
Originariamente Scritto da
mustang
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Il “sindaco” alla prova della politica
Roma. Va bene che un’emozione non s’interrompe, che Giovannona Coscialunga ha fatto molto per il costume nazionale e che, personalmente, lui non è mai stato comunista.
Ma ecco, ora c’è da immaginare Walter Veltroni alle prese con le dure faccende partitiche prima, e governative, se la sorte assiste, dopo. Oddio, vero che nella sua recente lezione su “Che cos’è la politica”, cita una frase di Eduardo Galeano sull’utopia che sta all’orizzonte, che “per molto che io cammini, mai la raggiungerò”, e dunque si chiede:
“A che serve l’Utopia? A questo serve: a camminare” – e che il camminare tanto per camminare come niente diventa vagabondaggio: mica molto costruttivo in politica.
E dunque Walter, dai lunghi orizzonti – persino africani, se ora la più prosaica politica italiana non lo costringerà a rinviare l’annunciato approdo nel continente – come potrà mai essere alle prese con la quotidiana pratica governativa?
Molti suoi amici alzano le spalle, sorpresi dalla stessa domanda.
Carlo Leoni, vicepresidente della Camera, diessino romano che ha seguito Mussi nella Sinistra democratica, è uno di questi: “Ma perché, un sindaco che fa? Veltroni passa le giornate a stringere i bulloni. Quando uno demolisce case abusive o campi rom, sceglie. E lui sceglie cento volte al giorno”.
Perciò chi lo conosce da tempo, come un altro ex diessino, Peppino Caldarola, per quattro anni suo vice all’Unità, spiega che “Walter ha un tratto simile al suo avversario Berlusconi: non è piacionismo, è la genuina sorpresa di scoprire di non piacere a qualcuno. Lui, al contrario di quello che si crede, ha una visione del mondo più compassionevole che solidaristica”.
E quindi, decide? Caldarola fa due esempi. Uno, piuttosto attuale, viste le cose che ieri ha detto Prodi a Montecitorio: esattamente il racconto di una cena, di molti anni fa, appunto con Caldarola, l’allora capo dell’Fbi, Louis Freeh e Veltroni stesso, il quale sostenne con forza, presso l’ospite americano, la candidatura di Gianni De Gennaro a capo della polizia. Fino a quando Freeh chiamò, nel corso di quella stessa cena, l’ambasciatore americano a Roma per chiedergli di intervenire presso Silvio Berlusconi:
“Noi garantiamo per De Gennaro”.
Invece, c’è un esempio che risale al tempo del lavoro comune all’Unità.
Veltroni schierò con forza il giornale per la guerra in Kosovo, Caldarola era assolutamente contrario, tanto da lasciare il partito.
“La sosteneva come guerra etica, usando un linguaggio simile a quello di Blair. Quando ci siamo rivisti, qualche tempo dopo, lui si avvicinò così: beh, in fondo che diavolo ti ho fatto? Solo una guerra…”.
“Sa essere pratico e sa cos’è il potere”
Anche Piero Sansonetti, che oggi dirige Liberazione ha lavorato all’Unità con Veltroni. Ma al contrario di Caldarola, non ha molta fiducia sulle capacità di lavoro pratico del suo ex direttore.
“Per esempio, pensioni o scalone o salari, beh, non è roba per lui.… Si affida sempre ai suoi consiglieri, di politica non ne sa nulla”.
Nulla è un po’ esagerato… Sansonetti ride e ripete:
“Veltroni è un grande leader politico, ma non è che sappia nulla di politica”.
O forse no, se nella libreria davanti Montecitorio, mentre sceglie coltissimi libri sulla civiltà bizantina, il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, mormora: “Veltroni? E’ il più furbo di tutti”.
Ma pochi minuti dopo, in Transatlantico, ecco Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel pugno, che in giro confida:
“Con Veltroni la frittata sarebbe fatta”.
Però il rutelliano Roberto Giachetti, che da settimane va in giro per le piazze italiane – con un furgoncino, benedetto alla partenza dallo stesso sindaco, insiema con una decina di giovanotti volontari – a predicare il verbo democratico assicura: “Sono un suo grande sponsor e non da oggi. Se vai in giro un solo nome senti chiederti dalla gente: il suo. Allora sarebbe da dementi non farlo scendere in campo”.
Il rapporto con le cose pratiche della politica?
“Ognuno sceglie il suo metodo. Ma che Veltroni non sia pratico…”.
Appunto: una favola, secondo molti, quel presunto distratto vagare tra nuvole e musiche.
Dirigente del Pci (“ma non ero comunista”), direttore dell’Unità, vicepremier, ministro, sindaco. Una sola esperienza brucia sul suo curriculum come una sconfitta: quella di segretario dei Ds.
Non fu un’esperienza esaltante, lo stesso Veltroni non ne parla volentieri. E allora è il caso di metterlo a fare il segretario del Pd?
“Lui vuole stare sempre un po’ al di là del suo partito – dice Caldarola – Due mestieri Veltroni non può fare: il sindacalista e il segretario di un partito con una base culturale definita. Ma uno come il Pd, tutto da inventare, per lui sarebbe l’ideale… L’unico problema è che forse arriva troppo tardi. A Walter molte cose si possono rimproverare, a partire da un eccesso di panna montata, ma che stia su una sedia senza esercitare pratica e potere, questa è solo illusione”.
Da il Foglio
saluti