Il Partito democratico, ripetono un po’ stancamente i suoi sostenitori, è una risorsa fondamentale per il paese.
A certe condizioni, però, questa asserzione può essere resa veritiera e proprio per questo non c’è bisogno di tifare per l’Ulivo per prendere partito su alcuni aspetti della sua discussione interna che, a seconda di come si concluderanno, avranno o meno un effetto rinnovatore su tutto il panorama politico nazionale.
Il più importante di questi aspetti è se ci sarà o no una aperta competizione per la leadership tra candidati veri, portatori di piattaforme politiche riconoscibili e alternative.
Questo sarebbe un vero salto di qualità, capace forse di innescare un processo virtuoso in tutto il sistema.
Per questo la conversione repentina e generalizzata alla candidatura di Walter Veltroni esprime un pericolo di unanimismo gattopardesco che andrebbe in una direzione esattamente opposta a quella del rinnovamento della politica.
Per ora, l’unico “candidabile” serio che si è distinto da questo coro è il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani, che, parlando a Prato, ha detto di “avere qualche idea” sia sulla struttura sia sul programma che dovrebbe avere il Partito democratico, e che se per affermarle “è necessario candidarsi alla guida bene; se non è necessario, meglio”.
Un confronto tra Veltroni e Bersani sarebbe un confronto vero, un confronto che guarderebbe al futuro sulla base di profonde radici piantate nel passato.
In fondo quel che rimane vitale dell’esperienza della sinistra italiana sono due apetti della tanto vituperata politica togliattiana: il tentativo di alleanza con i ceti medi realizzato nel “modello emiliano”, e l’intenso rapporto, con finalità egemoniche, con il mondo della cultura, compreso quello dell’informazione e dello spettacolo. Si possono criticare aspetti degenerativi di questi sistemi, il fallimento del tentativo forse velleitario del sistema emiliano di insediarsi, con l’Unipol, nel centro della grande finanza, o la degenerazione corporativa di un’egemonia culturale subalterna all’Usigrai. Però, di quel che è rimasto vivo di quei due sistemi, e che non è poco, Veltroni e Bersani sono i naturali rappresentanti, che possono sfidarsi sulla maggiore capacità dell’uno o dell’altro di fornire il segno forte del nuovo partito, di interpretare la moderna società dell’informazione, che ha una base sociale di ceti medi e una sostanziale valenza culturale. Solo da una sfida vera può uscire una leadership vera, e quindi competitiva.
Ferrara su il Foglio di ieri
saluti




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