte all’altro, Fini sembrerebbe un Prodi di destra paludato e istituzionale, e Veltroni un politico più immaginifico”.
    Campi sospetta che “anche Berlusconi non ce la farebbe, ma in ogni caso resta il dominus assoluto della coalizione e dovrà indicare lui un cammino oppure chiudere con un big bang cinematografico”.
    Esiste anche l’outsider Michela Vittoria Brambilla? “Non credo, ma lei è decisiva per recuperare il 2/3 per cento degli scontenti generici che, soprattutto nel nord, trovano invecchiato il linguaggio della Lega e di Forza Italia”.
    Ci scappa sempre fuori MVB
    Anche il leghista Roberto Maroni, capogruppo alla Camera, parla di MVB e lo fa con una simpatia guardinga.
    “Ho collaborato con lei e con i giovani di Confcommercio. E’ una che si dà da fare, è brava e sarà giusto premiarla anche se cerca d’interferire con i suoi circoli nelle sedi del popolo leghista. Ma in ogni caso – continua Maroni – se la domanda è: ‘Sarà lei o saranno Fini e Casini i prossimi rivali veltroniani?’, io rispondo che la questione si pone dal 2050 in poi. Prima di quella data c’è solo Berlusconi, dopo di lui, la Lega sosterrà chiunque vorrà concedere al nostro partito regionalista le cose per le quali si è impegnato l’ex premier”.
    Quanto all’incognita veltroniana, Maroni assicura “solidarietà umana e generazionale, perché siamo della stessa classe d’età, il 1955”. Ma “sotto il profilo politico la sua eventuale leadership chiuderebbe ogni possibilità di dialogo fra i leghisti e il Pd”. Motivo: “Veltroni raffigura una romanità antipadana. Fu lui, nel 1999, a porre un veto nei Ds sull’accordo elettorale con noi in Lombardia per le regionali del 2000. A quel punto Bossi riprese a parlare con Berlusconi”.
    Infine c’è l’Udc di Casini, assente ieri alla visita quirinalizia degli ex alleati e attentissimo ai movimenti veltroniani.
    Due anni fa Casini e Veltroni si scambiavano biglietti di solidarietà durante un convegno in Campidoglio.
    Ieri il capo dell’Udc ha detto ai propri parlamentari:
    “Con Veltroni si consuma la fine di Prodi e si dispiega una trappola per Veltroni stesso. La posizione del sindaco è rinforzata dall’insistenza demagogica di Berlusconi, ma fra i due non sarà certo Veltroni il nostro alleato”.

    saluti

  10. #30
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    Predefinito Il Prodi contrario

    Roma. “Nessuna consacrazione” da Romano Prodi alla candidatura di Walter Veltroni per la segreteria del Pd.
    Nel colloquio di ieri a Palazzo Chigi, il premier avrebbe fatto presente che si è creata
    “un’accelerazione inattesa e non gradita. Mi sembrava che si stesse lavorando a un altro scenario e questo scenario non prevedeva che, da un giorno all’altro, uscissero fuori un nome e un cognome unitario per la segreteria del Partito democratico”.
    Il presidente del Consiglio crede che la manovra sia stata concepita al di fuori delle segreterie dei partiti principali dell’Ulivo.
    Cioè sopra la testa di Piero Fassino e Francesco Rutelli.
    Cioè da Massimo D’Alema e Franco Marini.
    “Adesso – avrebbe detto Prodi al sindaco di Roma – è sopraggiunta una circostanza che non collima con l’agenda stabilita in passato e con la macchina politica che si era attivata per onorare gli impegni. Si dovrà trovare un modo per gestire la situazione”.
    Nessun veto su Veltroni, ma Prodi si oppone all’ipotesi di un rimpasto di governo che porterebbe, in autunno, Fassino alla vicepresidenza del Consiglio o al ministero dello Sviluppo (al posto di Pierluigi Bersani, se il titolare decidesse di correre accanto a Veltroni).
    Esclusa da fonti di Palazzo Chigi anche la possibilità che il premier possa partecipare a una qualsiasi forma di “solenne” incoronazione veltroniana.

    saluti

 

 
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